Inutile.


Inutile.

Tu più non sai la gioia estrema del tempo

inutile. Più non senti il vento di brezza

che sale innocente e il tuo silenzio accarezza.

Vivi l’istante armato, in testa hai un elmo

di parole e nell’anima hai lasciato insediare,

feroce e muto, il tempo corrotto

dell’agguato. Il tuo solo vissuto. Io vado

al margine del giorno, e sono solo,

mendico ascolto e guardo ridere il sole

nella rondine accesa del canto e del volo.

La conquista del mezzo ha annichilito il messaggio.


«La conquista del mezzo ha annichilito il messaggio.».

Una collazione di luoghi comuni aveva colonizzato l’immaginario collettivo. L’anima era insidiata dall’effimero. Una Bengodi senza fine, ma non eterna, con il volto dissimulato della seduzione popolare aveva annichilito ogni istanza empatica. Le sfumature, non quelle del grigio, quelle ipostasi del Cielo che scandiscono il ritmo interiore, erano state bandite dal canone performativo. La funzionalità, la quantità, il dinamismo, avevano innescato un moto perpetuo in cui l’abilità esecutiva nell’istante, il qui ed ora risolutivo dell’immagine, il numero e la rapidità dominavano la scena del mondo. La malinconia, l’empatia, la profondità, la durata, la contemplazione, l’attenzione, che è il nuovo nome di Dio, messe al margine. Presto catalogate nel regesto inquietante di prodromi patologici. Del resto, già gli antenati di questa plastica post modernità sostenevano che chi si ferma è perduto.

Apparire era il dominus. Lo statuto interiore dell’Essere doveva sapersi e potersi esprimere in scena con la qualità sublime del tempo: la capacità di rappresentarsi. Anche l’invisibile era stato reclutato con il volto di un dio minore e ben armato che fosse efficace nel qui ed ora della storia. Vincente. Pur di campire la scena mediatica, ormai sovraffollata da un’infinità devastante di mezzi e di messaggi, si doveva essere disposti a tutto. Lo spregio etico aveva trovato la sua sintesi sublime, perfetta, se la perfezione fosse mai stata un attributo pertinente dell’umano: la conquista del mezzo aveva annichilito il messaggio.

L’agapé sororale e fraterna, quel convivio ereditato da una sapida cultura ultra millenaria, in cui si compiva il cantico sublime della comunione, secondo un canone di reciprocità nella relazione, era diventato un campo di battaglia. Il luogo in cui esercitare al meglio l’arte della sopraffazione: non per esporsi al volto dell’altro con la fiducia confidente che nasce dalla speranza. Per meglio imporre se stessi e di se stessi tutto occupando manu militari, prima la scena e poi l’anima stessa di malcapitati, nel disperato esercizio di un godimento che informa di luce oscura il proprio disperato tramonto. Il cinismo era il fondamento antropologico dei tempi, la storica koinè dell’epoca morente.

In quell’inferno, nel sabba orgasmico della Novità purchessia, la nuova divinità che legittimava gli officianti del rito, la cancellazione delle tracce sapide di sogno era l’esercizio prediletto degli scherani. Ricompensati con generosità dagli epuloni che lasciavano cadere lacerti di notorietà e di fama dallo sterminato desco. Briciole di una nuova manna, nobilitata perfino nel nome: visibilità, la nuova moneta di scambio o di remunerazione del servizio. Gli altri, i minuscoli dissidenti, i solitari, i rari, spazzati via. Cancellati per sovrascrittura esistenziale, per obliterazione dell’esperienza, spesso prima saccheggiata poi smagatamente annichilita con l’arte dell’oblio, ben nascosta nell’esercizio della dissimulazione. I profeti uccisi due volte: nel silenzio in cui nasceva la loro minuscola o grande [non era questo il punto etico: l'obolo della vedova informava la visione] verità prima, con l’appropriazione a sé della verità stessa poi. L’errore di nascere innocenti rispetto al canone compromesso dei tempi,aveva nobili antecedenti nella storia umana. La presunzione di resistere nell’amabile solco di tale innocenza, sotto la neve e nel gelo dell’inverno che era loro contemporaneo, scontava pene inenarrabili. L’epoca nichilista aveva solo perfezionato la pratica della cancellazione.

L’anima che sperava contro ogni evidenza, che scontava il reale assumendolo su di sé ed in sé ma vivendo al suo margine, era insopportabile per chi aveva fretta di chiudere la partita della storia a proprio vantaggio o per chi voleva mantenere la condizione di supremazia in cui viveva.

Il Potere, spesso non vedeva il margine, ma ne conosceva l’insidia. Erode era un paradigma antropologico. I suoi mastini, come in ogni tempo ed ogni luogo, venivano sguinzagliati alla ricerca della verità che nasceva. Certo, non per sublimarla nella sua evidenza. Nemmeno per sopprimerla. Per meglio assimilarla -anche in questo la post modernità aveva perfezionato la macchina da guerra- e così sfruttarla. Come fosse cosa propria, priva di origine, ma con un destino certo e sicuro. Quello del tiranno di turno che ne avrebbe fatto il sopruso voluto o l’avrebbe se necessario confinata in un destino senza rappresentazione. Dunque, nel nulla, secondo il canone vigente e vincente.

Il Silenzio di Dio, a lungo invocato come una moratoria sull’abuso di una comunicazione parossistica,non sarebbe stato un placebo, ma un balsamo sulle ferite inferte dai tempi a se stesso dall’uomo. Anche l’anima ignota,al diapason del proprio requiem, avrebbe conosciuto, finalmente!, uno scampolo esistenziale in cui persuasa abitare. Per un attimo solo certo, come conveniva ai tempi, vissuti con la fretta alle calcagna e sublimati in una rappresentazione di sé senza soluzione di continuità.

Dialogo tra un informatico ed un dilettante. [Cookie law.]


Dialogo tra un informatico ed un dilettante. [Cookie law.]

Il dilettante Giordano Mariani chiede, l’ingegner Fabio Zeri, Direttore generale e cofondatore di Metarete, risponde

 

Avevo scritto qui che avrei pubblicato lo scambio epistolare avuto a novembre con Fabio Zeri, quando egli stesso mi avesse liberato dagli obblighi della riservatezza. Lo ha fatto nei giorni scorsi e lo ringrazio. [Grazie, e grazie anche per la segnalazione tempestiva degli adempimenti di legge da ottemperare e soprattutto per averli messi in atto, cosa che non sarei stato per nulla in grado di fare].

Quello che segue non è un testo autoriale in senso proprio, quanto piuttosto un dialogo, fatto naturalmente di domande, le mie [che Zeri ripropone, con le sue risposte in email, nella loro forma sostanziale e necessaria] e di risposte, le sue. Lo riporto così come si è svolto, nelle parti essenziali e per me più significative ai fini di un chiarimento. Ne emerge una prospettiva squisitamente tecnica, date le competenze ed il ruolo di Fabio Zeri. Sebbene non manchino indicative prese di posizione di merito, che ho ritenuto importanti al fine di ricostituire un quadro [un quadretto?], credo abbastanza verosimile, delle conseguenze che il provvedimento del Garante, ora noto come cookie law, ha generato [o potrebbe potenzialmente generare] in Rete [in quella italiana, su cui la legge insiste]. Da una parte l’ingegnere informatico competente, Fabio Zeri, dall’altra il curatore dilettante di un blog, io. Tutto intorno, una sterminata platea di frequentatori della Rete stessa, che fanno clic un’infinità di volte per dare il proprio consenso alle infinite [e quasi tutte quasi del tutto identiche] informative imposte dal provvedimento. Per prendere atto che qualcuno sta tracciando la loro navigazione. Come? Con un cookie, naturalmente. Una consapevolezza, sia pur sommaria, che credo sia da almeno due lustri dote anche dei più accaniti analfabeti digitali [posto che tale specie in via di estinzione si avventuri in Rete]. Sullo sfondo, nemmeno sfiorati dalla vicenda, i grandi players della Rete stessa. Che continuano indisturbati a fare ciò che sempre hanno fatto senza nemmeno alzare un sopracciglio. Profilare l’utenza per trarre profitto dalla navigazione. In stretta collaborazione ed in un’alleanza, i cui contenuti sono sconosciuti alla grande platea, fuori dalla Rete ed in Rete, con i soggetti più analogici del mondo. I venditori di pubblicità [in tutte le sue forme declinata]. Amen.

Ho introdotto le date della corrispondenza perché credo che la scansione temporale abbia un suo significato, qui. Pubblico unicamente quelle tra le email che ritengo essere più complete e significative del lavoro nel suo insieme. Lo scambio è stato ben più intenso e fitto, all’epoca, e ringrazio di nuovo Fabio Zeri per la pazienza e per la generosità con le quali ha risposto ogni volta, in modo esauriente a tutti i dubbi ed agli interrogativi [quelli di sua competenza]. In quei giorni, mi sono rivolto anche ad altri, colleghi e/o persone che abitano la Rete da tempo e ne vivono in modo informato e competente le vicende. Il silenzio che ancora circondava la vicenda in quei mesi, se confrontato con l’esegesi tecnico normativa sociologica che si è riversata in Rete all’entrata in vigore del provvedimento, è un altro aspetto che dovrebbe indurre qualche riflessione.

 

Fabio Zeri, il 14/11/2014

[…] Ti contatto [...] per il tuo sito e per i recenti aggiornamenti della normativa italiana in merito alla legge sulla privacy dei dati e in particolare alla gestione dei cookie. E’ necessario che siano redatte e rese pubbliche due informative, in formati conformi alla normativa, rispettivamente per il trattamento dei dati in generale e dei cookie. Inoltre, relativamente alla gestione dei cookie, è necessario creare un banner che si apra in automatico alla prima visita di un utente, memorizzandone l’accettazione, dando un’informativa tersa in merito ai cookie prodotti dal sito; anche il banner dovrà essere conforme, nel contenuto e nel comportamento, alla normativa. La scadenza di questo adeguamento è quest’anno e il tuo sito risulta non conforme. Se mi autorizzi, provvederei personalmente all’analisi di conformità, redazione e pubblicazione delle informative, compreso il codice e il testo del banner cui ti ho accennato.

GM, il 15/11/2014

[…] ho visto il banner sul sito di metarete ed ho letto le informative. Credo di avere capito.

Spero che le mie siano più brevi e meno complesse delle vostre, data la natura del mio blog che non offre alcun servizio…

Potresti farmi un banner esteticamente compatibile con la grafica del sito? Almeno che non copra la testata, il titolo, se proprio lo devi collocare in quella posizione. So che si tratta di banner a scomparsa, che una volta realizzato l’accesso dovrebbero appunto svanire dietro le quinte. Se la cronologia è settata per cancellare tutto, cookie compresi, in uscita, però, alcuni dei miei lettori rischiano di ritrovarselo sempre, al ritorno, e magari in modo persistente. Spero sia solo in home page!

Fabio Zeri, il 17/11/2014

Riguardo al comportamento del banner non posso fare molte modifiche funzionali, perché mi richiederebbe una riscrittura sostanziale del codice per adeguarne il comportamento. Per venire incontro alle esigenze formali ed economiche dei nostri Clienti, che dovranno obbligatoriamente adeguarsi, abbiamo realizzato un banner il più standardizzato possibile.

Il massimo che posso fare, e che farò, è quello di renderlo il più conforme possibile al tuo sito, in termini di font e colori. Per i contenuti credo che qualcosa si possa omettere, ma devo ancora fare un’analisi approfondita.

Purtroppo il tuo timore, relativo alla cancellazione dei cookie da parte degli utenti, rispecchia la realtà delle cose: chiunque cancellerà, per qualsiasi motivo o in qualsiasi modo, il cookie relativo alla presa visione dell’informativa contenuta nel banner, se lo troverà nuovamente riproposto. Non ci si può far nulla, perché rientra nella dinamica del funzionamento dello strumento… e non esistono alternative.

Riguardo ai link alle informative, pensavo proprio di aggiungerli a piè di pagina: avrei preferito posizionarli sopra ai vari “powered/hosted by”, giusto per distinguerli come link informativi da link relativi ai credits, ma posso benissimo inserirli come meglio gradisci.

GM, il 17/11/2014

Ti ringrazio per tutto quello che potrai fare con il tuo intervento: riguardo a font e colori, era proprio ciò che mi aspettavo in termini di conformità, se non proprio di armonizzazione estetica.

In merito al comportamento del banner e ai suoi contenuti, capisco: immagino che davvero qualcosa si possa omettere, dal momento che, come ti ho già scritto, il blog non offre alcun tipo di servizio, né vende alcun prodotto e dunque non raccoglie alcun dato funzionale a tali finalità. Sul punto [raccolta dati e gestione, responsabilità], tornerò tra poco…: [sono tornato, e parte del testo scritto in quell'occasione, è qui].

Link alle informative: grazie. Spero possa stare tutto su di una riga. L’alternativa, potrebbe essere quella di collocarlo/i nel menù “Tracce”. Da un punto di vista logico, sarebbe ancor più inadeguato di quanto non lo possa essere accanto ai credits, e sono d’accordo con te. Purtroppo, però, ho esaurito da subito i menù disponibili con il tema wordpress che ho scelto, almeno nella sua versione gratuita, e dunque non potrei anche volendo introdurne uno più istituzionale/normativo/tecnico. Qui, però, il discorso si allargherebbe ed uscirei dal topic della nostra conversazione.

Sei troppo generoso quando scrivi che ho fugato tutti i miei dubbi iniziali. Mi sono semplicemente moderato per evitare di incorrere in tuoi motivati e legittimi accidenti. Se mi autorizzi, posso esporli più diffusamente. Qui, mi limito a riproporli in sintesi. Non si tratta di contestazioni al merito delle disposizioni, che comprendo. Si tratta di chiarimenti che possono riguardare anche casi specifici come il mio [e come tanti altri blog].

1.
Quali dati raccoglie il blog in fase di accesso alla lettura? E chi eventualmente consulta tali dati? Chi li gestisce? Chi ne ha responsabilità? Di quali soggetti/o sono nella disponibilità? Chi sono i soggetti terzi e che uso fanno dei cookie? A che titolo li raccolgono? Mera gestione funzionale o marketing?
2.
Tra i tanti SN siti e blog che leggo e consulto, il solo che presenta in home page un banner relativo all’utilizzo dei cookie è Twitter. […] non ne ho trovati sui tanti altri siti d’informazione, compresi i quotidiani più diffusi. Cosa significa? E’ un limite mio e/o mi sfugge qualcosa? Quasi tutti si limitano a mettere il link alle informative, tra l’altro in posizioni tutt’altro che evidenti. Perché loro che profilano clienti, vendono prodotti e servizi non hanno banner ed io che nulla vendo e solo scrivo in uno spirito di completa gratuità dovrei metterli?

Fabio Zeri, il 17/11/2014

Provo a rispondere ai tuoi quesiti nel modo più chiaro, ma conciso, possibile, poiché dovrei declinare sul tuo sito tutta la normativa… ci provo e spero di essere efficace.

1.
Quali dati raccoglie il blog in fase di accesso alla lettura? E chi eventualmente consulta tali dati?

Chi li gestisce? Chi ne ha responsabilità? Di quali soggetti/o sono nella disponibilità?

Chi sono i soggetti terzi e che uso fanno dei cookie? A che titolo li raccolgono?

Mera gestione funzionale o marketing?”.

Per dati personali non s’intendono necessariamente quelli anagrafici, ma sono inclusi tra i vari: l’indirizzo IP della postazione dell’utente, il link dal quale questo proviene (detto anche referrer), l’ora di accesso al sito, l’ora di uscita dal sito, la permanenza, …

Questi dati non sono conferiti in modo manuale, ma automatico e mandatario da parte dei sistemi software che interagiscono nel meccanismo di erogazione di una pagina web. Questi dati sono registrati e salvati dal server web che ospita il sito; per questioni di LOG meramente amministrativo/statistico dell’utilizzo, gli stessi dati sono registrati dal servizio Google Analytics per identici motivi, ovvero di amministrazione e statistica d’uso.

Nonostante questi dati siano utilizzati e gestiti in forma completamente anonima, la normativa richiede che ci sia comunque un’informativa trasparente: relativa a quali dati sono recuperati, seppur anonimi, con che finalità, come e dove sono memorizzati.

La responsabilità e titolarità del trattamento dei dati, anche solo a livello amministrativo (amministrativo inteso unicamente in termini di gestione informatica del sito), è del titolare del sito. L’unico soggetto che ne ha la disponibilità sei tu:

- i log del server web sono recuperabili dall’account ftp, nella cartella “log”;

- puoi accedere ai log di Google Analytics tramite il programma Google Analytics; essi sono memorizzati sui server di Google.

Queste informazioni vengono raccolte a titolo statistico amministrativo e sono necessarie per l’amministrazione informatica. Ti faccio un esempio molto semplificato, anche solo per rendere l’idea: se il tuo sito dovesse subire un attacco informatico, tali informazioni registrate sarebbero utili per recuperare i dati necessari a riparare il danno subito, per chiudere eventuali falle di sicurezza, per bloccare gli accessi da particolari indirizzi, [...].

I soggetti terzi sono tutti quei fornitori di servizi, tra i quali LinkedIn, Twitter e Google Analytics, che creano o possono creare cookie necessari all’erogazione dello specifico servizio. I cookie, per quanto demonizzati, altro non sono che informazioni necessarie al servizio web per rendere una pagina web il più vicina alla schermata di un normale programma installato sul PC. Queste informazioni, intendo quelle gestite dai cookie, sono spesso, nel 90% dei casi, meramente tecniche e sono necessarie per il normale funzionamento dei siti/blog/ecommerce. Dai più semplici, ai più sofisticati.

Nel tuo caso, si tratta di mera gestione funzionale: ciò nonostante, la normativa europea impone questo tipo di modalità d’informazione per l’utente. Per quanto essa sia invasiva e, a mio avviso, inutile.

2.

Tra i tanti SN siti e blog che leggo e consulto, il solo che presenta in home page un banner relativo all’utilizzo dei cookie è Twitter. [...] Perché loro che profilano clienti, vendono prodotti e servizi non hanno banner ed io che nulla vendo e solo scrivo in uno spirito di completa gratuità dovrei metterli?”.

Significa molto semplicemente che sono fuori norma e che rischiano pene molto, ma molto salate: ad un nostro Cliente sono stati comminati 20.000 Euro di sanzione unicamente perché mancava un flag di consenso all’interno di una form per la registrazione al proprio sito… Al momento della contestazione, erano partiti da sanzioni di 180-120 mila Euro.

Ora, perché non si siano ancora adeguati non lo so […] sta di fatto che il termine ultimo per mettere a norma i siti è il 31/12/2014, e mi riferisco unicamente alla gestione dei cookie, mentre l’informativa sulla privacy va fatta il più presto possibile [...]

Spero di aver chiarito, almeno in buona parte, i tuoi dubbi/quesiti, anche se mi rendo conto che il buon senso ne porrebbe mille altri.

GM, 05/06/2015

Nei giorni scorsi, come forse avrai letto, sulla Rete sono comparsi numerosi post relativi alla cookie law, agli adempimenti in capo ai gestori di blog, a chi deve fare che cosa e come lo deve fare. Ci sono state prese di posizione decise, è stata redatta una petizione con raccolta firme da inoltrare al Garante. I blog hanno adottato le più diverse e fantasiose soluzioni, dai banner alla resistenza in varie forme attuata. Il dissenso è stato ampio. Molte delle obiezioni di merito che sono state sollevate sono dello stesso tono e spirito [quando non anche identiche] a quelle che io stesso, se ricordi, formulai quando tu mi informasti degli adempimenti da ottemperare. Lo rammento unicamente per dire che oltre a non condividere la ratio [che c'entra un blog come il mio con la profilazione a fini profittevoli di qualsiasi natura, tanto per sottolineare un aspetto non secondario della vicenda...], non ne ho compreso bene nemmeno alcuni aspetti per così dire tecnici. Vedo ora che non sono il solo e che sono certamente in buona e migliore, oltre che numerosa, compagnia.

Ti chiederei:

1. se ritieni che comunque il blog “extemporalitas” risponda correttamente ai requisiti meglio [?] precisati, ora;

2. se anch’io dovrei comunque pagare i 150 Euro che sono all’improvviso comparsi come onere [?];

3. a me sembra che il mio blog non usi alcun cookie di profilazione. E’ giusto?
4. i bottoni LinkedIn e Twitter aprono semplici link verso le due piattaforme, e non sono tasti atti ad esprimere preferenze e dunque non dovrebbero rilasciare cookie prima di essere [per scelta] cliccati e quindi indirizzati al sito.

Chiunque capisce che qui si va ben oltre la semplice gestione tecnica dei cookie. Si impone semplicemente la chiusura a chi come me non può permettersi di spendere la cifra, non esigua, temo, prevista dalla somma delle azioni da compiere in relazione alle mie domande. A partire dalla quota di segnalazione [?] del sito.

 

Fabio Zeri, il 09/06/2015

[...]

- [...]ritieni che comunque il blog “extemporalitas” risponda correttamente ai requisiti meglio [?] precisati ora;”

Come succede spesso in Italia, prima si butta una regola, scritta e non pensata nel contesto, poi alla scadenza scoppia il bubbone e si ritira la mano.

Nel tuo caso, in termini di presentazione delle informative, devi comunque esporre:

– come gestisci le eventuali informazioni che potrebbero inviarti i tuoi lettori (anche unicamente per un semplice scambio di email);

– gli eventuali cookie che vengono creati dal sito, siano pure questi tecnici o di terze parti, anche se originati successivamente (click su semplici link, anziché componenti multimediali);

L’adozione del banner è previsto nel caso in cui si usino cookie di terze parti, come quelli di Google analytics, per esempio. Sappi però che questi non sono profilanti, perché l’informativa privacy di Google analytics indica che sono utilizzate modalità di offuscazione degli indirizzi IP e che le informazioni sono condivise tra domini differenti: e identiche sono proprio le caratteristiche richieste dal Garante… Se permetti, sono accorgimenti appositamente pensati ed introdotti perché altrimenti nessuno avrebbe potuto usare più Google analytics, i siti governativi per primi.

- “[…] anch’io dovrei comunque pagare i 150 Euro che sono all’improvviso comparsi come onere [?];”

La risposta è no. Se anche se tu usassi componenti multimediali di terze parti, anche se questi ultimi facessero profilazione, la Legge parla chiaro: tu sei un intermediario, hai l’obbligo di informare l’utente con il banner e con l’informativa che usi appunto cookie di terze parti. Non sei tenuto però alla comunicazione ed alla richiesta d’uso al Garante (leggi: i 150,00 Euro, il costo della procedura). Perché non lo sei? Perché i dati sono gestiti dalle terze parti e non dal tuo sito. Quindi il responsabile della notifica al Garante è la terza parte, in qualità di titolare del trattamento.

- “[…] a me sembra che il mio blog non usi alcun cookie di profilazione. E’ giusto?”

Esatto. Google analytics rientra nella categoria dei cookie tecnici, pur essendo di terze parti, per i motivi che ti ho indicato sopra. L’utilizzo implica però la notifica con il banner.

- “i bottoni LinkedIn e Twitter aprono semplici link verso le due piattaforme, e non sono tasti atti ad esprimere preferenze e dunque non dovrebbero rilasciare cookie prima di essere [per scelta] cliccati e quindi indirizzati al sito.” [...] “Ho visto invece che il logo della licenza Commons ha un suo cookie: andrebbe citato? Che valore ha? Sarebbe tecnico?”

Per come sono strutturati, questi creano invece dei cookie che sono generati dai rispettivi siti. Perché accade? Perché l’immagine che tu visualizzi nella tua pagina, viene caricata direttamente dai loro server web, i quali, a loro volta, generano dei cookie, utili anche per il solo e semplice reperimento dell’immagine. Tra questi, per ciascun bottone/immagine, ci sono sia i Google analytics, sia gli altri cookie che non saprei riconoscere (ci si deve affidare alle rispettive informative su privacy e cookie). Molti di questi gestiti da terzi, servono loro, giustamente, per avere un riscontro di quanti siti stiano utilizzando i servizi erogati dai titolari (nelle modalità previste dalle loro rispettive informative).

In conclusione… L’uso dei cookie di profilazione c’è sempre stato ed una forma analoga di marketing più “invasivo” esiste anche in altri ambiti tecnici/tecnologici al di fuori del cyberspazio… A cosa servono leggi come questa? Semplicemente a legalizzarne l’uso da parte dei grandi players, quelli che realmente traggono profitto dalla profilazione digitale.

Qual è il reale problema? L’Italia è il fanalino di coda, nella coda dei fanalini di coda dell’innovazione tecnologica. Così come lo è dal punto di vista normativo/procedurale: siamo tra i più farraginosi d’Europa. L’esito? Le Leggi vengono predisposte per tappare buchi (per adeguare il dettato legislativo alla normativa europea), vengono redatte spesso in fretta e furia e senza avere una minima cognizione di causa tecnica, ed in merito alla diffusione ed al reale utilizzo delle tecnologie che si vogliono normare. Poi, se a cose fatte chiedi informazioni e/o chiarimenti, indipendentemente dal contesto normativo, la risposta tipo che ricevi è: “guardi, non le so rispondere. Per non saper né leggere né scrivere, lei si adegui”, (che significa: paga l’eventuale tassa prevista e conforma le strutture ai riferimenti normativi).

[...] il plugin di Google analytics è un servizio comodo, utile e gratuito, che, seppure nella dimensione del tuo blog, sarebbe un peccato non sfruttare. Non togliere i link ai social network e al bottone Creative commons che utilizzi, anche se questi creano dei cookie: lascia il banner e riadegua l’informativa, aggiungendo di nuovo il paragrafo relativo ai cookie. Pensa a tutto ciò come ad un servizio informativo, ad una tutela dei tuoi utenti, pur se, come scrivi, sono pochissimi.

 
@ Giordano Mariani:«Nessun uomo è un target. [Biscotti digitali]».

 

 

 

 


«Dubito, ergo sum.»

«Dubito, ergo sum.»

«[…] je n’ai que des questions [...]»: ho creduto di poter raccogliere in tale sintesi, con un tweet, il testo che Isabelle Pariente-Butterlin ha pubblicato ieri, «Ruine (4)». Poco dopo averla letta, quasi subito, ho scritto “Dubito ergo sum”, in forma di tweet. Dire che è una potenziale risposta al suo testo, od anche semplicemente un tentativo, sarebbe presunzione. L’estensione e la profondità, il senso e la qualità delle sue domande, postulano altro impegno. E, del resto, non era nelle mie intenzioni rispondere ad alcuno. Il suo scritto mi ha però indotto a qualche riflessione ed ha suscitato qualche ricordo.

Credo che vi sia anche qualche eco leopardiana nell’immensità, il Mistero, di cui risuona [vorrebbe...] il mio minuscolo incipit in forma di tweet. Credo però che solo la verticalità della Luce, l’ascesi, scampi l’umano dal naufragio cui sembra condannato nella poetica della modernità al tramonto, sia pure nel mare che si apre dolcemente all’Infinito. Non abbiamo risposte. Abbiamo infinite domande. Non abbiamo certezze. Solo lacerti e frammenti. La composizione della narrazione in un affresco privo di sinopia interiore è orfano di fondamenti, senza una visione. Nessuna visione è possibile se si rinuncia alla sete di assoluto. Nessuno ha né può avere il bandolo del filo che conduce all’Eternità, nel qui ed ora che ci è contemporaneo. Nessuno ha l’acqua sorgiva che spegne l’umana sete d’infinito. Abbiamo solo domande… Ed una inesausta sete di Assoluto, quello maiuscolo, sì, che ci abita come un cromosoma divino, o come uno stigma fenotipico. Proprio mentre la ferocia dell’assolutismo secolare urla nel presente storico la sua chiamata impositiva alla negazione di qualsiasi altro da sé, nell’esercizio del terrore e del cinismo spinti entrambi ad una prassi assolutistica, l’esercizio del dubbio, praticato fino alla sua estenuata evidenza, la domanda all’Assoluto, apre una via salvifica. Non esiste alcuna umana affermazione che rinterzata alla prova del silenzio interiore non rimandi l’eco di un più alto e più vasto Silenzio. Il Mistero. Lo sanno i Mistici. Lo dovrebbero sapere i poeti. In quella soglia, all’irta della Luce, si affacciano tutte le nostre risposte, che proprio lì, insieme alle nostre certezze, si fanno di nuovo domande. Restituendoci di nuovo a noi stessi innocenti, o laicamente, alla primordialità di noi. Che è diversa dalla primitività. All’umiltà: che non è un indecente orpello per impotenti, ma una nobile attitudine a fare spazio alla propria consapevolezza del limite. Dentro di noi. In noi stessi. Il nostro limite. Non quello delle siepe leopardiana all’orizzonte. Quello dell’umano davanti e dentro il Mistero. Fra tante tentazioni di assolutismo, che sono tutte la degenerazione secolare della legittima sete di assoluto che abita l’umano, una sola è la via dell’Assoluto. E inizia proprio lì, dove le nostre certezze e le nostre risposte si aprono come fiori di loto alla soglia del Mistero. Dove la vita, curiosa ed amante e non solo di sé, di nuovo si dischiude e sboccia. Per questo il futuro o sarà dei mistici, e di tutti i generosi cercatori di Assoluto, o non sarà.

 

Non conoscevo Sant’Agostino, quando lo scrissi una prima volta. La mia superba ignoranza, frutto della temperie sessantottesca, che aveva lambito, o forse colpito in pieno anche me, uccidendo in culla la promessa borghese che albergava nella mia breve esperienza di vita, ed in essa anche il sapere di cui si riteneva ormai illegittima erede, mi aveva impedito di accedere alle fonti. Una violenza che avrei scontato duramente ed a lungo nella vita. Senza memoria non c’è speranza. Fra tante orfanezze che un transito epocale non mai concluso mi aveva imposto, quella culturale non fu certo tra le marginali e meno significative. La tabula rasa e la crisi hanno i propri punti di forza da offrire all’intelligenza del cuore che vuole, può e sa farne ancore nella deriva. L’irata cesura imposta dagli eventi, pur amata ed accolta con sintonico spirito ribelle, è altro dalla mutazione anche profonda nella continuità Questa tiene viva in alto e nella Luce dell’amore tutta la conoscenza esperita. La violenza, che non è solo fisica, della cancellazione impone esercizi di approssimazione a se stessi talvolta impossibili. Chi sa quale Dio davvero tiene nelle Sue mani alate la nostra piccola, povera, minuscola storia quando la vela si apre al vento di una deriva che sembra a noi senza scampo e che certamente sarebbe tale senza il Suo abbraccio!.

Quando scrissi dunque, una prima volta, un testo e lo intitolai «Dubito, ergo sum.»1, non conoscevo quasi nulla di Sant’Agostino [al quale viene attribuita una formulazione argomentativa in tal senso, non so se anche e quanto letteralmente attestata, nel testo originale di riferimento: “De civitate Dei”. Non è questa la sede, e non sarei del resto all'altezza del compito, per compiere una ricognizione sull'originale e svolgere un'esegesi: «Si enim fallor sum. Nam qui non est, utique nec falli potest, ac per hoc sum si fallor»: così, comunque, l'immenso Agostino, De civitate Dei, Liber 11, 26]. Avevo quasi venticinque anni, ne erano trascorsi dieci dalle vicende sessantottine. Stavo piano piano e lentamente uscendo dalla superba ignoranza nella quale mi ero arroccato, in gran parte assecondando una forma di reazione che all’epoca malintesi quale rivoluzione e/o ribellione, per approdare ad una più rassicurante ignoranza consapevole di sé. Da pochi mesi, forse poco più di un anno, lavoravo nella redazione del giornale in cui ne avrei trascorsi 16 della mia vita. Ero pieno di gioia, di entusiasmo, di curiosità. Disordinatamente onnivoro, nella mia sete di conoscenza, e generosamente improbabile nell’esercizio del dono di me. Così, l’ebrezza di una ritrovata confidenza con quella cultura dalla quale mi ero da me stesso strappato, non risparmiava niente e nessuno. A Natale di quell’anno, tra i tanti auguri che avevo scritto, ricordo in particolare quelli pensati per il direttore di allora. Un sacerdote singolare, la cui vicenda post-conciliare ed il cui talento giornalistico costituivano, e forse tuttora sono nei lacerti della storia locale, una leggenda, di quelle che solo la Provincia è in grado di generare e che solo lei dunque conosce. C’era forse anche qualche accento d’ironia nello scritto, uno strumento di difesa, il solo che abbia sempre esercitato attivamente durante la vita, ed in quegli anni in particolare. Una forma di resistenza all’incalzare di una stagione a suo modo impositiva ed in certa misura reazionaria, che culminò nell’antropologia, per me devastante, degli Anni Ottanta [al tramonto, inteso come diapason epocale, non c'è mai, non c'è mai stata fine: sorprende talvolta la non so quanto ingenua ed autentica sorpresa di qualcuno davanti all'inarrestabile deriva dei tempi presenti]. «Dubito, ergo sum.», che non era in alcun modo per quanto ne sapevo tributaria di alcunché verso Agostino, [ma era, nella mia intenzione incolta, una semplice parafrasi da orecchiante: credevo di citare a modo mio, parafrasandolo appunto, Cartesio], fu, è stata, ed è la mia minuscola nota interiore, l’accento di una resistenza che presagivo senza fine, e così è stato. Resistenza a cosa? All’epoca, all’incipiente ed incalzante arroganza di un potere [minuscolo, nella sua essenza] che non dubitava di nulla, a partire da se stesso, non per virtù di conoscenza. Non dubitava, semplicemente perché non poteva più farlo. Non credendo più a nulla. Se non alla prepotenza di sé, nell’accumulo e nell’esercizio di un potere privo di qualunque visione storica, ma ben deciso a mantenersi, fine a se stesso, e ad accrescersi. Il potere come fine ultimo e supremo e mai come strumento di servizio per un fine più alto. E’ una storia vecchia. Almeno per chi ha sessanta e più anni come me.

Il direttore era un uomo intelligente e dotato di una sensibilità particolare, un’intuitività rara. Sapevo che non c’era molto campo, nemmeno presso di lui, sebbene fosse estremamente cólto, e a suo modo, per i tempi e per il contesto, estremamente aperto, per gli esercizi spirituali di un giovane poeta esordiente nel giornalismo. Allora le gerarchie erano dure e chiare e la fatica dell’apprendistato era qualcosa che non ammetteva deroghe né ribellioni gratuite. L’ho scritto: fui a lungo [forse sempre] assai improbabile nei miei comportamenti. Chiusi la porta della direzione alle mie spalle e gli consegnai la busta con il testo di “Dubito ergo sum”. Egli finse sorpresa, mentre ascoltava le mie poche parole di augurio, che gli consegnavo frugalmente insieme alla copia di un libro [Ricordo perfettamente anche il titolo: ma non è il caso qui…]. Mi congedò svelto e quasi bruscamente, come era nel suo stile, e come soprattutto faceva quando non voleva lasciar trasparire sentimenti. Come tutti i timidi. Anche se nessuno, o pochi, credo, l’avrebbero mai sostenuto a proposito di lui.

Si comportò come sempre: per restituire a quell’eccesso di confidenza, gradito, lo so e lo sapevo nel cuore, il suo giusto ambito relazionale, approfittò dell’occasione a suo modo giusta, giusta per lui, per ringraziarmi. Con quell’ironia che talvolta sconfinava nel sarcasmo e che gli era propria, quando voleva dissimulare un sentimento che sembrava non volersi permettere, o non potersi permettere davanti al giovane che io ero, qualche giorno dopo approfittò della circostanza. Mi trovavo nel suo studio, ammesso non so più per quale circostanza di lavoro. Davanti a lui sedeva non ricordo quale eminenza, non credo locale, con la quale il direttore era in rapporto di estrema confidenza, amicale. Era lì per lo scambio degli auguri, e gli avrebbe fatto compagnia fino al pranzo, al quale il mio direttore lo aveva certamente invitato. Dopo avere risolto il problema di lavoro per cui mi trovavo davanti a lui, estrasse da un cassetto i miei foglietti: “Dubito ergo sum”, il mio testo. Con quel tono di cui solo lui era capace, vagamente irrisorio nei confronti del potere, e mai offensivo, si rivolse all’amico. Dopo averne elencate gran parte delle autorevolissime cariche , lo apostrofò dicendo: “Dimmi se a te succede mai di ricevere auguri in forma di poesia…”. Rideva ed ora sconfinava in una retorica volutamente ampollosa, mentre, per sminuire l’evidenza, decantava le mie virtù di poeta. L’amico dovette ammettere che si trattava di una circostanza singolare, e che no, non c’erano poeti intorno a lui che affidassero alla virtù del dubbio un lirismo benaugurale. Forse è a causa di quello scambio di cui fui involontario protagonista che non mi sono dimenticato mai di “Dubito ergo sum”. All’epoca non esisteva il parossismo archivistico, forse indotto e/o facilitato dagli strumenti digitali, che sostiene, e talvolta affligge nella sua dismisura, il presente. Credo di avere però da qualche parte riposta la bozza del canto ispirato alla virtù del dubbio. Avevo, ed ho, all’atto della prima stesura, una scrittura impossibile anche per me. L’urgenza del dettato ha sempre fatto premio in me su ogni altra necessità, compresa quella di leggere. E dunque sono sempre stato costretto a stendere almeno un’altra versione presentabile, anche graficamente, dopo la prima. Andò certamente così anche quella volta, e, dunque, in qualche cartelletta, riposa un lacerto di memoria.

 

 

1Nel 1996, quasi vent’anni dopo, fu una persona estremamente colta, alla quale avevo affidato la revisione del testo in bozze proprio per evitarmi penosi strafalcioni relativi a lingua latina e citazioni, che mi trasse dall’ignoranza. Quando passai a ritirare il testo, scambiammo qualche considerazione. In “Vigilie in esilio”, quello il titolo del libro in corso di pubblicazione, avevo inserito tre canti, che costituivano il cuore del lavoro e lo snodo di senso. “Dubito ergo sum”, “Dubito ergo sum II”, “Dubito ergo sum III”. Quando sfogliando giungemmo a quelle pagine, alzò il viso dal lavoro, mi sorrise: “Sant’Agostino…”, disse. Allora le chiesi, e lei, preoccupata e scrupolosa, verificò di nuovo [e chi sa quante altre volte lo avrà fatto e quanti testi avrà compulsato, lei, frequentatrice di “Certamen” ed appassionata e scrupolosissima insegnante di Latino e di Greco], dubitò [lei! Dubito, ergo sum…], argomentò, precisò… natura letteraria e sostanza del pensiero e dei riferimenti. Quando pochi mesi dopo pubblicai, la prima persona che ringraziai, nelle pagine dedicate, fu naturalmente lei.

Addio, rapsodo di sogni.

Il 2 Giugno ho partecipato ai funerali del papà, morto il giorno prima. Alcune ore dopo averlo saputo, ho scritto di getto le poche righe che pubblico ora, ispirate a lui con il titolo di una frase dedicatoria che tempo prima avevo pensato. Le ho tenute in sonno, o forse in grembo, come in una lunga gestazione del dolore, attesa di una sua ultima ed ultimativa composizione dentro l’orizzonte della Pace e dell’Eternità in cui egli ora abita, dal primo istante del congedo, credo. Di mio padre e su mio padre ho scritto tantissimo in questi decenni. A lui, ho scritto, forse ancor più frequentemente. Pochissime righe tra quelle che gli ho dedicato, in circostanze diverse, alcune, due, credo, in apertura di miei lavori, sono divenute pubbliche. La gran parte sono riposte nelle mie carpette, chiuse nei testi originali conclusi, dentro qualche taccuino, in fogli sparsi di lettere iniziate e forse spesso anche terminate e mai inviate. Abbiamo vissuto sotto lo stesso tetto fino al compimento dei miei dieci anni, forse meno. Oggi sono prossimo a compierne sessantuno. Mi è mancato molto, mio padre, negli anni durissimi della crescita. Mi è mancata la persona. L’uomo. Il padre. Mi è mancato in molti modi. Ma quella traccia interiore inestimabile che è la poesia, mi ha aiutato a costruire ponti sopra abissi di perdizione affacciati talvolta su paesaggi tempestosi, storicamente ed individualmente. Un ponte prediletto è stato gettato anche con lui, dopo l’adolescenza e la prima giovinezza trascorse. La nostra corrispondenza negli anni più vivi e più belli mi ha dato consolazioni inenarrabili. Quando qualcuno sproloquia della virtualità delle relazioni, io mi raccolgo come in preghiera sul grembo di quell’ insuperabile canto di affetti teso nella luce del valore condiviso e sorrido. Talvolta con dolore. Talvolta ironicamente. Talvolta per sconsolata insipienza del merito delle cose. Sempre con la certezza che l’astrazione del pensiero e la pienezza del sentimento, anche quando vissuti da lontano, non sono mai se veri surrogato della vita. Spesso sono la vita stessa sola e tutta intera. Così è stato. E’ stato a lungo tra me e mio papà. Certo, quelle che seguono non sono tra le cose più belle che ho scritto di lui ed a lui e non le più significative. Sono però le mie parole vere ispirate a lui nell’ora del congedo.

 

Addio, rapsodo di sogni.

Stamani, intorno alle 9.00, se n’è andato mio padre, Savino. Aveva compiuto 90 anni l’11 Aprile scorso. Era nato a Campolieto, in Molise, nel 1924. Da quarant’anni viveva poco lontano da Roma.

Il titolo di questo breve ricordo è parte di un pensiero a lui ispirato che scrissi tanti anni fa, e che ho negli anni quasi imparato a memoria. “Addio, rapsodo di sogni, spesso incompiuti, abbandonati mai”. Lo dedicai a mio padre in un attimo di folgorazione e di sintesi che mi colse credo sulla piazza antistante la Chiesa del paese in cui abito, a metà degli anni Novanta. Lo fermai sulla carta quel giorno stesso e poi nel tempo lo rielaborai più volte trascrivendolo su tanti e diversi quaderni nomadi che hanno accompagnato il mio pellegrinaggio interiore in questi decenni.

Non ho avuto bisogno di cercarlo. E’ fissato per sempre nel mio cuore e nella mia mente da tempo.

Posso dire che ho sentito morire il papà stamani. Una strana malinconia mi ha accompagnato fin dal risveglio. Qualcosa di inspiegabile che ha più volte tentato di farsi pianto. Commozione prima davanti allo specchio in bagno mentre mi facevo la barba. Poi sempre più precisa e dolorosa consapevolezza del tempo e degli affetti. In sala, nella luce del mattino, dentro l’aria fresca di un’estate incipiente, bella ma non ancora calda, mi sono calmato in me stesso.

Allora, seduto davanti alla finestra di sempre, mentre il verde stemperava il canto dolce degli uccelli e una brezza annunciava il giorno, ho pianto. Qualcosa si è fatto largo in me in modo sempre più deciso. Un sentimento complesso, la cui natura ho faticato a decifrare e la cui origine ho stentato a riconoscere. Subito però si è fatta avanti una memoria, ed è lì, credo, che il papà mi ha salutato. Ho rivisto una sera di tanti anni fa, lucida e chiara nascere in me. Oggi, come allora, stavo seduto davanti alla finestra. Era un’estate di fine anni Ottanta. Stavo concludendo la stesura di “Exsultet”. Per una serie di motivi che non voglio ricordare qui, in quelle sere d’estate, vigilia di vacanza, sedevo a lungo, ore intere, fino all’incalzare del sonno, a godere il fresco. Spalancavo entrambe le finestre, quella della sala e quella dello studio alle mie spalle. Mettevo musica classica ad un volume accettabile e poi iniziavo a viaggiare, dentro me, soprattutto, ed insieme nello spazio e nel tempo. Ricordo che talvolta rivedevo come in una vertigine gli apici esistenziali, belli o dolorosi, della mia adolescenza, il rapporto con mio padre. La Poesia. La Vita. L’Amore. Gli Affetti. Tutto, tutto, tutto, passava come un turbine dentro e mi lasciava placato e felice alla fine della musica e della serata, quando la notte era ormai giunta, con il cuore e le mani piene di canto. Talvolta era come se le intuizioni si sfiorassero tra loro e si componessero lontano, in una vita non mia, forse quella di mio padre. Andò così fino a quando ai primi di Agosto partii per la montagna, dove raggiunsi Elena che era già là insieme ai suoi. Exsultet, il mio poema più significativo, quello al quale avevo dedicato quasi quattro degli anni più intensi della vita e sacrificato tanto, era quasi ultimato e la rivista Madre chiudeva per le vacanze estive.

L’anno successivo pubblicai Exsultet . Qualche tempo dopo, mio padre mi regalò l’ultima sua fatica poetica, “Sinfonia cosmica”, un piccolo libro dalla copertina in un colore azzurro con venature bianche, che ho riposto dentro il comodino, dove tuttora è.

Pensavo a tutte queste circostanze, stamani, davanti alla finestra, in una solitudine più composta e meno tesa di allora, presente al reale che è il qui ed ora di questi anni.

Ero commosso ed ho pianto.

Non avrei mai immaginato che proprio in quegli stessi istanti mio padre stesse morendo.

L’ho saputo più tardi.

Ora so che mi stava salutando, con la puntualità di sempre.

Così, come stamani, infatti, non l’avevo più vissuto né in casa né altrove. Mai più avevo ricordato con tanta precisione e presenza quelle notti d’estate, di vita e di canto.

Addio, papà, rapsodo di sogni spesso incompiuti, abbandonati mai. Tra i quali, forse, sono stato anch’io.

1 Giugno 2014, ore 12,15

 

Perdono.

Perdono

Chi ha patito un’ingiustizia, soprattutto se vissuta nell’impotenza degli innocenti, sconta il permanere nell’anima di una sorta di doloroso risentimento. Avverte e insieme attende l’incombere di un qualche risarcimento che ritiene dovuto dalla vita a se stessa. Non sono sufficienti il perdono, il balsamo del tempo, l’avvento di un’altra vita, diversa, lontana e perciò essa stessa ricompensa nel suo essere dono. Così può accadere che, pur senza essere lambiti da quel demone irrequieto e diffuso che è l’invidia, quando si incontra qualcuno in cui si rilevano, sia pure nell’estrema lontananza dell’improbabilità, i segni stessi di ciò che noi abbiamo perduto o di ciò che ci è stato ingiustamente tolto, possiamo ritenere responsabile egli stesso di qualche torto. Un transfert immaturo e del tutto immotivato, che viene rimosso dall’anima solo quando essa si offre alla sublime  verità di sentimenti ispirati dalla gratuità:  l’amore o l’amicizia. Il loro avvento riapre la via della comunione e sigilla il compimento della giustizia. La ferita, già rimarginata, scompare in una dissolvenza piena che ne rende invisibile qualsiasi residua traccia.

«Una stella incoronata di buio».[5]

«Una stella incoronata di buio». [1]

«Una stella incoronata di buio».[2]

«Una stella incoronata di buio».[3]

«Una stella incoronata di buio».[4]

Il fatto che Benedetta Tobagi abbia scelto di intitolarlo “Una stella incoronata di buio” e di iniziare il libro con i versi di un poeta, Pierluigi Capello, di cui ho letto talvolta, non è stato ai miei occhi fin da subito privo di significato. Un altro indizio per le risposte? Il sentiero di luce si inerpica dunque, anche per Tobagi, nella contemporaneità, lungo le crode del canto, dopo il Novecento, un secolo tragico, e dentro il Duemila, quando inizia il millennio della mistica, secondo Raimondo Panikkar? Inatteso, qui, ma al diapason dell’intesa, nella risonanza interiore, un altro poeta: Paul Celan. Una scoperta che ho fatto presto, ben prima di terminare la lettura del libro: mi è successo sfogliando il volume per consultare le note. E’ stata una rivelazione che mi ha tagliato il fiato: Paul Celan. Un’altra “stella incoronata di buio” del secolo in cui è maturata anche la strage di Brescia? Proprio la sua presenza dirompente nel contesto me lo ha fatto lasciare sullo sfondo durante tutta la lettura, affinché la profonda visione che da sempre sento viva in lui non si sovrapponesse, in questo lacerto di storia che è la storia della strage di Brescia, al limpido scorrere della narrazione.

Benedetta Tobagi ha posto all’alfa ed all’omega della sua opera due poeti: un seme inappuntabile di senso. La strage di Brescia è stata, dunque, una notte della storia (nel deserto?), una delle tante del Novecento? Celan, un viatico di luce, il testimone? “ …Una/ stella/ha forse ancora luce/. Niente,/ niente è perduto.”. Lo cita così, proprio in chiusura del libro: ecco la stella, ancora incoronata di buio. Il buio deserto del Novecento è illuminato dal canto del poeta.

«- Questa frase che hai detto. Potrebbe essere il titolo del tuo libro-». Marianella, la vedova di Gastone Sclavi, scorre i suoi appunti, mentre chiacchieriamo nella penombra di casa sua, […]». Benedetta Tobagi racconta la sua intervista. «– Hai detto “il deserto che è venuto dopo”-, Marianella cerchia più volte le parole con la penna e me le mostra.», prosegue. L’intervistata ha colto una frase che l’autrice ha pronunciato nel corso dell’incontro e l’ha a tal punto colpita da suggerirle di utilizzarla quale eventuale titolo del libro.

«[…] Sì, l’ho detto. L’ho pure scritto, senza accorgermene, sul mio quaderno (il sesto, ormai, da quando ho cominciato questa ricerca).

 Hai ragione, – continua lei, pensierosa. – Dopo è venuto il deserto. Potrebbe davvero essere un titolo,

 Ricorda bene gli anni di Brescia. Anni densi, felici, anche dal punto di vista personale: lei e Gastone hanno due bambini. Marianella ricorda la generosità delle persone, il senso della prospettiva, la bellezza di quella sensazione di stare costruendo il futuro. Tutto sembrava possibile.

 Invece non era vero.

 Sclavi, appena trasferito, torna a Brescia con la moglie per i funerali dei loro amici. Il 1974 marca una cesura netta, non solo nella loro vita e in quella della città. Per il sindacato, nonostante lo strapotere apparente, comincia una lenta inesorabile autolisi. La crisi economica pesa, ma i ritardi culturali saranno fatali. La sinistra istituzionale si avvita su stessa, il Pci si logora nella mediazione tutta politica e istituzionale con la Dc e abbandona a se stessa la pressante domanda di cambiamento che monta sempre più forte dalla società. A Brescia è la bomba a troncare una stagione di speranza. Sul resto del Paese, calerà ad asfissiarla lo sfacelo del terrorismo rosso.».

Quando scrissi «Deserti incanti», il testo in cui per la prima volta dedicai a Paul Celan un’ampia riflessione, non sapevo ancora che anni prima il poeta aveva intitolato “Un canto del deserto” il poetico prologo di un suo libro. Il deserto come categoria ontologica dell’esperienza umana, sempre, sia pure nel contrappunto di una poetica visione che con altrettanta tenacia tenta di ricondurlo al diapason della Luce? Oppure, il deserto come cifra antropologica di un secolo, il Novecento, che ha visto nichilismo prima e secolarismo poi inaridire la vena esistenziale e spirituale, il segno distintivo dell’umano nell’Occidente europeo della Modernità e forse non solo in quello?

L’orizzonte storico temporale sul quale si affaccia e che circoscrive il deserto di cui scrive Benedetta Tobagi sembra ben delineato, e la citazione che ho scelto mi sembra una sintesi efficace ed essenziale al fine di comprenderne sostanza, luogo e tempo.

Eppure, quella citazione, si salda con una tensione ineluttabile in me, ad ogni passo del mio interrogativo spaesamento, davanti alla Storia cui si affaccia la mia piccola storia personale e di nuovo qui nella riflessione stimolata ed indotta da una lettura fortemente evocativa.

Credo che la mia più profonda attrazione verso il libro di Tobagi si ponga qui, nella domanda che questo titolo, mancato, postula. In una sintesi che è anche flessione coerente di un’intera vita, la mia questa volta. Una domanda (le domande?) che mi ha accompagnato e a tratti tormentato durante la lettura, come del resto nel corso della mia intera vita. Il deserto che è venuto dopo, certo. Ma quale deserto? Dopo quando? Dopo chi? Il deserto che noi, tutti, abbiamo attraversato? Il deserto che trovò causa nella storia che ruota intorno alla strage o l’inizio di un deserto di cui la strage potrebbe essere stata effetto? La domanda si apre a ventaglio. Il titolo del libro, certo. Ma quale libro? Questo, che sembra affacciarsi ad un deserto, o un altro libro, che di quel deserto avrebbe potuto dire il nome proprio, narrandone la genesi, la nascita, il lungo ineluttabile svolgimento destinale che affligge una civiltà intera in un transito epocale? Nel pieno di una storia che, se ha trovato negli anni della strage i suoi fondamenti, ha sviluppato in modo esponenziale anche nei successivi un’ampia complicità nella desertificazione. Chi sono, (chi siamo?) i protagonisti, tutti, di tale passaggio epocale?

Mettere lì Celan è un indizio che significa avere consapevolezza del transito. Scrivere un libro intitolato “Il deserto che è venuto dopo”, significa, avrebbe potuto (dovuto?), alzare lo sguardo dalle carte processuali per rivolgerlo soprattutto dentro se stessi. Significa (avrebbe dovuto?) compiere un pellegrinaggio interiore attraverso il volto devastato dell’umano, che la storia del Novecento ci ha consegnato. Significa chiederci se, quanto e come abbiamo contribuito a costruirla. Esplorare l’anima e la coscienza di un Paese alla luce dei tempi. A cominciare dalla propria coscienza e dalla propria anima. Un esercizio spesso caro ai poeti e certamente svolto, nel cuore della notte novecentesca, in modo luminoso da Paul Celan. Che pose il sigillo tragico di un indirizzo senza scampo, al termine di un passaggio sublime nel deserto di questo nostro tempo. Credo che la mia inquietudine e la mia domanda avessero sempre uno sguardo acceso là, lungo la Senna. Dove la Modernità, deserta dell’uomo e desertificata dal cinismo, aveva convocato allo schianto una delle sue più luminose stelle. Incoronata dal buio di un’umanità da tempo cieca a se stessa e sempre più vuota di sè. Redenta, forse per sempre, eternamente ed in eterno, dalla sequela cristica, ma certamente storicamente perduta a se stessa, nel naufragio smemorato di sé e della propria origine che il Nichilismo prima ed il Secolarismo poi hanno cullato. Perché ampio è l’orizzonte del deserto e numerose le sue dune, talvolta fatali all’umano.

 

“Una stella incoronata di buio”.[4]

«Una stella incoronata di buio».[1]

«Una stella incoronata di buio».[2]

«Una stella incoronata di buio».[3]

Il pomeriggio del 28 Maggio 1980 sedevo sotto una pergola con la persona che sarebbe diventata mia moglie. Eravamo appena scesi dall’autobus, al capolinea, in una frazione cittadina dove era sorto uno dei primi grandi supermercati. Niente a che vedere con gli attuali centri commerciali, anche se si trattava di un complesso di tutto rispetto, soprattutto per gli standard dell’epoca. Avremmo voluto vedere non so più quale elettrodomestico o accessorio per la casa: ci saremmo voluti sposare entro poco e riuscimmo nel nostro intento l’anno successivo. Eravamo in anticipo sull’orario di apertura. Non so perché, quel giorno non avessi ancora comprato il quotidiano. Nell’attesa, raggiunsi un’edicola poco lontana. All’epoca, la rete non esisteva. In compenso, venivano pubblicati alcuni quotidiani del pomeriggio. Fu in prima pagina del più diffuso tra di essi che lessi la notizia dell’uccisione di Walter Tobagi. Tacemmo a lungo, mia moglie ed io, sgomenti. La bella giornata di primavera, carica di promesse condivise da vivere insieme, si era fatta improvvisamente triste. Forse non rinunciammo al nostro impegno presso il centro commerciale. Certo, indugiammo nella lettura. Allora, ero un lettore fedele del Corriere della Sera, lo sono stato per quarant’anni, giornale nel quale Tobagi lavorava dal 1972. Il 20 Aprile di quello stesso anno, poco più di un mese prima, aveva pubblicato un articolo memorabile dal titolo “Non sono samurai invincibili”. E’ un articolo che ho linkato spesso, in questi anni, ogni volta che si è presentata una circostanza propizia.

La mia fragile impalcatura, imbullonata da poco con i ganci istituzionali della professione, era già di nuovo minacciata dalle domande di senso che avrebbero dovuto ispirare il mio impegno, umano e professionale: ed io quanto e come lo avevo seguito nella testimonianza personale?

Il pomeriggio del giorno dopo, solo in redazione, mi giravo tra le mani il tesserino. Da qualche parte, in una delle carpette dell’archivio, conservo uno dei rari testi scritti a mano e mai tradotti in bella copia. Con macchina da scrivere o più tardi in formato digitale. Sono sicuro di averlo conservato, sebbene in un luogo piuttosto remoto, perché in anni recenti l’ho cercato e ritrovato. Senza poi farne nulla. E’ l’inizio o l’abbozzo di una lettera che scrissi piangendo quel pomeriggio, mentre mi interrogavo sul senso dei miei anni, su quale significato avesse la mia piccola esperienza professionale se altri pagavano con la vita la propria volontà di capire e di condividere le verità intuite, se il mio modestissimo profilo di giornalista non fosse troppo fragile ed infine inutile rispetto alla drammaticità della storia dentro la quale ero immerso…Se non fosse stato più dignitoso nella luce della coscienza dei miei giovani anni restituire la tessera, affinché altri più meritevoli di me potessero continuare nel dare testimonianza ed in ciò ristabilire un tessuto civile più degno… Credo che ad un certo punto e dopo tempo la penna fosse caduta da sé. Vittima di tutti i ricordi che il decennio da poco concluso lasciava affiorare: fresco di sconfitte, di marginalità, di rinunce. Ancora una volta tu, e proprio ora. Non sentivo tanto il peso di un compromesso, che non stavo certo subendo, quanto l’incantesimo di un valore alto che non sapevo o non potevo nell’angustia del mio limite anche personale testimoniare in modo umanamente dispiegato. Le dimissioni che diedi, quasi vent’anni dopo, dal giornale, avevano iniziato a lavorarmi il cuore, con la luce della coscienza, già lì. Ora lo so.

Credo che il ricordo di suo padre sia però l’ultimo tra i motivi che potrebbero in qualche modo rispondere alle domande che mi sono posto riguardo alla lettura del libro di Benedetta Tobagi.

Dunque? Ci sono i luoghi, certo, con molti dei quali ho intrattenuto una assidua familiarità, nella città in cui sono nato e fino a 36 anni ho vissuto. Non ne ho amato molto il profilo socio economico e politico, che la stessa Tobagi tratteggia in modo preciso e, per le necessità del contesto narrativo, esaustivo. Certo, non c’è angolo o pietra della città che non mi possa parlare e raccontare una storia in gran parte condivisa. Quando scrive del monumento dedicato a Nicolò Tartaglia matematico e della Chiesa di Santa Maria Calchera, una folla di ricordi m’incalza. Scorrono gran parte delle figure familiari a me più care in quel lacerto di memoria sollevato dalla sua narrazione. Nulla e nessuno, però, che mi riconduca, sul filo di un’esperienza squisitamente personale, in medias res, alla strage, nella traccia di un’esperienza squisitamente personale.

In piazza Loggia del resto, quel 28 maggio, non c’ero. A fine aprile, ero partito per Glorenza, a pochi chilometri dal confine svizzero, dove avrei svolto parte del servizio militare. Però rammento perfettamente cosa successe quel giorno. La notizia ci era comunque giunta. Ricordo lo sgomento, l’ansia che ci prese nell’attesa di saperne qualcosa di più. Fu solo a sera, nell’unico locale del paese, credo, che alcuni di noi poterono vedere. Ci eravamo recati subito là, allo scoccare della libera uscita. Vidi, credo, uno dei pochi telegiornali della mia vita, in quell’occasione ed in quella sede. Non ho mai avuto la televisione, dopo che a 19 anni, sono uscito di casa. Ricordo il silenzio che ci attanagliava, l’impotenza che piano piano saliva in noi, il desiderio di essere una coscienza civile nell’inutilità di quel servizio che all’epoca e sicuramente alcuni fra noi sentivano e vivevano come inconcludenza punitiva. Ricordo alcuni nomi e volti, tra quelli in quei giorni a me più vicini. Forse non erano con me nel locale: le rispettive destinazioni ci avevano già divisi. Che fare? Nulla si sarebbe potuto. Che dire? La riflessione personale si smorzava appena dentro la caserma, non certo l’ambiente ideale per dare libero sfogo alla sete di verità e di giustizia. Una sola cosa posso dire con onestà intellettuale: non so se sarei stato in piazza, quel giorno, trovandomi a Brescia. Non voglio millantare un credito ex post che mi ha disgustato in altri, quando l’ho visto posto in essere con qualche blanda credibilità personale. So che quell’impotenza e quell’assenza hanno sussurrato in me, per anni, come una ferita. I giorni successivi, zaino affardellato, pronti per la marcia di addestramento al campo in adunata, senza nemmeno il conforto delle coscienze più illuminate al mio fianco, le due o tre che pure avevo avuto la gioia ed il bene di incontrare lassù, la fatica altrimenti accettabile mi sembrava un esercizio di stupidità ancor più eloquente di prima e di sempre. Lo ammetto: la mia sete di rispetto per l’istituzione in sé e soprattutto per le persone che ne incarnano il significato nel ruolo, ha conosciuto spesso esitazioni drammatiche. La coscienza politica, se di quello si tratta, matura dentro una risposta di senso. Quando l’insensatezza non riesce ad abbozzare nemmeno l’embrione di una risposta di verità e giustizia, il rispetto, lo ammetto, vacilla. Ero ancora pienamente dentro il decennio infernale della ribellione e forse è stato quel ribollire dell’anima in una memoria evocata ad incollarmi senza sosta alle pagine di Tobagi.

«Una stella incoronata di buio»[5]

«Una stella incoronata di buio».[3]

«Una stella incoronata di buio». [1]

«Una stella incoronata di buio».[2]

«Una stella incoronata di buio».[3]

Benedetta Tobagi. E’ il suo primo libro che leggo, ma perdo pochi degli articoli pubblicati sul quotidiano “la Repubblica”. La stimo da lungo tempo. Non vi sono tracce che attestino tale mia valutazione, se non forse qualche piccolo segno, come questo, per esempio, un twitt del 2 Febbraio 2011:

«“…ovunque si sono affermate forme di perversione morale…”. Benedetta Tobagi, intensa e vera. Da leggere. http://tinyurl.com/5vhmmjk».

Ho lasciato sullo sfondo del suo talento personale, che ho apprezzato per qualità della riflessione, il nome di suo padre, Walter Tobagi. Ho fortemente coltivato tale distinguo, come succede sempre per le persone che stimo per la qualità etica che traspare dalla loro testimonianza. Solo durante la lettura di questo libro, forse invitato dalle lievi ma significative contaminazioni autobiografiche che Benedetta Tobagi stessa introduce, mi sono ricordato di una circostanza. Sulla quale sono tornato altre volte, nella vita, ma mai per associazione con lei, che pure leggo da tempo.

Quando suo padre venne ucciso, il 28 Maggio del 1980, avevo 27 anni. Da poco più di due, lavoravo in un mensile editato nella mia città. Ad aprile di quell’anno, dunque da un mese soltanto, avevo ottenuto l’iscrizione all’albo dei giornalisti, pubblicista. L’approdo al giornalismo aveva significato per me la fine di un cammino di auto dissipazione iniziato nel Sessantotto. Il tesserino era il sigillo istituzionale, il segno di una minima ricongiunzione fra il margine esistenziale nel quale mi ero cacciato e che avevo accuratamente coltivato con comportamenti che mi erano valsi numerosi ed aspri scontri con mio padre ed una certa solitudine, anche fisica. Un decennio infernale, anche se non privo di un suo fascino. Un percorso di iniziazione alla ribellione le cui tracce non avrei saputo più cancellare, nemmeno quando i prodromi sembravano del tutto scomparsi sotto il manto di un nuovo percorso esistenziale adulto. Mio padre era un giornalista ed io avevo iniziato, sin dalla prima adolescenza, un efficace cammino di distruzione della sua figura culminato nell’apoteosi legittimante sessantottina: la “contestazione”, globale, ricordo. Ai motivi personali, familiari, affettivi, e psicologici, si erano aggiunti in una miscela esplosiva gli argomenti sociali, sociologici. Allora non ne avevo una così piena coscienza, comunque tale da ascrivere i miei comportamenti ad un preciso orizzonte politico. Certe pulsioni profonde erano inconfessabili persino alla ristretta cerchia di amici più cari e talvolta non sapevo rivelarle nemmeno a me stesso. Lo avrei fatto più tardi, molti anni dopo, in modo lucido, consapevole. Quando non avevo più nessuno dei compagni di allora cui confidare la verità ed i motivi per accamparla in me stesso erano divenuti testimonianza personale.

“Ma perché?”. La domanda, ripetuta con tono accorato, mi era stata rivolta da un amico molto più giovane di me, quasi trent’anni di meno, in un giorno di primavera, verso la fine degli anni Novanta. Unostupore condiviso dagli altri presenti, tutti raccolti in un pugno di anni, cinque. Già, perché? A pranzo ci eravamo allargati come spesso accadeva in un clima di reciproca confidenza e curiosità nei confronti uno della storia dell’altro. Quando mi avevano chiesto qualcosa della mia vicenda professionale, avevo introdotto insieme al canone ribelle anche la sua genesi, che attingeva quella prima, lontana dirompente dissidenza: umana, familiare, professionale, sociale. Di classe, si sarebbe detto negli anni del suo compiersi in me. Anni nei quali vigeva un altro canone aureo: “il personale è politico”.

Già, perché? Ci sono cose che capisci bene e a fondo solo con l’età e a distanza di anni. Sono le stesse che spesso non riesci più a condividere con altri, assai più giovani di te e privi dei fondamentali interiori in grado di sostenere una conoscenza condivisa. Ci sono verità di te che ti confinano in un imbarazzante (doloroso?) solipsismo. Atti, fondamenti etici, verità che nel contesto in cui li vivesti sembravano essere, nella loro calcinante presenza reale, ineluttabili. Irrevocabili esistenzialmente. E che all’improvviso si sciolgono come neve al sole quando cerchi di darne testimonianza davanti ad altri che non ne hanno esperito il senso e che sono privi di quegli accenti che costituiscono le soglie dell’accesso ad una verità condivisa.

Certo, in un Paese alla deriva, saturo di corruzione, di soggetti antropologicamente dotati di una spericolata visione della legittimazione familistica, fideisticamente vocati al culto dei vincenti sempre e comunque purchessia, è sempre stato, anche nel sessantotto, assai difficile tentare la condivisione di una prospettiva ideale, sapida seppure sconfitta, in luogo di un’accurata predilezione dell’interesse di parte, anche quando illegittimo ed insipiente.

Già, perché? In fondo, era la stessa domanda che, con toni diversi e un poco più irritati, mi poneva sempre anche mio padre, davanti ai troppi, inesorabili fallimenti cui mi autocondannavo. Dapprima afflitto da un ribellismo non privo di accenti estremi tipici dell’adolescenza, poi sempre più persuaso da una tensione etica. Che, lo scoprii presto, era ancor più difficile da vivere, priva com’era della sua flessione trasgressiva ed esplicitamente tale, rispetto alla ribellione del giovane che ero stato.

Benedetta Tobagi, nel libro, definisce Manlio Milani “zio”. Il rapporto che lega l’autrice ad una persona che ha perduto nella strage di Brescia la moglie e sicuramente almeno due tra gli amici più cari, è una delle cose più belle che ho scoperto leggendo. Non voglio avvilirlo chiudendolo nel segmento piccolo delle definizioni. Ne scrivo qui, poco dopo avere denunciato la mia impotenza generazionale a condividere una scelta etica, perché in Tobagi e Milani si compie il miracolo opposto. L’incomunicabilità fra generazioni, sfiora la soglia della comunione. Le loro storie pur così lontane fluiscono nel raggio luminoso di una comprensione profonda, oltre gli steccati generazionali che avrebbero potuto dividerli. Camminano insieme davanti alla storia e nella vita. Lo “zio” è il testimone eccellente di un mondo fitto d’ideale, di dolore e di fatica che lei ha conosciuto solo in parte e che in qualche modo, rivela qui e là nelle pagine del libro, sembra rimpiangere. Denunciando la mancanza di alcuni dei caratteri primari e costituivi di quell’esperienza, così intensa e così eticamente tesa ed umanamente bella. Se posso concedermi una licenza interpretativa, solo sfiorando le rispettive biografie, che conosco poco, vorrei dire che il dolore è (può essere) un viatico sublime di comunione. Abbatte muri invalicabili nelle relazioni sapide di chi, invece di chiudersi su se stesso a coltivare rancore, si apre all’altro con speranza e con fiducia, malgrado la ferita violenta della prova lasci sul cuore di chi soffre cicatrici mai per sempre chiuse.

«Una stella incoronata di buio».[4]

«Una stella incoronata di buio».[2]

«Una stella incoronata di buio». [1]

«Una stella incoronata di buio».[2]

Sono stato negli anni della giovinezza ai confini dell’emarginazione. Oggi si direbbe un candidato border line. Dopo essere stato sempre un primo della classe (oltre il Sessantotto, almeno fino al Settanta), mi sono auto confinato nella marginalità sociale, coltivando profili sempre più a rischio. Lo scenario che Tobagi tratteggia non è così lontano dai fondamenti causali di tale parabola. Lì ho iniziato a lottare contro vento (e contro me stesso, prima di tutto: avverso all’io borghese che ero stato educato ad essere e che era ben vivo in me) dopo essere stato a lungo, durante tutta la mia allora ancor breve vita, un prediletto dalla sintassi istituzionale, sociale ed anche scolastica. Non interessa nessuno qui ora indagare i motivi. Preme, a me, per trovare il filo della risposta, dei perché, cogliere l’intersezione esistenziale e di senso fra la Storia, la maiuscola, che è tema della Tobagi, e la mia piccola vicenda personale e feriale, se uno ce n’è. Che cosa di tanto significativo ha non solo lambito la mia coscienza, ma ha al tempo stesso rivoltato la mia piccola autobiografia da rendermi affascinato nella lettura ed inquieto nella riflessione che essa ha suscitato? Eppure ho trascorso gran parte della mia vita a meditare sul rapporto tra la mia origine ed il mio destino, alla Luce di una visione altra rispetto a quella della Storia che mi è passata accanto e della ferialità che sono stato chiamato a vivere.

Già durante la lettura, ho sentito affiorare alcuni indizi, forse secondari, che concorrono però tutti insieme a formulare un tentativo esaustivo di risposta.

L’articolo citato di Gad Lerner. Dopo poche righe, ho capito che avrei comprato e letto il libro. Il testo del giornalista è stato decisivo nell’orientare la mia scelta. Insieme ed ancor più delle parole, lo è stata, però, l’immagine di Arnaldo Trebeschi che piange chino sullo striscione che copre il corpo esanime di suo fratello Alberto, e che ha suscitato in me ancora una volta (quante volte l’ho rivista in questi decenni?) un profondo turbamento e commozione. E’ lui la persona ritratta nella fotografia che illustra l’articolo di Lerner. Fu mio insegnante di Fisica, il primo anno all’ITIS “Castelli”, nel 1967-’68, credo. Non riesco a ricordare invece i motivi per cui ebbi tra i miei insegnanti di Fisica lo stesso Alberto, forse per un breve periodo, in prima. Erano gli anni del preside fascista (proprio quello che cita sia pur fugacemente Tobagi stessa), quello che in una mattina d’autunno del ’67 mi chiamò in presidenza insieme ad altri compagni di altre classi per affidarmi, per meriti, il profitto, maturati nel corso scolastico precedente, l’incarico di capoclasse. Un’investitura solenne e piuttosto impegnativa. Fu uno dei primi profili personali accreditati istituzionalmente dei quali feci strame, a partire da quasi subito, per tentare di liberarmi del me stesso borghese che ero stato e che ancora sopravviveva in me. Avvicinandomi con gli stivali delle sette leghe a quell’abisso di solitudine morale e sociale che non trovò alcuna risposta per un decennio almeno, in quegli anni turbolenti, se non una sempre più vasta e profonda dissipazione (di me stesso). Evidentemente, le limpide (e rarissime) figure istituzionali che incontrai non furono sufficienti a corroborare la fiducia che avevo sempre mantenuto fino a quel tempo in loro (ed in me stesso). O forse, purtroppo, le incontrai solo marginalmente ed unicamente come insegnanti e per brevi intervalli di vita e ciò non fu sufficiente ad arginare la deriva ribelle in cui mi stavo infilando.

«Una stella incoronata di buio».[3]