Canto senza tempo.

Quando la vita canta. Oh, sì, quando la vita canta in te, la gioia e l’esilio di tutti i tuoi giorni stranieri, solo, nella terra arata dai soli tuoi più dolci pensieri. Quando la memoria è densa d’amore, di tutto il tuo cielo più vero. Quando il silenzio ha il pieno respiro del senso più caro.

E’ allora che con passo lento io salgo, cammino lungo l’eterno sentiero.

E sento nell’orma che lenta si posa la mano materna di tutto il creato.

Il giorno che sul seno incantato riposa.

E’ allora che sento più stretta la morsa sul cuore dell’uomo che vinto s’immola. Che spento ora muore.

E’ allora che vedo il tuo volto bruciato dal pianto. E’ allora che vivo e che canto.

Che prego, su dammi la mano, Signore, su prova ad essere umano. E’ allora che giunto allo stremo di un lungo tormento riapro il mio cuore all’orma del vento.

E scorgo salire da cieli lontani le care promesse, la voce tua amante che chiede: rimani.

E corro, stingendomi al petto le più vere parole ch’io abbia mai detto.

Sei tu, mio fratello divino, sei tu che ho ignorato nel mio istante bambino?

Sei tu, mia sorella di quieta bellezza, al cui dolce sorriso ho negato la sincera carezza?

Mi giunge da abissi di tempo, la vostra più degna risposta, il vostro silenzio.

E’ dunque l’assenza la giusta condanna per l’uomo che triste la vita sua inganna?

Lo so, non avete parole. E’ l’ora del mesto rimpianto. E’ l’ora di ciò che mi duole.

Eppure vi avevo promesso incanti d’amore, orizzonti solenni di luce nelle prime mie ore. Ma come ho potuto così presto scordare, ma come ho potuto lasciare che l’infima traccia di me solcasse il mio nudo sentiero come bava indecente del mio sogno più vero?

Ha detto il profeta che infine la Terra Promessa sarà l’unità dei destini, la mano sorella che cinge e che abbraccia, la vita sarà allora senza confini.

Sapete, vi chiedo, se è vero?

Sapete, vi urlo con labbra serrate, se è stato sincero?

O voi che innocenti ho ferito, avete l’ardire di volermi ascoltare?

Siete voi che ora dunque io debbo pregare?

Non ditemi ancora che in cima alla rosa più bella si accende nel mio disperato dolore la vostra pietà che mi salva, la stella sublime della Sua carità, la promessa d’Amore…

Non dite che la spina confitta nella ruvida mano sa dare alla vita sconfitta la dolce parola, ti amo.

Non dite, vi prego… sono io che lo devo, sono io che vi chiedo…

Non siate l’oltraggio alla mia penitenza, non siate, vi imploro, ora l’orma celeste, la divina pazienza.

Voi… voi siete l’Angelo in volo.

Vi vedo, vi sento. Vi ascolto. Vi credo.

Su, ecco, apri adesso la mano.

E’ qui, nel tuo cuore sconfitto che il canto ora nasce, bellissimo e strano.

E’ qui, nella fronte bruciata dal pavido errore che sgorga divino il tuo canto d’amore.

E’ qui sul tuo volto baciato, dal dolore ferito che la vita che amasti rinnova il suo invito.

Vieni dunque alla danza.

Lascia tutto. Lascia la più cara tua stanza.

Vesti l’abito nuovo.

Metti il sole negli occhi.

Guarda il mare.

Guarda.

Guarda ancora lontano.

E’ il confine che ammanta di alabastro e di azzurro l’orizzonte sereno, che ti chiama. Che ti tiene vicino.

Là, sulla rena dove muore il tuo sogno bambino, si apre ancora solenne e per sempre, l’orizzonte divino.

Le tue orme distinte, le vedi?, sono traccia di tutto il cammino.

Sono i punti ed i segni del vero.

Sono i tratti più puri che hai vissuto lungo tutto il sentiero.

Sono la chiarità del tuo volto sincero. Sono tutto l’eterno Mistero.

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