Litanie dell’incontro/5.

Litanie dell’incontro/5.

L’affanno dei retori nella caccia al corpo della cosa ed al nome proprio e giusto confondeva intimità ed estimità, in una corsa all’appropriazione indebita di ogni statuto interiore. Dove Kaos giaceva vinto, sarebbe nato [Risorto] un giorno Cosmos. Nessuno sapeva precisamente dove. L’angoscia panica non era dettata unicamente dalla contingenza storica. Lo stato nascente non è mai un effetto. Visto nella luce postuma della profezia, è sempre una causa.

L’ora tremula della Parola era forse già da tempo venuta, chi sa dove, chi sa quando, chi sa in chi, chi sa come. Ora era il tempo vivo della parola tremebonda, accomodata alla necessità di affermasi nel qui ed ora della Storia. Non sarebbe stato sufficiente dismettere i panni trionfanti un tempo, ed ancora trionfali nella sintassi dominante della migliore rappresentazione di sé, nella conservazione vigente, per attingere la fragile bellezza degli ultimi.

La persuasione nel Nome è una via caritativa, che non perdona nel sentiero dei testimoni e tutto chiede loro, mentre tutto ad essi dona.

La chiarità degli esiti sconta spesso l’ermetismo tacito delle premesse. La parola non promette mai: è sempre, nei profeti, nei poeti, nei testimoni, unicamente una premessa del futuro che accadrà.

Pochi, o nessuno più, abitavano, da immemorabile data, il ciglio dei tempi. I ricordi avevano abdicato alla smemoratezza. La pietas era un sentimento troppo intenso, e dunque insopportabile, per le anime cabriolet abituate alla confortevole zona del privilegio ed ormai disabitate da tutto. Il Tempo, la nota sublime cui si accordò un giorno lontano e per sempre la speranza, avvicinava l’appuntamento con l’Esito.

Ognuno presumeva di conoscere l’ora. Il senso smarrito delle cose, aveva annichilito in ciascuno ogni consapevolezza esoterica.

Gli stati nascenti, umiliati dai ruoli e dalle funzioni vincenti nel qui ed ora della storia, scontavano l’innocenza con esercizi mirabili di vita interiore.

Tutti sembravano capire tutto, ed erigevano sintassi comunicative prive di sentieri osmotici fondati nell’intuizione singolare. Lo sprezzo dell’originale incompiuto ed incompreso, preludeva Babele. Nessuno se ne avvide. Fino a quando, l’avvento del minuscolo sferzò l’apparenza e ne rase al suolo le fragili fondamenta.

Barcollando, la mano tesa in avanti verso un gesto fraterno e desueto, l’umano uscì dalla polvere cui gli anni, i decenni lo avevano confinato, incatenato al mistico silenzio o ad una parola poetica inutile a tutto. Esausto e vivo. Forse, risorto dal margine. L’orizzonte di nuovo aperto, dentro e davanti.

 

Litanie dell’incontro/1.

Litanie dell’incontro/2.

Litanie dell’incontro/3.

Litanie dell’incontro/4.

 

 

 

Litanie dell’incontro/4.

Litanie dell’incontro/4.

In avvilente ritardo, o con feroce fraintendimento apologetico, i legittimi tutori della parola, o i presunti tali in un’epoca al tramonto, nella dissipazione di Senso cui essi stessi avevano, forse talvolta inconsapevolmente, contribuito, lanciavano l’inopportuno strale identitario contro i rei probabili dell’ultimo arbitrio nominale.

Dopo decenni di ipocriti pronunciamenti, nel solco tracciato dalla tagliente lama dell’ambiguità che separava le parole dai gesti, le Gazzette pullulavano, ancora e più che mai, del Nome, in un’orgia consumista di abusi, un overload spesso discinto e quasi sempre sgraziato, esso solo sì persuaso, della propria missione, dedita al rito della induzione, della coltivazione e della soddisfazione di desiderio.

I sacerdoti nel Tempio, gli scriba, i farisei ed i mercanti agitavano tutti, impugnandola ciascuno a proprio modo, a diverso titolo la forza del Nome. Nessuno poteva spargere più la Grazia sapida della Parola, attingendo in sé l’energia silente del testimone. La compromissione con le cose, ne aveva divorato l’intero paesaggio interiore, l’anima tutta. L’originalità è una terra poco frequentata in ogni tempo, priva della confortevole assonanza dei luoghi comuni, surrogato di ogni compagnia e falso preludio di una vera comunione.

Invano la caccia degli scherani batteva i margini ignoti della Terra, ormai divenuta Globo, in cerca del tremulo virgulto che avrebbe generato ancora nel Nome, nella Parola, il Futuro. Un possibile futuro.

Litanie dell’incontro/1.

litanie dell’incontro /2.

Litanie dell’incontro/3.

 

Litanie dell’incontro/3.

Litanie dell’incontro/3.

Sfuggito alle vibratili zanne dei cinici scherani, degli Erode di ogni tempo, il potere costituito e costituente di ogni rendita di posizione, l’Innocente claudicava nella parola al margine dei tempi. Nascosto al Panopticon massmediatico dominante, visibile allo sguardo umile degli iniziati, nella greppia del suo scelto mutismo silente, ascoltava il palpito del già farsi Storia nel non ancora.

I retori disputavano la lettera del Natale, in un esercizio di affermazione e tutela dei principi laici, minimi, ma non minoritari, che nell’assenza del nome attingevano e difendevano la sostanza stessa della maiuscola libertà. L’indistinto ed indistinguibile nell’Istituzione a tutela della diversità e dei principi. Come una premessa o una promessa di raggiungimento laico di una pace possibile.

Come se essere, essere se stessi soltanto, l’essere in sé, avesse costituito l’ineluttabile premessa di un essere contro e non semplicemente la dignità irrevocabile di un essere altro. La mistificazione delle funzionalità dominanti e dei ruoli, effetto dell’essere, assurti al ruolo ontologico di causa, hanno dominato e guidato lo scampolo di storia che ha segnato il tramonto di un’epoca. Così come un Dio di tutti, anche Il senza nome, aveva donato nella verità di una venuta in Luce, sempre e comunque dall’origine singolare. Ed in tale singolarità vocata e disposta alla comunione. Pronti, dunque, non già al bellicoso confronto atto alla conquista ed alla opportunistica condivisione di una comune appartenenza dettata spesso unicamente dall’apparenza, che le etichette ed i target così bene disponevano e significavano. Bensì, incline ed educato alla relazione osmotica che iniziava anche i diversi da sé, soprattutto i diversi da sé!, alla comunione.

Litanie dell’incontro/1.

litanie dell’incontro /2.

 

 

 

Litanie dell’incontro /2.

Litanie dell’incontro/2.

Lo guardi. Lo lasci. Lo ascolti. La passione fredda dei cinici non è mai stata nelle tue corde interiori. Il pane eletto della sprezzatura precede il reciproco perdono e non sa nulla della confidenza che abitò un giorno gli amici e gli amanti.

L’ira fredda del terrore che tutto vorrebbe cambiare, nella radicale, rapida e ascesa al potere, e nulla in se stessi, non appartiene alla storia delle nobili, umanissime intenzioni. Nemmeno quando agita, violenta e demagoga, il vessillo strumentale della giustizia umana.

Tu non attendi più l’Innocenza a Betlemme.

Tu non sai nulla delle lente conversioni feriali e della folgore che colpì l’uomo vecchio dentro a Damasco.

Tu sei da lungo tempo disabitato da te stesso. Orfano di te, prima ancora che delle madri e dei padri, dopo avere rinnegato con secolare dedizione tutti i passi di un’eredità mnestica, cancellata nella sabbia del deserto contemporaneo.

Da tempo tu Le sei andato incontro, nel turbine di tramontana della modernità che lenta e dura si spegne.

L’hai abbracciata, come un figlio una madre, ancora a te stesso in gran parte ignota nel suo mistero sublime. Come a se stessa sconosciuta, nella sua casta e vibratile essenza, prigioniero tu delle tue tracce irrisolte ed ambigue, tutte accartocciate sull’autonomia di un presente fiero. Privo delle smarrite altezze che tracciano l’orizzonte infinito e aprono all’eterno cielo. Privo, ormai, della sacralità dei nomi. Smarrito nella gloria folgorante di un delirante plauso transeunte.

Ho pregato sempre nel silenzio, affinché il Tempo dell’incontro ricomponesse la feroce divaricazione compiuta dalle ore ferite dentro. Tutte le dissonanze, in una litania del canto e del gesto, lenite e ricongiunte dalla cura nell’incontro, di sé con se stessi, di sé con l’altro da sé. Verso e dentro l’Epifania di un noi.

 

[litanie dell’incontro /1.]

Litanie dell’incontro/1.

Litanie dell’incontro/1.

Tu non sai se nel profondo Silenzio degli addii, lungo i sentieri interrotti dei congedi che affollano ogni singola vita e le comunità di destino, alberghi una domanda inevasa.

Di te a te stesso, di te ad altri. Di altri a te, di altri a se stessi. Di Senso. Di cose, chissà, ancora. Il non detto è forse talvolta un desiderio innominato, un senza nome?, o un fiore reciso o mai compiutamente sbocciato? Quale davvero è la volontà di Dio, quando la vita si scioglie dall’abbraccio innamorato che la pose nel sentiero del giorno?

Urla il tuo volto, ora, nel mio profondo sé e la memoria non ha né carità né scampo. Smemora o accoglie? Chi davvero è andato via da te stesso, recando con sé una minuscola orma di te e del noi che foste insieme? E tu, dove te ne sei andato quando hai esercitato il passo degli addii? Verso quale, altro nuovo incontro? O sei migrato nell’attesa, in quel palpito di vita a tratti struggente, spesso malinconico? Hai scelto la solitudine, il vertice alto della vita dal quale in silenzio contemplare? Attendi forse un Altro per sempre, il diverso da tutti? In quale anima ancora vibra la traccia degli istanti condivisi, nella Luce di un Valore e dunque di un Credo, qualunque esso fosse, anche laico, che non tramonta mai?

La libertà di ciascuno esige il rispetto e tu non sfiori e mai sfiorasti, nemmeno nella forma discreta di un’acuta divagazione sul tema dell’incontro, prima che osi la comunione, il punto dell’assenza. Un passo che non compi e mai compisti oltre la soglia muta dei commiati. L’indifferenza non ha nulla a che vedere con la responsabilità dei cammini scelti, accolti, attesi, condivisi e no. Se il silenzio celi una decisione o l’indolente dissimulazione è tema dell’arte di vivere da sempre, sapida intuizione nell’incontro. La verità di sé. La verità di te. La verità di un noi possibile. Se il Silenzio sia una latenza leopardiana di felicità, una cristica attesa di resurrezione, il memorabile regesto di un originario Indicibile o il nulla desertificato della vita interiore che si è spenta nell’esercizio situazionista di un opportunismo attendista e sempre disponibile per le opzioni vincenti, solo tu ed un Dio amico, amante e confidente potete conoscere e sapere.

C’è forse là un ascolto, una dolente voce dissimulata nel no di tutte le cesure?

Il canto dell’incontro e dell’addio, la Vita stessa, non vuole in prima istanza condurre nessuno in alcun luogo. Non ha, nella parola poetica, corpo della parola e gesto del poeta, unità destinale, alcuna intenzione impositiva. Se mai, nelle più nobili intenzioni dell’attesa, la speranza di avvento, dell’incontro innocente. La Litania che prelude ed accompagna l’incontro e l’addio, non vuole essere, ma è, il luogo in cui insieme abitano il poeta e la parola di Dio, o il Pensiero che precede ogni silenzio, laicamente detto. Il luogo in cui potrebbero stare insieme, per un tempo indefinito e misterioso nelle sue premesse mai con certezza date e mai date per sempre, l’attesa e l’ascolto, nell’incontro.

Le parole furono, per l’Adamo universale, le cose, e lo sono sempre, lo sono tuttora, per la creatura innocente. Che cos’è la solitudine, se non l’Assenza di uno sguardo Altro su di noi, che abbracciandoci ci accarezza e ci narra, nella levità di una rivelazione di sé a se stesso, di noi ad un sé altro ed a noi stessi, in una composizione armonica di note singolari ed amanti?

 

“Il posto delle fragole”. [Fake news].

Il posto delle fragole”. [fake news].

L’occhio opaco del secolarismo pervasivo, che ha abitato i tempi da me vissuti, è ebbro di visibilità e miete vittime ogni giorno, tra coloro che si accasano nella vulgata vincente di luoghi comuni.

La felicità in similpelle dei potenti contemporanei, desertificata dentro, asperge di sé la scena mediatica del mondo, con il simulacro di un godimento condiviso. L’immagine è l’ostensorio dissacrante di una religione senza alcun dio, se non il vitello d’oro dell’apparenza.

La comunicazione, il solo totem con cui i domini moderni aggiogano e seducono le tribù della post-modernità, ha eretto, con frenesia tecnologica e con l’ossessione compulsiva del primato finanziario, l’ultima Torre di Babele: un manufatto cosmico in cui l’unico linguaggio assente, o marginalissimo, è quello dell’anima profonda del mondo, l’umano. Quello che, solo, restituirebbe sfondo, e dunque comprensibilità condivisibile fino alla comunione, a tutti gli altri assunti nell’unicum della vanità. Il mirabile assolo inudibile dei mistici. La soglia vibratile del suo diapason non è percepita dall’angusta distrazione, frammentata e discontinua, dei consumatori seriali di segni, analogici o digitali. Talvolta, replicanti di maniera si rispecchiano nelle parole dei giusti per lucrare l’istante invisibile che mai hanno vissuto. Nessuna simulazione emana il soffio vitale. Murare le parole nelle celle anguste della menzogna non libera nessuno: illude gli stolti e impanca la vanità dei tiranni a potere pro tempore [fake news?: l’eterna tentazione dei falsi].

Le ali spezzate del sogno laico tengono il volo nel vento sacro della preghiera. L’ontologia degli ultimi e dei marginali non sprezza il consenso. Lo eleva nella nicchia spirituale, priva della necessità imperativa del numero.

L’ebbra vocazione al Cielo, che tenne il cuore originale dell’inizio, innocente, è tuttora lì. Intatta. Ferita, ma non vinta nel suo pianto impotente e senza denti. Pronta, con l’ansia dolente dei cercatori di senso, dei mendici d’amore e di ascolto. Ogni nuovo inizio palpita e trema nelle solitudini di chi ha abbracciato un credo e ha rifiutato l’opportunismo di una mediocrità sempre ripiegata dalla necessità di qualcosa. I giusti non cedono al rancore, non troverebbero motivo fondante nella propria istanza interiore. Gli uomini liberi non conoscono il risentimento: sarebbe un insulto troppo grande al dolore esperito nella tenacia con cui hanno testimoniato un valore ed un credo. Le diminuzioni a cose fatte e a pancia piena, la tardiva declinazione downshifter di una vita vissuta altrimenti e talvolta goffamente dissimulata nel ripiego dell’ultima sera, non seducono l’amante appassionato del vero. Solo la stanchezza conseguente la devastazione dell’anima umana potrebbe fare qualche volta premio, come nel Pierre di Vercors, quando l’orizzonte pervicacemente vessatorio piega le umanissime gambe della speranza nelle creature mai prima perdute a se stesse.

Le torsioni della coscienza che abitano gli uomini giusti e liberi non hanno nulla a che vedere con il falso pentimento dei sazi di tutto ed ormai irrimediabilmente disabitati dal se stesso che immolarono sull’altare dell’ego, dell’apparenza e del possesso.

L’uomo affidato traccia nella notte dei tempi una minuscola luce il cui riverbero non conosce l’oltraggio dell’apparenza. La sua cura non è stata per il dominio dello stile e per gli imperativi della forma, sebbene abbia stimato l’uno e l’altra nella diuturna dedizione alla dissepoltura del talento, senza mai indulgere alla dissoluzione del dono ricevuto dal Dio silente di sempre. Lo scarto dell’istante decisivo è la cruna d’ago del destino e della provvidenza: la sua punta disegna a sanguigna la sinopia dell’eternità che permane in lui e nella sua personale storia dall’Origine nascente.

Il suo posto è stato sempre, per vocazione e per scelta, nel margine. L’arbitrio del sì e del no costituisce l’unica istanza responsabile, di qui e di là dalle soglie alte ed elette della misericordia e della carità: la lezione agostiniana è ben presente nella vicenda degli uomini liberi. La fragilità del proprio limite non è mai un alibi per l’uomo libero. Solo in tale consapevolezza egli si cerca e si vive alla soglia dell’Infinito.

Così, quando l’uomo libero si incammina verso gli ultimi istanti del Dio che chiama tutte le particelle del corpo alla convocazione estrema, egli sente nascere in sé non la diminuzione di una privazione, ma l’ultima, in ordine di tempo, vocazione al dono di sé. Alla restituzione. Così l’uomo che ha amato tutto e tutti prima di sé, cercando sempre di amare per primo, sentirà il canto caro della comunione salire con l’intonazione della nota perfetta, come mai prima aveva avuto la gioia di sperimentare.

La felicità dolente degli esclusi da tutto pare ad alcuni una maledizione, nella sua condanna feriale alla povertà, alla fatica, alla solitudine, alla sconfitta, al sacrificio. Talvolta è invece uno scelto osanna di Luce nella cui piega silente riposa e vive la speranza di tutti i destini. Una sorgente laica di libertà in cui germoglia e sboccia non visto il fiore di un inatteso domani. Di uomini liberi, giusti, più uguali ai se stessi che il Dio della gratuità e del dono aveva pensati in Origine, ciascuno vero della verità singolare di sè.

L’infinità e l’eternità sono i fondamenti ontologici che invitano al superamento del limite. Di sé, dell’ego. I mistici coniugano nella tensione spirituale l’avvento della libertà. Il canto della nuda cosa sulle labbra del poeta è un’antifona alla sinfonia del cosmo.

Desiderare, consumare, possedere, stare proni nell’orizzonte secolare senza lievito interiore che affacci all’infinità ed all’eterno, significa abdicare alla concezione di un giorno che muore con noi. Una visione ombelicale che ha afflitto tanta parte della contemporaneità ed ha spesso spento sul nascere il domani. Cercare tra i cascami ed i frammenti del passato prossimo lacerti di senso, immolandoli nella retorica e trattandoli dunque come sarcofagi vuoti di Spirito ed orfani di senso, tentare di modulare la speranza affidandosi all’interesse immediato sprezzando l’ideale che attinge la durata è stato, ed è, il placebo assiduamente offerto dai dominatori dell’istante. Imbonitori del consenso, profeti del giorno dopo, narratori dei luoghi comuni, teorici della banalità. Situazionisti del conformismo, lesti a cogliere la cresta d’onda dell’inconfutabile evidenza.

Preferisco da sempre l’inutile canto dei poeti, l’eretica asimmetria silente dei profeti, la taciturna dissonanza dei mistici. La voce di chi solitario muove nel coro d’Infiniti senza tempo. Dentro l’orma della loro assenza dalla scena è a dimora il seme del domani.

Inutile.


Inutile.

Tu più non sai la gioia estrema del tempo

inutile. Più non senti il vento di brezza

che sale innocente e il tuo silenzio accarezza.

Vivi l’istante armato, in testa hai un elmo

di parole e nell’anima hai lasciato insediare,

feroce e muto, il tempo corrotto

dell’agguato. Il tuo solo vissuto. Io vado

al margine del giorno, e sono solo,

mendico ascolto e guardo ridere il sole

nella rondine accesa del canto e del volo.

La conquista del mezzo ha annichilito il messaggio.


«La conquista del mezzo ha annichilito il messaggio.».

Una collazione di luoghi comuni aveva colonizzato l’immaginario collettivo. L’anima era insidiata dall’effimero. Una Bengodi senza fine, ma non eterna, con il volto dissimulato della seduzione popolare aveva annichilito ogni istanza empatica. Le sfumature, non quelle del grigio, quelle ipostasi del Cielo che scandiscono il ritmo interiore, erano state bandite dal canone performativo. La funzionalità, la quantità, il dinamismo, avevano innescato un moto perpetuo in cui l’abilità esecutiva nell’istante, il qui ed ora risolutivo dell’immagine, il numero e la rapidità dominavano la scena del mondo. La malinconia, l’empatia, la profondità, la durata, la contemplazione, l’attenzione, che è il nuovo nome di Dio, messe al margine. Presto catalogate nel regesto inquietante di prodromi patologici. Del resto, già gli antenati di questa plastica post modernità sostenevano che chi si ferma è perduto.

Apparire era il dominus. Lo statuto interiore dell’Essere doveva sapersi e potersi esprimere in scena con la qualità sublime del tempo: la capacità di rappresentarsi. Anche l’invisibile era stato reclutato con il volto di un dio minore e ben armato che fosse efficace nel qui ed ora della storia. Vincente. Pur di campire la scena mediatica, ormai sovraffollata da un’infinità devastante di mezzi e di messaggi, si doveva essere disposti a tutto. Lo spregio etico aveva trovato la sua sintesi sublime, perfetta, se la perfezione fosse mai stata un attributo pertinente dell’umano: la conquista del mezzo aveva annichilito il messaggio.

L’agapé sororale e fraterna, quel convivio ereditato da una sapida cultura ultra millenaria, in cui si compiva il cantico sublime della comunione, secondo un canone di reciprocità nella relazione, era diventato un campo di battaglia. Il luogo in cui esercitare al meglio l’arte della sopraffazione: non per esporsi al volto dell’altro con la fiducia confidente che nasce dalla speranza. Per meglio imporre se stessi e di se stessi tutto occupando manu militari, prima la scena e poi l’anima stessa di malcapitati, nel disperato esercizio di un godimento che informa di luce oscura il proprio disperato tramonto. Il cinismo era il fondamento antropologico dei tempi, la storica koinè dell’epoca morente.

In quell’inferno, nel sabba orgasmico della Novità purchessia, la nuova divinità che legittimava gli officianti del rito, la cancellazione delle tracce sapide di sogno era l’esercizio prediletto degli scherani. Ricompensati con generosità dagli epuloni che lasciavano cadere lacerti di notorietà e di fama dallo sterminato desco. Briciole di una nuova manna, nobilitata perfino nel nome: visibilità, la nuova moneta di scambio o di remunerazione del servizio. Gli altri, i minuscoli dissidenti, i solitari, i rari, spazzati via. Cancellati per sovrascrittura esistenziale, per obliterazione dell’esperienza, spesso prima saccheggiata poi smagatamente annichilita con l’arte dell’oblio, ben nascosta nell’esercizio della dissimulazione. I profeti uccisi due volte: nel silenzio in cui nasceva la loro minuscola o grande [non era questo il punto etico: l'obolo della vedova informava la visione] verità prima, con l’appropriazione a sé della verità stessa poi. L’errore di nascere innocenti rispetto al canone compromesso dei tempi,aveva nobili antecedenti nella storia umana. La presunzione di resistere nell’amabile solco di tale innocenza, sotto la neve e nel gelo dell’inverno che era loro contemporaneo, scontava pene inenarrabili. L’epoca nichilista aveva solo perfezionato la pratica della cancellazione.

L’anima che sperava contro ogni evidenza, che scontava il reale assumendolo su di sé ed in sé ma vivendo al suo margine, era insopportabile per chi aveva fretta di chiudere la partita della storia a proprio vantaggio o per chi voleva mantenere la condizione di supremazia in cui viveva.

Il Potere, spesso non vedeva il margine, ma ne conosceva l’insidia. Erode era un paradigma antropologico. I suoi mastini, come in ogni tempo ed ogni luogo, venivano sguinzagliati alla ricerca della verità che nasceva. Certo, non per sublimarla nella sua evidenza. Nemmeno per sopprimerla. Per meglio assimilarla -anche in questo la post modernità aveva perfezionato la macchina da guerra- e così sfruttarla. Come fosse cosa propria, priva di origine, ma con un destino certo e sicuro. Quello del tiranno di turno che ne avrebbe fatto il sopruso voluto o l’avrebbe se necessario confinata in un destino senza rappresentazione. Dunque, nel nulla, secondo il canone vigente e vincente.

Il Silenzio di Dio, a lungo invocato come una moratoria sull’abuso di una comunicazione parossistica,non sarebbe stato un placebo, ma un balsamo sulle ferite inferte dai tempi a se stesso dall’uomo. Anche l’anima ignota,al diapason del proprio requiem, avrebbe conosciuto, finalmente!, uno scampolo esistenziale in cui persuasa abitare. Per un attimo solo certo, come conveniva ai tempi, vissuti con la fretta alle calcagna e sublimati in una rappresentazione di sé senza soluzione di continuità.

Dialogo tra un informatico ed un dilettante. [Cookie law.]


Dialogo tra un informatico ed un dilettante. [Cookie law.]

Il dilettante Giordano Mariani chiede, l’ingegner Fabio Zeri, Direttore generale e cofondatore di Metarete, risponde

 

Avevo scritto qui che avrei pubblicato lo scambio epistolare avuto a novembre con Fabio Zeri, quando egli stesso mi avesse liberato dagli obblighi della riservatezza. Lo ha fatto nei giorni scorsi e lo ringrazio. [Grazie, e grazie anche per la segnalazione tempestiva degli adempimenti di legge da ottemperare e soprattutto per averli messi in atto, cosa che non sarei stato per nulla in grado di fare].

Quello che segue non è un testo autoriale in senso proprio, quanto piuttosto un dialogo, fatto naturalmente di domande, le mie [che Zeri ripropone, con le sue risposte in email, nella loro forma sostanziale e necessaria] e di risposte, le sue. Lo riporto così come si è svolto, nelle parti essenziali e per me più significative ai fini di un chiarimento. Ne emerge una prospettiva squisitamente tecnica, date le competenze ed il ruolo di Fabio Zeri. Sebbene non manchino indicative prese di posizione di merito, che ho ritenuto importanti al fine di ricostituire un quadro [un quadretto?], credo abbastanza verosimile, delle conseguenze che il provvedimento del Garante, ora noto come cookie law, ha generato [o potrebbe potenzialmente generare] in Rete [in quella italiana, su cui la legge insiste]. Da una parte l’ingegnere informatico competente, Fabio Zeri, dall’altra il curatore dilettante di un blog, io. Tutto intorno, una sterminata platea di frequentatori della Rete stessa, che fanno clic un’infinità di volte per dare il proprio consenso alle infinite [e quasi tutte quasi del tutto identiche] informative imposte dal provvedimento. Per prendere atto che qualcuno sta tracciando la loro navigazione. Come? Con un cookie, naturalmente. Una consapevolezza, sia pur sommaria, che credo sia da almeno due lustri dote anche dei più accaniti analfabeti digitali [posto che tale specie in via di estinzione si avventuri in Rete]. Sullo sfondo, nemmeno sfiorati dalla vicenda, i grandi players della Rete stessa. Che continuano indisturbati a fare ciò che sempre hanno fatto senza nemmeno alzare un sopracciglio. Profilare l’utenza per trarre profitto dalla navigazione. In stretta collaborazione ed in un’alleanza, i cui contenuti sono sconosciuti alla grande platea, fuori dalla Rete ed in Rete, con i soggetti più analogici del mondo. I venditori di pubblicità [in tutte le sue forme declinata]. Amen.

Ho introdotto le date della corrispondenza perché credo che la scansione temporale abbia un suo significato, qui. Pubblico unicamente quelle tra le email che ritengo essere più complete e significative del lavoro nel suo insieme. Lo scambio è stato ben più intenso e fitto, all’epoca, e ringrazio di nuovo Fabio Zeri per la pazienza e per la generosità con le quali ha risposto ogni volta, in modo esauriente a tutti i dubbi ed agli interrogativi [quelli di sua competenza]. In quei giorni, mi sono rivolto anche ad altri, colleghi e/o persone che abitano la Rete da tempo e ne vivono in modo informato e competente le vicende. Il silenzio che ancora circondava la vicenda in quei mesi, se confrontato con l’esegesi tecnico normativa sociologica che si è riversata in Rete all’entrata in vigore del provvedimento, è un altro aspetto che dovrebbe indurre qualche riflessione.

 

Fabio Zeri, il 14/11/2014

[…] Ti contatto [...] per il tuo sito e per i recenti aggiornamenti della normativa italiana in merito alla legge sulla privacy dei dati e in particolare alla gestione dei cookie. E’ necessario che siano redatte e rese pubbliche due informative, in formati conformi alla normativa, rispettivamente per il trattamento dei dati in generale e dei cookie. Inoltre, relativamente alla gestione dei cookie, è necessario creare un banner che si apra in automatico alla prima visita di un utente, memorizzandone l’accettazione, dando un’informativa tersa in merito ai cookie prodotti dal sito; anche il banner dovrà essere conforme, nel contenuto e nel comportamento, alla normativa. La scadenza di questo adeguamento è quest’anno e il tuo sito risulta non conforme. Se mi autorizzi, provvederei personalmente all’analisi di conformità, redazione e pubblicazione delle informative, compreso il codice e il testo del banner cui ti ho accennato.

GM, il 15/11/2014

[…] ho visto il banner sul sito di metarete ed ho letto le informative. Credo di avere capito.

Spero che le mie siano più brevi e meno complesse delle vostre, data la natura del mio blog che non offre alcun servizio…

Potresti farmi un banner esteticamente compatibile con la grafica del sito? Almeno che non copra la testata, il titolo, se proprio lo devi collocare in quella posizione. So che si tratta di banner a scomparsa, che una volta realizzato l’accesso dovrebbero appunto svanire dietro le quinte. Se la cronologia è settata per cancellare tutto, cookie compresi, in uscita, però, alcuni dei miei lettori rischiano di ritrovarselo sempre, al ritorno, e magari in modo persistente. Spero sia solo in home page!

Fabio Zeri, il 17/11/2014

Riguardo al comportamento del banner non posso fare molte modifiche funzionali, perché mi richiederebbe una riscrittura sostanziale del codice per adeguarne il comportamento. Per venire incontro alle esigenze formali ed economiche dei nostri Clienti, che dovranno obbligatoriamente adeguarsi, abbiamo realizzato un banner il più standardizzato possibile.

Il massimo che posso fare, e che farò, è quello di renderlo il più conforme possibile al tuo sito, in termini di font e colori. Per i contenuti credo che qualcosa si possa omettere, ma devo ancora fare un’analisi approfondita.

Purtroppo il tuo timore, relativo alla cancellazione dei cookie da parte degli utenti, rispecchia la realtà delle cose: chiunque cancellerà, per qualsiasi motivo o in qualsiasi modo, il cookie relativo alla presa visione dell’informativa contenuta nel banner, se lo troverà nuovamente riproposto. Non ci si può far nulla, perché rientra nella dinamica del funzionamento dello strumento… e non esistono alternative.

Riguardo ai link alle informative, pensavo proprio di aggiungerli a piè di pagina: avrei preferito posizionarli sopra ai vari “powered/hosted by”, giusto per distinguerli come link informativi da link relativi ai credits, ma posso benissimo inserirli come meglio gradisci.

GM, il 17/11/2014

Ti ringrazio per tutto quello che potrai fare con il tuo intervento: riguardo a font e colori, era proprio ciò che mi aspettavo in termini di conformità, se non proprio di armonizzazione estetica.

In merito al comportamento del banner e ai suoi contenuti, capisco: immagino che davvero qualcosa si possa omettere, dal momento che, come ti ho già scritto, il blog non offre alcun tipo di servizio, né vende alcun prodotto e dunque non raccoglie alcun dato funzionale a tali finalità. Sul punto [raccolta dati e gestione, responsabilità], tornerò tra poco…: [sono tornato, e parte del testo scritto in quell'occasione, è qui].

Link alle informative: grazie. Spero possa stare tutto su di una riga. L’alternativa, potrebbe essere quella di collocarlo/i nel menù “Tracce”. Da un punto di vista logico, sarebbe ancor più inadeguato di quanto non lo possa essere accanto ai credits, e sono d’accordo con te. Purtroppo, però, ho esaurito da subito i menù disponibili con il tema wordpress che ho scelto, almeno nella sua versione gratuita, e dunque non potrei anche volendo introdurne uno più istituzionale/normativo/tecnico. Qui, però, il discorso si allargherebbe ed uscirei dal topic della nostra conversazione.

Sei troppo generoso quando scrivi che ho fugato tutti i miei dubbi iniziali. Mi sono semplicemente moderato per evitare di incorrere in tuoi motivati e legittimi accidenti. Se mi autorizzi, posso esporli più diffusamente. Qui, mi limito a riproporli in sintesi. Non si tratta di contestazioni al merito delle disposizioni, che comprendo. Si tratta di chiarimenti che possono riguardare anche casi specifici come il mio [e come tanti altri blog].

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Quali dati raccoglie il blog in fase di accesso alla lettura? E chi eventualmente consulta tali dati? Chi li gestisce? Chi ne ha responsabilità? Di quali soggetti/o sono nella disponibilità? Chi sono i soggetti terzi e che uso fanno dei cookie? A che titolo li raccolgono? Mera gestione funzionale o marketing?
2.
Tra i tanti SN siti e blog che leggo e consulto, il solo che presenta in home page un banner relativo all’utilizzo dei cookie è Twitter. […] non ne ho trovati sui tanti altri siti d’informazione, compresi i quotidiani più diffusi. Cosa significa? E’ un limite mio e/o mi sfugge qualcosa? Quasi tutti si limitano a mettere il link alle informative, tra l’altro in posizioni tutt’altro che evidenti. Perché loro che profilano clienti, vendono prodotti e servizi non hanno banner ed io che nulla vendo e solo scrivo in uno spirito di completa gratuità dovrei metterli?

Fabio Zeri, il 17/11/2014

Provo a rispondere ai tuoi quesiti nel modo più chiaro, ma conciso, possibile, poiché dovrei declinare sul tuo sito tutta la normativa… ci provo e spero di essere efficace.

1.
Quali dati raccoglie il blog in fase di accesso alla lettura? E chi eventualmente consulta tali dati?

Chi li gestisce? Chi ne ha responsabilità? Di quali soggetti/o sono nella disponibilità?

Chi sono i soggetti terzi e che uso fanno dei cookie? A che titolo li raccolgono?

Mera gestione funzionale o marketing?”.

Per dati personali non s’intendono necessariamente quelli anagrafici, ma sono inclusi tra i vari: l’indirizzo IP della postazione dell’utente, il link dal quale questo proviene (detto anche referrer), l’ora di accesso al sito, l’ora di uscita dal sito, la permanenza, …

Questi dati non sono conferiti in modo manuale, ma automatico e mandatario da parte dei sistemi software che interagiscono nel meccanismo di erogazione di una pagina web. Questi dati sono registrati e salvati dal server web che ospita il sito; per questioni di LOG meramente amministrativo/statistico dell’utilizzo, gli stessi dati sono registrati dal servizio Google Analytics per identici motivi, ovvero di amministrazione e statistica d’uso.

Nonostante questi dati siano utilizzati e gestiti in forma completamente anonima, la normativa richiede che ci sia comunque un’informativa trasparente: relativa a quali dati sono recuperati, seppur anonimi, con che finalità, come e dove sono memorizzati.

La responsabilità e titolarità del trattamento dei dati, anche solo a livello amministrativo (amministrativo inteso unicamente in termini di gestione informatica del sito), è del titolare del sito. L’unico soggetto che ne ha la disponibilità sei tu:

- i log del server web sono recuperabili dall’account ftp, nella cartella “log”;

- puoi accedere ai log di Google Analytics tramite il programma Google Analytics; essi sono memorizzati sui server di Google.

Queste informazioni vengono raccolte a titolo statistico amministrativo e sono necessarie per l’amministrazione informatica. Ti faccio un esempio molto semplificato, anche solo per rendere l’idea: se il tuo sito dovesse subire un attacco informatico, tali informazioni registrate sarebbero utili per recuperare i dati necessari a riparare il danno subito, per chiudere eventuali falle di sicurezza, per bloccare gli accessi da particolari indirizzi, [...].

I soggetti terzi sono tutti quei fornitori di servizi, tra i quali LinkedIn, Twitter e Google Analytics, che creano o possono creare cookie necessari all’erogazione dello specifico servizio. I cookie, per quanto demonizzati, altro non sono che informazioni necessarie al servizio web per rendere una pagina web il più vicina alla schermata di un normale programma installato sul PC. Queste informazioni, intendo quelle gestite dai cookie, sono spesso, nel 90% dei casi, meramente tecniche e sono necessarie per il normale funzionamento dei siti/blog/ecommerce. Dai più semplici, ai più sofisticati.

Nel tuo caso, si tratta di mera gestione funzionale: ciò nonostante, la normativa europea impone questo tipo di modalità d’informazione per l’utente. Per quanto essa sia invasiva e, a mio avviso, inutile.

2.

Tra i tanti SN siti e blog che leggo e consulto, il solo che presenta in home page un banner relativo all’utilizzo dei cookie è Twitter. [...] Perché loro che profilano clienti, vendono prodotti e servizi non hanno banner ed io che nulla vendo e solo scrivo in uno spirito di completa gratuità dovrei metterli?”.

Significa molto semplicemente che sono fuori norma e che rischiano pene molto, ma molto salate: ad un nostro Cliente sono stati comminati 20.000 Euro di sanzione unicamente perché mancava un flag di consenso all’interno di una form per la registrazione al proprio sito… Al momento della contestazione, erano partiti da sanzioni di 180-120 mila Euro.

Ora, perché non si siano ancora adeguati non lo so […] sta di fatto che il termine ultimo per mettere a norma i siti è il 31/12/2014, e mi riferisco unicamente alla gestione dei cookie, mentre l’informativa sulla privacy va fatta il più presto possibile [...]

Spero di aver chiarito, almeno in buona parte, i tuoi dubbi/quesiti, anche se mi rendo conto che il buon senso ne porrebbe mille altri.

GM, 05/06/2015

Nei giorni scorsi, come forse avrai letto, sulla Rete sono comparsi numerosi post relativi alla cookie law, agli adempimenti in capo ai gestori di blog, a chi deve fare che cosa e come lo deve fare. Ci sono state prese di posizione decise, è stata redatta una petizione con raccolta firme da inoltrare al Garante. I blog hanno adottato le più diverse e fantasiose soluzioni, dai banner alla resistenza in varie forme attuata. Il dissenso è stato ampio. Molte delle obiezioni di merito che sono state sollevate sono dello stesso tono e spirito [quando non anche identiche] a quelle che io stesso, se ricordi, formulai quando tu mi informasti degli adempimenti da ottemperare. Lo rammento unicamente per dire che oltre a non condividere la ratio [che c'entra un blog come il mio con la profilazione a fini profittevoli di qualsiasi natura, tanto per sottolineare un aspetto non secondario della vicenda...], non ne ho compreso bene nemmeno alcuni aspetti per così dire tecnici. Vedo ora che non sono il solo e che sono certamente in buona e migliore, oltre che numerosa, compagnia.

Ti chiederei:

1. se ritieni che comunque il blog “extemporalitas” risponda correttamente ai requisiti meglio [?] precisati, ora;

2. se anch’io dovrei comunque pagare i 150 Euro che sono all’improvviso comparsi come onere [?];

3. a me sembra che il mio blog non usi alcun cookie di profilazione. E’ giusto?
4. i bottoni LinkedIn e Twitter aprono semplici link verso le due piattaforme, e non sono tasti atti ad esprimere preferenze e dunque non dovrebbero rilasciare cookie prima di essere [per scelta] cliccati e quindi indirizzati al sito.

Chiunque capisce che qui si va ben oltre la semplice gestione tecnica dei cookie. Si impone semplicemente la chiusura a chi come me non può permettersi di spendere la cifra, non esigua, temo, prevista dalla somma delle azioni da compiere in relazione alle mie domande. A partire dalla quota di segnalazione [?] del sito.

 

Fabio Zeri, il 09/06/2015

[...]

- [...]ritieni che comunque il blog “extemporalitas” risponda correttamente ai requisiti meglio [?] precisati ora;”

Come succede spesso in Italia, prima si butta una regola, scritta e non pensata nel contesto, poi alla scadenza scoppia il bubbone e si ritira la mano.

Nel tuo caso, in termini di presentazione delle informative, devi comunque esporre:

– come gestisci le eventuali informazioni che potrebbero inviarti i tuoi lettori (anche unicamente per un semplice scambio di email);

– gli eventuali cookie che vengono creati dal sito, siano pure questi tecnici o di terze parti, anche se originati successivamente (click su semplici link, anziché componenti multimediali);

L’adozione del banner è previsto nel caso in cui si usino cookie di terze parti, come quelli di Google analytics, per esempio. Sappi però che questi non sono profilanti, perché l’informativa privacy di Google analytics indica che sono utilizzate modalità di offuscazione degli indirizzi IP e che le informazioni sono condivise tra domini differenti: e identiche sono proprio le caratteristiche richieste dal Garante… Se permetti, sono accorgimenti appositamente pensati ed introdotti perché altrimenti nessuno avrebbe potuto usare più Google analytics, i siti governativi per primi.

- “[…] anch’io dovrei comunque pagare i 150 Euro che sono all’improvviso comparsi come onere [?];”

La risposta è no. Se anche se tu usassi componenti multimediali di terze parti, anche se questi ultimi facessero profilazione, la Legge parla chiaro: tu sei un intermediario, hai l’obbligo di informare l’utente con il banner e con l’informativa che usi appunto cookie di terze parti. Non sei tenuto però alla comunicazione ed alla richiesta d’uso al Garante (leggi: i 150,00 Euro, il costo della procedura). Perché non lo sei? Perché i dati sono gestiti dalle terze parti e non dal tuo sito. Quindi il responsabile della notifica al Garante è la terza parte, in qualità di titolare del trattamento.

- “[…] a me sembra che il mio blog non usi alcun cookie di profilazione. E’ giusto?”

Esatto. Google analytics rientra nella categoria dei cookie tecnici, pur essendo di terze parti, per i motivi che ti ho indicato sopra. L’utilizzo implica però la notifica con il banner.

- “i bottoni LinkedIn e Twitter aprono semplici link verso le due piattaforme, e non sono tasti atti ad esprimere preferenze e dunque non dovrebbero rilasciare cookie prima di essere [per scelta] cliccati e quindi indirizzati al sito.” [...] “Ho visto invece che il logo della licenza Commons ha un suo cookie: andrebbe citato? Che valore ha? Sarebbe tecnico?”

Per come sono strutturati, questi creano invece dei cookie che sono generati dai rispettivi siti. Perché accade? Perché l’immagine che tu visualizzi nella tua pagina, viene caricata direttamente dai loro server web, i quali, a loro volta, generano dei cookie, utili anche per il solo e semplice reperimento dell’immagine. Tra questi, per ciascun bottone/immagine, ci sono sia i Google analytics, sia gli altri cookie che non saprei riconoscere (ci si deve affidare alle rispettive informative su privacy e cookie). Molti di questi gestiti da terzi, servono loro, giustamente, per avere un riscontro di quanti siti stiano utilizzando i servizi erogati dai titolari (nelle modalità previste dalle loro rispettive informative).

In conclusione… L’uso dei cookie di profilazione c’è sempre stato ed una forma analoga di marketing più “invasivo” esiste anche in altri ambiti tecnici/tecnologici al di fuori del cyberspazio… A cosa servono leggi come questa? Semplicemente a legalizzarne l’uso da parte dei grandi players, quelli che realmente traggono profitto dalla profilazione digitale.

Qual è il reale problema? L’Italia è il fanalino di coda, nella coda dei fanalini di coda dell’innovazione tecnologica. Così come lo è dal punto di vista normativo/procedurale: siamo tra i più farraginosi d’Europa. L’esito? Le Leggi vengono predisposte per tappare buchi (per adeguare il dettato legislativo alla normativa europea), vengono redatte spesso in fretta e furia e senza avere una minima cognizione di causa tecnica, ed in merito alla diffusione ed al reale utilizzo delle tecnologie che si vogliono normare. Poi, se a cose fatte chiedi informazioni e/o chiarimenti, indipendentemente dal contesto normativo, la risposta tipo che ricevi è: “guardi, non le so rispondere. Per non saper né leggere né scrivere, lei si adegui”, (che significa: paga l’eventuale tassa prevista e conforma le strutture ai riferimenti normativi).

[...] il plugin di Google analytics è un servizio comodo, utile e gratuito, che, seppure nella dimensione del tuo blog, sarebbe un peccato non sfruttare. Non togliere i link ai social network e al bottone Creative commons che utilizzi, anche se questi creano dei cookie: lascia il banner e riadegua l’informativa, aggiungendo di nuovo il paragrafo relativo ai cookie. Pensa a tutto ciò come ad un servizio informativo, ad una tutela dei tuoi utenti, pur se, come scrivi, sono pochissimi.

 
@ Giordano Mariani:«Nessun uomo è un target. [Biscotti digitali]».

 

 

 

 


«Dubito, ergo sum.»

«Dubito, ergo sum.»

«[…] je n’ai que des questions [...]»: ho creduto di poter raccogliere in tale sintesi, con un tweet, il testo che Isabelle Pariente-Butterlin ha pubblicato ieri, «Ruine (4)». Poco dopo averla letta, quasi subito, ho scritto “Dubito ergo sum”, in forma di tweet. Dire che è una potenziale risposta al suo testo, od anche semplicemente un tentativo, sarebbe presunzione. L’estensione e la profondità, il senso e la qualità delle sue domande, postulano altro impegno. E, del resto, non era nelle mie intenzioni rispondere ad alcuno. Il suo scritto mi ha però indotto a qualche riflessione ed ha suscitato qualche ricordo.

Credo che vi sia anche qualche eco leopardiana nell’immensità, il Mistero, di cui risuona [vorrebbe...] il mio minuscolo incipit in forma di tweet. Credo però che solo la verticalità della Luce, l’ascesi, scampi l’umano dal naufragio cui sembra condannato nella poetica della modernità al tramonto, sia pure nel mare che si apre dolcemente all’Infinito. Non abbiamo risposte. Abbiamo infinite domande. Non abbiamo certezze. Solo lacerti e frammenti. La composizione della narrazione in un affresco privo di sinopia interiore è orfano di fondamenti, senza una visione. Nessuna visione è possibile se si rinuncia alla sete di assoluto. Nessuno ha né può avere il bandolo del filo che conduce all’Eternità, nel qui ed ora che ci è contemporaneo. Nessuno ha l’acqua sorgiva che spegne l’umana sete d’infinito. Abbiamo solo domande… Ed una inesausta sete di Assoluto, quello maiuscolo, sì, che ci abita come un cromosoma divino, o come uno stigma fenotipico. Proprio mentre la ferocia dell’assolutismo secolare urla nel presente storico la sua chiamata impositiva alla negazione di qualsiasi altro da sé, nell’esercizio del terrore e del cinismo spinti entrambi ad una prassi assolutistica, l’esercizio del dubbio, praticato fino alla sua estenuata evidenza, la domanda all’Assoluto, apre una via salvifica. Non esiste alcuna umana affermazione che rinterzata alla prova del silenzio interiore non rimandi l’eco di un più alto e più vasto Silenzio. Il Mistero. Lo sanno i Mistici. Lo dovrebbero sapere i poeti. In quella soglia, all’irta della Luce, si affacciano tutte le nostre risposte, che proprio lì, insieme alle nostre certezze, si fanno di nuovo domande. Restituendoci di nuovo a noi stessi innocenti, o laicamente, alla primordialità di noi. Che è diversa dalla primitività. All’umiltà: che non è un indecente orpello per impotenti, ma una nobile attitudine a fare spazio alla propria consapevolezza del limite. Dentro di noi. In noi stessi. Il nostro limite. Non quello delle siepe leopardiana all’orizzonte. Quello dell’umano davanti e dentro il Mistero. Fra tante tentazioni di assolutismo, che sono tutte la degenerazione secolare della legittima sete di assoluto che abita l’umano, una sola è la via dell’Assoluto. E inizia proprio lì, dove le nostre certezze e le nostre risposte si aprono come fiori di loto alla soglia del Mistero. Dove la vita, curiosa ed amante e non solo di sé, di nuovo si dischiude e sboccia. Per questo il futuro o sarà dei mistici, e di tutti i generosi cercatori di Assoluto, o non sarà.

 

Non conoscevo Sant’Agostino, quando lo scrissi una prima volta. La mia superba ignoranza, frutto della temperie sessantottesca, che aveva lambito, o forse colpito in pieno anche me, uccidendo in culla la promessa borghese che albergava nella mia breve esperienza di vita, ed in essa anche il sapere di cui si riteneva ormai illegittima erede, mi aveva impedito di accedere alle fonti. Una violenza che avrei scontato duramente ed a lungo nella vita. Senza memoria non c’è speranza. Fra tante orfanezze che un transito epocale non mai concluso mi aveva imposto, quella culturale non fu certo tra le marginali e meno significative. La tabula rasa e la crisi hanno i propri punti di forza da offrire all’intelligenza del cuore che vuole, può e sa farne ancore nella deriva. L’irata cesura imposta dagli eventi, pur amata ed accolta con sintonico spirito ribelle, è altro dalla mutazione anche profonda nella continuità Questa tiene viva in alto e nella Luce dell’amore tutta la conoscenza esperita. La violenza, che non è solo fisica, della cancellazione impone esercizi di approssimazione a se stessi talvolta impossibili. Chi sa quale Dio davvero tiene nelle Sue mani alate la nostra piccola, povera, minuscola storia quando la vela si apre al vento di una deriva che sembra a noi senza scampo e che certamente sarebbe tale senza il Suo abbraccio!.

Quando scrissi dunque, una prima volta, un testo e lo intitolai «Dubito, ergo sum.»1, non conoscevo quasi nulla di Sant’Agostino [al quale viene attribuita una formulazione argomentativa in tal senso, non so se anche e quanto letteralmente attestata, nel testo originale di riferimento: “De civitate Dei”. Non è questa la sede, e non sarei del resto all'altezza del compito, per compiere una ricognizione sull'originale e svolgere un'esegesi: «Si enim fallor sum. Nam qui non est, utique nec falli potest, ac per hoc sum si fallor»: così, comunque, l'immenso Agostino, De civitate Dei, Liber 11, 26]. Avevo quasi venticinque anni, ne erano trascorsi dieci dalle vicende sessantottine. Stavo piano piano e lentamente uscendo dalla superba ignoranza nella quale mi ero arroccato, in gran parte assecondando una forma di reazione che all’epoca malintesi quale rivoluzione e/o ribellione, per approdare ad una più rassicurante ignoranza consapevole di sé. Da pochi mesi, forse poco più di un anno, lavoravo nella redazione del giornale in cui ne avrei trascorsi 16 della mia vita. Ero pieno di gioia, di entusiasmo, di curiosità. Disordinatamente onnivoro, nella mia sete di conoscenza, e generosamente improbabile nell’esercizio del dono di me. Così, l’ebrezza di una ritrovata confidenza con quella cultura dalla quale mi ero da me stesso strappato, non risparmiava niente e nessuno. A Natale di quell’anno, tra i tanti auguri che avevo scritto, ricordo in particolare quelli pensati per il direttore di allora. Un sacerdote singolare, la cui vicenda post-conciliare ed il cui talento giornalistico costituivano, e forse tuttora sono nei lacerti della storia locale, una leggenda, di quelle che solo la Provincia è in grado di generare e che solo lei dunque conosce. C’era forse anche qualche accento d’ironia nello scritto, uno strumento di difesa, il solo che abbia sempre esercitato attivamente durante la vita, ed in quegli anni in particolare. Una forma di resistenza all’incalzare di una stagione a suo modo impositiva ed in certa misura reazionaria, che culminò nell’antropologia, per me devastante, degli Anni Ottanta [al tramonto, inteso come diapason epocale, non c'è mai, non c'è mai stata fine: sorprende talvolta la non so quanto ingenua ed autentica sorpresa di qualcuno davanti all'inarrestabile deriva dei tempi presenti]. «Dubito, ergo sum.», che non era in alcun modo per quanto ne sapevo tributaria di alcunché verso Agostino, [ma era, nella mia intenzione incolta, una semplice parafrasi da orecchiante: credevo di citare a modo mio, parafrasandolo appunto, Cartesio], fu, è stata, ed è la mia minuscola nota interiore, l’accento di una resistenza che presagivo senza fine, e così è stato. Resistenza a cosa? All’epoca, all’incipiente ed incalzante arroganza di un potere [minuscolo, nella sua essenza] che non dubitava di nulla, a partire da se stesso, non per virtù di conoscenza. Non dubitava, semplicemente perché non poteva più farlo. Non credendo più a nulla. Se non alla prepotenza di sé, nell’accumulo e nell’esercizio di un potere privo di qualunque visione storica, ma ben deciso a mantenersi, fine a se stesso, e ad accrescersi. Il potere come fine ultimo e supremo e mai come strumento di servizio per un fine più alto. E’ una storia vecchia. Almeno per chi ha sessanta e più anni come me.

Il direttore era un uomo intelligente e dotato di una sensibilità particolare, un’intuitività rara. Sapevo che non c’era molto campo, nemmeno presso di lui, sebbene fosse estremamente cólto, e a suo modo, per i tempi e per il contesto, estremamente aperto, per gli esercizi spirituali di un giovane poeta esordiente nel giornalismo. Allora le gerarchie erano dure e chiare e la fatica dell’apprendistato era qualcosa che non ammetteva deroghe né ribellioni gratuite. L’ho scritto: fui a lungo [forse sempre] assai improbabile nei miei comportamenti. Chiusi la porta della direzione alle mie spalle e gli consegnai la busta con il testo di “Dubito ergo sum”. Egli finse sorpresa, mentre ascoltava le mie poche parole di augurio, che gli consegnavo frugalmente insieme alla copia di un libro [Ricordo perfettamente anche il titolo: ma non è il caso qui…]. Mi congedò svelto e quasi bruscamente, come era nel suo stile, e come soprattutto faceva quando non voleva lasciar trasparire sentimenti. Come tutti i timidi. Anche se nessuno, o pochi, credo, l’avrebbero mai sostenuto a proposito di lui.

Si comportò come sempre: per restituire a quell’eccesso di confidenza, gradito, lo so e lo sapevo nel cuore, il suo giusto ambito relazionale, approfittò dell’occasione a suo modo giusta, giusta per lui, per ringraziarmi. Con quell’ironia che talvolta sconfinava nel sarcasmo e che gli era propria, quando voleva dissimulare un sentimento che sembrava non volersi permettere, o non potersi permettere davanti al giovane che io ero, qualche giorno dopo approfittò della circostanza. Mi trovavo nel suo studio, ammesso non so più per quale circostanza di lavoro. Davanti a lui sedeva non ricordo quale eminenza, non credo locale, con la quale il direttore era in rapporto di estrema confidenza, amicale. Era lì per lo scambio degli auguri, e gli avrebbe fatto compagnia fino al pranzo, al quale il mio direttore lo aveva certamente invitato. Dopo avere risolto il problema di lavoro per cui mi trovavo davanti a lui, estrasse da un cassetto i miei foglietti: “Dubito ergo sum”, il mio testo. Con quel tono di cui solo lui era capace, vagamente irrisorio nei confronti del potere, e mai offensivo, si rivolse all’amico. Dopo averne elencate gran parte delle autorevolissime cariche , lo apostrofò dicendo: “Dimmi se a te succede mai di ricevere auguri in forma di poesia…”. Rideva ed ora sconfinava in una retorica volutamente ampollosa, mentre, per sminuire l’evidenza, decantava le mie virtù di poeta. L’amico dovette ammettere che si trattava di una circostanza singolare, e che no, non c’erano poeti intorno a lui che affidassero alla virtù del dubbio un lirismo benaugurale. Forse è a causa di quello scambio di cui fui involontario protagonista che non mi sono dimenticato mai di “Dubito ergo sum”. All’epoca non esisteva il parossismo archivistico, forse indotto e/o facilitato dagli strumenti digitali, che sostiene, e talvolta affligge nella sua dismisura, il presente. Credo di avere però da qualche parte riposta la bozza del canto ispirato alla virtù del dubbio. Avevo, ed ho, all’atto della prima stesura, una scrittura impossibile anche per me. L’urgenza del dettato ha sempre fatto premio in me su ogni altra necessità, compresa quella di leggere. E dunque sono sempre stato costretto a stendere almeno un’altra versione presentabile, anche graficamente, dopo la prima. Andò certamente così anche quella volta, e, dunque, in qualche cartelletta, riposa un lacerto di memoria.

 

 

1Nel 1996, quasi vent’anni dopo, fu una persona estremamente colta, alla quale avevo affidato la revisione del testo in bozze proprio per evitarmi penosi strafalcioni relativi a lingua latina e citazioni, che mi trasse dall’ignoranza. Quando passai a ritirare il testo, scambiammo qualche considerazione. In “Vigilie in esilio”, quello il titolo del libro in corso di pubblicazione, avevo inserito tre canti, che costituivano il cuore del lavoro e lo snodo di senso. “Dubito ergo sum”, “Dubito ergo sum II”, “Dubito ergo sum III”. Quando sfogliando giungemmo a quelle pagine, alzò il viso dal lavoro, mi sorrise: “Sant’Agostino…”, disse. Allora le chiesi, e lei, preoccupata e scrupolosa, verificò di nuovo [e chi sa quante altre volte lo avrà fatto e quanti testi avrà compulsato, lei, frequentatrice di “Certamen” ed appassionata e scrupolosissima insegnante di Latino e di Greco], dubitò [lei! Dubito, ergo sum…], argomentò, precisò… natura letteraria e sostanza del pensiero e dei riferimenti. Quando pochi mesi dopo pubblicai, la prima persona che ringraziai, nelle pagine dedicate, fu naturalmente lei.