Poetica digitale. [Be open, be free].

Poetica digitale. [Be open, be free].

di Carlo Todeschini

L’informatica è da sempre l’ambito che più mi appassiona, dapprima per puro interesse, poi come materia di studio e infine come attività lavorativa. L’ho vissuta come una continua evoluzione nella quale identificarmi, cercando di capirla e, a volte, di governarla. All’inizio era materia di interesse per soli addetti ai lavori, mentre ora coinvolge trasversalmente l’intera società: il mondo produttivo, il modo di fare arte e cultura, i percorsi formativi, fino ad arrivare alle esperienze di socializzazione.

Il mio cammino nella storia dell’informatica è partito negli anni ’80 e dura tuttora; ho avuto la sensazione di avere attraversato diverse fasi che si sono susseguite in una continua rivoluzione: l’avvento dell’hardware a basso costo, lo sviluppo del software e delle sue applicazioni, la diffusione di Internet ed infine i nuovi servizi in cloud. Tra queste, ne sono profondamente convinto, la fase più importante è quella relativa all’utilizzo del software: uno strumento (ma anche molto altro…) che ha definitivamente cambiato il mondo.

Negli anni ’80, i componenti elettronici, i microchip, cominciarono ad essere accessibili economicamente e permisero la costruzione dei primi calcolatori elettronici ad uso personale: i PC. Nacquero allora nel mondo case produttrici di personal computer, Commodore, Atari, Sinclair e Apple, in grado di lanciare sul mercato PC alla portata di tutte le tasche, ben diversi dagli attuali computer, ma già dotati di schermi a colori, mouse e stampanti. Fu un successo inatteso. IBM, che proveniva dal mondo dei grandi calcolatori realizzati per centri di ricerca ed importanti aziende, cercò di non perdere quell’occasione e lanciò sul mercato il primo personal computer per ufficio, dotato di un sistema operativo realizzato da Microsoft. Il PC IBM, meno costoso, entrò così in tutti gli uffici, le scuole, le case. Quella soluzione consolidò uno standard per l’hardware che consentì ad altri produttori di creare personal computer compatibili tra loro, sia a livello di interfacce e di collegamenti fisici, sia a livello di applicazioni software. Il PC diventò, verso la fine degli anni ’80, la piattaforma hardware di riferimento: standard, modulare, diffusa ed economica.

Quelle furono le premesse che prepararono la diffusione dei linguaggi di programmazione, delle teorie e delle tecniche per la realizzazione di applicativi software. Per me fu un segnale importante e netto: il focus non era più sull’hardware (più o meno potente o costoso e comunque difficile da modificare o adattare alle proprie esigenze), ma piuttosto sulle funzionalità che potevano essere attivate sui PC grazie alla potenza dei linguaggi di programmazione.

Realizzare un programma è, per me, una forma d’arte. Significa avere davanti una tela bianca da riempire in mille modi, con tecniche e risultati diversi. Non mi riferisco qui all’arte intensa in senso convenzionale. Credo, e questo intendo sostenere, che il pensiero matematico e tecnico sprigioni tutta la sua particolare capacità creativa nel realizzare strumenti che adottano i metodi di pensiero, i quali sono la base della creatività umana. Il primo, quasi inconsapevole, ad avere la “visione” creativa di altre realtà possibili, fu il brillante matematico inglese Alan Turing (la sua storia, professionale e personale, è raccontata bene da Carlo Gubitosa in “Hacker scienziati pionieri”). A metà degli anni ’30, Turing ipotizzò la costruzione di una macchina “universale” in grado di imitare il comportamento di tante altre macchine diverse. Il suo sembrò solo un puro esercizio teorico: pensare ad un insieme di simboli che, combinati in modo diverso tra loro ed immessi in una “macchina universale”, potessero dare forma a strumenti diversi. Invece i simboli sono diventati i linguaggi di programmazione ed i computer gli strumenti per combinarli in modo da ottenere sempre risultati differenti. Un po’ come pensare di smontare una macchina da scrivere e riutilizzare i componenti per costruire una radio; sembra assurdo, eppure oggi è normale servirsi di un personal computer indifferentemente per scrivere testi o ascoltare musica!

Mi sento un creativo, in sintonia con la visione di Turing, ho la necessità di ipotizzare la nascita di sempre nuovi strumenti che facilitino ed ottimizzino la mia vita. Il punto di partenza è stato quello di capire come le cose funzionano: io sono stato il classico bambino che ha smontato ogni cosa, per capirne ed insieme carpirne il meccanismo. Questo ha fatto di me un hacker. Certo, sono stato aiutato da mio padre, che ha condiviso con me la passione per il “fai da te”. Insieme a lui ho progettato, smontato e ricostruito. Ciò, però, non mi è bastato. Sarei potuto diventare un meccanico o un elettricista, ma con l’avvento del software ho scoperto la mia dimensione creativa: quello, ho deciso, sarebbe stato il materiale su cui io avrei voluto lavorare, perché privo di limitazioni fisiche. Puro pensiero, creatività, libertà assoluta di progetto: una visione che non rimane speculativa, ma che ha una ricaduta pratica nella vita quotidiana.

Il mio primo computer, Texas Instruments TI994A, è stato la mia folgorazione, la luce, la scintilla che mi ha fatto capire cosa volevo essere: un informatico. A rafforzare questa mia convinzione è stato, sul finire degli anni ’80, l’incontro, nelle pause tra una lezione e l’altra in università, con compagni appassionati al modo di pensare informatico come me. La nascita del gruppo “smanetta” è stata la conseguenza di quell’incontro. Ci si trovava ogni venerdì a casa di qualcuno dei componenti e si discuteva, si leggeva, si ipotizzava, si speculava su un software esistente, se ne costruivano di nuovi che venivano sottoposti al giudizio degli altri componenti. Quei momenti hanno dato linfa vitale al mio percorso universitario e personale.

In quegli anni era in corso un profondo cambiamento nel mondo informatico: nascevano le grandi software house con un modello di vendita proprietario basato sulle licenze d’uso, come ad esempio Microsoft e Apple, mentre il nostro gruppo creava software gratuito per il sistema Amiga: si trattava di programmi distribuiti inizialmente con lo scambio dei dischetti, poi, con l’avvento di Internet, via rete.

Noi “smanetta” scoprimmo che nelle università americane si stava diffondendo una nuova filosofia: il free software. Ci sembrò naturale utilizzare quella tipologia di software, poiché ci consentiva di “smontarlo” e di modificarlo a piacere. Ciò per noi significava condivisione di pensiero con il creatore del programma, quindi conoscenza di nuove possibilità. In quell’ottica decidemmo di invitare Richard Stallman, padre del concetto di “copyleft”, fondatore della Free Software Foundation, ad un convegno che organizzavamo allora ogni anno a Milano. Quell’evento favorì il superamento del concetto del software gratuito a favore di un modello più ampio: il free software. Il termine free può significare gratuito, ma nell’ottica di Stallman è inteso come libero.

Venne creata una licenza con quattro punti fondamentali:

·      la libertà di utilizzare un applicativo senza vincoli e per qualsiasi scopo;

·      la libertà di studiare il programma e di modificarlo;

·      la libertà di ridistribuire copie del programma in modo da aiutare il prossimo;

·      la libertà di migliorare il programma e di distribuirne pubblicamente i miglioramenti in modo tale che tutta la comunità ne tragga beneficio.

Il discorso di Stallman incantò una platea di alcune centinaia di appassionati di informatica. Furono due ore, tanto durò il suo intervento, che, a giudicare dalla quantità di applausi ricevuti, lasciarono un segno indelebile in ognuno di noi. Concetti così profondamente e squisitamente tecnologici furono resi espliciti in modo talmente semplice da sembrare quasi ovvi. La sua dialettica, la sua personalità e la sua creazione produssero in me una vera e propria rivoluzione. Quattro semplici regole per poter continuare a scrivere e realizzare software, a guadagnarci il giusto e, incredibile dictu, contribuire a migliorare il mondo. Tutto quadrava. Tutto aveva senso. Tutto aveva una propria etica.

Il free software non avrebbe però potuto diffondersi senza la rete Internet, nello stesso modo in cui la rete Internet, come la conosciamo oggi, non sarebbe potuta esistere senza il free software. Tutto è partito dalle università che hanno modificato il concetto di rete, ereditato da un progetto militare, e lo hanno diffuso in tutto il mondo anche in nome di quella libertà voluta e sostenuta dal movimento di Stallman.

Mentre nel mondo si diffondeva l’uso di Internet, io nel mio piccolo ne volevo fare parte con un ruolo non da spettatore, ma di creatore. Mi sono così dedicato alle reti civiche. Elemento determinante per la messa in rete di quel progetto è stato l’utilizzo di Linux, un sistema operativo nato dall’unione del software libero e di Internet. Linux è la dimostrazione dell’effettiva efficacia, nel mondo informatico, dell’idea di Stallman: uno studente finlandese, Linus Torvalds, diffuse in rete una prima versione di sistema operativo che, con il contributo di altri programmatori sparsi in tutto il mondo, creò il più complesso progetto di sviluppo collaborativo aperto a qualsiasi adattamento e utilizzo. Quello fu il primo esempio di sinergia creativa promossa dalla potenza della rete: connettere le conoscenze e le competenze mondiali su un unico progetto senza nessun tipo di spostamento fisico.

In quello stesso spirito di condivisione, creai la Rete Civica di Cremona, in collaborazione con il Politecnico di Milano, il cui scopo era quello di erogare servizi telematici alla cittadinanza, facilitare la comunicazione con l’uso delle e-mail, la condivisione dei dati e la cooperazione fra le diverse istituzioni territoriali. Quell’ esperienza ha rafforzato in me la consapevolezza che si potesse creare una software house con un modello di business basato sul software libero, dunque la possibilità di produrre soluzioni software su misura per il cliente. Metarete, la mia società IT, potrebbe essere vista come un laboratorio che crea soluzioni adatte all’utente ed alle sue necessità. Credo che questo sia l’obiettivo dell’informatica: rendere la vita più semplice a chi usa il PC. L’immediatezza dell’interfaccia, l’icona giusta al posto giusto, è creata da un lavoro di condivisione di idee fra noi, informatici, e i clienti. Solo grazie al free software noi siamo in grado di creare una soluzione o di adattare una piattaforma complessa già esistente, preservando la libertà del cliente di potere, domani, modificare ed ampliare il prodotto, salvaguardandone l’investimento.

Io credo nel concetto estremamente democratico di poter modificare ogni aspetto del funzionamento di un PC, degli applicativi software che utilizzo quotidianamente. Anche qualora non ne avessi le competenze oggi, importante è per me sapere di avere sempre questa possibilità in futuro. Visto che con il software tutto ciò è possibile, perché rinunciarvi? Perché accontentarsi di un PC solo in virtù  (?) del fatto che è esteticamente accattivante? O preferirlo unicamente per il suo esser di moda, anche se poi risulta essere completamente chiuso a qualsiasi adattamento? Perché rinunciare ad importanti libertà garantite dal free software, come quelle per me non secondarie di capire come vengono gestiti i miei dati o come vengono trasmesse le mie informazioni in rete?  

Credo nell’intrinseco carattere ecologico  dello strumento informatico, nel suo essere fonte di risparmio energetico. Il potersi, per esempio, collegare  con il resto del mondo senza muoversi d’un passo. Oppure, il saper trasformare il proprio apparecchio televisivo in un contenitore di programmi veramente scelti da sè. Creando un palinsesto personale e selettivo, non preconfezionato da un network televisivo. Queste sono alcune tra le esperienze che ho potuto condurre personalmente.  Sono nate da letture sui blog, da notti insonni, da discussioni sui forum. Il mio lavoro ha ora ridotto significativamente  tali miei slanci creativi. Si devono spesso rispettare condizioni economiche e temporali piuttosto vincolanti, che limitano la libertà di realizzare tutte le potenzialità insite in un software.

Eppure, rimango e  sempre sarò uno “smanetta”. Non smetterò mai di aprire, conoscere, modificare ogni scatola che vedo,  soprattutto se digitale e quando si rischia di invalidarne la garanzia.

 

“Sono convinto che l’informatica abbia molto in comune con la fisica. Entrambe si occupano di come funziona il mondo a un livello abbastanza fondamentale. La differenza, naturalmente, è che mentre in fisica devi capire come è fatto il mondo, in informatica sei tu a crearlo. Dentro i confini del computer, sei tu il creatore. Controlli – almeno potenzialmente – tutto ciò che vi succede. Se sei abbastanza bravo, puoi essere un dio. Su piccola scala.”Linus Torvalds

 

Agapé.

Agapé’

par Isabelle Pariente-Butterlin

Le langage, comme un paysage de brumes, parfois, déploie ses possibles, dans lesquels nous sommes perdus comme des voyageurs espérant la possibilité du retour.

Parmi eux, on entend, on remarque une voix, une seule, qui se détache des autres, sans d’ailleurs que pour cela elle fasse rien, on s’en voudrait presque de la remarquer trop, tant elle ne le demande pas, tant elle ne demande rien, et énonce, seulement, dans le silence, sa pure présence. Qu’on entend. Infiniment justement. Qui se détache des autres. Involontairement. Sans rien provoquer. Simplement parce que nous avons, pour la ressentir, et la saisir dans les lignes et les courbes qu’elle déploie, un sens tout particulier. Une attention toute particulière. L’instant auparavant nous ne nous savions pas l’avoir. Nous ne nous savions seulement pas l’avoir.

Le langage, comme un paysage de brume bleutée.

Dans les conversations qui se mêlent, comme des lignes musicales, l’une d’entre elles nous est évidente. Il y a, dans le geste de l’amitié, dans l’accueil de l’amitié, une évidence très calme. Les phrases de l’un à l’autre répondent, les éclats de rire de l’un à l’autre répondent, les sourires, les silences, et rien de tout cela ne pèse, et rien de tout cela ne se défait, ne se délite dans le temps. Rien. Je te retrouve, ami, après des mois de silence. Après des mois de silence (sans doute parce que la vie est absurde, la plupart du temps), et l’évidence très calme de notre amitié se déploie avec la même précision que la dernière fois que nous nous sommes parlé.

La brume estompe les silhouettes, le silence recouvre les voix dans la distance, on pourrait croire que tout se perd. Et le chemin dessine l’éloignement. On pourrait croire que tout se perd.

L’ami réapparu reprend avec précision les contours de ce qu’il n’a jamais cessé d’être. Il n’a jamais cessé d’être lui, l’ami, au fur et à mesure de ses disparitions, réapparitions dans la brume bleutée des jours. Le temps n’est presque rien, sinon une très légère accentuation de son sourire au coin des yeux. Il réapparaît. Assurément nos vies ne sont pas mêlées, l’ami sait de ma vie ce que je veux lui en dire, et je sais de la sienne ce qu’il m’en conte, rien de plus, nous n’irons pas un pas plus loin, il n’y a entre nous presque pas de questions ; je sais comme il sait, la version de la vie qu’il se raconte à lui-même, et lui sait celle que je me raconte de ma vie, qui ne prétendent pas à la vérité. Nous avons les vies dont nous nous faisons le récit. Je remarque seulement qu’il tente de me rendre le récit que je me fais de la mienne un tant soit peu plus douce, un tant soit peu plus souriant, toujours un peu plus souriant, quitte à rire de nos chagrins. Les lignes mélodiques de nos voix se mêlent, et s’infléchissent, toujours un peu.

Rien de plus. Nous ne pouvons rien l’un pour l’autre, sinon le don tranquille de l’amitié, qui implique les autres dons, tous ceux que nous voulons bien recevoir. Rien de plus.

Une fois, parfois, il faudra passer outre, très rarement, le plus rarement possible et avec d’infinies précautions, et aller un pas plus loin que ce que l’ami accepterait, si on le laissait faire, mais ce sont choses très difficiles à évaluer. Seule l’amitié au long cours supporte de tels dons, radicaux et incompréhensibles à quiconque ne l’a pas parcourue de même. Et puis elle reprend son cours, calme et tranquille. Et nous mène à nous comprendre à travers le silence même. Les paroles prononcées pourraient ne pas l’être, et qu’elles le soient est un autre don. Ainsi, elle se résorbe dans des formes de plus en plus lisses. Comme si, d’un fractal, nous en venions à parcourir des séquences si minuscules que même sous la pulpe très sensible de nos doigts, elles sont à peine présentes. Nous en disant très peu, nous comprenons de nous ce qu’il y a à comprendre. Ce que nous voulons bien donner à comprendre. Qui suffit. À l’amitié toute entière. Et à rendre possibles ses déploiements.

Rien de plus. Une silhouette amie sur le monde. Soudain, sa voix réapparaît à l’oreille, dans la cacophonie du monde, juste à l’oreille, quelques mots, un message laissé sur un répondeur, et sa présence possible soudain se dessine. Toute entière. Dans quelques jours, il sera là, il poussera notre porte, ou nous la sienne, voilà bien une précision qui n’a aucune importance, et le cours jamais interrompu de l’amitié reprendra, dans une conversation et des éclats de rires, et des silences qui ne brisent rien, que rien ne brisent, et qui se dessinent entrelacés sur la surface en miroir du monde.

L’amitié vient tisser sa temporalité et l’enroule au monde, comme un lierre sûr et vivace.

 

 [qui la traduzione in Lingua italiana di Giordano Mariani]