«Una stella incoronata di buio».[2]

«Una stella incoronata di buio». [1]

«Una stella incoronata di buio».[2]

Sono stato negli anni della giovinezza ai confini dell’emarginazione. Oggi si direbbe un candidato border line. Dopo essere stato sempre un primo della classe (oltre il Sessantotto, almeno fino al Settanta), mi sono auto confinato nella marginalità sociale, coltivando profili sempre più a rischio. Lo scenario che Tobagi tratteggia non è così lontano dai fondamenti causali di tale parabola. Lì ho iniziato a lottare contro vento (e contro me stesso, prima di tutto: avverso all’io borghese che ero stato educato ad essere e che era ben vivo in me) dopo essere stato a lungo, durante tutta la mia allora ancor breve vita, un prediletto dalla sintassi istituzionale, sociale ed anche scolastica. Non interessa nessuno qui ora indagare i motivi. Preme, a me, per trovare il filo della risposta, dei perché, cogliere l’intersezione esistenziale e di senso fra la Storia, la maiuscola, che è tema della Tobagi, e la mia piccola vicenda personale e feriale, se uno ce n’è. Che cosa di tanto significativo ha non solo lambito la mia coscienza, ma ha al tempo stesso rivoltato la mia piccola autobiografia da rendermi affascinato nella lettura ed inquieto nella riflessione che essa ha suscitato? Eppure ho trascorso gran parte della mia vita a meditare sul rapporto tra la mia origine ed il mio destino, alla Luce di una visione altra rispetto a quella della Storia che mi è passata accanto e della ferialità che sono stato chiamato a vivere.

Già durante la lettura, ho sentito affiorare alcuni indizi, forse secondari, che concorrono però tutti insieme a formulare un tentativo esaustivo di risposta.

L’articolo citato di Gad Lerner. Dopo poche righe, ho capito che avrei comprato e letto il libro. Il testo del giornalista è stato decisivo nell’orientare la mia scelta. Insieme ed ancor più delle parole, lo è stata, però, l’immagine di Arnaldo Trebeschi che piange chino sullo striscione che copre il corpo esanime di suo fratello Alberto, e che ha suscitato in me ancora una volta (quante volte l’ho rivista in questi decenni?) un profondo turbamento e commozione. E’ lui la persona ritratta nella fotografia che illustra l’articolo di Lerner. Fu mio insegnante di Fisica, il primo anno all’ITIS “Castelli”, nel 1967-’68, credo. Non riesco a ricordare invece i motivi per cui ebbi tra i miei insegnanti di Fisica lo stesso Alberto, forse per un breve periodo, in prima. Erano gli anni del preside fascista (proprio quello che cita sia pur fugacemente Tobagi stessa), quello che in una mattina d’autunno del ’67 mi chiamò in presidenza insieme ad altri compagni di altre classi per affidarmi, per meriti, il profitto, maturati nel corso scolastico precedente, l’incarico di capoclasse. Un’investitura solenne e piuttosto impegnativa. Fu uno dei primi profili personali accreditati istituzionalmente dei quali feci strame, a partire da quasi subito, per tentare di liberarmi del me stesso borghese che ero stato e che ancora sopravviveva in me. Avvicinandomi con gli stivali delle sette leghe a quell’abisso di solitudine morale e sociale che non trovò alcuna risposta per un decennio almeno, in quegli anni turbolenti, se non una sempre più vasta e profonda dissipazione (di me stesso). Evidentemente, le limpide (e rarissime) figure istituzionali che incontrai non furono sufficienti a corroborare la fiducia che avevo sempre mantenuto fino a quel tempo in loro (ed in me stesso). O forse, purtroppo, le incontrai solo marginalmente ed unicamente come insegnanti e per brevi intervalli di vita e ciò non fu sufficiente ad arginare la deriva ribelle in cui mi stavo infilando.

«Una stella incoronata di buio».[3]

«Una stella incoronata di buio». [1]

«Una stella incoronata di buio». [1]

Non scrivo quasi mai in merito ai libri che leggo. Preferisco che le mie letture decantino e riposino in quella lenta e profonda ruminazione che è la meditazione compiuta nei sintagmi riflessivi della prassi. Nella vita feriale. Nel gesto quotidiano.

In quasi quarant’anni di scrittura pubblicata, ho recensito pochissimi testi. Meno di dieci, credo, azzardando a memoria un’approssimazione che ritengo a prova di smentita, per quel che importa.

Avrei voluto fare un’altra eccezione alla pratica (l’undicesima, forse?), recensendo il libro “Una stella incoronata di buio”, scritto da Benedetta Tobagi (Einaudi, 2013). Decisi che lo avrei letto quando, il 12 Novembre scorso, ne scrisse Gad Lerner.

Pochi giorni dopo, il 21, il libro di Tobagi era nelle mie mani. Ho terminato di leggerlo il 25 mattina. 438 pagine, escluse le “Note e le fonti” ed i “Ringraziamenti”, che pure ho scorso per intero o ampiamente compulsato. Quattro giorni. L’arida contabilità denota una cifra interiore ben più significativa ed eloquente. E’ stata una lettura senza requie, appassionata e travolgente. Come sempre accade quando chi scrive ti avvince alla parola, in un dialogo fitto e senza remissione con il profondo di te, scosso sino alle sue fondamenta.

Devo prima di tutto un grazie a Benedetta Tobagi, che con il suo lavoro mi ha convocato a riflettere su un periodo che fu soglia della mia vita adulta, precisamente la sua origine, che avevo a lungo e dolorosamente metabolizzato. Potrei dire che lo avevo scontato negli anni immediatamente successivi quel decennio, vivendo nel tentativo di riscattarlo. Malgrado non abbia mai evitato di fare i conti, giorno per giorno, con quella memoria, con i suoi strascichi autobiografici che inevitabilmente sono affiorati ed hanno informato anche parte della mia piccola, intera storia personale.

Forse è accaduto che vi sia tanto intensamente tornato perché, con lo stimolo benefico del libro di Tobagi, è vero quel che ha scritto Eliot. “What we call the beginning is often the end/And to make an end is to make a beginning./ The end is where we start […]”. (Thomas S. Eliot, “Quattro quartetti”, Garzanti, 1984, “Ciò che chiamiamo il principio è spesso la fine/ E finire è cominciare./ La fine è là donde partiamo […]”, trad. di Filippo Donini). Ed io credo e sento di avere iniziato il tratto finale del cammino terreno.

Quando ho terminato di leggere il libro, sono rimasto a lungo con alcuni interrogativi aperti. Il primo riguarda me stesso ed i motivi di un tanto intenso e profondo coinvolgimento. Ho capito che recensire il libro avrebbe significato tentare di affrontarli apertamente ed in modo il più possibile esaustivo. Il farlo, però, mi avrebbe portato assai lontano da una tipologia testuale che è per sua natura essenziale. L’ho fatto. Ho assecondato e lasciato accadere un incalzante esame di coscienza aperto a tutto. Ne è nato un testo che non è certamente una recensione. Non saprei come definirlo, in sé, anche se il merito e la genesi mi paiono chiare. E’ nato dal tentativo di individuare e di fermare fin dove mi è stato possibile almeno le domande, se non le risposte, che mi sono nate dentro, leggendo, ricordando, riflettendo. Ed è stato inevitabilmente un confronto critico con il testo, compiuto a partire da un’esperienza personale. Che genere testuale sia quello che è scaturito da tali premesse, non so e non mi importa qui saperlo.

So perché è accaduto. Lo so con la certezza dell’intuizione, con la sublime fissità della memoria che calcina sul fondale dell’esperienza la verità di te. Il giovane che fosti, l’uomo che sei. Ai margini della storia, certo, ma ben vivo sempre nella sua flessione esistenziale. In una coerente declinazione di sè. Potrei dare qualche indizio, nominale, spaziale, temporale. Solo un testo ampio ed approfondito potrebbe tentare di spiegare i tanti perché, che sono all’origine di una così coinvolgente lettura. Dare risposte adeguate a stimoli, successioni, ricorrenze biografiche, soglie interiori.

La narrazione di Benedetta Tobagi ed il suo acume indagatore, la sua sapiente mano di storico, intrisa però di un umanesimo ignoto ad altre più paludate letture, trascina l’io che legge, il mio nel caso, al diapason di una irresistibile risonanza. Ci sono, nel libro, nomi, luoghi, eventi che risultano evocativi con la forza della flessione autobiografica. C’è uno sfondo, storico esistenziale. E c’è un fondale, un’eco interiore, la mia, che sa molto meno di un’accurata ricostruzione storica, ma conosce molto più nell’impeto di una coscienza dolorosamente lucida negli anni della giovinezza irrisolta. Nel transito da una condizione di piccolo borghese a quella del tutto ignota di una qualità sociale imprevista ed imprevedibile, mai fino in fondo a segno nell’infinita transizione che ha coinvolto il nostro Paese in quegli anni, e non solo, e che Benedetta Tobagi delinea nelle sue linee essenziali.

Con folgoranti stilemi di scenario che costruiscono gli assi portanti del Dopoguerra, una prima transizione, dal fascismo alla Democrazia. Gli stessi accenti, identici in un caso almeno, che sono stati vivi spesso nel racconto di mia madre che fu staffetta partigiana. O che sintetizzano nella forma quasi aforistica e però bene a dimora nei panni della storia gli anni della mia giovinezza, a cavallo tra il Sessantotto e l’inizio degli Ottanta. Quando Tobagi sembra tagliare, proprio addosso ad un profilo ribelle ed insieme perduto ed allora piuttosto diffuso, un’icona di senso che pare identica a quella che ho per lunghi anni insieme blandito patito e temuto. Sempre sull’abisso di una qualche rovinosa caduta nei cotés turbati e turbolenti di quegli anni. Un’altra transizione (infinita?) la mia questa volta, nel cuore della storia del Paese.

Potrei iniziare da qui, ritrovare le pagine precise delle due citazioni che riguardano tali passaggi e svolgere intorno ad essi la risposta alla domanda: perché tanto e tale coinvolgimento nella lettura di una Storia che mi ha visto in fondo sempre al margine quando non anche straniero (solo estraneo?)?. Una fra le tante possibili. Perché un libro che suscita in me tante e tali risonanze? L’ipotesi che sia stata la sola e semplice memoria degli anni giovanili andati via per sempre, per quanto essi costituiscano sempre un suggestivo catalizzatore di memoria, non è sufficiente a motivare una risposta.

Quando ho finito, ma più volte durante la lettura ho avuto pause, mi sono ritrovato sospeso su di un interrogativo aperto. Che cosa è stata la mia vita rispetto alla Storia che mi è scorsa accanto? Dov’ero e dove sono stato e dove sono nella scena che Tobagi costruisce con architettura storica esemplare e con talento narrativo di sapida vena umanistica? Perché a sessant’anni, tanti ne ho, e a quaranta e più di distanza dagli eventi, ancora tremo avvinto a certi passaggi ed alcuni nomi mi squarciano la memoria e trasalisco sulla sedia quando altri episodi mi si staccano davanti con il profilo della presenza al reale?

Ci vorrebbe un libro, sì, anche solo per solo tentare di rispondere.

«Una stella incoronata di buio».[2]

Sogno di una notte di mezza estate.

Vagando nella canicola, vagamente assuefatto all’indolenza che essa impone, ma non stordito dall’eco della cronaca che si fa storia e quasi impone l’agenda dei confronti anche privati, ho ritrovato sull’HD questo pezzo scritto l’8 ottobre 2007. Non amo e non ho mai amato gli uomini soli al comando. Credo che il male alligni e si sviluppi nel brodo di coltura di circostanze che non sanno generare gli anticorpi della critica in grado di riconoscerlo, e che la banalità dei propri comodi quotidiani, spacciati spesso per legittimi interessi personali, annichilisca o spenga sul nascere il dovere dell’opposizione e della resistenza al male stesso. In qualunque forma si eserciti a nascere, a moltiplicarsi, a vivere. Se è vero, come ho spesso scritto e come credo vero, che nessuno si salva da solo, è vero anche che il carisma benefico di un singolo può contribuire a scatenare la rivoluzione delle anime assopite dal conformismo della menzogna, della corruzione, dell’egoismo, dell’ipocrisia e del cinismo. Il pezzo che scrissi in quell’ottobre di cinque anni fa, non si riferisce a nessuno in particolare. Del resto, lo ripeto, amo più l’armonia dei diversi che le esibizioni muscolari dei solitari portatori di identità impositive.  Credo più nella bellezza di un Paese animato da singole coscienze vive e vocate al cammino insieme, che nella prassi vagamente idolatra dei popoli che si affidano al salvatore senza riserve critiche interiori atte a coglierne le contraddizioni e le menzogne. Eppure, quella sera d’inverno (il titolo era un altro), chi sa perché, chi sa pensando a chi, mi lasciai andare ad una licenza politicamente impoetica. Oggi, chi sa perché l’ho trovata… o forse proprio oggi lei ha ritrovato me. Il caso, lo so, non esiste.

 

Sogno di una notte di mezza estate.

Lungo i sentieri tortuosi che conducono in vetta al governo del Paese, fra tornanti da brivido antipolitico che si affacciano sopra abissi istituzionali, nella polvere sollevata da demagogia e populismo, c’è un uomo solo al comando. Ha il ciuffo composto e canuto, l’accento impolitico di chi ha licenza per cantare la bellezza del senso civico, lo sguardo ironico acceso dal disincanto dell’età, ma non spento dal cinismo degli usi e costumi…

 

Prima ha atteso che i vellicatori istituzionali dei più bassi istinti della società incivile tentassero  la fuga in avanti lisciando a lungo (durante più di un decennio) il pelo del gruppone indignato dagli scandali degli anni Ottanta. Poi ha guardato demagoghi e populisti massmediatici sfogarsi lungo i primi tornanti della strada che sembrava avere condotto alla Seconda Repubblica (primo quinquennio del Duemila). Nel contempo ha studiato attentamente le strategie, non di rado ciniche ed opportuniste, comunque sempre calcolatrici, di immaginifici sociologi e di profeti del giorno dopo, primi fra tutti uomini immagine, condottieri del marketing e della comunicazione politica, statistici illuminati dal senno di poi e analisti mirabili nell’attribuire nomi nuovi a cose obsolete. Tutti ispirati alla visionarietà dell’aposteriori. Infine si è messo in condizione di partecipare al meglio alla fuga buona e ha dunque deciso di sferrare l’attacco finale. L’ultimo e determinante. Quello che lo ha portato in testa, solo e con grande, aristocratico distacco. Per nulla intenzionato a dissimularlo, sebbene i rotti a tutto tentino di spingere al margine quella che, secondo i loro usi e costumi, non di rado non solo politici, sembra essere una inarrestabile vena naif. Confinandola ora nel greto dimesso dell’inopportunità politica, ora nel campo bene arato del politicamente scorretto, ora nella folta gramigna dell’ingenuità inutile, anzi dannosa per il raccolto (elettorale). Con mirabile sprezzo del pericolo, la convenienza personale e l’interesse di parte, si è alzato sui pedali, ha guardato l’orizzonte della ancor lontana ed invisibile vetta ed è partito. Come solo i campioni sanno fare. Buttando al vento tattiche e tecniche, alleanze opportuniste e convenienze strategiche. Con un impeto di passione civile, ha allungato. Verso la sola meta importante per ogni uomo: il rispetto di se stesso manifestato nella coerenza con il proprio ruolo e nella fedeltà alla proprie convinzioni. Anche dichiarate e non dissimulate o, peggio, tradite a giorni alterni, secondo l’inclinazione meteorologica ispirata ai venti di massa, primi fra tutti quelli artificiali alimentati dalle gigantesche pale mediatiche.

Incurante del fastidioso ronzio di fondo che ruote più o meno amiche procurano intorno, ha continuato a pedalare a testa bassa, nel solco della propria competente  coerenza. Senza abbandonare, nemmeno nei momenti in cui la strada impenna, l’eleganza del passista che sa dosare le forze in attesa di spendere tutta la riserva del talento. Quindi, colto il momento, ha alzato lo sguardo. Il papa laico ha sferrato un durissimo attacco all’ego che alligna indisturbato nel Paese sotto la coltre di un mal dissimulato conformismo. Scelta di tempo perfetta. Eccellente la conoscenza del terreno sul quale spendere il meglio delle proprie energie. Esemplare il modo con cui si è liberato della zavorra ancora in scia nel gruppo dei pari: l’argomentazione a sostegno del proprio stacco in avanti. Chapeau. Qualunque fosse il destino della squadra di cui è parte, ha già scalato il terribile valico della coerenza e della trasparenza, della limpidezza comunicativa (naif?). Il Gran premio dell’antiretorica istituzionale è certamente suo.

Assuefatti agli indici di gradimento e di ascolto, dalle proiezioni statistiche del nostro (presunto) immaginario collettivo (forse sarebbe più corretta una lettura di segno opposto), stremati dall’overdose di esposizione ai media, confusi dalla serietà di comici che si ostinano a sostenere ruoli impegnativi e dalla comicità di persone impegnate che riescono a far ridere anche quando assumono accenti gravi, siamo ormai incapaci di cogliere il filo d’oro di una verità dentro il retorico magma di infiniti pronunciamenti contraddittori  fra loro e/o incoerenti rispetto al profilo di chi li espone e ci assale dunque subito un dubbio.

Forse, con una strategia acuminata e a tratti perfida, silente e nascosta come solo sanno essere i disegni di largo respiro e di lunga gittata, ha deciso di candidarsi, con credenziali vincenti, al  Circensi Media Awards. Una competizione ormai più prestigiosa del Nobel e più accreditante di qualsiasi virtuosa esistenza, animata sempre più, se non solo, da personaggi, di varia estrazione pubblica e privata, che legittimano il proprio ruolo, molto, se non unicamente, apparendo e poco agendo. Fedele alla scuola di una vita, sostenuto con la certificazione di qualità di persona seria, non ha però adottato lo stile smutandato e ombelicale di qualche subretto dell’avanspettacolo politico. E forse questo (anche questo…) gli ha guadagnato un ampio margine di credibilità.

Ci si potrebbe chiedere se possa esistere equità in assenza di legalità (la giustizia, in una società civile e democratica, ha il suo fondamento nel rispetto delle leggi). Ci si potrebbe chiedere se sia necessario iniziare dall’equa distribuzione delle risorse, prima che dal rispetto della normativa che consente di alimentarle. Si finisce sempre ad uno stesso identico punto: solo una limpida coscienza civile può informare una corretta prassi della convivenza. Del resto, una sinistra degna di tale nome, dovrebbe sapere che la legge, in una società democratica, si pone a tutela soprattutto degli ultimi. Non per una distorsione ideologica del diritto: per la semplice ragione che i soggetti forti (economicamente, fisicamente, politicamente, intellettualmente, culturalmente, persino spiritualmente…) non ne avrebbero alcun bisogno, ciascuno nel proprio ambito di prevalenza, per ottenere giustizia. La norma, ispirata ad un principio regolatore il più possibile condiviso, è invece essenziale al fine di ristabilire un equilibrio in favore del soggetto più debole. Ognuno potrebbe applicare un semplice e minimo esempio a tale argomentazione, per capire come, in caso di conflitto/disparità, solo un giudice terzo rispetto alle  parti in causa (la legge, appunto), potrebbe ottenere, in nome di una legge volta a tutelare i diritti di tutti e di ciascuno, alla componente più debole il rispetto del proprio diritto. Certo, ci si può, e ci si deve, impegnare per costruire una società equa anche prima, ma non al di fuori, delle leggi. In una società democratica, però, non si può subordinare continuamente la legge allo spirito senza suscitare il sospetto che sia l’interesse di una sola parte a guidare le azioni. Del resto, una destra degna di tale nome dovrebbe sapere che non si esercita la tutela del diritto in spregio al bene comune e in difesa esclusivamente dell’(proprio) interesse privato. Non per una inclinazione demagogica, populista ed infine paternalistica a lasciar cadere l’obolo dalla ricca mensa. Per la civile consapevolezza del fatto che la propria forza, il potere, è un’opzione debitrice sempre di qualche attenzione al contesto.

Ci si potrebbe chiedere “chi cominci per primo e da dove si debba iniziare”. Tutti i punti d’inizio vanno bene (legalità ispirata ad equità o equità attestata nella legalità) e tutti avrebbero il diritto (verso se stessi: coscienza/coerenza) e il dovere (verso la società civile) di iniziare per primi. A condizione che l’impegno sia poi di tutti e di ciascuno, secondo le potenzialità. La coscienza civile viene prima del principio di legalità e del principio di equità, ma, appunto, li fonda ed ispira entrambi. Senza, non vi è alcun inizio e dunque nessun destino. Ognuno dovrebbe curarla in sé ed esprimerla nell’esperienza al meglio di sé. In coerenza con il proprio ruolo. La credibilità è la fonte primaria di ogni fiducia. La sola che offre spunti adeguati per una significativa costruzione del futuro.

 

 

 

Autospot.

So che non è elegante citare se stessi. So che atteggiandosi a profeti del giorno dopo, “io l’avevo detto”, si corre il rischio di essere assimilati alle millanterie dei profeti dell’istante. A 60 anni, dopo quasi venti di inoccupazione, in gran parte scelta e rinnovata nel rispetto della coscienza personale, e dopo enne citazioni di altri, persuase e convinte, proseguo l’azzardo e mi cito. Riprendo cioè pubblicamente, senza alcun motivo o sollecitazione terza (invito, convegno, seminario), un mio lavoro professionalmente attestato in un contesto che, per le sue caratteristiche di estrema gratuità e marginalità, professionale non verrebbe considerato ad alcun titolo. Questo blog, per esempio.

Nel 2000, dopo che il Ministero aveva introdotto (1998) la possibilità di svolgere la prova scritta di Italiano nella forma delle nuove tipologie testuali articolo di giornale e saggio breve, mi inventai questo progetto.

Per la prima volta mi sfilai da uno dei tanti corsi di formazione ai quali avevo partecipato dopo le mie dimissioni dal giornale, nel 1994, sei, per un totale di più di 2000 ore di formazione in quattro anni, e riuscii a salvare dalle forche caudine dell’emulazione e del plagio e dello sfruttamento a titolo gratuito, un mio impegno, un mio progetto. Approdai per la prima volta dopo 6 anni ad un lavoro retribuito, con il progetto Trenta righe per sessanta battute. Nel 2003, incoraggiato dalla benevolenza che la vita sembrava riservare ancora e di nuovo all’iniziativa personale, proposi alla casa editrice Erickson di pubblicare un testo propedeutico alla scrittura delle nuove tipologie testuali, che attingesse alla mia esperienza lunga di giornalista e a quella più breve di formatore. Non conoscevo nessuno all’interno della casa editrice di Trento. Avevo letto in momenti diversi, differenti libri da loro pubblicati. Telefonai. Mi suggerirono di scrivere una prima email. Lo feci. Mi risposero di inviare una bozza sommario dell’opera, che sembrava interessare. Qualche tempo dopo, mi invitarono ad andare a Trento, per discutere del testo, accettato. Ci andai, una prima ed unica volta, con la bozza, per presentare alla direzione il mio progetto. Nel 2004, dopo poco più di un anno ed un intenso dialogo a distanza con la Editor, uscì il libro.

In questi tredici anni, ho avuto altre rare volte la possibilità di riscontrare una felice coincidenza tra le intuizioni personali e le proposte fatte in sede d’Esame dal Ministero. Nulla di rilevante: piccole concomitanze, talvolta relative a tracce nuove ed ulteriori che di anno in anno ho preparato e proposto agli allievi dei corsi. Mai, però, mi era accaduto di comparare, come quest’anno, quattro ricorrenze (autoriali). Dopo aver letto le tracce, nei giorni scorsi, avevo scritto un semplice twitt, in proposito, nulla più. Poi, le numerose reazioni di diverso segno nate intorno alle scelte (Claudio Magris) e alla ripresa di un autore tanto apprezzato quanto spesso poco conosciuto, Pier Paolo Pasolini, mi hanno indotto in questo, poco elegante lo so, excursus nella memoria dell’esperienza personale. Certo, non è necessario avere letto “L’anello di Clarisse” o “Illazioni su una sciabola”, (per esempio, non ho letto “Danubio”), o sapere dei testi che l’autore triestino ha dedicato a Carlo Michelstaedter o a Paul Celan per conoscere lo spessore umano di Magris e la sua statura di autore. Sarebbe bastato leggere alcuni dei numerosissimi ed eccellenti saggi brevi che egli ha pubblicato per anni sul “Corriere della Sera” per avere qualche perplessità in merito ad alcuni dubbi esposti nelle interviste, dopo l’Esame.

Nelle tracce date quest’anno dal Ministero, erano citati Claudio Magris, Pier Paolo Pasolini, con gli “Scritti corsari”, Montale e  M.L. Salvadori. Tutti autori che ho inserito nel mio libro (2004). Alcuni, li ho più volte ricordati durante gli anni (nello svolgimento del corso e nelle dispense consegnate di volta in volta agli allievi). Pasolini è un ospite fisso dei miei corsi sin dalla prima edizione. L’ho sempre indicato nelle dispense, proprio con i suoi “Scritti corsari”, quale esempio chiaro di autore di saggi brevi, che ha frequentato il giornalismo. Gli ho dedicato più di un paragrafo nel libro citato più sopra. (Per inciso, a maggio, avevo destinato a PPP questo scritto).

Di Magris, avevo ripreso io stesso la presentazione di un volume (diverso da quello scelto dal Ministero: il mio era “Un poeta ed altri racconti”, di Eugenio Colorni) per consigliare un esercizio di lettura, analisi critica/commento, nel lavoro pubblicato da Erickson.

Certo, forse Claudio Magris non è un classico (non lo è ancora e non potrebbe esserlo). Ma chi e quando mai potrebbe definire il (un) canone della contemporaneità senza rischiare di essere subito smentito, se non anche di coprirsi di ridicolo? Quante volte chi ha una lunga vita alle spalle ha sentito gridare alla nascita del “novello Dante”, l’indice critico della lode puntato verso l’ennesimo fenomeno letterario, presto scomparso dagli orizzonti della poesia?

E’ più importante sapere della presunta grandezza di un autore o è più significativo tentare di capire se chi scrive aiuta a pensare, aiuta a capire? Se un autore circonfuso di gloria, spesso un solo modesto accento mediatico su teste meritevoli di altri e più prosaici destini, o meno, prima ed oltre la sua stessa fama, fa luce dentro (l’uomo) e davanti (l’orizzonte della storia)? Ho sempre scelto senza alcuna esitazione le seconde risposte.

 

 

Aurore.

La vita umana terrena è ontologicamente un tempo di transito. Di passaggio dall’una condizione all’altra, in una permanenza che si compie fra Origine e Mistero.

Vi sono, però, alcune epoche storiche che più di altre vivono contraddistinte dalla precarietà dei topos che le abitano, dei canoni che le informano, delle Koiné culturali (antropologiche?) che le distinguono e insieme le fondano.

Posso dire di avere trascorso tutta la mia vita nel pieno di un transito epocale.

L’incertezza delle soglie, la dissoluzione dei confini, l’angoscia dei destini, l’angustia delle definizioni, subito bruciate dall’avvento di una nuova.

Si ha l’impressione di vivere e di muoversi in una lacerazione bipolare dell’anima. Talvolta, protagonisti noi stessi di esacerbati testa a testa con verità prive di fondamento, se non nel qui ed ora della superficie. Dell’apparenza che distingue come un’etichetta sul prodotto che siamo, nel supermercato esistenziale di un presente senza apparente scampo. Senza destino.

Divisi fra manichei ed opportunisti. Fra la dolorosa oltranza della coerente visione e la felicità cabriolet di istantanee della verità mutante. In un irrisolto ed irresolubile confronto fra coloro che con ostinazione sentono l’attrazione di Medusa e, cedendo infine alla tentazione, volgono lo sguardo (al passato), venendo perciò pietrificati nella calcinazione della presenza in un qui ed ora immutabile per sempre; e coloro che tendono fino all’estremo limite, al diapason dell’ansia, la forma del nuovo, l’epifania degli stati nascenti invocati senza remissione, e subito rinnegati prima che giungano alla dignità di un pensiero profondo e perciò duraturo.

Non c’è ambito della vita umana, dalla prosa feriale, all’arte, alla religione, alla scienza che non sia stato informato da tale torsione interiore. Che non abbia conosciuto nel presente storico che ho vissuto tale tensione fra coscienza irrevocabile del tramonto e necessità esiziale dell’aurora.

I micro ed i macroscenari del presente storico a me contemporaneo, hanno scontato e scontano spesso la precarietà del transito. In cui i canoni statuiti tramontano nella luce gloriosa di ciò che furono, per unanime riconoscimento e riconoscenza. Ed i fondamenti ontologici di tempi nuovi stentano a nascere, minacciati come sono da piccole feriali ambizioni, da minorità interiori. Da paura dell’ego e temerarietà delle ambizioni scaltre.

L’integralismo dell’integrazione ai luoghi comuni, vincenti e rassicuranti, sembra avere strozzato la profezia. Sembra avere garantito la sopravvivenza delle forme della tradizione, intatte, sia pure nella loro declinazione di simulacro. Ha certamente dato vita alla disintegrazione dell’io profondo, dell’anima del mondo.

Non di rado si inciampa e si viene coinvolti in conflitti che sono conseguenza di un’ambiguità latente. Come se, timorosi di futuro e destino, nostalgici di passato e memoria, fossimo abitati dall’ambiguità di Giano. Impotenti, anche fuori, nella realtà delle cose, e non solo dentro, nella frantumazione  dell’io. La vita nuova, che sarebbe tessitura armonica di memoria e speranza, inciampa allora, nella trama corrotta dei giorni.

Quante volte ci si ritrova vittima di paradossi? Quante volte una semplice rimodulazione dei mezzi non risponde di una risurrezione interiore? Quante volte i paradigmi analitici scontano la superficialità dell’indagine, che procede per semplice sostituzione dei mezzi, la novità (la presunta tale), e ignora la profondità della sintesi, che è intuizione di senso del non ancora esperito?
Le epoche di transito sono insidiose più di sempre per l’ontologia dell’umano. Lo sono ancor più per i testimoni dell’innocenza.

L’opportunismo ghermisce con gli artigli dell’ego la forma dei tempi che si compiono. Solo la vita pura ne anima gli abissi, conferisce luce, abita la profondità che radica i tempi nel Tempo.

Talvolta gli spacciatori del nuovo si attestano su uno sperone di futuro, intorbidando l’aria con i fumogeni, suoni e luci, dei prodigi tecnologici. E l’anima dei saggi sembra segnare il passo, scontare un ritardo. Talvolta, i mentori di una tradizione che ambisce al potere in eterno, o all’eternità del potere nella forma da essi stessi abitata,  presidiano il futuro, segnando le Forche Caudine, il passaggio obbligato cui rendere omaggio. La tradizione. Pronta alla trasformazione opportunistica. Quasi mai alla conversione profonda, che significherebbe perdita della rendita.

Quando vedo, vivo, penso a tali ricorrenti circostanze (accade spesso, purtroppo, e ancora, nella vita quotidiana), mi ricordo di una riflessione che ho posto ad epigrafe di un capitolo, “Aurore primitive”, in un mio libro del 1999, “Pensiero nomade”. E’ una frase che ho ripreso da “Preghiere alle stinche”:

“Né l’arcaismo, il ritorno ai bei tempi antichi, né il futurismo, con i suoi ottimistici programmi, e neppure gli sforzi più realistici e testardi per saldare di nuovo gli elementi in disgregazione, impediranno lo scisma dell’anima, lo scisma del corpo sociale. Solo la nascita di qualcosa di nuovo lo impedirà” (Anonimo).

 

 

 

 

PPP

La prima volta che gli dedicai un tweet, il mio quarantunesimo, era trascorso solo un mese da quando, il 1° Ottobre 2010, avevo aperto l’account sul SN.

Scrissi: «“35 anni fa veniva ucciso il corsaro del “Corriere”. Mi piace ricordarlo (anche) così. http://tinyurl.com/32hokw3 ”».

Scelsi uno tra i più famosi articoli scritti da Pier Paolo Pasolini e pubblicati sui più importanti quotidiani italiani tra il 1973 ed il 1975, poi raccolti in volume sotto il titolo esistenzialmente fedele e letterariamente felice di «Scritti corsari», Garzanti 1975. Era un saggio divenuto celebre come “l’articolo delle lucciole”, noto, nel tempo, ad un pubblico più ampio di quello già vasto del quotidiano sul quale era uscito, Il Corriere della Sera. La lucida visionarietà poetica di quel testo, soggetto del mio modesto ricordo, mi sembrava essere uno dei modi più belli e giusti per ricordare l’indimenticato poeta, sepolto a Casarsa della Delizia. Altre volte, ed in occasioni diverse, durante i tre anni di vita dall’esordio su Twitter, ho scritto di lui sulla mia TL.

Così quando a metà maggio ho letto questo twitt ho provato un’emozione forte, mista di nostalgia e di sorpresa.

Ho resistito solo qualche giorno a me stesso. Alla tentazione di andare verso la libreria per prendere la copia. Poi, una mattina, quasi in un ritaglio di tempo per dissimulare un po’, ma con memoria e volontà sicure, mi sono avvicinato. Ho tratto il libro e lentamente ne ho sfogliate le prima pagine. Il nome della libreria T, la data, Brescia, 11 marzo 1978. Un vizio, o un vezzo, forse discutibile, mai perduto, quello di ricordare quando e dove un volume è entrato a far parte della mia vita (ed io della sua).

Allora, ho posato il libro sulle ginocchia, tenendovi una mano. Ed ho lasciato che i ricordi fluissero in me, lenti ed inesorabili, rincorrendosi come essi solo sanno fare. Tra il corpo e la mente, tra la mano e la carezza invisibile che si posa sull’anima. Con ritmo e con sentimento alterni. Li ho lasciati venire dentro di me.

Avevo 17 anni. Lei era molto più grande di noi, e ci frequentava, legata dalla relazione che aveva intessuto con l’allora più caro tra i miei amici. 18 anni, lui, 26, forse 27 lei. R. era simbolo e segno di tante cose in quell’inizio degli anni Settanta, ancora dentro l’eco viva del Sessantotto. Veniva da un paese della provincia. Si era laureata con il massimo dei voti in lettere. Militava politicamente nella sinistra estrema, e non ho mai capito, né saputo, se negli anni seguenti si fosse avvicinata all’area extraparlamentare. So che aveva coraggio e cultura da vendere. Ma non li avrebbe venduti mai, per alcuna ragione.

Fu R., che, una sera d’autunno del 1970, mi fece conoscere l’opera di PPP. Venne a trovarmi in clinica, dove ero ricoverato per un intervento chirurgico. Iniziammo a parlare, a discutere. Piacevolmente, intensamente, come spesso. La sua preparazione era modello ed esempio per noi amici, quasi tutti allievi di un istituto tecnico industriale. La poesia mi era già compagna da tempo. L’argomento erano i giovani. Noi. Già allora. Anche allora. Ma non in quel modo, vagamente apologetico, che ho visto ripetersi uguale, ad ogni cambio di stagione esistenziale, nella mia lunga vita. Il giovanilismo deve essere la malattia senile della modernità occidentale, nata già vecchia. Venne il momento del congedo. R. non disse nulla. Tornò, dopo qualche tempo, la mia degenza sarebbe durata 10 giorni. Aveva con sé un libro. Lo apprezzerai, disse sicura. E aggiunse: capirai molte cose.

Fu così. R. ebbe ragione. Iniziai il libro e ne rimasi avvinto. Mi dimenticai persino della mia condizione di paziente. Lessi d’un fiato, come sempre mi è accaduto quando un’opera mi ha preso dentro, serrandomi in modo irresistibile, fra corpo, anima, pensiero. Un unicum, io e lei, lei ed io, che diviene una terzietà irrevocabile di straniamento dal mondo. Piansi: questo lo ricordo bene. Ricordo le lunghe pause di fissità, seduto sul letto d’ospedale. Impotente davanti all’urlo che saliva da quelle pagine e che feriva in modo impoetico la mia vita. Nasceva in me un coacervo di estrema pietas, di timore verso e per il mio futuro e di fascinazione insieme. Sì, R. avrei capito molte cose. R. è stata per sempre una tra le figure più pasoliniane che abbia mai incontrato. Quando uscii dalla clinica, avevo già terminato il libro. Ricordo, ancora oggi a distanza di 43 anni, Riccetto. Con il suo primo romanzo, iniziai a conoscere e ad amare Pasolini. Restituii ad R. il libro. E’ uno dei pochi tra quelli che ho letto a non essere presente nella mia biblioteca.

Quando nel 1978 entrai al giornale dei miei esordi, Pasolini era già morto. Ucciso, sulla spiaggia, al Lido di Ostia, il 2 Novembre del 1975.

Una delle prime cose che feci, non appena riuscii a mettere piede in redazione, fu quella di trascrivere la «Ballata delle madri». Al tempo, non esistevano gli scanner. Presi il volume e, negli scampoli di tempo libero, pochi, o talvolta dopo cena, portai a termine il lavoro di copiatura. Mi avevano dato in dotazione una vecchissima scrivania, di quelle con il piano di colore verde velluto sotto un vetro spesso. Una sera, lo sollevai e vi infilai il testo della poesia. Un omaggio ad uno dei poeti che più avevo amato, un monito quotidiano per quel virgulto incerto di giornalismo che iniziava ad essere la mia vita allora. Un piccolo ricordo anche di mia madre, che mai era stata una donna e una madre come quelle. La “Ballata” rimase lì fino al primo trasloco del giornale, per quasi dieci anni. La portai sempre con me, anche se le più moderne scrivanie dei periodi successivi non mi consentivano la visione in trasparenza dei versi pasoliniani. Riposta in una cartellina a lembi, color carta da zucchero. Deve essere tuttora lì, nell’archivio di quegli anni, che conservo qui, dopo le dimissioni del 1994.

Per una singolare coincidenza, vi sono altri due libri che ho letto durante l’adolescenza e dei quali non dispongo nella biblioteca. Sono entrambi di Oriana Fallaci, “Se il sole muore” e “Niente e così sia”. E sono anch’essi due libri sui quali ho pianto lacrime cocenti, si sarebbe detto un tempo. Che mi hanno tenuto compagnia come lampi di luce immensa dentro l’alba a lungo opaca di una difficile giovinezza. Forse oggi potrebbe sembrare difficile accostare, anche solo emotivamente, Oriana Fallaci a Pier Paolo Pasolini. Invece c’è un poetico anello di congiunzione e di fraterna comunione esistenziale che li unisce nel profondo. Si chiama Alekos Panagulis, un poeta, oltre che un leader dell’opposizione ai colonnelli durante il regime, in Grecia. A lui è dedicato “Un uomo”, forse l’ultimo libro della Fallaci che ho letto. Ma soprattutto è di PPP la prefazione ad un libro di poesia pubblicato nel 1979, “Vi scrivo da un carcere in Grecia”. Sono i componimenti poetici che AP scrisse durante la detenzione a Boiati. Una prigionia durata a lungo, durante la quale fu ripetutamente torturato. Non ricordo più quante volte ho letto quel bellissimo inno all’amore fraterno universale, che è anche un inno alla sororità ed alla libertà, “A mio fratello tenente Giorgio Panagulis”, da quando nel novembre del 1979 comperai il libro.

E’ uno dei tanti doni di conoscenza e di vita che devo al poeta corsaro. Insieme ad altri, che vivono ardentemente accesi nelle pagine di chi sa quali altri volumi, in casa e fuori, e negli angoli riposti di una memoria che amo.

 

 

 

A mani strette verso il cielo del noi

Stringere mani, unire il tu e l’io nel cuore del noi. Sciogliere intrecci di pavida quiete per giungere insieme alla più alta fra le umane mete. Giungere dove il raggio silente della Luce più pura una agli altri ci congiunge e rischiara la mente. C’erano terra e tempo davanti. Spazi immensi e infinite durate nell’attesa che la vita fosse oltre il suo avvento. Tu scegliesti la resa al Suo compimento. Nulla più che potesse oscurare il Suo Senso.

Quale fosse la misura del dono, la sostanza del potere sovrano, lo vedesti nel vivo embrione. Giovinezza, desolata pazienza di inesperta speranza. Giunto al bivio delle ore sorelle, incalzasti la via delle stelle. Con nascosta fatica scollinasti la prima salita. V’erano tracce di inquieta baldanza nelle stanze afflitte dall’ego. Prega, mi dicesti sospeso nel vento. Prego qui nell’imo silenzio. Fino all’orlo abissale del canto. Tieni nella stretta di mano la canzone più lieve, che innamori il vicino e il lontano.

Chiusi i pugni su incantate ragioni, uomo pigro ti spogliasti dei doni. Quando lungo altri e più erti sentieri ti scordasti chi fosti, l’orma viva di ieri. Ti attendeva il premio in destino. Non avresti conosciuta mai più la dolcezza che alberga lassù, la più mite di ogni virtù. Ti spogliasti della Sua carità. Risplendevi nei panni orgogliosi della tua vanità. Senza più compassione, sfoderasti la tua ferrea ragione.

Un mattino degli ultimi inverni, tu signore di tutti gli inferni, ritrovasti la Bellezza in un fiore e sapesti di nuovo, nell’istante fugace, la pienezza che abita amore. Conficcato nel crudo rimorso il passato penetrò nel tuo cuore con l’acuto bruciante di un chiodo. Quando, ti chiedesti piangendo, Ti lasciai dalla mano? Dove mi scordai la Tua voce, il sussurro più umano? Chi mi trasse dal Tuo firmamento? Quale altro più dolce mi prese del Tuo eterno Silenzio?

Forse fu in quel primo mattino, quando insieme ci scoprì il Tuo cammino. Quando il braccio proteso in avanti, rifiutai il Tuo primo fra i santi. Nella sera di un giorno qualunque io ritrassi la mano, vanitoso seguace del niente. Mentre l’altro, il Tuo servo ignorato, camminava, la sua mano più aperta, contemplando ogni fiore del prato. Prono, ogni incontro felice congiungeva destino a destino, il suo palmo offerto ad un sogno, senza nulla mai chiedere al suo dio generoso, il bisogno.  Lo lasciai che piangeva affannato, nel dolente silenzio del mattino incantato. Il suo cuore si ritrasse ferito, ma la mano saldamente legata al suo credo innalzava nel Cielo “l’io credo”.

Ah, se in un giorno del Mistero più acceso lo potessi di nuovo incontrare! E saprei ora bene come l’uomo si può comportare. Coprirei quel suo sguardo un po’ triste delle cose migliori e mai viste. Lascerei la mia perla e un sorriso in omaggio al suo candido viso. Oh, Ti potessi di nuovo seguire, mia incantevole orma del cuore! Dimmi quale stretto sentiero ora debba incrociare.

Sarei prodigo di mille ritorni, renderei nella Luce i miei ultimi giorni. Dimmi, mio silente Signore dove attinger pentito l’Amore.

Qui, nel mio lento tremore, fatto nuovo conosco l’ardore. Passo passo ti vengo vicino, ecco, apro di nuovo la mano. Non negarmi la gioia incantata. Non lasciare la mia sete che brucia.

…Là, nella piana più chiara del mondo, dove corre la Luce infinita che al Suo Cielo ogni attimo invita, le più miti creature solcavano dune e silenzio, e correvano piano, l’una all’altra stringendo per sempre la mano. Senza attesa di premio, senza atteso destino che non fosse quel sorriso innocente e divino. Paghe dentro della comunione, già redente nell’Eterna canzone.

Olocausto di sogni.

Aureamedia, un archetipo
della modernità

 

I contemporanei scrivono a se stessi (riflessione postuma di un uomo mai nato alla vera vita).

 

“Il giorno in cui abbiamo iniziato ad amare il nostro destino di mediocri, come tale ed in se stesso, ci siamo resi conto del fatto che era ormai tardi per poterlo fare con persuasione interiore. Siamo stati a lungo un sogno antropologico, un icastico esemplare. Un caso di studio nella modernità, la scheggia miracolosa e miracolata del boom economico. La bolla ante litteram, profetica, e come tutte le profezie inavvertita, incompresa e mai pienamente capita fino al suo avvento compiuto, l’essere appunto bolla. Un paradigma politico, forse quasi ontologico, di una cultura del diritto assurta a culto del diritto nella più annichilita istanza dei doveri, cancellati via. Spazzati dalla geografia sociale cresciuta nell’imperio dell’ego. Vetusti, non solo di storia, ma perché vecchi dentro. Senza l’autorevolezza che viene naturale dagli anziani, per virtù d’età e d’esperienza proba.

Troppo a lungo lusingati dall’eccellenza necessaria della nostra condizione, abbiamo coltivato il culto ossessivo del diritto, di tutti i diritti, fino a crederci eccellenti, molto al di sopra di quello che eravamo, che siamo sempre stati e che siamo. In un crescendo parossistico, senza remissione, lo sguardo fisso ad un orizzonte di senso pervio unicamente e chiaro solo nella soddisfazione di se stesso. Il bene comune percepito soltanto in tale flessione condivisa del diritto. L’ideale del cinismo ci ha tenuti uniti, il solo, stretti uni agli altri, nella comune intuizione e nella stessa intenzione primaria: godere del diritto, istituendone una sempre più ampia estensione, qui ed ora, non importa a quale prezzo per il futuro. Devastando relazioni, identità, territori di comunione, risorse e luoghi della memoria, del presente e del domani, spazi celesti di religazione e di utopia. Il secolarismo è solo la faccia più nobile della nostra deriva. Più primitiva che primordiale. Nessun virgulto che non sia passato nella forgia, nella tempra dell’ego, nella cooptazione iniziatica della nostra convenzione ha avuto futuro, l’avrebbe mai potuto avere.

Ora sogniamo una sosta indolore, un arretramento delle soglie che si attui senza contraccolpi, per noi. Chiediamo di poter godere della nostra consapevolezza mediocre, come della condizione di eccellenza che il benessere raggiunto ci consente. La torsione interiore che ora la storia ci impone, ci flette e ci piega, è incurante di noi e del nostro passato. Ha preso ad agitarsi in modo forsennato, per noi imprevisto ed inatteso, incontrollabile. Tutto è ora fuori dalla portata della nostra capacità di comprendere, di intuire, di includere. Snudati dell’esperienza vissuta, inutile al suo cospetto, siamo coloro che sempre fummo. Senza scampo. Veri, e, purtroppo per noi, finalmente visibili nell’essenza di noi, ben occultata da illusioni, promesse, falsi ideali, da un bene manipolato nella pasta molle del benessere, fino al ripiegamento al grado zero della sua soglia etica. Praticata, non solo percepita come tale.

I nostri diritti sono entrati in una centrifuga infernale e noi, dopo averlo tanto umiliato, agitato e corso in lungo ed in largo ben abusandolo, vorremmo godere ora dell’ultimo, dell’estremo diritto. Quello di fermare il mondo o almeno quello di poter scendere da tale toboga indemoniato che sembra non rispettare più alcun diritto, nemmeno il solo, ultimo a noi rimasto: essere, sapere e riconoscere di essere, coloro che sempre siamo stati, mediocri eretti ad eccellenti nel tempo della superfetazione dell’ego. Atterrare, in modo da poter godere in santa pace, ne avremo pure il diritto!, di tutti i benefit che abbiamo accumulato. E’ tardi, terribilmente tardi e il nostro animo, piuttosto frastornato, non sa più a quale santo affidarsi per continuare. Come vorremmo, come se nulla fosse mai stato e mai potessimo essere considerati coloro che non siamo mai stati. I meritevoli di attenzione, di cura, i soggetti di diritto, ben al di sopra della soglia di necessità primarie. Assurti al cielo in virtù di apparenza ed appartenenza, in un loop inarrestabile e virtuoso che si autoalimentava, alimentandoci fino a renderci lievi, di una levità prossima alla trasparenza, vicini all’evanescenza storica. Prossimi alla pace. Ecco, sì, lasciateci in pace, è un nostro diritto, dunque…

La bolla, non solo economica in tutta evidenza ora, iniziata qualche decennio fa, non è soltanto scoppiata. Si è dileguata. Nemmeno i gas che la componevano hanno lasciato traccia del nulla che la gonfiava. Il nichilismo ha avuto strascichi lunghi, nella modernità. Abbiamo dato corpo, e gloria e fama alla sua ultima propaggine. Lasciateci andare, lasciateci colare via, dal fuoco intenso del presente. Lasciateci godere nella piena ricchezza guadagnata il nostro essere stati per sempre prossimi ad un niente. L’aurea mediocrità non fu una scelta: fu un’eredità ed insieme un dono. Nessuno o pochi seppero dire no e di loro non vi è traccia alcuna nei brogliacci onesti della storia. Forse qualche nota a margine ne racconta i gesti oscuri e mendicanti. Noi fummo i forti, noi la maggioranza, noi fummo i tanti. Ora lasciateci andare, su per il nostro camino. Lasciateci solitari godere l’ultimo tratto del nostro mediocre destino. Lasciate che lo spirito informi l’umano, che almeno la morte e l’ultimo tratto abbiano un sapore divino”.

25 Aprile. Rosetta

Il suo nome di copertura, in codice o di battaglia, era Rosetta. Me lo aveva rivelato lei stessa, mia madre, Renata, all’anagrafe, nelle rare occasioni in cui aveva trovato la voglia, la forza (?), di riparlare di quei giorni. Degli anni che l’avevano vista impegnata nella Resistenza, giovane staffetta partigiana. Mio padre era Ariel, comandante della formazione in cui entrambi militavano. Me lo disse lui, una sera d’estate, sul portone della casa in cui ancor oggi abito. Raccontandomi di quando, un mattino di primavera di quarantacinque anni prima, in sella ad una bicicletta, era passato proprio lì dove ora ci trovavamo. In fuga dalla città dove viveva, dopo che un compagno aveva parlato, facendo il suo nome. Pochi chilometri più a sud, dopo avere pedalato per quasi venti, era entrato in una bottega di barbiere. Il compagno al quale avevano estorto nome ed informazioni, aveva descritto un giovane con la barba. Mio padre alla prima occasione possibile se ne era liberato, facendosela tagliare. Il nome rivelato era quello di battaglia. Un indizio insufficiente per poterlo identificare con certezza. Per poter risalire a lui.

Ricordo ancora l’emozione con cui lessi per la prima volta il nome di mia madre, Rosetta, stampato su carta. Fu a casa di mio padre, molti anni fa e qualche tempo dopo quella serata. Ero andato a trovarlo, durante le vacanze di Natale. In uno dei quei pomeriggi in cui i ricordi stanno docilmente vicini, pronti ad aprirsi nel dono inatteso di sé. Mio padre tornò con uno di quei suoi grandi album che tanto avevo ammirato da lontano durante la prima infanzia, quando trascorrevo con lui qualche pomeriggio nel suo ufficio, dopo la scuola. Erano di dimensioni enormi, nel formato dei quotidiani dell’epoca credo, negli Anni Cinquanta. Cuciti a mano e brossurati. Non so se li comperasse o se avesse qualche legatore che glieli preparava appositamente. Non ne ho mai più rivisti di uguali. Ricordo mio padre che con pazienza certosina sottolineava con il matitone blu e rosso gli articoli da ritagliare per la rassegna stampa. Qualcuno poi credo li tagliasse e li incollasse per lui su quei grandi libri.

Sfogliò il volume che aveva preso dall’archivio. Andava sicuro tra le pagine e trovò quasi subito ciò che cercava. L’elenco di chi aveva partecipato attivamente alla Resistenza, nella nostra città, pubblicato in non so più quale occasione nell’immediato dopoguerra. Fu lì, che sottolineato in rosso, accanto ai dati anagrafici di mia madre ed al suo ruolo, lessi per la prima volta il suo nome di battaglia: Rosetta.

Non dissi nulla a mio padre. Non dissi che sapevo, né quel che sapevo. I miei si erano separati all’inizio degli Anni Sessanta, molto prima che il divorzio diventasse legge. Mio padre non seppe mai che cosa mia madre mi avesse raccontato. Mia madre non seppe mai che cosa mi avesse detto mio padre. Mi era sempre sembrato giusto così. Rispettare reciprocamente il passato che non avevano potuto condividere, insieme, con me. Ascoltai, come in numerose altre occasioni, il ricordo ancor vivido in lui di quegli anni. Ricco di episodi sempre diversi, sapido di una narrazione cólta ed anche storicamente ormai attestata dagli studi ampiamente diffusi. Preziosa però perché carica degli accenti vivi della testimonianza personale. E acuta, perché le descrizioni che vengono dalla presa diretta sulla storia scontano forse qualche limite nei risvolti personali, ma esprimono con messa a fuoco precisa profili e destini altrimenti smarriti o sfocati.

Mia madre aveva scelto di tacere. Quasi sempre e per sempre. Solo in alcuni particolari momenti, di estrema confidenza materno/filiale o di profonda indignazione davanti a ciò che accadeva intorno a noi, si lasciava andare al racconto. Talvolta erano lacerti fulminanti che calcinavano in poche essenziali parole e nomi un’intera scena, quando non un’epoca. Talaltra erano aneddoti non privi di una nostalgia venata di malinconia, mista a felicità per la giovinezza, comunque bella perché ricca di speranza. Andata via per sempre e poi conclusa nell’epilogo della sua tensione ideale presto sfumata in troppe istanze ideali disattese e in personali disavventure della vita. Ricordo con precisione i nomi ed anche qualche cognome. Gli episodi. Il pathos della narrazione. Gli istanti drammatici e l’indignazione. La bellezza del sogno. La delusione.

A 13 anni dalla sua morte, vorrei dedicare a lei, staffetta partigiana, questo 25 Aprile. Vorrei farlo raccontando un episodio, ricordando un suo ricorrente pensiero e rievocando un aneddoto di fine Anni Ottanta.

Me lo raccontò più volte. In occasioni diverse. La prima, ero un ragazzo, poco più che sedicenne. Poi, un giovane sposato da qualche tempo. Ogni volta, mia madre raccontava quella stessa vicenda con identica partecipazione emotiva. Come se gli anni non fossero mai trascorsi. Alcune esperienze forti ti segnano dentro e rimangono scolpite nell’anima. La storia della valigia delle armi fu per mia madre una di quelle. Quando ne fu protagonista aveva poco più di vent’anni.

Mia madre era, ed è sempre stata, anche in età matura, a detta dei tanti che la conobbero, una bella donna. Non mi fa velo nel dirlo l’essere suo figlio. Ripeto semplicemente ciò che numerosi conoscenti hanno sempre sostenuto apertamente parlando di lei, anche solo guardando le sue fotografie di quell’epoca. Una mattina della tarda primavera di quegli anni di guerra, mia madre era stata incaricata di recuperare armi, che avrebbe dovuto consegnare ad un responsabile partigiano. In quei mesi i Tedeschi erano ben presenti, insieme ai fascisti, sul nostro territorio. La località in cui avrebbe dovuto entrare in possesso della valigia di armi, era nella zona del lago di Garda. Dunque, proprio nel cuore della Repubblica di Salò. Non so e non ricordo, ma mi pare di sì, che tra i responsabili della consegna in origine, vi fosse anche mio padre. Non sarebbe una circostanza inverosimile, dati i numerosi episodi che nei suoi racconti si erano svolti sulla riva occidentale del Benaco, fra Toscolano e Maderno in particolare. I Tedeschi erano lì, erano anche e soprattutto lì.

Mia madre sarebbe dovuta sembrare una giovane innamorata di ritorno da una vacanza. Avrebbe dovuto recarsi all’appuntamento con la valigia vuota, riempirla, rientrare in corriera e consegnare le armi, dopo avere attraversata l’intera città, ad Ovest. Credo di ricordare bene, nella zona del ponte, quello situato a Nord. Così fece mia madre quella mattina. Tutto andò bene fino a quando sulla corriera non salì un giovane ufficiale tedesco. Non ricordo se già sul lago stesso o poco oltre. Si sedette proprio di fronte a lei, nella fila accanto. Il giovane ufficiale parlava bene l’Italiano e naturalmente rivolse subito la parola a quella giovane sola che sedeva vicina a lui. Mia madre, questo posso testimoniarlo io stesso che ho vissuto tutta la mia adolescenza e parte della giovinezza vicino a lei, dopo il divorzio dei miei genitori, era una donna timidissima. Come tutti i timidi, dotata di una capacità di reazione, di autodifesa, che talvolta poteva sembrare, nella sua audacia ed all’occhio di un osservatore superficiale, persino sfrontatezza. Era soprattutto una donna coraggiosa al limite della temerarietà. Il suo spirito di creatura libera e ribelle non si è mai piegato. Non conosceva la parola opportunità ed era incapace di opportunismi. Proprio questo suo essere così apparentemente indifesa, le aveva dato quasi per compensazione, un sangue freddo raro. Credo che in quell’occasione fosse stato tale amalgama di qualità e di fragilità a salvarla. Rispose all’ufficiale tedesco, sostenendo tutta la conversazione senza sbavature, senza che mai la consapevolezza del rischio lasciasse trasparire il benché minimo accento di paura. Sperava. Sperava e tremava. Sperava che l’ufficiale scendesse prima della sua discesa. O, alla peggio, dopo. Mia madre non avrebbe potuto sapere che sarebbe sceso là dove era stato deciso scendesse anche lei. Ogni diversa scelta l’avrebbe esposta a rischi insostenibili e a contrattempi che sarebbero stati fatali per la missione.

Quando mia madre accennò ad alzarsi, l’ufficiale, galante, balzò in piedi. La valigia, naturalmente. Mia madre avvertì il morso della fine stringerle il petto. Il peso enorme del bagaglio l’avrebbe certamente tradita, pensò. Continuò con freddezza. Sarebbe sceso anche lui. Sarebbe sceso lì, nella prima periferia ad Est della città. “Posso aiutarla?”, chiese il giovane tedesco che aveva già impugnato la valigia. Mia madre sorrideva. Continuarono a parlare. Scesero, prima mia madre e poi l’ufficiale, con la valigia alla mano. Camminarono fianco a fianco per un tratto. Non so se allora vi fosse già la grande arteria che conduce verso Nord. So che mia madre raccontava che ad un tratto l’ufficiale posò la valigia, e si accinse a congedarsi. Avrebbe svoltato a destra, mentre mia madre avrebbe proseguito, “verso casa”. L’ufficiale lasciò il bagaglio, sorridendo strinse la mano a mia madre, che ricambiò. Non ricordo se le avesse chiesto anche qualcosa di sé, un indirizzo qualche riferimento personale. Rimase fermo a guardare mia madre che si allontanava. Tremando senza darlo a vedere. Nell’ambiguo confine delle giovinezze che sigillano nei sorrisi verità inespresse, mia madre non seppe mai, e mai confessò nemmeno a se stessa, per decenni, se l’ufficiale avesse “capito”. Se la sua bellezza l’avesse salvata. Non l’aveva voluto mai sapere, nemmeno in se stessa. Consegnò la valigia con le armi ad un partigiano che, insieme ad un compagno, l’aspettava, in bicicletta, sul ponte. Dopo avere camminato lungo il tragitto previsto, ed a fondo studiato nella scansione dei tempi e dei luoghi. Non so se da sola, se aiutata da altri. Se compiendo di quando in quando soste strategiche e diversive. Ogni volta che raccontava, mi sembrava di vedere quei luoghi che conosco bene e che sono poco o punto cambiati da quei lontani giorni. Rivedevo lei e mi sembrava di vedere anche il volto e le pose dei due uomini pronti per raccogliere il testimone dalla staffetta. Gli incontri avvenivano spesso solo dopo uno scambio di parole d’ordine. Secondo prassi e dinamiche complesse. Era in gioco la vita. Un’ingenuità, un’imprudenza, avrebbero avuto sempre conseguenze e ricadute incalcolabili sulle formazioni. Sembrava di vederli, quei giovani in attesa, dall’aria finto indolente o falsamente scanzonata, che erano in realtà attenti ad ogni minimo sussulto ed indizio di pericolo.

Raccontava di rado questi ed altri episodi e malvolentieri rievocava le vicende della guerra, le storie legate al periodo fascista, lo spirito di quegli anni. Ma una cosa ripeteva, quasi come un monito, e la storia successiva le avrebbe dato purtroppo spesso occasione per farlo. Non tanto e non solo in merito alla Resistenza in sé. Quanto al durante e all’immediatamente dopo. Non era la sua un’opera di revisionismo qualunquista e al dettaglio, volta a sottolineare presunti demeriti dei (non tantissimi) adamantini testimoni della prima ora. Era lo sdegno provato davanti agli opportunismi dei (tanti) convertiti del giorno dopo. Davanti al profluvio di parole non tutte credibili e all’agitarsi di personaggi non di rado improponibili, ricordava che il dolore più cocente le era stato procurato, dopo l’euforia della libertà, dalla constatazione di come tantissime camicie nere si fossero fatte nel volger di pochissimi mesi (nei casi più pronti, bastò una sola notte) all’improvviso e inopinatamente rosse.

Il suo impegno sembrava volto piuttosto a dimenticare, che non a ricordare. Quando ricordava, però, si accendeva di una passione a noi sconosciuta e si capiva che se la levità della smemoratezza poteva in qualche modo aiutarla nel suo compito di dimenticare, certamente soffriva quella perdita di una parte nobile e bella di se stessa. Della vita che era stata per un periodo non breve negli anni tra i più belli nella storia di ogni creatura. Quelli della prima giovinezza.

Schiva e discreta, malgrado la sua indole cordiale ed apparentemente socievolissima, non amava apparire. Soprattutto, non avrebbe voluto mai farlo in nome e per conto di un passato solo suo, che custodiva come una reliquia in qualche angolo riposto di sé e che diceva, forse cercando di convincere anche se stessa, fosse meglio scordare.

So di non tradire la sua volontà e di non ferire il suo ricordo, se oggi, a distanza di 13 anni dalla sua scomparsa, a 68 e più anni da quei giorni, voglio rendere omaggio a mia madre ricordandola come fu quando era Rosetta. Ogni parola che ho scritto qui è vera, e comunque fedele a come lei la raccontò. La sua scomparsa ha rimosso anche i motivi della sua opposizione, quelli di natura squisitamente personale ed in nulla ostili al suo essere stata una donna della Resistenza. Se mai, le ragioni del suo disagio civile manifestato negli anni successivi, possono costituire un lacerto di memoria storica che dice qualcosa anche del presente.

Ritrovai Rosetta anni dopo. Una sera d’inverno, mia moglie ed io eravamo andati a casa di mia madre. Era già ammalata ed era stata operata una prima volta. Fu felice, più del solito, quando le chiesi di guardare le preziose fotografie di quegli anni giovanili, di guerra e di rischio. Raccontò ancora una volta l’episodio dell’ufficiale tedesco, forse sollecitata da me e forse perché Elena non lo conosceva. Ricordò tante altre cose di quei mesi, di quegli anni. Al momento del congedo volle che prendessi con me anche alcune fotografie. C’erano anche lei e mio padre, giovani.

Pochi anni fa, uno storico ha per la prima volta citato esplicitamente mia madre. In due volumi ben documentati, Rosetta è al suo posto, nel ruolo di patriota, nelle Formazioni di Giustizia e Libertà.

Nel 1999, dedicando a loro un mio libro di poesia, scrissi tra l’altro: “I miei genitori sono uniti nel profondo del mio cuore e la fedeltà al loro ricordo mi apre la via alla Luce. E insieme sono anche nel Certificato al Patriota che ho appeso sopra la scrivania, che li racchiude entrambi, comandante e staffetta partigiana”.

Il mondo che fu di Rosetta e di Ariel  forse non esiste più da tempo. O è forse prossimo a scomparire. La Patria che avevano abitato con i loro cuori innamorati e sognanti, con l’animo colmo della sete di giustizia e di libertà, è una terra che non ha confini geografici. E’ una patria che conosce solo la misura e la frontiera che nascono nel cuore. E’ la terra che ha quale unico orizzonte l’infinito del Cielo. E’ la patria dei sognatori, terra fiorita di passioni e ideali. Fondata nei principi che sublimano la fratellanza e aliena al privilegio dell’appartenenza. Una patria sempre cercata. Sempre attesa. Sempre in procinto d’essere costruita e di nascere a se stessa. E’ la terra della speranza. Quella abitata dai sognatori di ogni tempo e in ogni luogo. Quella sulla quale credo avesse posato i suoi giovani passi anche mia madre. Rosetta. Più ancora che nella gestazione del suo grembo, sono nato e cresciuto in quella di quel suo lontano esempio. Che trovò terra e seme e senso e cielo nei giorni azzurri della sua speranza. Nella sua giovane età sbocciata al sole della giustizia e della libertà.

 

 

 

“Saper ascoltare”

Stamani Isabelle Pariente-Butterlin, che seguo su Twitter e che leggo spesso qui, sul suo blog, “aux bords des mondes”, ha scritto una sequenza di twitt. Incalzante ed intensa. Tanto significativa, che non ho resistito alla tentazione di tradurre almeno uno dei twitt, il primo. L’ho sentito come una poetica e diversa declinazione della comunione. E’ la bellissima dichiarazione di una «poetica» forte e delicata. Una sintesi ed insieme un’icona. Vi risuona l’eco di una visione relazionale sinestesica. Vi si respira l’essere in sé della creatura, il suo stigma identitario irrevocabilmente singolare. Unico e irripetibile. Non perché vocato alla solitudine. Al contrario: la nota eccellente dell’armonia, che sembra essere una cifra interiore cara all’autrice, ricorda che la persona è chiamata alla condivisione dei cammini.

Mi piace riproporre il testo, nella forma originale dei twitt, e nella traduzione che mi sono permesso di farne, spero in modo rispettoso della visione di Isabelle Pariente-Butterlin.

1.«Saper ascoltare. La musica, la parola dell’altro, il suo silenzio, la nota tenue della sua presenza».

2.«E’ forse perché ognuno di noi ha un modo unico di muovere lo spazio intorno a sé quando s’avvicina, che ogni presenza esprime una diversa nota?».

3.«Tessitura della voce, trama della presenza, ordito del silenzio».

4.«Ed anche tessitura dell’assenza».

5.«Ci sono creature la cui presenza ci tocca musicalmente».

6.«Mi piace che sia vivo tra le persone questo vocabolario musicale: accordarsi, intendersi, essere in accordo, in armonia. Esso risuona proprio come il senso che esprime».

Savoir écouter. La musique, la parole de l'autre, son silence, la note tenue de sa présence.
@IsabelleP_B
I.Pariente-Butterlin

Est-ce parce que chacun d'entre nous a une façon unique de déplacer l'air quand il approche que chaque présence a une note différente ?
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Tessiture de la voix, tessiture de la présence, tessiture du silence.
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Et aussi tessiture de l'absence.
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Il y a des êtres dont la présence nous touche musicalement.
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J'aime entre les êtres ce vocabulaire musical : s'accorder, s'entendre, être en accord, en harmonie. Il sonne juste comme ce qu'il dit.
@IsabelleP_B
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