La Vita semplice. [Tu, Luce del Mondo].

La Vita semplice. [Tu, Luce del Mondo].

La Vita è un inno francescano alla gioia. La Vita semplice, la nuda Vita, la Vita sola. La Vita che ogni giorno nasce e sboccia inattesa, che improvvisa e sempre fiorisce davanti. Muta ci sorprende e sempre, la Vita vera, c’innamora.

La Vita che ringrazia di essere così come è nata ed è. Il suo statuto di dono ne ricorda sempre lo stato di Grazia. La sola parola che ci abita dall’origine con diritto e dignità: Grazie.

Aprire gli occhi. Sentire ed ascoltare il battito del cuore. Lasciare che le gambe ci sostengano, mentre guidiamo l’incantesimo del risveglio dentro i nostri nuovi passi. Accompagnano il nostro cammino. Le braccia che si aprono, si sollevano, le mani che si dispongono all’incontro per stringere altre mani, sorelle.

[Dove, Signore, l’incantesimo si è spezzato e la distinzione da atto d’Amore si è fatto feroce disprezzo, preludio dell’azione belluina che vuole annichilire la mano altra, qualsiasi alterità di noi? Perché, dove abbiamo dimenticato che siamo sempre l’altro di qualcuno? Che l’altro siamo noi?]

Le labbra si dischiudono. Non per violare l’amabile Silenzio in cui Tu ti annunci ogni mattina: nella temperie sei nota misericorde, nella gioia sei come un felice compagno d’avventura. Le labbra si dischiudono per intonare la preghiera che silente ci detta dentro. Le labbra si dischiudono per pronunciare parole minuscole e sufficienti. Mentre cerchiamo di costruire sempre in noi l’orizzonte interiore che ce ne renda degni. Parole unicamente generose di noi stessi e senza spreco di un credito inesigibile: perché l’essere non è mai strumento o funzione ma unicamente un tratto della Creazione almeno pari a noi nell’essere noi la parte migliore di noi stessi. Bisogna almeno tentare di Vivere… [è l’invito del poeta].

La porta di casa si apre come sempre verso un quotidiano sentiero di Libertà. Chi in Origine la donò? Chi la restituì al nostro spensierato esistere per lunghi, talvolta inconsapevoli e irresponsabili anni?

Compiamo uscendo il gesto responsabile di essere nel mondo, rispettosi e grati del mondo [Grazie: il nostro risveglio è stato sempre una tensione alla gratitudine o abbiamo più spesso preferito soccombere alla risentita flessione dell’io che sempre conduce al rancore e nel rancore alla battaglia?].

La Vita pullula intorno alla nostra affollata solitudine di volti estemporanei, ed anch’essa è stata spesso, come può esserlo il Silenzio, una Grazia ed un dono. Nel frastuono delle insensatezze e nell’affollarsi di presenze curiose di tutto ma non dell’Anima, il solo fondamento relazionale essenziale affinché nascano l’incontro e la Vita dei due. [Dove ti sei smarrita armonia del Silenzio, custode attiva e premurosa della Solitudine, amica confidente della Speranza? In quale buio anfratto di noi ti abbiamo smarrita, sedotti dal cinismo o vinti dal terrore?].

Tutto fu composto e là era, in Origine, nell’Armonia creata per noi ed in noi. Nessuno infranse per lungo tempo la compostezza contemplante. Il poco che abbiamo è sufficiente. L’essere che siamo è tutto.

Non possiamo dimenticare che tutto è Grazia e dono e non possiamo fare altro che ringraziare, quando la compostezza armonica del microcosmo in cui viviamo è l’essenziale e l’essenza della Vita stessa. Luce dentro, Luce davanti. [Dove Signore e quando abbiamo infranto l’Orizzonte, da quale feritoia il buio ha fatto scempio di noi, invadendo la luminosa chiarità del tuo dono fino a renderci abisso?].

Perché dunque chiedere ancora, perché desiderare? Perché issarci sino alla più alta e luminosa parte di noi e poi reclamare di avere altro, altro ancora e più di noi? La volontà concupiscente è dunque la feritoia? E il nostro parossistico desiderio di avere, è l’incurabile ferita?

La lunga sosta nel sabato, dentro la soglia dell’Attesa, non è l’incompiutezza dell’Assenza. E’ la primavera di ciò che ora siamo nell’essere ciò che fummo. Il tempo cura tutte le ferite e l’estremo addio viene come un istante fratello dell’ora nascente.

Nessuno chiese nulla e nulla ci fu dovuto.

Tutto è stato dono e come tale si è rivelato il suo avvento.

Restituirlo è un atto naturale, come lo fu l’entrare con sguardo animato e cosciente nel cono di Luce della presenza. La vita si basta di se stessa. Su di essa sorrideva il sole degli stati nascenti, quando è toccato a noi entrare nella presenza al reale. E camminare con il nostro volto e con un nostro nome. Affidato anche quello al Mistero che abita l’anima, un mantello identitario amorevole, viatico di caritatevole compagnia nel cammino singolare eppur vocato alla comunione. L’anima, il volto, il nome, note sinfoniche nell’armonia degli incontri. Nel Coro della Vita. [Dove Signore abbiamo intonato la dissonanza che ci ha allontanati da noi stessi, dalla profondità dell’io e poi ci ha posto nella irriconoscibilità dentro la relazione? Chi di noi ha scagliato la prima pietra, per spegnere l’anima, deturpare il volto, cancellare il nome? Perché lo fece? Perché lo abbiamo fatto? Perché con la pervicace ostinazione del nostro essere la parte più oscura di noi tuttora lo facciamo?].

Fummo accolti e avremmo dovuto essere accoglienti.

Fummo dono e avremmo dovuto essere almeno gratitudine, se non restituzione.

Tu hai redento Signore la parte oscura di noi che prevalse ed ancora diffusamente prevale.

Lasciaci cantare la gioia della Luce che irradi nel mondo. Lascia che come un lampo, come un lacerto, come il riverbero dello statuto originale, che fu Innocente, la nostra umilissima ed inutile parola si alzi ancora nella notte, che pure abbiamo conosciuto, frequentato e talvolta dissolutamente amato.

Lasciaci il Tuo redento perdono.

La fine non è una resa. Il linguaggio armato è poco affine alla Vita semplice di cui stimiamo indegnamente l’essenza. È un artefatto inutile, del quale la Vita vera non ha né nostalgia, né bisogno, né necessità alcuna.

Ci difendiamo da soli ed in silenzio. Poiché le parole dei poeti nascono sempre e solo nella solitudine disarmata a tutto di chi si affida all’ascolto, di Te o del Silenzio.

Vieni Tu, Signore, a scrivere qui la parola Fine sul mio tratto terreno.

Sarà lo so l’inizio di un altro cammino nella storia di sempre.

Che è un atto di creazione infinita e di eterna creatività.

Le labbra che si dischiudono nel mattino al risveglio, gli occhi che si aprono, le mani cercano e spesso riconoscono unicamente, anche in questi terribili tempi, una sola dolente e pur sempre vera intonazione: perché la Tua solenne sinfonia si ispira alla Gratuità. Alla Grazia. Alla Gratitudine.

Prendimi Signore come vuoi e quando vuoi: la Vita Semplice che mi hai donato, è Tua. Il mio minuscolo grazie non potrà mai attingere compiutamente la pienezza della Luce che Tu sei, Luce del mondo. È stato bello tentare di vivere l’avventura della compiutezza terrena, sapendo che il Tuo orizzonte è Celeste.

 

Il 16 Aprile 2022, ore 9.30

 

 

Litanie dell’incontro/7.

Litanie dell’incontro/7.

Ci sono stati Natali dentro i quali tu stavi lì, a mani nude, come sempre e come un tempo, in attesa che la domanda prendesse forma in una stretta, che ricongiungesse i cammini nella resurrezione innocente dei propri destini. Che il lungo e dolente silenzio fosse avvento e la comunione il natale di un risorto abbraccio. Tu e tutti quei volti, quei cammini inconclusi, andati via forse per sempre e chi sa se davvero verso Cieli nuovi e nuove Terre.

I cloni ed i rispecchianti, due specie assai diffuse nella antropologia di massa, dominata da una comunicazione prona al suo servizio, all’eccellenza broadcasting anche quando fingeva la conversazione uno ad uno, da persona a persona, simulavano, in prossimità dell’ultimo schianto, l’esito del tramonto, una conversione. Un esercizio quasi impossibile per le donne e gli uomini disabitati da se stessi da tempi remoti ormai, i soli non sospetti.

Forse la grotta era la povera capanna angusta di solitudini che sempre si cercano e che mai s’incontrano, smarrite dall’orgogliosa sabbia che alza dune e confonde la traccia negli affollati deserti dell’ego. Lì, sarebbe nata, una volta ancora, o forse già era nata, sotto la stella silente e luminosa di una feroce povertà dell’Anima, la carità innocente che tutti cinge nell’indistinto abbraccio di un’identità sempre in cammino nei passi misteriosi dell’Incontro. Del suo avvento. Lì dove ogni più inespressa domanda trova la più compiuta ed estrema risposta. Lì dove la litania dell’addio scioglie il mistero dei nomi nella pienezza della loro oltranza di Vita. Dove i tempi della destinazione hanno la stessa nota interiore delle irrevocabili origini, nate dal Tempo ed in Esso eternamente congiunte. Dove la dismisura del Tempo che precede e segue e contiene ogni atto è finalmente compiuta nell’oltranza delle domande inevase, dei silenzi saturi di indicibile. Lì dove l’apparenza casuale del destino trova la puntuale coincidenza con il senso atteso del cammino. Lì, dove l’addio cede alla risposta senza il coraggio della domanda: “Abbracciami, mio Dio, per sempre ed una volta ancora cingimi nella Luce alta dell’ultima mia nascita”.

Da qualche parte, nessuno sa bene dove, qualcuno, nessuno sa bene chi, qualcuno di cui tutti sembrano o fingono di ignorare l’esistenza in vita, sta vivendo da tempo qualcosa, chi sa cosa, che qualcun altro inizia solo ora a pensare, o forse unicamente a rappresentare, avendolo furtivamente colto nelle regioni originali di uno stato nascente ormai maturo per essere visto, colto. Forse, non ancora capito. Il domani, nasce sempre dall’atto generativo di un incontro con l’innocenza.

La Litania che il poeta intona, sin dalla prima giovinezza, inclina unicamente a quell’incontro. Il solo in cui l’addio è una promessa di eterno domani.

Litanie dell’incontro/1.

Litanie dell’incontro/2.

Litanie dell’incontro/3.

Litanie dell’incontro/4.

Litanie dell’incontro/5.

Litanie dell’incontro/6.

Litanie dell’incontro/6.

Litanie dell’incontro/6.

Nel Natale dei poeti persuasi albergano i tempi generati dal Tempo.

Prima che il travolgente imperativo della festa obnubilasse la felicità responsabile, e singolarmente responsabilizzata, nel sabba dei tempi,la mano tesa ed innocente teneva l’orizzonte aperto all’infinità delle resurrezioni. E’ di lei che hai un caldo ricordo nel cuore, mentre gli affanni consumano il giorno e seducono nella perdizione di te stesso. È in lei che ancora attingi le domande che miti ti guidano nell’estrema sera. Che cosa vive in te di quell’aurora? Della persona che fosti, oltre l’imperativo dei cromosomi, nell’essenza dei doni? E di tutte le fugaci meteore di una comunione senza fondamenti, cosa è rimasto, se non il brivido a fior di pelle di un’emozione ebbra di ego? E di lei, la cometa amante della prima giovinezza, quale traccia resiste nel solco esistenziale della promessa di domani? La Luce, l’amata Luce dei silenzi, sospinge ancora in grembo alle più intense chiamate dell’ideale? E quale forma hanno assunto ora le lallazioni spirituali che, minuscoli accenti di vita, sospingevano la parola a nascere, oltre l’evidenza delle ore senza domani? Non so se la memoria ancora verrà, pura sorgente, all’appuntamento con la nostalgia. C’è come un vuoto cavo dentro, fatto del nulla dei giorni, privo del conforto del sublime silenzio. L’ora muta dei vinti, non quella resistente dei mistici e dei poeti. Dove sei finita creatura? In quale radura del giorno si è schiantata la tua solitudine in volo? Hai lesinato le parole amanti nell’ora promessa degli incontri? Hai seguito l’impura flessione dell’ego, mentre andavi agli appuntamenti con la Vita? Gli esami, già, il sarcasmo irridente che fiero provavi verso l’infantile contabilità serale dei peccati! Eppure nella gioia dei trionfi sentivi masticare amaro lungo il sentiero del cuore la tua ormai irredenta orfanezza interiore. Di te non è rimasta che un’orma inconsistente e frale. Signore, rendimi l’eco del magnificat dentro la squassata e vuota cassa armonica della gioia perduta!

Il Sogno dei poeti non è mai una pura astrazione. E’ l’unità generativa che dall’avvento della coscienza in sé conduce, nella più alta Luce, la vita del poeta al suo sublime e coerente compimento.

La loro parola cerca ed attinge la verticalità dell’Eterno, l’orizzonte celeste. Il loro corpo vive nell’orizzontalità dell’Infinito, la prossimità alla comunione.

Il resto, il pregio della forma, fosse pur la miglior forma, è solo illusione. Nota accordata al metronomo secolare. Che la scandisce nel qui ed ora della storia, ma è sordo alla sinfonia cosmica che attinge e detta la nota singolare ed eletta. La sola nota interiore.

Stavi lì, nella grotta ancestrale che sogna il grembo della madre sconosciuta e la ricomprende in sé, nel sonno di una sempre accesa ed inconsolata umana solitudine.

Ci sono Natali, ci sono stati anche per te, che nel caldo della rappresentazione bella e possibile hanno pulsato con il cuore freddo della marginalità e della impossibilità di tutto. Dei sentimenti, prima di ogni altra cosa. Ci sono stati Natali in cui l’illusorio conforto di partecipare ad una storia altra, che in nulla ti apparteneva dentro, non ha avuto campo in una dolente presenza a te stesso, prossima alla disperazione. Ci sono stati Natali poverissimi, prossimi alla condizione miserrima dell’abbandono, in cui solo il profumo dei mandarini posati sulla stufa a gas diveniva promessa di un possibile incontro. Il minuscolo accenno ed il fragilissimo accento di ogni altro e più grande Incontro. Ci sono stati i sogni spezzati nel travolgente silenzio di una solitudine vocata ad altri destini, primo fra tutti il Canto.

 

Litanie dell’incontro/1.

Litanie dell’incontro/2.

Litanie dell’incontro/3.

Litanie dell’incontro/4.

Litanie dell’incontro/5.

Litanie dell’incontro/5.

Litanie dell’incontro/5.

L’affanno dei retori nella caccia al corpo della cosa ed al nome proprio e giusto confondeva intimità ed estimità, in una corsa all’appropriazione indebita di ogni statuto interiore. Dove Kaos giaceva vinto, sarebbe nato [Risorto] un giorno Cosmos. Nessuno sapeva precisamente dove. L’angoscia panica non era dettata unicamente dalla contingenza storica. Lo stato nascente non è mai un effetto. Visto nella luce postuma della profezia, è sempre una causa.

L’ora tremula della Parola era forse già da tempo venuta, chi sa dove, chi sa quando, chi sa in chi, chi sa come. Ora era il tempo vivo della parola tremebonda, accomodata alla necessità di affermasi nel qui ed ora della Storia. Non sarebbe stato sufficiente dismettere i panni trionfanti un tempo, ed ancora trionfali nella sintassi dominante della migliore rappresentazione di sé, nella conservazione vigente, per attingere la fragile bellezza degli ultimi.

La persuasione nel Nome è una via caritativa, che non perdona nel sentiero dei testimoni e tutto chiede loro, mentre tutto ad essi dona.

La chiarità degli esiti sconta spesso l’ermetismo tacito delle premesse. La parola non promette mai: è sempre, nei profeti, nei poeti, nei testimoni, unicamente una premessa del futuro che accadrà.

Pochi, o nessuno più, abitavano, da immemorabile data, il ciglio dei tempi. I ricordi avevano abdicato alla smemoratezza. La pietas era un sentimento troppo intenso, e dunque insopportabile, per le anime cabriolet abituate alla confortevole zona del privilegio ed ormai disabitate da tutto. Il Tempo, la nota sublime cui si accordò un giorno lontano e per sempre la speranza, avvicinava l’appuntamento con l’Esito.

Ognuno presumeva di conoscere l’ora. Il senso smarrito delle cose, aveva annichilito in ciascuno ogni consapevolezza esoterica.

Gli stati nascenti, umiliati dai ruoli e dalle funzioni vincenti nel qui ed ora della storia, scontavano l’innocenza con esercizi mirabili di vita interiore.

Tutti sembravano capire tutto, ed erigevano sintassi comunicative prive di sentieri osmotici fondati nell’intuizione singolare. Lo sprezzo dell’originale incompiuto ed incompreso, preludeva Babele. Nessuno se ne avvide. Fino a quando, l’avvento del minuscolo sferzò l’apparenza e ne rase al suolo le fragili fondamenta.

Barcollando, la mano tesa in avanti verso un gesto fraterno e desueto, l’umano uscì dalla polvere cui gli anni, i decenni lo avevano confinato, incatenato al mistico silenzio o ad una parola poetica inutile a tutto. Esausto e vivo. Forse, risorto dal margine. L’orizzonte di nuovo aperto, dentro e davanti.

 

Litanie dell’incontro/1.

Litanie dell’incontro/2.

Litanie dell’incontro/3.

Litanie dell’incontro/4.

 

 

 

Litanie dell’incontro/4.

Litanie dell’incontro/4.

In avvilente ritardo, o con feroce fraintendimento apologetico, i legittimi tutori della parola, o i presunti tali in un’epoca al tramonto, nella dissipazione di Senso cui essi stessi avevano, forse talvolta inconsapevolmente, contribuito, lanciavano l’inopportuno strale identitario contro i rei probabili dell’ultimo arbitrio nominale.

Dopo decenni di ipocriti pronunciamenti, nel solco tracciato dalla tagliente lama dell’ambiguità che separava le parole dai gesti, le Gazzette pullulavano, ancora e più che mai, del Nome, in un’orgia consumista di abusi, un overload spesso discinto e quasi sempre sgraziato, esso solo sì persuaso, della propria missione, dedita al rito della induzione, della coltivazione e della soddisfazione di desiderio.

I sacerdoti nel Tempio, gli scriba, i farisei ed i mercanti agitavano tutti, impugnandola ciascuno a proprio modo, a diverso titolo la forza del Nome. Nessuno poteva spargere più la Grazia sapida della Parola, attingendo in sé l’energia silente del testimone. La compromissione con le cose, ne aveva divorato l’intero paesaggio interiore, l’anima tutta. L’originalità è una terra poco frequentata in ogni tempo, priva della confortevole assonanza dei luoghi comuni, surrogato di ogni compagnia e falso preludio di una vera comunione.

Invano la caccia degli scherani batteva i margini ignoti della Terra, ormai divenuta Globo, in cerca del tremulo virgulto che avrebbe generato ancora nel Nome, nella Parola, il Futuro. Un possibile futuro.

Litanie dell’incontro/1.

litanie dell’incontro /2.

Litanie dell’incontro/3.

 

Litanie dell’incontro/3.

Litanie dell’incontro/3.

Sfuggito alle vibratili zanne dei cinici scherani, degli Erode di ogni tempo, il potere costituito e costituente di ogni rendita di posizione, l’Innocente claudicava nella parola al margine dei tempi. Nascosto al Panopticon massmediatico dominante, visibile allo sguardo umile degli iniziati, nella greppia del suo scelto mutismo silente, ascoltava il palpito del già farsi Storia nel non ancora.

I retori disputavano la lettera del Natale, in un esercizio di affermazione e tutela dei principi laici, minimi, ma non minoritari, che nell’assenza del nome attingevano e difendevano la sostanza stessa della maiuscola libertà. L’indistinto ed indistinguibile nell’Istituzione a tutela della diversità e dei principi. Come una premessa o una promessa di raggiungimento laico di una pace possibile.

Come se essere, essere se stessi soltanto, l’essere in sé, avesse costituito l’ineluttabile premessa di un essere contro e non semplicemente la dignità irrevocabile di un essere altro. La mistificazione delle funzionalità dominanti e dei ruoli, effetto dell’essere, assurti al ruolo ontologico di causa, hanno dominato e guidato lo scampolo di storia che ha segnato il tramonto di un’epoca. Così come un Dio di tutti, anche Il senza nome, aveva donato nella verità di una venuta in Luce, sempre e comunque dall’origine singolare. Ed in tale singolarità vocata e disposta alla comunione. Pronti, dunque, non già al bellicoso confronto atto alla conquista ed alla opportunistica condivisione di una comune appartenenza dettata spesso unicamente dall’apparenza, che le etichette ed i target così bene disponevano e significavano. Bensì, incline ed educato alla relazione osmotica che iniziava anche i diversi da sé, soprattutto i diversi da sé!, alla comunione.

Litanie dell’incontro/1.

litanie dell’incontro /2.

 

 

 

Litanie dell’incontro /2.

Litanie dell’incontro/2.

Lo guardi. Lo lasci. Lo ascolti. La passione fredda dei cinici non è mai stata nelle tue corde interiori. Il pane eletto della sprezzatura precede il reciproco perdono e non sa nulla della confidenza che abitò un giorno gli amici e gli amanti.

L’ira fredda del terrore che tutto vorrebbe cambiare, nella radicale, rapida e ascesa al potere, e nulla in se stessi, non appartiene alla storia delle nobili, umanissime intenzioni. Nemmeno quando agita, violenta e demagoga, il vessillo strumentale della giustizia umana.

Tu non attendi più l’Innocenza a Betlemme.

Tu non sai nulla delle lente conversioni feriali e della folgore che colpì l’uomo vecchio dentro a Damasco.

Tu sei da lungo tempo disabitato da te stesso. Orfano di te, prima ancora che delle madri e dei padri, dopo avere rinnegato con secolare dedizione tutti i passi di un’eredità mnestica, cancellata nella sabbia del deserto contemporaneo.

Da tempo tu Le sei andato incontro, nel turbine di tramontana della modernità che lenta e dura si spegne.

L’hai abbracciata, come un figlio una madre, ancora a te stesso in gran parte ignota nel suo mistero sublime. Come a se stessa sconosciuta, nella sua casta e vibratile essenza, prigioniero tu delle tue tracce irrisolte ed ambigue, tutte accartocciate sull’autonomia di un presente fiero. Privo delle smarrite altezze che tracciano l’orizzonte infinito e aprono all’eterno cielo. Privo, ormai, della sacralità dei nomi. Smarrito nella gloria folgorante di un delirante plauso transeunte.

Ho pregato sempre nel silenzio, affinché il Tempo dell’incontro ricomponesse la feroce divaricazione compiuta dalle ore ferite dentro. Tutte le dissonanze, in una litania del canto e del gesto, lenite e ricongiunte dalla cura nell’incontro, di sé con se stessi, di sé con l’altro da sé. Verso e dentro l’Epifania di un noi.

 

[litanie dell’incontro /1.]

Litanie dell’incontro/1.

Litanie dell’incontro/1.

Tu non sai se nel profondo Silenzio degli addii, lungo i sentieri interrotti dei congedi che affollano ogni singola vita e le comunità di destino, alberghi una domanda inevasa.

Di te a te stesso, di te ad altri. Di altri a te, di altri a se stessi. Di Senso. Di cose, chissà, ancora. Il non detto è forse talvolta un desiderio innominato, un senza nome?, o un fiore reciso o mai compiutamente sbocciato? Quale davvero è la volontà di Dio, quando la vita si scioglie dall’abbraccio innamorato che la pose nel sentiero del giorno?

Urla il tuo volto, ora, nel mio profondo sé e la memoria non ha né carità né scampo. Smemora o accoglie? Chi davvero è andato via da te stesso, recando con sé una minuscola orma di te e del noi che foste insieme? E tu, dove te ne sei andato quando hai esercitato il passo degli addii? Verso quale, altro nuovo incontro? O sei migrato nell’attesa, in quel palpito di vita a tratti struggente, spesso malinconico? Hai scelto la solitudine, il vertice alto della vita dal quale in silenzio contemplare? Attendi forse un Altro per sempre, il diverso da tutti? In quale anima ancora vibra la traccia degli istanti condivisi, nella Luce di un Valore e dunque di un Credo, qualunque esso fosse, anche laico, che non tramonta mai?

La libertà di ciascuno esige il rispetto e tu non sfiori e mai sfiorasti, nemmeno nella forma discreta di un’acuta divagazione sul tema dell’incontro, prima che osi la comunione, il punto dell’assenza. Un passo che non compi e mai compisti oltre la soglia muta dei commiati. L’indifferenza non ha nulla a che vedere con la responsabilità dei cammini scelti, accolti, attesi, condivisi e no. Se il silenzio celi una decisione o l’indolente dissimulazione è tema dell’arte di vivere da sempre, sapida intuizione nell’incontro. La verità di sé. La verità di te. La verità di un noi possibile. Se il Silenzio sia una latenza leopardiana di felicità, una cristica attesa di resurrezione, il memorabile regesto di un originario Indicibile o il nulla desertificato della vita interiore che si è spenta nell’esercizio situazionista di un opportunismo attendista e sempre disponibile per le opzioni vincenti, solo tu ed un Dio amico, amante e confidente potete conoscere e sapere.

C’è forse là un ascolto, una dolente voce dissimulata nel no di tutte le cesure?

Il canto dell’incontro e dell’addio, la Vita stessa, non vuole in prima istanza condurre nessuno in alcun luogo. Non ha, nella parola poetica, corpo della parola e gesto del poeta, unità destinale, alcuna intenzione impositiva. Se mai, nelle più nobili intenzioni dell’attesa, la speranza di avvento, dell’incontro innocente. La Litania che prelude ed accompagna l’incontro e l’addio, non vuole essere, ma è, il luogo in cui insieme abitano il poeta e la parola di Dio, o il Pensiero che precede ogni silenzio, laicamente detto. Il luogo in cui potrebbero stare insieme, per un tempo indefinito e misterioso nelle sue premesse mai con certezza date e mai date per sempre, l’attesa e l’ascolto, nell’incontro.

Le parole furono, per l’Adamo universale, le cose, e lo sono sempre, lo sono tuttora, per la creatura innocente. Che cos’è la solitudine, se non l’Assenza di uno sguardo Altro su di noi, che abbracciandoci ci accarezza e ci narra, nella levità di una rivelazione di sé a se stesso, di noi ad un sé altro ed a noi stessi, in una composizione armonica di note singolari ed amanti?

 

“Il posto delle fragole”. [Fake news].

Il posto delle fragole”. [fake news].

L’occhio opaco del secolarismo pervasivo, che ha abitato i tempi da me vissuti, è ebbro di visibilità e miete vittime ogni giorno, tra coloro che si accasano nella vulgata vincente di luoghi comuni.

La felicità in similpelle dei potenti contemporanei, desertificata dentro, asperge di sé la scena mediatica del mondo, con il simulacro di un godimento condiviso. L’immagine è l’ostensorio dissacrante di una religione senza alcun dio, se non il vitello d’oro dell’apparenza.

La comunicazione, il solo totem con cui i domini moderni aggiogano e seducono le tribù della post-modernità, ha eretto, con frenesia tecnologica e con l’ossessione compulsiva del primato finanziario, l’ultima Torre di Babele: un manufatto cosmico in cui l’unico linguaggio assente, o marginalissimo, è quello dell’anima profonda del mondo, l’umano. Quello che, solo, restituirebbe sfondo, e dunque comprensibilità condivisibile fino alla comunione, a tutti gli altri assunti nell’unicum della vanità. Il mirabile assolo inudibile dei mistici. La soglia vibratile del suo diapason non è percepita dall’angusta distrazione, frammentata e discontinua, dei consumatori seriali di segni, analogici o digitali. Talvolta, replicanti di maniera si rispecchiano nelle parole dei giusti per lucrare l’istante invisibile che mai hanno vissuto. Nessuna simulazione emana il soffio vitale. Murare le parole nelle celle anguste della menzogna non libera nessuno: illude gli stolti e impanca la vanità dei tiranni a potere pro tempore [fake news?: l’eterna tentazione dei falsi].

Le ali spezzate del sogno laico tengono il volo nel vento sacro della preghiera. L’ontologia degli ultimi e dei marginali non sprezza il consenso. Lo eleva nella nicchia spirituale, priva della necessità imperativa del numero.

L’ebbra vocazione al Cielo, che tenne il cuore originale dell’inizio, innocente, è tuttora lì. Intatta. Ferita, ma non vinta nel suo pianto impotente e senza denti. Pronta, con l’ansia dolente dei cercatori di senso, dei mendici d’amore e di ascolto. Ogni nuovo inizio palpita e trema nelle solitudini di chi ha abbracciato un credo e ha rifiutato l’opportunismo di una mediocrità sempre ripiegata dalla necessità di qualcosa. I giusti non cedono al rancore, non troverebbero motivo fondante nella propria istanza interiore. Gli uomini liberi non conoscono il risentimento: sarebbe un insulto troppo grande al dolore esperito nella tenacia con cui hanno testimoniato un valore ed un credo. Le diminuzioni a cose fatte e a pancia piena, la tardiva declinazione downshifter di una vita vissuta altrimenti e talvolta goffamente dissimulata nel ripiego dell’ultima sera, non seducono l’amante appassionato del vero. Solo la stanchezza conseguente la devastazione dell’anima umana potrebbe fare qualche volta premio, come nel Pierre di Vercors, quando l’orizzonte pervicacemente vessatorio piega le umanissime gambe della speranza nelle creature mai prima perdute a se stesse.

Le torsioni della coscienza che abitano gli uomini giusti e liberi non hanno nulla a che vedere con il falso pentimento dei sazi di tutto ed ormai irrimediabilmente disabitati dal se stesso che immolarono sull’altare dell’ego, dell’apparenza e del possesso.

L’uomo affidato traccia nella notte dei tempi una minuscola luce il cui riverbero non conosce l’oltraggio dell’apparenza. La sua cura non è stata per il dominio dello stile e per gli imperativi della forma, sebbene abbia stimato l’uno e l’altra nella diuturna dedizione alla dissepoltura del talento, senza mai indulgere alla dissoluzione del dono ricevuto dal Dio silente di sempre. Lo scarto dell’istante decisivo è la cruna d’ago del destino e della provvidenza: la sua punta disegna a sanguigna la sinopia dell’eternità che permane in lui e nella sua personale storia dall’Origine nascente.

Il suo posto è stato sempre, per vocazione e per scelta, nel margine. L’arbitrio del sì e del no costituisce l’unica istanza responsabile, di qui e di là dalle soglie alte ed elette della misericordia e della carità: la lezione agostiniana è ben presente nella vicenda degli uomini liberi. La fragilità del proprio limite non è mai un alibi per l’uomo libero. Solo in tale consapevolezza egli si cerca e si vive alla soglia dell’Infinito.

Così, quando l’uomo libero si incammina verso gli ultimi istanti del Dio che chiama tutte le particelle del corpo alla convocazione estrema, egli sente nascere in sé non la diminuzione di una privazione, ma l’ultima, in ordine di tempo, vocazione al dono di sé. Alla restituzione. Così l’uomo che ha amato tutto e tutti prima di sé, cercando sempre di amare per primo, sentirà il canto caro della comunione salire con l’intonazione della nota perfetta, come mai prima aveva avuto la gioia di sperimentare.

La felicità dolente degli esclusi da tutto pare ad alcuni una maledizione, nella sua condanna feriale alla povertà, alla fatica, alla solitudine, alla sconfitta, al sacrificio. Talvolta è invece uno scelto osanna di Luce nella cui piega silente riposa e vive la speranza di tutti i destini. Una sorgente laica di libertà in cui germoglia e sboccia non visto il fiore di un inatteso domani. Di uomini liberi, giusti, più uguali ai se stessi che il Dio della gratuità e del dono aveva pensati in Origine, ciascuno vero della verità singolare di sè.

L’infinità e l’eternità sono i fondamenti ontologici che invitano al superamento del limite. Di sé, dell’ego. I mistici coniugano nella tensione spirituale l’avvento della libertà. Il canto della nuda cosa sulle labbra del poeta è un’antifona alla sinfonia del cosmo.

Desiderare, consumare, possedere, stare proni nell’orizzonte secolare senza lievito interiore che affacci all’infinità ed all’eterno, significa abdicare alla concezione di un giorno che muore con noi. Una visione ombelicale che ha afflitto tanta parte della contemporaneità ed ha spesso spento sul nascere il domani. Cercare tra i cascami ed i frammenti del passato prossimo lacerti di senso, immolandoli nella retorica e trattandoli dunque come sarcofagi vuoti di Spirito ed orfani di senso, tentare di modulare la speranza affidandosi all’interesse immediato sprezzando l’ideale che attinge la durata è stato, ed è, il placebo assiduamente offerto dai dominatori dell’istante. Imbonitori del consenso, profeti del giorno dopo, narratori dei luoghi comuni, teorici della banalità. Situazionisti del conformismo, lesti a cogliere la cresta d’onda dell’inconfutabile evidenza.

Preferisco da sempre l’inutile canto dei poeti, l’eretica asimmetria silente dei profeti, la taciturna dissonanza dei mistici. La voce di chi solitario muove nel coro d’Infiniti senza tempo. Dentro l’orma della loro assenza dalla scena è a dimora il seme del domani.

Inutile.


Inutile.

Tu più non sai la gioia estrema del tempo

inutile. Più non senti il vento di brezza

che sale innocente e il tuo silenzio accarezza.

Vivi l’istante armato, in testa hai un elmo

di parole e nell’anima hai lasciato insediare,

feroce e muto, il tempo corrotto

dell’agguato. Il tuo solo vissuto. Io vado

al margine del giorno, e sono solo,

mendico ascolto e guardo ridere il sole

nella rondine accesa del canto e del volo.