Nella Bellezza per sempre. [Ad AFK].

Nella Bellezza per sempre. [Ad AFK].

Le avrei scritto di Ambronay, un luogo che, credo, le fosse particolarmente caro.

Ci eravamo scambiati l’ultima corrispondenza nel 2020, nei mesi in cui la furia devastante di un virus sconosciuto aveva steso sul mondo un manto cupo, rarefatti i contatti, rese quasi silenti le attese.

Sul risveglio del nostro dialogo, tanto rapsodico negli anni quanto duraturo, nato sotto il segno di Paul Celan, scandito da lunghissime pause e segnato da epifanie della parola, è sceso il gelo della notizia.

E’ accaduto qualche giorno fa, quando, prima di aprire una nuova email da indirizzare ad Anne-Françoise Kavauvea, ho compiuto una estemporanea ricerca: nella mai riposta speranza che avesse pubblicato, sul suo blog, uno degli ormai rarissimi testi divulgati.

Così, l’improvviso dei suoi inconfondibili occhi, la cui immagine era restituita dal motore di ricerca tra le altre poche e a me ben note dei suoi profili social, mi ha scosso con l’ambiguità dei segni insoliti, la cui vera natura ancora non conosci e che si annunciano però come un avvertimento dolente ed un monito insieme. Subito rinterzato, il disagio, da un link: Il y a tant de raisons de t’aimer / Pour Anne-Françoise Kavauvea

Un fulmine che ha fatto vacillare il cuore, il primo messaggero di verità,sempre.

Tu as traversé le Seuil. C’est fini.”, sono le prime parole con cui Sabine Huynh  ha iniziato il suo bellissimo testo in ricordo di Anne-Françoise, scomparsa il giorno prima, nell’Ottobre del 2021. Allora anche la mente si è allineata all’evidenza che il cuore aveva da subito accolta.

Sono rimasto a lungo con l’incredula fissità del dolore davanti alla pagina aperta, appena letta.

Quando dopo tempo la commozione mi ha dato qualche tregua, ho pensato che non avrei voluto aggiungere parola a quelle di Sabine Huynh, che restituivano l’icona interiore precisa di Anne-Françoise. Almeno per la parte meno squisitamente personale del suo ricordo, e così come l’avevo conosciuta durante i quasi 10 anni del nostro dialogo.

Come non avrei potuto condividere, sin dalle parole del titolo, i sentimenti che Anne-Françoise sapeva suscitare? “[…] comment embrasser l’immensité galactique de ta personne et de ta bonté […]?”, si chiedeva Sabine Huynh.

Le avrei scritto di Ambronay. Nella latitanza del mio silenzio epistolare, riposava e si accresceva la certezza che Anne-Françoise fosse una creatura eminentemente spirituale e che la sua dedizione alla scrittura, la forma credo alta e piena della Vita anche per lei, mantenesse in sé qualcosa di primariamente religioso.

Le ultime tempeste della Storia avevano irrimediabilmente snudato una volta di più, e forse una volta per sempre, l’aridità secolare dei tempi che viviamo, la già evidente all’occhio fine e dolente di chi mai si era rassegnato ad abitarli nella mera sopravvivenza.

Le avrei scritto di Ambronay. E sono certo che, come sempre, AFK avrebbe capito. Avevo bisogno di muovere ancora, come un tempo e come sempre, nelle relazioni accampate in nome e per conto del canto, Vita e Poesia, una cosa sola per le creature poetiche e rare quale Anne-Françoise è stata, ed ora certamente sarà per sempre, verso l’orizzonte che tutto muove, intorno e dentro. Verso Qualcosa che sempre anima la parola poetica e risorge la Vita tutta. Avevo bisogno, dopo questa nuova solitudine coatta e non più solo scelta, di sentire l’aura contemplativa che abita l’essere del poeta e lo sostiene, l’Essere del canto. Anne-Françoise avrebbe capito, ne sono certo.

Non vorrei aggiungere altro alle righe che le dedicai quando, nel 2015, mi congedai dal luogo in cui l’avevo conosciuta, Twitter. Sono le stesse che ho pubblicato identiche in La Luce postuma del Canto, il mio ultimo lavoro del 2017.

Avevo incontrato il suo blog nel nome di Paul Celan. Lo avevo trovato sulle tracce del poeta che credo lei abbia amato di più e non ne avevo mai più abbandonata la lettura.

Ho negli occhi tuttora l’epifania del primo incontro con il suo blog, con un suo scritto. De seuil en seuil, il titolo che aveva scelto e, subito oltre, i versi sublimi di Paul Celan, “Fais que ton oeil dans la chambre soit une bougie, ton regard une mèche, fais moi être assez aveugle pour l’allumer.”.

Nelle poche righe che seguono ed introducono il blog, AFK scrive tra l’altro: Zone de rencontre, le seuil est aussi ouverture: menant parfois vers l’inconnu, il permet le contact, rend proche ce qui semble ne pouvoir se toucher. Un seuil est un frôlement: d’ailleurs, comment définir ce qui appartient encore à la vie et ce qui est déjà la mort? Du seuil, un souffle nous parvient, on respire l’air d’ailleurs.La vie nous fait franchir des seuils, ou tout juste empiéter sur eux. Ils nous repoussent ou nous fascinent.
Les seuils organisent nos déplacement, nous attirent d’un monde à l’autre, séparations fictives ou dérisoires: on croyait être ici, on est au-delà.”.

Ed ancora, un post iniziale in cui commenta l’immagine scelta in testata ed il legame tra l’autore dell’opera ed il poeta: “De la cendre renaîtra l’humanité. Reliant les esprits, intégrant toutes les techniques de représentation visuelles (photographie, peinture, sculpture…), l’œuvre crée un syncrétisme entre les arts, la littérature, la philosophie, et touche à l’universel.”.

Ce n’era abbastanza per indugiare oltre nella lettura, per fermarsi, per tornare a leggere, per mai più abbandonare la lettura del suo blog.

Mi avevano subito affascinato la levità della mano nella scrittura ed insieme la profondità del senso. Che attingeva con discrezione ed eleganza una qualità umana originalissima, che si intuiva estremamente colta, sebbene in assenza di qualsiasi accento personale volutamente rivelatore. Una lettura rara, nel pur affollato panorama di scrittura in formato digitale che in quegli anni frequentavo.

Nei giorni scorsi, ho riletto parte della corrispondenza tra noi, rivivendo intensamente la compagnia di Anne-Françoise nell’Assenza. Avrei voluto iniziare il mio ricordo con un breve scambio epistolare che risale ai primi anni della conoscenza. Oggi sono andato a rileggere il testo con cui ebbe inizio il dialogo: Claude Chambard : Carnet des morts, l’écriture et la vie. Credo che quello scritto sia rivelatore della poetica [esistenziale?] di Anne-Françoise Kavauvea. Lo amai profondamente sin da subito e penso vi sia in esso anche il fondamento della nostra risonanza interiore.

Paradossalmente, ma non troppo, tra i commenti ho ritrovato anche un embrione del pensiero che avrei voluto citare qui, riprendendolo dalla corrispondenza:

Giordano Mariani23 juin 2011 à 16:16

«(…) Ecrire devient l’unique possibilité d’être au monde, de s’y inscrire, de s’y (re)connaître.(…) ». [AFK]

Oui.
Bellissimo![GM]

«(…) les mots tissent des liens entre les vivants et les morts.(…)» [AFK]

C’est ça l’éternité dell’oeuvre? C’est la relation, qui peut rendre l’oeuvre éternelle. […][GM]

Anne-Françoise mi rispose tra l’altro anche così:

« […] Vous savez, c’est le livre de Claude Chambard qui est beau et profond, je n’en suis qu’une lectrice. […] ».

 

Avrei imparato nel tempo a conoscere ed ancor più apprezzare l’ umiltà di Anne-Françoise. Una grande lettrice, acuta e generosa di sé. La sua vastissima cultura le conferiva la leggerezza nel porsi che solo la profondità consente.

Per una singolare coincidenza, il libro di Claude Chambard, che lei si premurò di inviarmi in quegli stessi giorni, non giunse mai a destinazione. Così come Anne-Françoise non ricevette mai un mio libro di poesia che le inviai dopo qualche mese di corrispondenza.

Sì, carissima Anne-Françoise, le parole tessono legami tra i viventi ed i morti. Le tue non cesseranno mai di farmi compagnia. Le relazioni spirituali non muoiono mai. Una serie di minuscoli inciampi ha impedito che io avessi la gioia di leggere un tuo testo pubblicato sul mio blog, proprio lì nell’Agapè, dove ti avevo invitata. Credo che pochi come te declinassero un profilo esistenziale ed un coerente statuto poetico tale da risuonare al diapason della mia attesa di comunione nella scrittura. Vivere è scrivere. Scrivere, la sola possibilità di essere al mondo. E, credo, per le creature come Anne-Françoise, di essere testimoni credibili e fedeli dell’ Essere in sè.

Quando le istanze estreme dell’esistenza sciolgono anche gli ultimi residui enigmi apparenti, tutto della Vita si tiene, nella sua grande eppure spesso dolente Bellezza. Così, nel vento commosso del tuo ricordo, Anne-Françoise, ho saputo ancor più e meglio di sempre perché tu sia stata tra le prime e le più generose, tra le poche persone ancor oggi, infine, nell’accogliere il dono del mio ultimo libro pubblicato, “La Luce postuma del Canto”. Tu credevi nel dialogo perenne che la parola vera statuisce interiormente e stabilisce in eterno.

«(…) les mots tissent des liens entre les vivants et les morts.(…)». E i morti portano nella Luce degli Eterni le parole dei viventi che hanno amato. Ti avrei scritto di Ambronay, cara Anne-Françoise. Tu mi hai preceduto, lungo il sentiero di Luce ed io rimango più solo a camminare sull’ultimo tratto. Le tue parole però sono con me, viatico e compagnia, il segno luminoso di un poetico Sogno condiviso.

Il tuo passaggio della Soglia, che mi ha colto all’improvviso e del quale ho saputo tardivamente, ha compiutamente risvegliato in me la mai sopita coscienza poetica ed è questo, forse, l’ultimo dono che ancora mi fai, suscitando il ricordo struggente dell’avventura umana che, sotto il segno della Parola poetica, abbiamo condiviso.

L’ora che non ha più sorelle”, mi ha restituito intero, integro ed intatto, nel suo incontro con te, all’incantesimo dell’innocenza, della sororità che mi hai donato in vita con la persuasa condivisione della vocazione della Vita alla scrittura, al canto. Il mio grazie è ora per sempre. Ora che tu sei nella Bellezza per sempre. Quella Bellezza che hai contribuito a custodire, a crescere, a creare. Con il tuo sconfinato amore per la Parola e per il Libro, ed in essi e con essi per la Vita tutta.

Tu, minuscolo accento di Luce, che ora brilla in eterno e rende più chiara la Stanza infinita dove adesso tu sei.

AFK_2017

Anne-Françoise Kavauvea, Ambronay, 2017

La Via. [La Vita].

La Via. [La Vita].

Il testo che segue,riassume in sé i caratteri di due diversi Sentieri di Senso. Quelli del Convivio e quelli di Op.Cit. Avrei potuto, come sempre in passato, pubblicare il mio scritto in Convivio, e le citazioni dal libro di cui scrivo in Op.Cit. Il testo mi è venuto così, in forma di dialogo tra parole nate talvolta in seno a tempi lontani e scaturite quasi sempre in luoghi diversi e distanti. Come lontani, certamente nello spazio, siamo stati sempre e siamo Lan Lan ed io. Così come è nato, ho deciso di lasciare questo lavoro, suscitato dalle parole dell’autrice, Ly-Thanh-Huê, e dedicato al suo ultimo libro pubblicato, “La voie est sous vos pieds”, St Ouen, Les éditions du net, 2020.

 

Ho trovato la porta d’accesso, o forse la minuscola chiave che apre la soglia interiore, così evidente nella sua Bellezza da sembrare nascosta all’occhio pigro dell’indugiare feriale. Priva talvolta, nella fatica e nella prova, di vocazioni verticali accolte.

Me l’ha data lei, l’autrice.

Scrivo raramente, ed ancor più di rado ho scritto, dell’opera altrui, di libri pubblicati. Per un’indole poetica cui sono fedele da sempre, nella scrittura come nella lettura. Per una forma di rispetto della verità di me, di chi scrive, della nostra più viva e veritativa relazione. L’ipocrisia e la convenienza dell’opportunità critica o dell’opportunismo che cerca una improbabile elevazione di sé nelle asimmetrie dell’incomunicabilità, o dell’incomprensione più diffusa e probabile, conducono solo al delitto: lo spreco della Parola. Il seme inutile disperso e la generosità della parola in atto, il canto è gesto, sono nella sua origine e nel suo destino. A tale assioma etico sono fedeli, nella mia visione, il lettore ed il poeta.

L’opera in sè può essere un universo compiuto in attesa e può dischiudere mondi in chi lo scopre nella ricerca di rivelarlo a se stesso. Essere letti, forse essere amati… E, reciprocamente, in una relazione che attende la comunione, leggere con uno sguardo amante. La composizione della figura interiore che nasce da tale incontro, è la presenza al reale dell’opera.

Toccare con lo sguardo dell’anima la profondità di chi ha scritto, è un esercizio impervio. L’intuizione, simile alla folgorazione che accende il cuore nell’atto di fede, è un dono da custodire con cura ed attenzione. L’altezza della comprensione raggiunta è il sentiero al termine del quale la mente sussurra l’incipit dell’incontro, il proprio “Eureka”. Non sempre la meta è data, ed anche quando lo è, talvolta non è data per sempre.

Da alcune settimane ho concluso la lettura del libro di Lan Lan, ma Sœur du Nord.

Da tempo l’ho lasciato in un sonno vigile ed attivo, fedele all’esergo, una nota iniziatica della mia minuscola storia creativa. L’ho posta in apertura del blog: Scrivo quando posso. Posso quando devo. Devo quando sento.

Da tempo, il libro stesso mi guarda ed insieme mi chiama a raccogliere la sintesi del nostro incontro. Lo vedo e lo ascolto ogni volta che scorgo i segnalibri fare capolino dalle sue pagine. Sono i segnavia di passo che ho posto, le tracce di una memorabilità della relazione fra le parole scritte da Lan Lan e la mia lettura.

E’ seguendo tali tracce e citando i suoi passi, che avrei voluto scrivere della sua opera. Come in un dialogo ininterrotto in cui la parola di chi scrive suscita una risonanza interiore. Talvolta il ricordo di altre parole che egli stesso scrisse. In una conversazione oltre lo spazio tempo delle contingenze, che reca in sé gli accenni dell’infinità e dell’eterno. Come è dell’amicizia e della fedeltà che, anche nella parola, dura.

Più volte ho esitato: ogni punto di intersezione e di accesso, tra quelli evocati dai miei segnalibri, mi è sembrato adeguato e bello.

Infine, nei giorni scorsi, è venuta lei, con la consegna dirompente e decisiva, con la chiave d’accesso alla soglia. Ecco dunque il fiume, quella mirabile metafora del tempo, la porta d’accesso, la chiave del senso. Di un possibile inizio nella narrazione dell’incontro.

Le fleuve est la métaphore du temps, de son flux, de son impermanence. Ici, impétueux torrent, là, calme et étale, telle la vie changeante sans cesse, jamais sans douleurs ni tracas, il s’écoule. Il est peinture, poème, koan peut-être, énigmes sans fin, qui inspirent l’âme humaine. Alors, méditons-nous le fleuve ou le fleuve nous médite-t-il ?“. Quel tempo che è la Vita stessa, scandita dal metronomo interiore della Coscienza [La Coscienza è il Tempo, in Exsultet, 1990].

Inizia qui la restituzione nel dialogo, costellato dagli accenti dei segnalibri, della Via che Lan Lan ha segnato con il suo passo. Quel Tempo, che è la Vita stessa.

Con una domanda che forse è preludio alla sinfonia cosmica il cui unico Cantore è il solo Autore ignoto. “Alors, méditons-nous le fleuve ou le fleuve nous médite-t-il?”. Nella Parola [o nel segno: il Poema o il Dipinto, che importa…], l’enigma senza fine. Senza il Fiume, nessun Canto. Senza il Canto, nessuna rivelazione dell’Essere del Fiume sarebbe possibile. In mezzo, l’uomo, creatura divina, medita ed è meditato, nell’icona ultima e decisiva del Segno. Che rivela e snuda l’Abisso e la Luce. La calma pienezza del Tutto, al colmo della rivelazione. Che è, prima di tutto, Relazione fra la Cosa, il Mondo, e l’incantesimo dell’Essere che nella Parola eternamente canta. Il poetico istante in cui tutto è Chiaro e l’uomo vede l’Essere in sé e la Natura stessa vede nel suo esistere l’uomo.

[…] Conta l’informale, inteso così tutto ciò che si considera naturale, cioè non manipolato dall’uomo, ma soprattutto non rivelato, non reso cioè da esso in qualche modo intelligibile alla vita. Interessa tutto ciò che esiste prima che nel pensiero di qualche creatura sia stato pensato, cioè fondato a oggetto di relazione, rivelato. Tutto ciò che preesiste, preesisteva all’uomo, ad ogni uomo, in ogni tempo, e alla sua capacità e possibilità di nominarlo.[…]

Nello zero assoluto è, oggi, l’ispirazione del poeta, la sublimazione di un incontro tra un uomo in esilio nel grande silenzio e ciò che accade.

Compito del poeta non è quello di ordinare le cose, ma quello di vivere nella consapevolezza estrema, e mai abbandonata, che esse sono in quanto diamo loro un nome. L’albero è di per sé già cosa. Ma senza l’ideogramma primitivo che lo definì, senza il più raffinato fonema, forse senza la forza di una simbologia trasmissibile domani nel e con il solo pensiero (una sublimazione di cui l’intuizione non sarebbe che il fondamento primo), l’albero non entra nel cono di luce della vita, non si rivela.” [in Exsultet, poema.1990].

Il fiume contempla l’uomo da un ineffabile indizio di perennità. C’era prima, ci sarà dopo l’uomo. Il poeta scandisce nella parola il canto dell’Essere, che intuisce, presente, vivo, infinito ed eterno nel fiume. Il quale, mentre gli detta dentro i caratteri del mistero primordiale, viene letto nella parola estrema del poeta, alla soglia dell’indicibile che abita la meditazione e prelude l’avventura mistica. Una relazione incantevole in cui l’uno rivela l’altro a se stesso. Nel divino scenario del Silenzio. Il Fiume pensa l’uomo o il poeta canta il Fiume? Nella Relazione tra il Fiume ed il poeta si rivela l’incantesimo del Mistero. L’anima meditativa del Mondo. Che tutto precede, da cui tutto procede, che tutto segue.

Dire l’Ineffabile, tentare di dirLo, è un esercizio estremo. Del quale Ly-Thanh-Huê, nel suo libro, ci offre più di una traccia e numerosi indizi.

Ly-Thanh-Huê è, fin dalla biografia, una creatura di confine, inteso come apertura di orizzonti di condivisione. Ly-Thanh-Huê sembra amarne la porosità [cit.], qualità che sospinge la conoscenza oltre l’angustia dei luoghi dati e comuni. Le origini, la nascita ad Oriente, ed il destino, l’esperienza in Occidente.

Ne La voie est sous vos pieds”, se ne colgono ampie tracce interdisciplinari, interculturali, interreligiose. Che lei tratta con discrezione esistenziale e con competente, umana cura, sebbene con l’indispensabile audacia di chi cammina davanti. Sarebbe sufficiente l’icona di un titolino da lei dato ad alcuni paragrafi del suo testo, per rendere l’accento sapido che distingue la Via di Lan Lan. “Un jour la parole délivre du langage, dit la psychanalyse après Lacan. Un autre jour le silence délivre de la parole, dit le zen”.

C’è la religione, [e vedremo poi con quale profondo sguardo interculturale], c’è la scienza, [Ly-Thanh-Huê è psichiatra e psicanalista e Lacan scandisce spesso la messa a fuoco del pensiero di Lan Lan, nelle sue pagine]. C’è l’arte: Huê scrive poesia, il suo blog ne offre ampia testimonianza ed il libro stesso, con puntuali citazioni, da Bachelard a Omero, a Dante, disegna un cammino singolare e profondo nel confronto con la parola poetica. Senza dimenticare il fondamento haiku del canto di Lan Lan, che ha in Basho ed Issa due sicuri custodi della sua avventura creativa.

La meditazione, nutrimento e stilema centrale dell’universo esistenziale e creativamente generativo di Lan Lan, attraversa, sostiene ed unisce tutto il suo cammino, nelle diverse declinazioni interdisciplinari. In una sintesi intuitiva, direbbe forse Emo Marconi. Nello sguardo di monos, il monaco, sostiene il poeta, che ha accettato, nella lezione di Raimondo Panikkar, la sfida di scoprirsi tale.

La forte tensione spirituale che ne anima e ne distingue il passo, allontana l’eco temibile di un sincretismo citazionista e colto. Il tratto discreto dell’umiltà si respira in ogni pagina e mette al riparo da improvvisazione ed al sicuro rispetto ai dettami di una superficialità indotta dalla devozione all’apparenza.

C’è, in apertura del volume, una riflessione che precede il cammino: “Avant le chemin”, Qui, il vaso di Pandora [cit.] sprigiona tutte le domande, e le risposte che sembravano sicure, la via è sotto i vostri piedi [cit.], divengono incerte, fragili, precarie. Come sempre è nel destino dell’uomo, anche quando egli lo ritiene compiuto. Ed altre domande si aprono dentro di lui e davanti a lui. Gli haikus, questi infiniti stupori [cit.], è un pensiero iniziale [iniziatico?] di Lan Lan, elogio del minuscolo qui ed ora, ne accompagnano il cammino [in cerca di risposte?]. Di nuove risposte. Perché il destino dell’uomo, qualsiasi possa essere il vero significato del compimento, il Koan?, non è mai dato per sempre. Per sempre compiuto.

Basho è, nella sua prima citazione, il distico che introduce il cammino, “Pour introduir le chemin”. Con chi? Verso dove? Con lui, Basho, verso le grand nettoyage [de ce bas monde]”. “Il y a d’abord marcher”, scrive Lan Lan. E, all’inizio del paragrafo successivo, “Il y a ensuite et insensiblment, méditer”. Compare qui decisivamente il fiume, la Via e, quindi, la Vita. “Le fleuve a souvent servi de métaphore du cours de la vie”, prosegue Lan Lan. “Marcher et méditer au quotidien.

Camminare e meditare nella vita quotidiana, sono esercizi che lei introduce con una figura enigmatica ed insieme icastica della modernità. Il protagonista di un viaggio senza origine e senza destino. E’ il camminatore di Giacometti. “in movimento verso dove, verso cosa, nessuno lo sa…. Lo sguardo dello spettatore rimane sospeso al suo solo movimento.”. [cit.]. Sembra di cogliere qui l’insensato ipercinetismo di un’epoca smarrita. Un muovere fine a se stesso. Di cui nessuno, a partire dal camminatore stesso, comprende più il senso. Se mai più uno ne avesse. Infinitamente lontano dal lento pellegrinaggio interiore che la meditazione ispira. Il viaggio dentro se stessi in presenza del quotidiano. Il sorriso silente di statuari Buddha dagli occhi semichiusi, che sembrano essere ormai tutt’uno con la natura che li avvolge, si erge, nelle immagini calme di visi scolpiti nella pietra: pare un esoterico contrappunto, se dressent les images tranquilles [cit.], ed insieme un conforto ed una consolazione per i viandanti. “… se dressent [...] face à elle”, la statua dell’uomo spoglio di tutto di Giacometti, la cui unica dimensione percepita, nella sua nudità sgomenta, è, appunto, il muovere. Muoversi purchessia.

Tutto potrebbe finire qui dove inizia. Il La, nota d’avvio del cammino, è dato. La religione del Silenzio contemplativo, è già in embrione nella pietra immobile, in faccia all’uomo nudo di una dissacrante frenesia senza meta, ma in atto. Un terribile destino senza requie, nella contemporaneità.

Un’odissea di freschezza [cit.] tende, invece, dolci agguati nella prossimità feriale [purché essa sia vissuta “…tout le long le fleuve…”, con indole meditativa...]. Perché l’orizzonte della meditazione non ha unicamente lo sguardo ampio dell’epoca. Al contrario, si muove ed attinge, proprio perché la via è sotto i nostri piedi, anche la bella seppur insospettabile e talvolta faticosa prossimità feriale. “Une odyssée de fraicheur”, scrive Lan Lan. Alla quale ci guida ed introduce con Issa:

La meditatione est ce chemin...le long du fleuve.”. Un orecchio bene esercitato alla preghiera laboriosa, all’orazione meditativa del corpo dedito alla vita semplice,non può non sentire in queste pagine, sin dai primi passi, “faire la vaisselle, le jardin…”, l’eco feriale dello spirito benedettino. Ora et labora. Quando il gesto del canto feriale è anche l’atto del corpo quotidiano che canta. L’Armonia spesso dolente del cosmo, si conforta, si consola e rischiara nella minuscola preghiera senza remissione, di tutti e di ciascuno. La meditazione contemplante della compostezza. Al soffio [le souffle?, cit. ] di un Dio nascosto o misconosciuto, sempre presente. Anche in chi crede di non credere e lo chiama con uno dei nomi prediletti della modernità in perpetuo movimento nell’estimità: Nessuno.

Lungo la via, sul cammino, lo sguardo meditativo del pellegrino interiore si apre da una finestra [forse una delle tante che si dischiudono dentro e sulle Anime?…]. Lo soccorre, dopo l’esordio con Buddha, una memoria cristica, tutta occidentale. Fenêtres sur âmes?”, si interroga Lan Lan. Si capisce che ha trovato una sua risposta. Finestre sulle anime?,ce château est l’âme…”. E si comprende che il paesaggio sul quale si posa lo sguardo dell’autrice è quello, inevitabilmente familiare per uno spirito meditativo, di Teresa D’Avila, con la sua esaustiva metafora del castello interiore.

Thérèse d’Avila parlait du château de l’âme, dans lequel se déploient les chambres de l’âme. Si la mème métaphore pouvait être utilisée ici, il serait possible de se représenter les langues et les cultures comme des fenêtres différentes s’ouvrant sur l’intérieur du château de l’âme. Elles n’ouvrent pas toutes sur la même chambre. Ce en quoi, elles ne sont pas la même expérience. Mais elles ouvrent certes sur la même maison, le même château de l’âme, soit l’expérience intérieure. […] La méditation en ce sens, ne serait pas une chambre particulière de la maison, chambre monacale de recueillement, singulière et unique au sein de l’être. Elle est partout, habitant toutes les chambres de l’âme, tous les moments possibles de la vie, elle est légère, fluide, polymorphe, circulant comme un souffle, elle est respiration entre les différentes chambres de la vie. Méditer serait tout simplement ce souffle qui traverse la vie intérieure [...]».

Lan Lan offre uno sguardo oltre l’orizzonte della modernità, composto ed atto a ricomporre un dialogo fra diversi e lontani. L’incontro, lo sguardo dell’alterità , le diverse culture: un punto di sintesi e di condivisione. Il castello dell’anima. Assai prima che lo spazio ed il tempo sembrassero convocati in un’unica [quanto spesso fittizia ed illusoria!] dimensione dai prodigi digitali, lo sguardo interiore, aggettato da finestre intemporali [preludio d’Eternità?], convoca nella compresenza del dialogo essenze umane in apparenza lontane [prossimità degli Infiniti?] ed affatto diverse. Un invito senza tempo a riconoscere [conoscere? Approfondire, scendere con Luce dello Spirito nell’umano abisso fino allo scrigno in cui un Dio ci veglia ed assiste?], prima di tutto nel sé dove già ci abita, il luogo, l’Anima. In cui sono custodite la Bellezza, l’Amore. Il linguaggio comune nella Babele contemporanea [o forse oltre il suo incerto balbettio, babil [cit.]?]. Il Linguaggio? Le souffle [cit.], che è respiro dell’Anima. Intuito nel suo più intimo e riposto recesso, perché, come scriveva Teresa d’Avila, C’è un cuore del castello che è abitato. C’è un cuore del castello dove abita Dio. C’è un cuore del castello dove Dio vuole parlare e intrattenersi con noi. Noi possiamo esserne fuori, ma Egli è là, al cuore del nostro cuore”.

La parola estrema del poeta ed il silenzio del mistico attingono la soglia dell’Indicibile e del Mistero, in prossimità del cuore del castello interiore che è la loro anima stessa [Le souffle, linguaggio ed insieme anima mundi?]. Per questo, forse, come Lan Lan ha scritto,La méditation […] Elle est partout […]. Lo Spirito, [le souffle? [cit.] infatti, soffia dove vuole, e l’umana creatura lo ascolta, lo accoglie quando può e dove vuole. Ne è abitato sempre.

Il libro di Lan Lan è un breviario laico per l’uomo in cammino. Nella ricerca della meta più negletta alla contemporaneità. Lungo il corso del più ineffabile dei cammini, nel deserto secolare dei nostri tempi: quello di un pellegrinaggio interiore sostenuto dall’umile passo della nostra viandanza, che segna ed insieme compie e distingue l’originalità di ogni singolo incedere. La Via è sotto i nostri piedi. Se sappiamo alzare lo sguardo al Cielo, in alto, nel profondo, dentro, e tutto intorno dovunque, lasciandoci guardare dalla Vita, il Fiume, che eternamente scorre.

Potrei, e avrei potuto, proseguire nell’affascinante ricognizione dialogica, parola su parola, dentro il testo di Lan Lan. O cercando di camminare con lei, accanto, lungo la via che è sotto i miei piedi. Tentando di cogliere altre chiavi che introducano all’intimità meditativa del viaggio, mentre l’estimità  del paesaggio richiama l’attenzione sulla Bellezza delle forme e/o sulla Semplicità degli istanti. Che divengono, nella relazione che una all’altro rivela, chiare di una Luce altra.

Il mio passo non è stanco di seguire, fedele alla propria cadenza, speranzoso nell’affidamento della viandanza ad un destino di comunione, la Via che Lan Lan ha tracciato: altri scorci e nuovi accessi non mancano. C’è Sant’Agostino, la cui esegesi del tempo interiore, così lontana dalla pervasiva e feroce partizione cronologica della contemporaneità, ho sempre amata. Mi fermo qui.

Lascio, lungo questi Sentieri di Senso, in Op. Cit., qualche altra traccia del viaggio che ho compiuto nei passi di Lan Lan. Scorci del Fiume aperti su visioni a me sempre care, quali, tra tutte, il Silenzio.

Un sublime lacerto del cammino, che è viatico e destino di una poetica meditativa, ed è un universale dell’umano. “Le silence comme fond de l’expérience humaine”, intitola un suo capitoletto Lan Lan. Poche righe più avanti, Angelus Silesius irrompe con la perfezione della Bellezza, la risposta dell’arte: “La rosa è senza perché”. La Poesia [e la mistica, con l’Angelo della Slesia...], che non si è mai interrotta, può iniziare. Ed in lei e con lei la contemplazione.

[…]Alors peut surgir la paisible et sereine contemplation de la fleur, de la lune, de la nature, en son éphémérité et impermanence, en son silence immense, pur être là, contemplation dépouillée du brouhaha du monde, universelle, accueille sans fin l’immensité du monde a travers ses détails infimes.[…]; le silence vibre de ce lointain murmure des affects qui le colorent. Les silences contemplatifs se font sur ce socle premier du langage.Ils surgissent entre les mots, découpent les phrases et font réapparaître l’oxygène d’origine qui a fait naître les mots, leur souffle premier.[…]”.

Ed un’altra traccia, quella della parola  vissuta, che dal Silenzio nasce, tra Vita, lettura e scrittura e poema.

[…] La parole trouve sa véritable valeur a partir de son socle de silence. Et c’est dans le silence, a partir de ce silence, que le retour a l’origine amène a la nature, a la vie. Devenir la montagne, l’arbre, la fleur est alors ce vécu d’évidence d’un être dans le monde qui se retrouve en solidarité avec tous les autres êtres au monde. Se mettre alors a l’écoute, en silence. Et ce n’est qu’ensuite que les mots viennent témoigner de ce partage, de cet être au monde, en ramenant une parole délestée, allégée,libérée, vivifiée par le silence. […]”.

Un fitto canto di risonanze interiori ed echi si leva qui, lungo il fiume della generatività creativa, che entrambi, Ly-Thanh-Huê ed io, pur lungo cammini così lontani e forse anche affatto diversi, abbiamo, per vocazione o destino, entrambi percorso. Qualche volta, condiviso.

Une pratique d’écriture qui est exercice spirituel.

Retenons ce premier point. L’expression peut faire penser aux exercices d’Ignace en un tout autre contexte. Exercice est en tout cas le maître mot, il est cet entraînement au quotidien, il n’est pas seulement gymnastique de l’esprit, en sa mécanique formelle et technique. Il est d’abord et avant tout posture de l’être. Et cette posture est en communion avec les autres êtres de la nature. Un trait, une couleur, un parfum, et tous peuvent pousser a une expérience qui dépliée majore un être au monde, dans ce monde où nous ne sommes qu’invités de passage […]”.

Forse, non fu dunque un caso [e chi sa mai quale sia il nome preciso e proprio del Caso nelle vicende umane] che, poco o nulla conoscendo di lei, tanti anni fa, invitassi proprio Lan Lan, tra i pochi e rari, a tentare di vivere l’avventura creativa cui stavo cercando di dare vita, quella delle Relazioni Spirituali.

Sono solo minuscoli accenti di una sintesi esistenziale che è anima, spirito, corpo.

En guise d’étape, conclude o forse inizia di nuovo e per sempre, il suo cammino Lan Lan. “II y a-t-il un bout du chemin ? Voyager en impermanence, en sa voie ou ses voies, en sa voix ou ses voix, est peut-être le propos de la méditation, comme celui de la marche et de la respiration, comme aussi celui de la poésie et du chemin de l’analyse, tout le long du fleuve de la vie. La voie me suis-je dit, n’est peut-être finalement que le nom donne a la vie, et elle ne peut être que profondément marginale car les voix qui peuvent s’en élever ne sont que celles qui se sont élevées en chacun, singulières réponses a différents temps de sa vie, pour tenter de la dire justement, au plus près, éthique d’un bien-dire qui se cherche tout le long du chemin. […]”.

E, infine, giunta in prossimità della fine del Viaggio, il lascito Elle peut des lors servir a d'autres, ou non, librement.»] ed i sogni […]. Discreti, come tutto nel libro di Lan Lan, ed infinitamente chiari: […]Marcher, méditer, écrire, recueillir les mots sur le chemin. «Le monde est notre représentation», disait Schopenhauer, cueillant l’essence d’un bouddhisme que l’occident avait importé en son temps. Ce monde est construction, facticité, regards, fenêtres sur un réel. Il est possible alors de se distancier de ses représentations, de s’en détacher même s’ils nous ont été utiles en une vie. Laisser la barque qui a aidé a traverser le fleuve sur le rivage. Elle peut des lors servir a d’autres, ou non, librement.[…]”.

[… ]Les mots sont simples métaphores, barques arrimées sur le rivage du langage commun, que même le simple d’esprit peut entendre. Certainement pas dogmes, ils servent juste a maintenir la vigilance dans ce voyage de la vie que nous savons tous, être vallée des songes.[…]”.

Qualche eco parafrastica della preghiera, la “valle di lacrime”, diviene ed è, nella declinazione laica e professionale di Lan Lan, la valle dei sogni. Qualche accento esistenziale, con l’ineluttabile metafora del Fiume, con le sue barche, forse anche quelle vere che ondeggiano discrete nell’orizzonte di Port Thibault. Da cui Lan lan firma e data la conclusione del libro [forse del Viaggio?].

 

 

Note.

1. Quando scrivo di Arte, Religione e Scienza, mi riferisco alla lezione del mio indimenticabile ed indimenticato maestro, Emo Marconi.

2. Quando cito intercultura e visione interreligiosa, mi riferisco al dialogo di Raimondo Panikkar, di cui ho più volte scritto sul blog.

3. Le citazioni dal libro di Ly-Thanh-Huê sono in corsivo ed in lingua originale. Quelle da me tradotte e/o introdotte nell’intercalare parafrastico ed argomentativo, sono contrassegnate con [cit.], anche quando si tratta di una sola semplice parola.

 

Un dolce canto estremo.

Un dolce canto estremo.

[L'aruspice poeta interroga il Cielo.]

Tutto è iniziato, tra Élaine Audet e me, con un primo embrione di dialogo sulla TL. Era settembre del 2014, quando, con lieta sorpresa, ho trovato un mio tweet tradotto da Élaine. Ci seguivamo reciprocamente da tempo, su Twitter. Stimavo molto, e stimo tuttora, il suo lungo ed appassionato impegno, che avevo imparato un poco a conoscere qui. Soprattutto amavo ed amo, il verbo è giusto, la squisita qualità poetica di Élaine, che avevo la gioia di leggere spesso sulla TL.

È iniziato uno scambio, dapprima essenziale fino alla frugalità come accade sul SN, che si è aperto, e raramente succede, poi in un dialogo più ampio ed intenso, in gran parte condotto sulla TL, prima di sfociare nella diversa e più ampia forma dell’epistola elettronica. Serbo un ricordo bello e forte di quel periodo di lavoro, di reciprocità esperita sul filo vivo della parola, nel cuore intatto della poesia. Nutro per Élaine una gratitudine viva: le sue traduzioni, un dono per me prezioso, sono custodite in una carpetta azzurra, e mi apro in un sorriso, misto di nostalgia e di contentezza, quando, scorrendo le cartelle all’interno di “extemporalitas”, sull’HD, leggo: “Quaderno di traduzioni in lavorazione”. Tutto il prezioso dono di Élaine è serbato lì, nel suo formato digitale, insieme alle sudate carte che testimoniano di uno scambio serrato, di un lavoro appassionante, il suo. Dell’eccellenza della gratuità, quella che ho assaporato nella sua forma più decisiva, almeno per me, anche nella relazione spirituale con Élaine.

Quando, ai primi di Ottobre di quest’anno, mi sono congedato dal SN, una delle rare persone che ho ricordato esplicitamente nel mio post di saluto è stata lei. L’ho fatto con le parole che ho scritto qui sopra. Naturalmente, lasciare il SN non avrebbe dovuto [voluto?] significare per me dire addio a coloro che ho incontrato durante quegli anni. Il fondamento della parola è il valore che la sostiene. Senza una dimensione interiore attinta all’esperienza di colui che la scrive, vorrei dire che la vive, essa è un corpo inerte, nel migliore dei casi un elegante orpello stilisticamente ben attestato. Certo, il poeta non può rispondere altro che di se stesso, come del resto ogni creatura nel grembo del proprio giorno. Vita, parola e cosa. Non può e non deve secondo la mia visione etica, che è ed è stato il fondamento di un’esistenza e di una poetica, andare oltre la tentazione del dono, il porgere il canto ed in esso la propria vita stessa. Se esso torna all’origine, muto e senza eco, senza destino alcuno, nessuno oltre al poeta è portatore più o meno innocente di responsabilità ontologiche. Così la scrittura in Rete. Verso la quale e dentro la quale altri riporranno certamente visioni altre e più lievi, quando non smagate e/ovoracemente svagate. Dunque, la parola che ho impegnato sul social network, non diversamente dalla parola e dalla parola poetica di sempre, non è rimasta per quel che mi riguarda svolazzante e sospesa al filo esile di un fragile aquilone sospinto dal vento avaro delle promesse. Ci sentiremo. Ci scriveremo. Ci leggeremo. Ho tentato [«Le vent se lève... II faut tenter de vivre!», Paul Valéry, “Il cimitero marino”.], ancora una volta e come sempre, la via del dialogo, nel rispetto del canone aureo interiore che è mio e spero possa essere, nel segno della reciprocità, di altri. L’ho posto in esergo al blog: “Scrivo quando posso. Posso quando devo. Devo quando sento”.

Così, nei giorni scorsi, sono tornato da Élaine, anche da lei. Perché ho sentito che il filo del canto è teso fra noi malgrado talvolta il duro rinterzare della prova nella ferialità. Nell’orizzonte dei giorni. E dunque ho dovuto.

L’ho letta spesso, a lungo, di nuovo in questi mesi. Anche durante l’ultimo.

«Je traduis en mécréante…», mi scrisse in un suo tweet nei mesi della nostra intensa corrispondenza, quando fu lei a tradurre la mia poesia. «Peut-être que l’artiste est l’élève imparfait d’un Dieu qui lui [m. et f.] chante à l’intérieur […à la lettre, tout en respectant les mots et la parole…]. Mais on peut sûrement aussi traduire _l’élève imparfait de l’Infini_ [même minuscule]. Parce que entre Dieu, Infini, Éternel, n’a pas pour moi vraiment question…», le risposi con alcuni tweet successivi, nei quali proponevo anche una versione più spiritualmente ecumenica di un mio tweet da lei tradotto.

Élaine coglie, con estrema e delicata sensibilità, nella parola che canta, il fuoco acceso ed ardente che tende a rischiarare il suo stesso farsi canto. E lei, che si dice miscredente, sembra trascegliere con la mano lieve, che è solo dei veri poeti, gli accenti che più indulgono alla umana sete di infinito. La stessa che ci abita da sempre. Che accende da dentro l’essere creatura pensante, cosciente di un sé che tende all’Infinito ed all’Eterno. Qualunque fosse il nome preciso che nei secoli dei secoli abbiamo tentato di dargli.

Non amo il retorico encomio della poetica del dilettante, come se l’esercizio assiduo e non casuale della poesia fosse necessariamente orfano della sua flessione, della sua dedizione, della sua necessità primariamente vocata all’incontro. So che infinite volte gli epistolari dei poeti hanno svelato l’infinitamente aperta vocazione del cuore a varcare soglie, talvolta per inabissarsi dentro tale seducente ed irrevocabile chiamata. Io credo però anche all’abbraccio redento, quello che nell’invito all’incontro ed all’ascolto sente non già lo stimolo alla perdizione e la suggestione del primato della tecnicalità nella parola, ma il suo compimento nella comunione. Il diapason. Il sublime dell’abbraccio. La stretta di mano che accade, secondo la visione dell’amato Celan.

Credo che la qualità umana di Élaine abbia merito nell’avvento e nel sostegno di tale incantesimo, nell’incontro della poesia che si esercita per varcare un’altra soglia, quella di una lingua non condivisa. Credo che l’attitudine maturata nel suo impegno, posso scrivere femminista?, l’abbia aiutata nell’esercizio di quella qualità relazionale che fa dell’incontro dei diversi un’epifania di comunione. Diversi per sesso, per lingua, per convinzione profonda, certamente nelle pratiche esistenziali. Portatori ciascuno di un’asimmetria esistenziale, religiosa, sociale, culturale che solo il fuoco di una passione redenta, per il poeta dalla vita e nel canto, sa accendere per tentare di saldare la cesura. Vocati all’incontro che spinge all’abbraccio, superando soglie, che ci sono, accettando responsabilmente frontiere, anche di senso. Volando, però, quando la parola [la Parola?] si accende della scintilla appassionata che fa dell’Infinito un incantesimo. Preludio di eternità e certezza di condivisione nel qui ed ora della storia. Che, dell’eternità, è un’ipostasi.

Dieci canti.

Nei giorni scorsi ho iniziato a tradurre alcuni tweet di Élaine Audet, scritti da lei nell’arco temporale di circa un mese. “Un dolce canto estremo”, è stato il titolo che subito mi hanno ispirato, prima ancora di chiedermi quale fosse l’eventuale natura di una loro coerente poetica. Non so se vi fosse qualche progettualità in questa successione del suo esercizio poetico. Certo, anche ad un occhio profano non sfuggono la natura della sequenzialità, dettata da una contiguità temporale, giorno dopo giorno, e la reiterazione della domanda, sia pure posta in una sua forma indefinita: «Où va…». Non credo che tali caratteri siano sufficienti a delineare una prospettiva poetica coerente. Non costituiscono in sé fondamento di un’opera. Certo, possono rivelare un’intenzionalità. Non lo statuto interiore di un poeta. Del poeta. Eppure, posti così, uno accanto all’altro, in un atto funzionale alla traduzione, obbligano subito chi se ne occupa criticamente a staccarli dai precedenti e dai successivi. I dieci brevi canti di Élaine letti tutti insieme e in una prospettiva di continuità rivelano l’accorata tensione che anima il poeta. Uno stato interiore che lo pone e lo mostra a testa alta davanti all’orizzonte dell’Infinito. Per interrogarlo. Per porgli una volta di più ed una volta ancora le struggenti domande che abitano l’anima dei poeti in particolare e quella di tutte le creature in generale. Quelle stesse domande che, consapevoli del proprio umano limite, gli aedi osano: impetrando l’Eterno. Talvolta, portatori sani d’innocenza, scrutano l’abisso di sé e del mistero attingendo, o tentando di attingere, il minuscolo seme di Luce che alberga la parola. Una divinazione che l’intuizione del poeta porge quando attingendo l’infinito e l’eterno osa porre la parola futuro nel solco di una laica profezia. Talvolta il canto è, sa essere un’orazione laica: «Où vont nos pensées/ quand le large les porte à l’extrême/ avec un grain de beauté…», scrive Élaine Audet.

Così mentre le religioni della tradizione sembrano tramontare inabissate in un secolarismo ora cinico, la corruzione, ora violento, il terrore, l’arte, questo minuscolo ed irrevocabile accento luminoso acceso nel cuore dell’uomo, interroga a mani nude le soglie del mistero. Non servono al poeta credenziali d’appartenenza, le istituzioni, o gli accecanti e violenti bagliori dell’apparenza. Per dire la propria fedeltà all’umano che lo abita e che lo eleva sino alla soglia sublime della Bellezza. Nell’alveo incerto, e non di rado doloroso, di una solitudine senza risposte terrene, il poeta interroga da uomo libero il volto silente dell’ignoto. «Où va la vie quand soudain la mer roule au loin…». Non v’è nulla di retorico nelle accorate domande di Élaine Audet. Piuttosto la sincera innocenza di chi chiede al limite di sé l’audacia di superarsi. Per tentare, ancora una volta, di alzare lo sguardo oltre l’orizzonte. Oltre la leopardiana siepe. Mentre la modernità incalza con la sua rovinosa deriva secolare ed il naufragio sembra essere ormai il prevalente destino della sua origine, il poeta cerca il varco di una risposta possibile. La possibile risposta.

«Me restent la poésie et l’amour.», mi ha scritto nei giorni scorsi Élaine Audet. Credo sia il viatico testimoniale più significativo a sigillo di una vita vissuta da poeta. «Io voglio seguire la religione dell’amore: qualunque sentiero imbocchino i cammelli dell’Amore, è il sentiero della mia religione e della mia fede.», ha scritto il sufi Ibn ʿarabī, nato nel 1165 e morto nel 1240. La libertà, soprattutto da se stessi e dall’arroganza degli assolutismi impositivi e senza scampo, è un mezzo che aiuta chi si mette in cammino nella ricerca della verità. Il poeta è un cercatore di senso, non un dispensatore di certezze. E’ una mite creatura del limite che accetta con coraggio di ergersi nei pressi della soglia estrema per porre con dolcezza le domande di cui l’uomo ha sete, nella sua infinita sete d’eterno. Élaine Audet lo ha fatto nei suoi dieci canti che ho avuto la gioia di leggere e di tradurre.

 

la sera del 3 Novembre 2015

 

  α

 [Il viaggio.Dieci Canti di Élaine Audet  tradotti da Giordano Mariani ]

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["Il viaggio.Un dolce canto estremo."
Dieci Canti di Élaine Audet tradotti da Giordano Mariani Qui è possibile leggere o scaricare la plaquette digitale con i testi originali di Élaine Audet, un commento e la traduzione di Giordano Mariani.]

Relazioni spirituali.

Relazioni spirituali.

Le relazioni digitali [del resto, del tutto identiche nella propria natura fondata su canoni antropologici di valore o sulla loro assenza, a quelle che l'uomo vive e sperimenta da sempre] intessono spesso trame di fili silenti, talvolta solo apparentemente discontinui. Orditi interrotti da pause o silenzi. Talaltra, tessuti di vita e di incontro davvero spezzati per sempre. Sebbene, per chi vi ha creduto, ciò che è stato vero e nella verità interiore persuasa è stato vissuto, esista per sempre.

Talvolta, malgrado apparenze contrarie, il filo non si è mai interrotto: forse è rimasto sospeso nello spazio e nel tempo che sembrano separare, flottante e qualche volta lontano dalla nostra mano aperta e tesa. Per quel che mi riguarda, spesso non mai reciso.
Credo che l’amicizia, come l’amore, come tutti i sentimenti più intensi e più belli dei quali la creatura umana è capace, sia, quando vero, un legame profondo, sebbene si affidi talvolta al silenzio o al non detto, che unisce e sostiene vicendevolmente assai più di altre evidenze.

Agapè“, perché di questo scrivo, soprattutto se non solo, qui ed ora, vive di persuasione. Come ed ancor più del mio blog, vorrei fosse, e continuasse ad essere, un luogo in cui abitino unicamente parole “vere”, secondo la più alta lezione celaniana, che, con tutta l’umiltà di cui sono capace, tento indegnamente di seguire. Tale scelta restringe sensibilmente ed inevitabilmente l’orizzonte, un profilo etico, dell’avventura. La rende, o almeno io la sento e la vivo come tale, più bella, come tutte le esperienze difficili sono in genere [e non mi riferisco certo al talento o al merito personale: non sono tanto stupido da concedermi il giudizio favorevole su me stesso e soprattutto sulla mia opera/lavoro, che del resto non saprei e non potrei nemmeno formulare con piena consapevolezza epocale, se non anche con limpida onestà intellettuale], e al tempo stesso assai più impervia.

Da quando “Agapè” iniziò, ho chiesto a pochissime altre persone di partecipare. Non si tratta di generosità o della sua mancanza: si tratta di distinguere, e distinguere, come mi insegnò nei miei giovani anni il professor Emo Marconi, uomo di teatro, è un atto d’amore. Perciò, proseguire è difficile. Ed è bello e giusto così. Mi va bene. Ho chiesto di partecipare a pochissimi, ho ricevuto un diniego, o quello che fino ad oggi devo considerare tale, espresso non nella forma esplicita di un no, ma nella continua dilazione temporale dell’impegno, e ho detto a mia volta un no ad una persona che io stesso avevo invitato in “Agapé”, ad un suo testo.
Un’esperienza che nasce, o che ha tentato di nascere, nel segno dell’amicizia [agapé, convivio], della sororale convivialità, non può però chiudersi su se stessa, rischiando di cristallizzare nel contrario della persuasione, l’esercizio per esempio di un’eccellenza stilistica fondata nella retorica.
L’amicizia, come l’amore, come tutti i sentimenti più alti espressione dell’umano [per chi crede di credere, segno vivo del divino in noi, declinabile anche nella sua estensione laica di sete di infinito o di attesa d'eterno: il Nulla non esiste], apre sempre l’orizzonte di chi la vive: la soglia etica non è mai un confine che divide, nell’amicizia vera, ma è sempre una smarginatura che dischiude. E’ così sempre, e solo così può essere l’amicizia. Non esistono soglie etiche che possano diventare confini, in un rapporto fraterno o amicale, e che possano chiudere chi li vive dentro una prassi limitante e/o limitativa. Se ciò accade, è solo a causa dei limiti umani, dovuto a fraintendimenti originali, imputabile a qualche malinteso ispiratore della visione etica sottesa al cammino condiviso, a qualche mal riposta ambizione, a qualche dissimulata vanità inconfessabile anche a se stessi, talvolta. Il solo canone inviolabile è il rispetto dell’altro [che inizia sempre dal rispetto di sé].

Dentro ed all’origine del cammino conviviale, tutte quelle cose ci sarebbero dovute essere, o almeno così avevo pensato fosse e così ho tentato di vivere tale esperienza. Non si tratta di corpi, di presenze, di strette fisiche di mano, che spesso, e per alcune delle persone che ho invitato, non ci sono e non ci sono state. Né, forse, assai probabilmente, ci saranno mai.

E non si tratta nemmeno di distinzioni, inutili e pretestuose, fra reale e virtuale, scandite dalla ridda di luoghi comuni che ormai conosciamo bene. Si tratta di senso, vorrei poter scrivere di Senso. Di relazioni spirituali. Che non scontano la cifra esteriore del tempo e del luogo, ma si affidano confidenti alla visione ispirata di una interiorità senza predilezioni né di spazio né di luogo [l'Infinito, L'Eterno: di cui l'umano, anche quando crede di non credere, svela sempre la sete].

Il filo tra noi in “Agapé”, per quanto mi riguarda, non si è mai interrotto, nemmeno se pare svanito dentro prolungati e ripetuti silenzi. Forse, talvolta, si è solo posato in qualche anfratto del cammino, in attesa che qualcuno lo riprenda e reciprocamente lo porga. Che lo prenda, lo tenga, lo regga, come vuole, quando vuole e quando può.

Ho posto in esergo al blog le frasi che segnano il mio cammino: Scrivo quando posso. Posso quando devo. Devo quando sento.

Non ho mai avuto alcun interesse per gli esiti statistici del mio impegno, creativo o no. Non sono mai stato interessato ad eccellere o ad emergere in alcun modo. Capisco che altri abbiano, possano avere, altre visioni, altre intenzioni, praticare altre vie alla vita ed alla scrittura.

Per me è sempre stata, e solo è, una questione di senso. Di Senso.
Un post in più, un tweet, un link, un accesso al blog, non significano nulla.

Un minuscolo accento di condivisione interiore apre invece un orizzonte sterminato di senso ed accende di Luce infinita il cuore dell’umano. Sarebbe stata, e tuttora è, la sintassi interiore di una poetica nata con me quarant’anni fa. La via mistica al canto o la mistica della nominazione.

La motivazione interiore per essere o per tornare in “Agapè”, attinge tale paradigma antropologico e poetico. Che è stato per me della vita e del canto, prima dell’avvento della rete, nel suo nascere, e lo è ora. Non avrebbe potuto essere per me altrimenti.
Personalmente, ho solo tentato, e tenterò fino a quando gli anni mi daranno grazia nell’anima e sapidezza nella mente per poterlo fare, consapevole di tutti i miei umani e numerosi limiti, di esserne all’altezza, rispettando tutta la libertà di tutti coloro che, richiesti, mi avranno fatto il dono di entrare in “Agapé”.

 

Post scriptum

Qualche giorno fa, dopo mesi di reciproco silenzio, ho scritto ad Isabelle Pariente-Butterlin. Un brevissimo scambio. Da tempo sentivo il bisogno di scandire con un punto fermo di senso l’avventura di “Agapé”, iniziata a Gennaio del 2104 con un testo della stessa Isabelle,che, invitata, mi aveva fatto il grande dono di aprire il nuovo sentiero di senso.

“Reprenons le fil.”, mi ha risposto tra l’altro nei giorni scorsi, quando all’inizio di marzo le ho inviato un breve messaggio.

Pochi giorni dopo, ho pubblicato, in “Convivio”, “Relazioni spiritualie l’ho comunicato ad Isabelle, così:

«Stamani mi sono svegliato guidato da un’intenzione forte ed insopprimibile.
Come spesso mi accade quando scrivo, dopo averla a lungo meditata, mi sono lasciato guidare dal suo imperativo interiore ed ho agito…

Così, la lettera che le ho scritto ieri, opportunamente redatta, è divenuta un post sul blog, in “Convivio”, dal titolo “Relazioni spirituali”.

Rileggendola ed editandola, mi sono reso conto che quello era il testo che mi attendevo da me stesso e da molti mesi. [...]».

Nello spirito più coerente cui vorrei si ispirasse sempre extemporalitas, a partire da me naturalmente, ed in risonanza con l’eco profonda delle parole che lei stessa scrisse iniziando “Agapé”, Isabelle mi ha inviato oggi il testo che segue. E’ la sua declinazione interiore delle “Relazioni spirituali”: “[…] Ma réponse à votre lettre est constituée de mon texte, qui est d’abord ma réponse. Je vous l’envoie, [...]”, sono state le parole con cui ha accompagnato il suo scritto.

Sono felice di condividere qui la sua risposta, un dono di cui le sono infinitamente grato. Ciò che più sento e più vivo, nel dialogo creativo dentro il quale sempre ho cercato al diapason della relazione tra chi scrive e chi legge la nota sublime della comunione, è l’accento musicale. Un ritmo del canto che è ritmo interiore ed evoca l’eco dell’Infinito di cui la creatura ha inestinguibile nostalgia, mentre invoca, consapevole del proprio umano limite, l’eterno mistero cui sempre attinge.

[@ Isabelle Pariente-Butterlin: “Relazioni spirituali. [Dans la conscience pure de ce que nous sommes]”].

[Huê Lan Lan: “Relazioni spirituali. [Entre deux silences qui ne sont pas oubli.]”].

 

Essere letti. [Forse essere amati...]./1

Il testo che segue era forse solo nella mente di Dio, certamente nel grembo dei miei pensieri da giorni. Avevo già preparato il file e scritto il titolo. Mi aveva indotto a farlo, forse sarebbe meglio dire che me ne aveva ispirato la scrittura, un breve ma intenso scambio che avevo avuto con lei, @larosaturca, nei giorni scorsi. Poi, tra ieri l’altro e ieri, @dipiunonchiedo ha destinato una preziosa ed assidua attenzione ad alcuni miei testi. Stamani avrei voluto ringraziarla con un semplice tweet. Come spesso mi accade, ho sentito subito che uno solo [e nemmeno una fluviale sequenza di DM, come talvolta mi accade...] non sarebbe stato sufficiente. Allora ho capito che avrei dovuto iniziare a scrivere. [Del resto, lo posi in esergo al blog: "Scrivo quando posso. Posso quando devo. Devo quando sento."]. Ecco, ora nel segno di una gratitudine non più contenibile, sento che devo. Almeno un incipit di un più esteso grazie e del suo senso. Che attinge il qui ed ora delle contingenze, gli incontri cui ho accennato, e si fonda nell’estensione di una poetica, dall’Alfa all’ormai suo prossimo Omega.

Essere letti. [Forse essere amati...]./1

Essere letti è una tra le umane esperienze più significative e belle. Sentire lo sguardo altro che si posa sulla parola ormai staccata per sempre dal grembo più profondo di sé. Liberata dalla notte interiore, talvolta. Risalita dall’abisso di Luce che genera speranza e attesa di comunione.

Un’avventura incantevole, essere letti. Non per lusinga alla propria vanità, ormai residuale dopo avere ascoltato l’invito del poeta [«[...] Strappa da te la vanità,/ ti dico strappala. [...]», Ezra Pound, in “Canti Pisani”]. Se mai resistesse traccia di un giovanile orgoglio, sfuggito alla dura maglia degli anni, dei decenni, sarebbe solo un filamento esile e disperso, nell’anima fatta terra di comunione, scampata all’arsura del deserto, o palmo a palmo risorta dopo esercizi di durevole e sfinita contemplazione. L’acqua carsica dei sogni emersa tra profonde forre di silenzio, superstite al bradisismo petroso della realtà che scuote minaccia ed insieme ispira, nella giustapposizione resistente, il Sogno del poeta ed il Reale.

La parola poetica, quel minuscolo accento di Luce che una divinità benigna ancora sparge nella notte dei tempi, passata allo staccio del Tempo, l’umana coscienza!, nell’anima cava ed accogliente del poeta fatta ascolto. Nell’uomo temprato alla prova di testimone.

Proprio come il tuo, mio sororale fratello amante, lettore, all’altro capo di me, della parola che nasce in me e come un figlio abbraccia, ed è abbracciata da, il suo proprio destino altro. Talvolta lontano, spesso ignorato. Quasi sempre ignoto all’origine e nel poeta, se non nello sguardo benevolente del Dio dagli infiniti nomi e sublimato e vero in uno soltanto, Amore. Non mai mia, la parola [“I vostri figli non sono figli vostri.”, ancora con il poeta...,Kahlil Gibran, "Il Profeta"], ma solo ospite lungo il tratto sublime del suo concepimento e del suo venire alla luce del mondo.

La parola poetica, quel delicato e consapevole esercizio di resistenza, in un tempo sconvolto e segnato da un sempre più pervasivo cinismo ed afflitto dal terrore.

La parola poetica, un arco teso di senso, mai antagonista [“la poesia non si impone più, essa di espone”] e sempre amante.

La poesia non si espone più, essa si ostende. Come un’ostia esposta nel canto, in attesa del tuo sguardo, lettore, della tua Attenzione [una precisa vocazione al Dio lento, tenero e silente nella nascente contemporaneità], preludio di compimento nella comunione.

Non sono l’angelo scaltro, un ossimoro della modernità, che esercita la retorica di una gratuità fatta di ipocrisia e di apparenza. Sono un uomo teso alla stretta di mano nella sua parola [Paul Celan].

La gioia che provo nell’essere letto, la pace dell’anima scambiata nel rituale vero di una profondità più che amicale: di sororale comunione.

Non spendo l’esercizio ormai stucchevole della citazione manzoniana, tanto iterata e così inflazionata nel senso. Forse i miei lettori sono stati nell’arco di una vita più di venticinque [o forse meno].

E’ il cesello del loro sguardo amante dentro gli spazi bianchi del Silenzio che sento incedere e farsi largo davanti. Come una promessa di domani e di Speranza ancora, non ancor mio e già non più mio.

Nella parola poetica resisto, e tu con me, lettore amante, nel suo presente e nel domani, entrambi dal destino ignoto.

 

«Magnificat».

«Magnificat».

Ogni tanto la nostra stessa vita sembra venirci incontro da spazi inusitati. Sembra che il noi stessi che fummo si faccia avanti a passi lenti ed ampi nel nostro silenzio indifeso, finalmente indifeso, che ha solo orecchie e tiene serrate le labbra. Anche quelle nascoste che si animano del solo non visto pensiero. Allora la Grazia ci scende dentro come un’estasi e abita, Lei sì grande e dignitosa di una Luce di cui non siamo spesso degni, lo spazio discreto del presente con la gioia inenarrabile del ricordo. E’ un miracolo che accade sulle soglie brulicanti del Mistero, presso le quali si schianta l’ininterrotto brusio delle voci di fondo. Quelle che imperiosamente vorrebbero imporsi nel mondo, sul mondo, al mondo. E dentro il mondo anche su noi stessi che lo abitiamo in un margine sconosciuto ai più, certamente ai tanti.

Talvolta quella vita che viene avanti e ci si dona aperta e feriale come l’alba o come lo sbocciare d’un fiore in un inverno di neve, avanza in forma di libro. Ci si depone tra le mani quasi per caso [ma davvero esiste il caso e non è forse il suo più preciso nome proprio Grazia, o Provvidenza?]. Allora le nostre mani nude e ferite che non sono più consapevoli della fermezza dei giusti e sono esitanti, ora che mai più la bellezza le libra come fece un tempo a proteggere la nostra ironia, a sostenere l’anima, a cantare l’amore, ora che le nostre mani si accingono a vivere desolatamente sole e mute, si aprono. In un ultimo estremo incantesimo. E come le nostre orecchie ancora odono, tentano di udire, così le nostre mani accolgono, tentano di accogliere. E si aprono al libro. E lo aprono. Sanno, esse lo sanno, le mani, che l’incantesimo del dono sta sbocciando dentro la loro rugosa durezza che più nulla sembra sapere delle nuda, della gioiosa, della morbida accoglienza che fu la loro giovane speranza. Eppure s’aprono e accolgono.

E’ stato così, è accaduto così anche nei giorni scorsi, quando, in prossimità dell’ormai vicino Natale la vita mi è venuta incontro nella forma di un libro. Uno dei tanti, quello giusto, però, per questo tempo di Natale e per questi tempi.

Forse dire libro è troppo ed è, ugualmente, troppo poco.

E’ un gioiellino nel contenuto nella forma e nel senso del dono. Me lo regalò il giorno di Natale di 11 anni fa la sorella di una carissima amica.

«Questo libretto è quasi un inedito. La prima volta, nel 1953, uscì “pro manuscritto”. La curia milanese l’aveva censurato… Erano gli anni difficili dell’intolleranza e dell’onnipotenza. Padre Turoldo doveva “viaggiare” e ricevere gli amici alla stazione centrale di Milano».

Sono le parole con cui l’editore e curatore, Rienzo Colla, presentò nel dicembre del 2003 la prima edizione de “Il nostro Natale”, di David Maria Turoldo, uscito per i tipi de La Locusta.

L’ho riletto e sfogliato a lungo, nel corso di quest’ultima settimana. Lasciando che il silenzio di me affiorasse, nel silenzio del mondo. Lasciando che un lacerto di memoria facesse luce, dentro e davanti. Aprendo il cuore all’ascolto e la mano ad accogliere l’inusitato, il dono della vita che in forma di libro di nuovo veniva avanti.

Di Davide Maria Turoldo, della sua opera poetica e dei suoi scritti, che ho amato entrambi, conservo tracce sparse, nella vita e dentro.

Un giorno, tanti anni fa, era la Primavera del 1980, lo incontrai e lo intervistai. La sua figura imponente conteneva a stento un’empatia irruente ed una umanità gioiosa. Avevo portato con me il suo «Laudario alla Vergine». Prima di congedarmi, mi concessi una delle rarissime licenze professionali che mi sono mai consentito profittando di un incontro e, per quanto modesto fosse il mio, di un ruolo. Gli porsi il libro: sorrise. Rimase un attimo pensieroso e dopo qualche istante si chinò a scrivere.

Ho letto più e più volte quella sua breve dedica. A ventisei anni, tanti ne avevo allora, qualche residuo di vanità può scioccamente lusingarti: “A Giordano per cantare insieme il nostro Magnificat”. Sono tornato più volte su quelle sue parole, ogni volta con una diversa attitudine interiore e con altra consapevolezza. Ora so con esperienza certa che insieme al dono gioioso della condivisione, al dono del canto, ed alla convocazione ad un cantare gioioso, vi era anche e soprattutto l’affidamento di una responsabilità. L’invito ad intonare [insieme!] il Magnificat nell’armonia feriale, spesso così sapida di note dissonanti e dolorosamente lontane dal senso delle parole che vibrano mentre intoni, tenti di intonare, nel segno di Maria, la tua lode!

La parte che ho scelto, dopo non poche esitazioni, è quella che più riverbera in me e che più risuona, a me pare, in coerenza con il tempo della storia in cui vivo. Lo spirito è il suo, l’ineffabile carisma omiletico, poetico e prima ancora umano che pervade tutta la vita e tutta l’opera di padre Davide. Cito senza enfasi retorica e qui più che mai senza rimpianti. La luce dello Spirito è un filo tenace che resiste ai tempi e, oserei dire, alle mutazioni epocali. La fiammella dell’anima grande è una torcia che giganteggia nel vento avverso delle epoche oscure o al tramonto. Nulla è vivo se la sua eco non è viva in noi e non risuona al diapason di un’identità valoriale pur dissonante ed asimmmetrica della inevitabile, e bellissima, unicità dei singoli, dell’ognuno che noi siamo.

Non è guardando all’indietro che mi permetto di alimentare il presente e la speranza del futuro con op. cit. Padre Davide sorriderebbe degli esercizi retorici, che spazzerebbe con l’intensità della sua gioiosa testimonianza vitale di persuaso.

Natale è prossimo. Non so più chi possa ancor dire “nostro”, impegnando, in quella bellissima coralità dei singoli io che è il noi, tutto il carisma della propria testimonianza. C’è un’orfanezza che sconta la latitanza identitaria. Non quella armata ed impositiva. Quella umile e marginale che dal margine canta e resiste. Attratta dalla Luce dell’Innocenza. E viva in sé del suo solo respiro, infinitamente animato di Grazia: Magnificat!

La singolarità e l’unicità sono doni di Dio e nulla hanno a che vedere con l’individualismo e la centratura di uno sguardo ombelicale posato su se stessi, fondato nel e ispirato dal proprio ego.

Il noi è un raggiungimento nella comunione che si esplica si sublima e si compie solo a partire da una consapevole identità, l’unicità di sé ricevuta in dono da Dio. La Vita.

Ciascuno di noi entra nella stanza della vita con un cuore ed un’anima propri e singolari. Ognuno di noi abita il giorno secondo la diversa intelligenza che ha ricevuta in dono. Posiamo sguardi diversi su microcosmi identici. Ascoltiamo differenti note che giungono a noi in eco ad una musica uguale per tanti. Il nostro entrare nella vita, il nostro abitare il giorno, in nostro vedere il mondo, il nostro ascoltare il silenzio, anche quando per ventura siamo chiamati a vivere per infinitesimi tratti uno stesso spazio ed una stessa circostanza temporale, restituiscono una diversa narrazione di quell’identica enclave esistenziale che ci è stata data per breve o per lungo tempo in comune. Perchè nessuna delle narrazioni è identica ad un’altra?

Fanno sorridere e talvolta sembrano ispirati ad una vaga ipocrisia i tentativi di assimilazione dell’altro per osmosi. Esercizi che finiscono spesso nella tentazione di colonizzare l’anima dell’altro, abitandola fino al plagio. C’è chi dice noi e pensa all’io. Chi si afferma in modo subliminale e dissimulato negando, insieme al dono sublime della singolarità, anche la potenzialità sinfonica di un io intonato all’ascolto e pronto ad offrirsi affinchè nasca il noi in cui anche la sua eco risuona nel canto della comunione.

La povertà, l’altro polo di luce che insieme al noi risuona nel “Nostro Natale” di padre Turoldo.

C’è qualcosa che tiene, nel corpo delle parole, al mutare della scena e dello stesso loro senso interno. Ciò che tiene è flessione della Luce che le irrora e che esse irradiano.

C’è, mi sembra, nelle parole di Davide Maria Turoldo la scintilla di tale Luce, un accento spirituale in esse, che riverbera nel tempo, a partire dai tempi in cui si sono fondate.

La povertà! Una rinuncia virtuosa nella tregenda epocale che ha investito l’Occidente durante i sessant’anni che separano l’oggi dallo scritto di Turoldo? Il plastico incedere [talvolta squisitamente mediatico] dei diversi downshifter, che non di rado sazi abdicano alla virtù della frugalità [alla virtù?], abbracciando la “semplicità volontaria”, dopo avere magari toccato i punti apicali di una bulimia esistenziale, ha qualcosa a che vedere con lo spirito e con la lettera della rinuncia evengelica? E in che rapporto sta, o potrebbe stare, quest’ultima, la rinuncia, con una scelta originaria ed originale di povertà? E di quale povertà? Quella imposta dalla contingenza? Quella virtuosa della rinuncia? E quale virtù è possibile esercitare nella povertà?

Il sentiero tra l’io ed il noi, fra un Natale sfavillante di luci per pochi, ed un Natale colmo di Luce promessa, escatologica, per tutti, è stretto, e passa anche dentro tali domande.

L’orizzonte di un mondo sfinito dai devastanti bagliori prodotti dall’esercizio dell’ego. Il corpo della parola, della parola di Turoldo, ha sensi vivi che sono memoria di una Luce innocente e nativa. L’io che nasce nel grembo di Maria [Magnificat!] è pronto a morire per la grazia del noi. Perciò il Suo Natale è così Nostro, fin dall’origine perchè ci dice che solo la rinuncia, che è fondamento del dono [il vero: non l'accento residuale del superfluo che costa nulla al se stesso che lo compie], è viatico del noi. Lì, su quel confine, riposa la frontiera dell’ego. Il Potere ne vuole censire esistenza in vita, identità anagrafica, entità e terrena misura. La Grazia, che è l’ombra di Luce del divino, la stessa che si posa su Maria e la copre, ci feconda di uno spirito vivo e ci apre alla verità obaltiva. La sola che salva dalla deriva e conduce all’approdo del noi. Ed i poveri che coltivano assiduamente la speranza cogliendone la Luce anche nella apparente insignificanza della marginalità [la culla di Luce è in una grotta povera e nascosta: Magnificat!] lo sanno. Il Natale dei Poveri è la via per il Nostro Natale. Il Natale di tutti.

Op. Cit. Davide Maria Turoldo: «Nostro Natale». Lettera agli amici poveri.

«Eurékà de l’altérité»

«Eurékà de l’altérité».

Ho iniziato a leggere Huê Lan Lan qualche mese fa. E’ stato, come spesso mi succede quando la curiosità poggia su fondamenta intuite e non ancora pienamente date, un avvicinamento al testo discreto e continuo, progressivo e privo di asperità.

«[...] Et puis il y a ceux, pétris de cette matière impalpable, neuve parfois, pas toujours cependant. Façonnage numérique. Nouvel artefact. Sable dans les yeux qui scillent. Le monde est flou. Mais son noyau est dur. Toujours. Là. Et il aura fallu une vie pour en lever les squames.

Pas de réponse. Univoque. Totalitaire. Là non plus. Opportunité seulement, de la lettre en ses transits temporaires. Hic et nunc.

Fenêtres numériques

Espérances.

Peut-être.[...]».

L’afflato poetico che si genera quando uno sguardo consapevole si posa sulla consistenza del giorno, è un segno inequivocabile per me. I tranelli spazio temporali dell’assenza e della distanza, non possono nulla quando la cifra stilistica innerva una scrittura di un respiro altro. Quando lo stilo della ricerca traccia subito il suo segnale sulla dura pietra e incide la consapevolezza del cammino, della quête. L’oscura chiarità delle intuizioni, è già in agguato dentro di te, quando quella scaturigine si svela. C’è tempo. Non c’è fretta. Non urge appiattire sul presente l’orizzonte degli incontri in cui senti profondità.

«Ce sont des débris, à l’image de la vie, dispersés, disparates, disjoints, errant sur l’océan du temps.»

Il frammento, stigma della modernità, traccia l’affresco inconsapevole della sua deriva. La poetica, inizia a mostrare, prima come una fiammella, una coscienza ben lucida e accesa nella tempesta dei transiti. Le parole sono spie sublimi, incantesimi accesi dentro il cuore dell’uomo o impietose e carismatiche diagnosi scolpite nella pietra di un disagio vivente.

«[...] Une fois le grand passage, âmes errantes devenues, circule-t-on comme on voyage en avion? En surplomb. Observant de loin la vie. Sans jamais s’inscrire dans aucune. Mais se projetant dans toutes. Intimités-odyssées. Et Calypso et Circé. En transit temporaire. Dans leurs îles éphémères.[...]».

Huê Lan Lan vive il viaggio e pensa il Viaggio: quando saremo divenute anime erranti, ci muoveremo come in volo, su di un aereo? Poi il fulmine della parola, come l’autrice ama fare, che calcina l’interiorità sulla scena del paesaggio. Un bradisismo elegante, nel quieto paesaggio della narrazione. Siamo qui, ed anche qui solo proiettatati dentro un destino, solo sfiorato, solo osservando la vita da lontano, qui, proprio come di là… quando saremo divenute anime erranti. E Circe e Calipso, cosa possono più mai se la Vita è fuggita dalla vita vissuta, anche qui, ora, nel presente degli ulissidi che non sanno più nulla di sé, e nemmeno più godono di quella sapida avventura che insieme a tutto ha perduto senso, effimera di una stanchezza secolare che è più della caducità della cose terrene, è senza destino? E la morte, quell’ospite strano così bene rimosso nei suoi fondamenti di senso dal nostro tempo, ed esorcizzato, scacciato dal rito profondo, se ancora qualche rito resiste. Anche lui osservato da lontano, nella sua rappresentazione che quanto più e quanto più spesso esce dalla discrezione del dolore, tanto più sembra essere un tabù interiore. Quasi proibito nel totem di un’affollata solitudine.

«Ecrire dans les marges; entre les lignes; sous le point; flottant sur la virgule; en ce no man’s land; drone furtif.»

C’è ancora un posto qui, per la creatura, l’uomo, per la persona: qui dove tutte le qualità minime che fanno dell’atto feriale una forma di eroica resistenza, il poeta, colui che scrive, è vivo. Nel margine. Tra le righe. Un drone furtivo… ce no man’s land, forse la sola speranza di futuro: “Ecritures improbables./ Je vous cherche.».

Perché ho deciso ora di scrivere ispirandomi ad un suo testo, l’ultimo che ho letto?

C’è in “L’aventure de la lettrequalcosa che non so tuttora ben dire nemmeno a me stesso. Qualcosa di decisivo. Qualcosa che sembra, forse, ma può darsi che mi stia sbagliando, ad una forma di ricerca, appassionata e lieve. Come se in questo tratto del suo cammino creativo, Huê Lan Lan avesse incontrata una soglia e l’avesse al tempo stesso superata.

Ci sono talvolta, nei suoi scritti, lampi che conducono il lettore lontano dallo scenario che lei stessa ha creato e dentro il quale ha costruito la sua poetica narrazione. Quasi uno scarto straniante, che riconduce all’improvviso l’io, quello del lettore, al centro della scena. Una scena che non è però quella propria del racconto, ma è la sua di persona viva in un’epoca data e soprattutto dentro se stesso. Mi piace molto questo modo di procedere, e non solo nel testo. Huê Lan Lan compie questo strappo con estrema delicatezza e dunque la consapevolezza del lettore ricondotta a sé non ne esce scossa.

Dentro questo ultimo testo sembrano rivelarsi, almeno in parte, l’origine e il destino della ricerca [un'origine possibile ed un possibile destino...]. Huê Lan Lan svela qualcosa più del suo cammino. Se posso dirlo, rivela qualcosa della sua poetica. Amo ed ho sempre amato i transiti, i margini, le soglie e i confini: non perché essi dividano. Segnino una distanza. Siano o divengano baluardo a difesa di sé e dell’ego. Delle cose e del possesso. Inciampo all’incontro, ed in esso la Speranza che lo anima e lo invita a nascere. Al contrario. Le ho amate perché ho imparato dalla vita che tutte e tutti coloro che compiono la propria ricerca nei pressi di un passaggio, che stanno sulla soglia o sul confine, sono spesso coloro che nutrono più speranza nei confronti dello stato nascente. Dunque, amo ancor più coloro che, compiendo la propria ricerca nei pressi di un margine o di un confine, vanno oltre se stessi. Hanno sete del compimento. Non di rado di un sogno, che nei pressi di quel confine ha incontrato nuovi cieli e nuove terre, promessa mantenuta di un domani che nasce. Coloro che muovono verso, e non contro. Con la mano della conoscenza aperta e tesa. Come, mi sembra, faccia Huê Lan Lan stessa.

«“L’écriture commence où finit la psychanalyse”1. J’ai su au moment où j’ai lu cette phrase, qu’il ne s’agissait pas tant de l’impuissance de la psychanalyse à traiter de certaines choses. Ce qui n’excluait pas le fait que certaines choses lui étaient impossibles. Mais j’ai su qu’elle avait cette capacité à laisser ouverte l’aventure de la lettre [...]». E’ qui, precisamente, in questo punto di risonanza interiore, o di coincidenza del senso, che si è posato il mio sguardo di poeta, quando ho capito che avrei scritto di Huê Lan Lan, che avrei cercato di dialogare con lei nello spirito dell’«Agapé». Il dialogo con se stessi e con Dio [scrivo di me, ora], o con l’Infinito e l’Eterno, che dell’Assoluto sono volti sublimi e, credo, l’eco stessa del Dio di tutti e di ciascuno, senza etichette e senza nome, nel cuore dell’uomo e delle cose. Del Cosmo. Allo stesso modo, e non è nemmeno una parafrasi, posso dire che accade al poeta. Quando il dialogo con se stesso e con Dio finisce, la scrittura inizia. O avanza, procede dentro il Silenzio fino alla parola nascente… Al Senso delle cose e della Vita tutta.

«La lettre féminise. Et c’est en tant qu’analysante que j’écrivais. Dans cette grammaire au féminin. Et ce rapport proximal avec la langue de l’inconscient, dégagée de la gangue qui rendait inaudible sa voix.», prosegue Huê Lan Lan. Ed io mi chiedo [forse retoricamente] se non vi sia qualche relazione possibile fra «[...] la grammaire au féminin. Et ce rapport proximal avec la langue de l’inconscient, dégagée de la gangue [...]»? Se non si possa tentare l’azzardo di stabilire, in punto di una convinzione coerente, un rapporto di causa/effetto, fra le due evidenze. Ricordo allora, con dolorosa memoria e con infinita, aperta gratitudine verso Huê Lan Lan, che pone qui una traccia che mi interroga, quante volte, e spesso a quale prezzo, abbiamo saputo, e sperimentato, che quelle qualità che vengono considerate, credo a torto anche se la pratica della vita testimonia del contrario, squisitamente femminili, sono le sole che tengono viva la vita nel canto e che danno vita alla parola nel canto? Quante volte abbiamo dovuto sapere che la pena da scontare affinché la lingua limpida [dell'incoscienza o dell'innocenza?] che rende inudibile la voce [la Voce?] ha quello stesso volto? Il volto di quella grammatica femminile. Quante volte la grammatica dell’innocenza ci è costata il margine dove solo abbiamo potuta ascoltare, limpida ed empatica, come una lingua originaria e materna, la voce inudibile, il canto del Cosmo, delle creature e delle cose?

E se il sublime non fosse, nemmeno nella storia feriale, né femminile né maschile, ma solo l’eccellenza dell’essere la creatura “Persona”? Forse l’inudibile voce non chiede, per essere interrogata ed accolta nel Silenzio, nemmeno una specificazione in tal senso, o forse ci chiede di andare oltre noi stessi, anche in tal senso, di renderci prossimi a “l’angelo necessario” del canto”?
«Mon écriture m’est alors devenue parfois étrangère à moi-même. Extimité qui me traversait de part en part. Eurékà de l’altérité.»

Ho ritrovato qui un [il?] diapason della ricerca, o, almeno, una profonda assonanza interiore. E proprio qui, dove più alta mi sembra risuonare l’eco di una risposta possibile, non trovo in me che domande. Che cosa potrebbe essere l’estimità? [Chi?] Quale significato assume qui, nel contesto, nell’esperienza di scrittura di Huê Lan Lan? E l’alterità [di nuovo: l'Alterità?]. Poi quella parola, che spazza il testo e l’ombra, anche se non cancella e non elude le domande. Eurékà è un segno ed un segnale di gioioso approdo. E’ il “ho trovata”. Dentro tutte quelle sperimentazioni [esperienze?] di scrittura [di solo scrittura?], fra derive, frammenti di senso, viaggi solo vissuti da lontano, con la prudenza che ci aliena il gusto e la prova, e noi stessi insieme, nell’anima e nel significato profondo, risuona alta la parola. Huê Lan Lan, aperta alla “lettera”, si è lasciata attraversare dall’esperienza della parola che è scaturigine d’incontro ed ha trovato, lungo il fiume a tratti silente dell’eterno divenire, in cui tutto scorre, un approdo. L’alterità che ci abita. L’altro siamo [anche] noi. Nel panta rei, forse qualcosa di parmenideo. L’essere eterno di tutte le cose. Una stabilità anche interiore. Che non ha la fissità risentita di chi si oppone, ma il gioioso dinamismo di chi accoglie.

Ho lasciato da parte la latenza di un confronto sempre in atto. La lettre. L’alfabeto della nominazione o una scrittura dell’anima che cerca sempre, e comunque spera in, un tu? La lettera o lo spirito del testo? Langue o parole? Credo che Huê Lan Lan sia viva nell’empatia del senso delle cose, pur conoscendo e stimando la lettera del testo. Il suo approdo, l’ “Eurékà de l’altérité”, lascia pochi dubbi. E Ulisse? Come va il suo viaggio interiore? L’odissea è forse oggi una narrazione dell’intimità? [“Intimités-odyssées.”, cit] E quale approdo, se la lettera non scuote il femminile in lui e non lo apre all’incontro, che forse è anche il sale ed il senso dell’estimità?

Noi possiamo avanzare nel cammino, mano nella mano con l’ironia. Può darsi. Lo possiamo sicuramente fare. Ma se noi crediamo davvero in ciò che crediamo di avere compreso, sbagliandoci, certamente, e qualcosa mi è parso di comprendere nei sapidi testi di Huê Lan Lan, dobbiamo tentare, almeno tentare, di proseguire.

C’è nei suoi scritti la traccia di una Luce che amo. E’ in nome di quella Luce che ho tentato di aprire una riflessione con Huê Lan Lan, invitandola in «Agapé». La ringrazio di avere accettato. E’ entrata, in sintonia profonda con lo spirito che anima il luogo, scegliendo la via di un dialogo che, di eco interiore in eco interiore, risuona nel testo dell’una mentre risponde all’altro. In una relazione di reciprocità, naturalmente. “C’est une forme brève qui, pour moi, pourrait contribuer à ce “flash lampe torche” sur les choses de l’intérieur…”, ha scritto suggerendo la forma di scambio da lei scelta e prediletta per questo inizio. Il suo orizzonte è ricco e profondo. Condividerlo aiuta il viandante ad andare oltre lo sguardo sul proprio ombelico. Verso l’ “Eurékà de l’altérité”

 

@ «Devenir terreau d’une autre langue».

 

 

 

 

1. S André, Flac, récit suivi de  ”l’écriture commence où finit la psychanalyse”, Que,  p 149.

 

«Time Line, sismografo dell’anima».

«Time Line, sismografo dell’anima».

«Time Line. Panta rei_?_», il testo con il quale Isabelle Pariente-Butterlin torna e reca il prezioso dono di una sua riflessione nello spirito dell’”Agapé”, mi sembra una riproposizione ben argomentata ed ampia di un suo tweet che io stesso adottai quale spunto per la scrittura di “Twitter. [Sinopie di relazione].”

Nel suo testo, IPB considera, tra l’altro, due universi critici della contemporaneità. È quasi inevitabile che accada, quando si scrive in merito ad un ambito di relazione quale è [o dovrebbe essere] un SN. Mi riferisco a politica [e ad una sua particolare declinazione vissuta, la democrazia] e comunicazione. Isabelle Pariente introduce entrambi attraverso l’assunzione di alcuni stilemi costituenti che sono loro propri nella contemporaneità. Come affiorano e sembrano manifestarsi sempre più spesso e sempre più diffusamente nella società della rappresentazione di massa. Quella in cui colui che non si rappresenta [e dunque non appare] sembra non esistere, non essere.

In almeno uno dei due casi, IPB disegna uno scenario sommario, un abbozzo, però esaustivo e ficcante, impegnando i caratteri primari che lo costituiscono e caratterizzano nel presente storico che viviamo. Certamente un post non è un saggio ed io condivido con Isabelle Pariente, da sempre, l’idea che la Rete, anche i social network dunque, non sia un mondo a parte. Che l’esito finale di un’analisi di scenario in Rete, di un SN per esempio, possa, ed anzi quasi necessariamente debba, essere quindi quello di una discreta sovrapposizione delle due narrazioni possibili e/o reali.

“On ne se parle pas..”, sostiene IPB, sintetizzando in un’osservazione comune ad entrambi gli universi considerati uno statuto di chiara derivazione interiore. Quindi, una flessione antropologica diffusa. Una narrazione che ben conosciamo, quella politico/democratica declinata nell’universo della comunicazione, e l’altra, forse meno praticata ed evidente, ma altrettanto reale, quella di una speranza coltivata, talvolta in modo parossistico, con l’avvento della Rete, ed in gran parte disattesa o incompiuta. Due narrazioni non giustapposte. Non solo confrontate. Sovrapponibili. La prima ben nota nel suo essere tale [“On ne se parle pas..”]. La seconda, sempre più a dimora negli stilemi praticati, dopo la stagione dell’intensa speranza [illusione]: “On ne se parle pas..” Quanto agli esiti, IPB li calcina nell’amara considerazione: “On a attendu d’Internet qu’il soit le renouveau de la démocratie…”.

Forse i portatori sani di ideali, hanno dovuto lasciare presto il passo, in parte se non del tutto, ai pervasivi nocchieri di interessi. Costituiti, o nuovi, fa poca differenza se l’ontologia della prassi coltivata in Rete fu, almeno nel suo stato nascente, la gratuità. E non mi riferisco tanto e soprattutto agli aspetti economici. Ci sono numerosi modi di lucrare ed ambiti diversi per farlo con strumenti diversi dal denaro stesso.

Che cosa dunque manca o è insufficiente [o è mancato] in tale transizione infinita fra universi vissuti in modo analogico e la promessa digitale[l'attesa? forse dipende dal punto di vista da cui ci si trovò a guardare la nascente navigazione...], affinché le speranze potessero essere, se non proprio almeno in parte compiute, non del tutto disattese?
Mi è piaciuto intitolare lo scritto di Isabelle Pariente-Butterlin “Panta rei”, attingendo il suo testo, perché la lettura ne mette in luce, sotto uno sguardo attento e lungo, una flessione al tempo stesso ironica e in un certo senso anche, purtroppo, sarcasticamente veritiera, almeno se si considera un’inclinazione diffusa [prevalente?] alla rappresentazione continua, vanesia, certamente effimera, dei diversi sé messi ad arte [si fa per dire...] in scena.

Secondo una visione personalissima, temo che una possibile risposta si annidi, abbastanza inespressa e dunque nascosta, in una prassi desueta e dagli esiti spesso disastrosi per i rari che la mettono in atto. Quella di chi vive nella luce di una singolare riflessione su quanto scrive, una sorta di piccola validazione della coerenza che ognuno dovrebbe accampare fra parola critica e comportamenti in atto. Vissuta sotto l’angolo di incidenza della coscienza in atto. Sprezzando la superficie, l’apparenza, l’appartenenza, e tentando, una volta almeno, di andare al seguito del sé più vero, in profondità. In solitudine, anche, per trovare e ritrovare la gioia composta dei ritorni in un essere insieme. Sotto il cielo della condivisione di sé prima di tutto, nella sconfinata dimensione celeste di un ideale [che coltiva e pratica e ama qualcosa che non c'è: da costruire, ancora, eventualmente insieme...] invece che nell’orizzonte angusto di un interesse, visibile e certo nel suo rendimento. Nel suo godimento da toccare con mano, qui ed ora, pago anche di infinitesime frazioni della legge, del do ut des. Meglio ancora se dissimulato, nell’intenzione primaria che lo muove e che ispira chi lo abita. Piccolo o grande, non importa: l’obolo della vedova, almeno per me, è un paradigma etico. Lontano dalla scena. Dove uno sguardo laterale può offrire scorci inusitati e/o smarriti anche di sé.

In sostanza: chi sono davvero io sul SN, come lo vivo, con quali intenzioni primarie e con quanta coerenza riguardo alle tesi, non tutte critiche, che vi espongo? Perché posso sostenere limpidamente di essere la persona nella quale mi rappresento? Che cosa lega l’uno all’altro, l’io che davvero sono e l’io nel quale presumo, più o meno in buona fede, di rappresentarmi? In quali contraddizioni patenti, quelle che io solo non vedo [già, la pagliuzza e la trave] cado quasi ad ogni passo? Quante volte punto il dito verso la colpa altrui, e dimentico le piccole, talvolta le meschine, strategie con le quali tento di lucrare un modesto consenso, qualche visibilità? Che creatura sono, non tanto e non solo davanti alla tastiera, ma soprattutto davanti a me stesso? La levità del gesto, la brevità del click, la facilità dell’azione e della reazione, quanto concedono a me stesso e quanto indulgono verso i miei fondamenti identitari e di senso?

Ognuno sta in Rete come meglio crede, come può e come sa [e chi è senza peccato, scagli la prima pietra]. Certo, ognuno è a casa, e spesso nel giusto secondo i componenti della propria tribù. Certo, la citazione, spesso artatamente iterativa, non è un reato e nemmeno, più modestamente, una colpa. Ma una comunità, matura ed evoluta, fonda le relazioni su principi condivisi e su valori testimoniati, non sul regime consolatorio dell’appartenenza o sull’autogratificazione di chi rischia il delirio di onnipotenza perché [in apparenza] vincente. Le rivoluzioni possono sfruttare i mezzi [non abusarne: altrimenti si chiamano più precisamente in un altro modo, conservazioni]: ma nascono molto prima dei mezzi stessi e in un altrove che attinge sorgenti di senso visionarie, non prevalentemente o meramente funzionali. Il primo sintomo di ogni vera rivoluzione, che inizia sempre in interiore homini, è il cambiamento di se stessi ispirato ad un’elevazione di sé coerentemente data in un profilo di valore, prima creduto e praticato in sé, poi condiviso. La rivoluzione, o anche semplicemente un profondo mutamento di stato, non vive di un arroccamento identitario in difesa di un interesse.

“On polit son moi social”, scrive ad un certo punto IPB, accendendo la spia che segnala l’incalzare di numerosi sottesi interrogativi. Alcuni li ho posti io stesso, qui sopra, altri ve ne sono certamente in attesa di essere formulati.

Quanto alle risposte, a questi come alle domande precedenti, attingono universi di riferimento che vanno oltre i mezzi, oltre la scena sulla quale essi vengono impegnati, e sono prima degli stessi messaggi.

«Mezzi e messaggi». La natura dei mezzi non è taumaturga dell’anima dei messaggeri. [Prose basiche]. Un modo per significare una volta di più ed ancora che cambiare mezzo non cambia nulla se non è la coscienza dell’uomo, l’uomo stesso in sé, a cambiare dentro. Ci sono vecchi media abitati con una certa dignità interiore da uomini mutati dentro. E ci sono nuovi media afflitti da comportamenti veterotestamentari, anche sui nuovissimi SN. L’anima e la coscienza sono il messaggio. Oserei dire, ripetendo quanto teorizzai vent’anni orsono nel mio piccolo [“Alfabeto degli infiniti”, 1996], che la relazione è il messaggio.

Dunque, in un mondo che si è acceso con virulenza e violenza di luci sinistre che di nuovo sembrano non avere nulla, anche se sanno usare cinicamente e con espertissima spregiudicatezza gli stessi nuovissimi media [e non mi riferisco agli aspetti strumentali e funzionali], non citerò una volta di più [come feci la prima volta qui] ed ancora la parabola che vede indissolubilmente legati, nella storia, per una questione di mezzi e messaggi, Johann Gutenberg e Martin Lutero.

Mi limito ad aggiungere che il tema considerato da Isabelle Pariente-Butterlin [grazie infinite per la sua generosa partecipazione al mio minuscolo blog], in un ambito piuttosto ampio, per la verità, meriterebbe una profonda analisi dell’esistente.

Dopo anni di quasi totale esilio mediatico,vissuto in gran parte solo qui e da mendicante di ascolto, nel 2010 ho riaperto una piccola finestra sul mondo, un profilo Twitter. Nella speranza, spes contra spem, di tentare un dialogo. E non di esercitare una solipsistica e stucchevole performance. O, peggio ancora, in preda a fumi di un narcisismo latente e senile, tentare una comunicazione alla quale mai mi ero in precedenza affidato, impositiva, a colpi di RT, di Fws, di Fv, e di tutti gli altri accidenti, quando sono volti unicamente a proliferare in favore di statistica e a sigillare e garantire la visibilità. Il pensiero dominante [e certamente non in origine e non solo sui SN].

Probabilmente i miei limiti umani e la mia scarsa condiscendenza non mi rendono idoneo a troppe ed entusiaste partecipate avventure comunicative. Che sono, a mio modesto avviso, prima di tutto umane. Mea culpa. Però, sulla TL del mio profilo, che considero un sismografo dell’anima [almeno per me che ho tentato di vivere da persuaso e non da retore ogni mio atto esistenziale e non solo comunicativo]fin da quasi subito sono comparsi miei segnali eloquenti. O che almeno conosco bene quali indicatori di personale disagio interiore da una vita intera. Da molto prima dell’avvento del digitale e certamente dei SN. Se il cammino sia stato afflitto da un problema solo mio o sia stato un minuscolo segno di contraddizione, piccolissimo, certamente, un andare controvento sulla scena feriale dei giorni che ho vissuto, lo dirà un tempo senza tempo, che ancora non è. La coscienza di un’altra Storia. La sola indispensabile per cambiare i messaggi, prima che siano i mezzi a dominarne, come accade, la quasi totalità del Senso.

Solo un minimo indizio, due tweet: il resto [ed i restanti in linea con la citazione] è tutto là, nei quattro anni di TL. Due tweet scritti nell’ottobre del 2010, ancor subito, già agli esordi. Eccoli:

Un piccolo accenno ed un minuscolo accento della mia poetica. Ne tengono dentro vivi alcuni fondamenti, causa, la coscienza, ed effetto, il vissuto. Inseparabili sempre. Nel mio piccolissimo,in quattro anni di SN, ho cercato di rispettarli entrambi, fino in fondo. Chiedendo a me stesso e a nessun altro tale rispetto. E questo sì, davanti al mio sguardo interiore, è importante. E questo sì, potendo, amerei condividere.

 @ «Time Line. Panta rei_?_»

 

 

Dia-logos. [Un'armonia di note interiori].

Dia-logos.[Un'armonia di note interiori].

Il dialogo in Agapé era iniziato, almeno con lei, così e in tale spirito. Ma il dialogo, analogamente a quanto accade nell’esecuzione musicale [il dialogo può essere anche un'esecuzione del pensiero], prosegue tra parola [nota] e silenzio. E, talvolta, nel silenzio stesso si conclude, forse per sempre. Talaltra, però, le lunghe pause ispirano domande e chiedono la modulazione o la rimodulazione della nota interiore dell’uno o dell’altro, di entrambi, o di tutti coloro che vi sono coinvolti. Oppure suggeriscono di trovare, o di cercare, o di ritrovare una nuova armonia. Di ricomporre quella perduta.

Non ricordo chi per primo tra noi abbia posto all’altro una precisa domanda in tal senso, dopo una pausa di quasi otto mesi. Non so, e credo non sia importante saperlo qui, se sia stata Isabelle Pariente-Butterlin, e con quali parole lo abbia fatto, a chiedere luce sullo spartito, chiarezza sul merito e sul metodo, o se sia stato io a farlo. Certamente ho rinnovato ad Agosto il mio primo invito e in quello stesso frangente il dialogo si è aperto ed è ripreso tra noi, con un incalzare di reciproche domande e risposte.

«Sarebbe molto bello se riuscissi a tenere il suo passo e [...] potessi dialogare con lei. Si tratta almeno per me di trovare la giusta forma, il corretto modo, ed il ritmo interiore sostenibile ed adeguato»,le ho scritto.

«[...]je pense que nous pourrions essayer. Et pourquoi pas d’ailleurs sous la forme d’un dialogue, en effet ? C’est une forme très belle, et que j’aimerais investir, [...]

Dites-moi, [...], ce que vous en pensez et comment vous voyez les choses. [...]», è stata la risposta di IPB.

E’ iniziata qui una sequenza delle mie fluviali epistole digitali, alle quali Isabelle Pariente-Butterlin ha la pazienza di prestare attenzione ed ascolto e la generosità di rispondere.

«Il metodo.

[…]Il dialogo potrebbe essere nella sua forma per me tuttora ontologicamente eccellente, dia-logos [nella luce persistente di mythos, certamente]. Una persona scrive, un’altra legge e a sua volta scrive in eco alla prima, sino alla nascita, quando nasce, della terzietà di una relazione sublime nel testo. Quando l’eco interiore dell’una risuona al diapason di sé nel testo dell’altro.

[…] Il rispetto dell’identità autoriale, e non solo nominale, è per me un fondamento della poetica. [...] Perciò, anche e soprattutto nel dialogo, nemmeno le affinità più alte e più profonde che il testo rivela nell’eco della reciprocità motivano e giustificano l’assenza del distinguo. Se dal dialogo nascesse un’opera, insomma, non vi sarebbero due nomi ed un testo, ma due testi distinti in uno ed a ciascuno il proprio nome.

[...] L’amicizia, la nota interiore che caratterizza pause e silenzi nella relazione digitale e ci rende l’una all’altro riconoscibili: sono temi fondativi di cui lei ha scritto con generosa esposizione [in senso celaniano]. Se vuole e se può, continui, la prego Isabelle, ad inviarmi suoi lavori per “Agapé”.», sono alcuni dei passi più significativi, credo, almeno in relazione a questo contesto, che ho tratto da una delle mie epistole digitali.

Nelle more di uno scambio intenso, Isabelle Pariente-Buttlerin mi ha scritto infine, in modo per me esaustivo e decisivo, così:
«Je ne sais pas dans quelle mesure il est possible d’écrire à deux mains, mais l’écriture est si proche de la musique. Je crois qu’il est possible d’apporter chacun son point de vue sur le monde. Je crois qu’il est possible de jouer chacun notre partition et de trouver des modulations de ces lignes mélodiques.

Je réagis à un mot de votre courrier, essentiel,[...]».

Accepter”, il bellissimo testo che Isabelle ha unito alla sua risposta, è nato così, in tale spirito. Nell’eco di una parola che si è espansa e diffusa nell’ampiezza risonante delle sue parole.

 

Incontrasi nell’anima [o nel profondo di sé].

Incontrasi nell’anima [o nel profondo di sé].

Il nuovo testo con il quale Isabelle Pariente-Butterlin torna qui, dopo avermi fatto il bellissimo dono di accettare l’invito ad iniziare Agapé con un suo scritto, apre orizzonti sterminati. E’ certamente vivo dello spirito del Convivio. E sarebbe bellissimo tentare, almeno tentare!, di rispondere, nell’eco del vento interiore che le sue domande e sue riflessioni aperte levano.

- “Mais qu’est-ce que la vérité d’un être ?”, scrive tra l’altro IPB.

Una domanda bellissima e terribile. Che ci conduce lontano, nel profondo di noi stessi, e forse nei pressi del Mistero. Che ci sconvolge con il suo denso farsi storia, anche personale, testimonianza, nell’eco di noi stessi, dell’io che siamo, che siamo stati, che saremo.

- “Seules les rencontres donnent du sens à cela simplement :…”.

Quale io senza un tu [Celan?]? Un io, e non un ego, certamente. Una denotazione identitaria interiore, e non unicamente e soprattutto una flessione declinata da fondamenti etici. Però, dove si pone la soglia del distinguo, se una ve n’è? La qualità morale dell’essere, e dell’essere se stessi, è solo un minuscolo accento sulla verità del sé? Una persona nel senso di unità singolare, certo, creaturale, eppure tale in quanto relazione… Il cristico dono della vita ricevuta che, nell’incantesimo della comunione, il dire se stessi nell’innocenza, conduce fino al sublime “io sono colui che sono” [“être ce que nous sommes.”]? E, del resto, quale comunione senza l’incantamento di una vita aperta al dono di sé [di un sé: di nuovo, la persona, unità creaturale senza alcuna apposizione distintiva...].

-”Avons-nous, sur Internet, une certaine façon de scinder le silence pour commencer à parler que les autres entendent dans notre façon de commencer à écrire ?”.

Una domanda che credo sia fondativa di gran parte della comunicazione e dunque delle relazioni, pubbliche, ma forse non solo tali, del nostro tempo. Naturalmente, la Rete non è un mondo a parte, al contrario. E dunque i fondamenti relazionali sono debitori di visioni che poco o nulla hanno a che vedere con i paradigmi funzionali e i distinguo relativi a sintassi e correlazione tra fini e mezzi. Persino la verità dei messaggi si scompone davanti ad una riflessione che non consideri i fondamenti identitari, l’essere di chi comunica, e ponga il primato nella natura dei mezzi. La domanda che Isabelle Pariente-Butterlin pone, apre uno scenario immenso. L’intuizione: già, quali sentieri percorre l’intuizione quando dalla relazione di prossimità e di conoscenza dirette ci si sposta nell’orizzonte della frequentazione in rete? Che è viva e vera, anche nel suo nascondimento [la menzogna, per esempio, vive la verità del suo essere tale, una menzogna, appunto]. A tale domanda, che dal tempo del mio esordio in Rete mi assale, quasi ogni volta ancor oggi, ho potuto offrire solo il mio sgangherato profilo di poeta, la mia modesta esperienza di giornalista, per quanto lunga nel tempo, e l’orecchio interiore di un uomo esercitato dalla vita al dolore… Mi piacerebbe però che altri esplorassero la particolare natura del silenzio di cui Isabelle Pariente-Buttlerin scrive. La sua qualità ontologica a partire dalla persona e non dal mezzo e/o dalla funzione. Mi sembra l’inizio di un affascinante viaggio dentro universi forse ancora in gran parte sconosciuti. Se non con la luce, modesta ed insufficiente, di opzioni strumentali e funzionali. In una infinita collazione o giustapposizione di diverse unità che definiscono uno sterminato catalogo combinatorio, ma poco dicono della profonda natura del senso e della relazione, di come essa si possa accampare [anche] in Rete. Della natura e della qualità dell’ascolto necessari e, sì, d’“une certaine façon de scinder le silence pour commencer à parler”. Analisi prive spesso di quell’orecchio interiore che unico sa ascoltare ed intendere la voce dell’anima. La sola che sappia dire qualcosa [Qualcosa?] del Silenzio … e della parola che lo interrompe [o che lo espande, lo interpreta, lo vive].

E, forse, in tal senso il breve testo di Isabelle Pariente-Butterlin è solo un inizio. Un inizio quasi perfetto…

“On se rencontre une seule fois.”
E’ proprio così. Forse non so nulla davvero del me stesso che sono e forse dunque nulla posso sapere di Isabelle Pariente-Butterlin, di lei come di altri interlocutori [sulla Rete e nella vita, naturalmente: il tema identitario nella sua essenza non è peculiare del mezzo]. Però, di lei, ricordo con intatta precisione l’istante in cui l’ho incontrata in Rete. Ricordo “une [la] certaine façon de déplacer l’air autour d’eux”, la sua. Ed è a quel lieve soffio di luce interiore, a quella scaturigine d’incontro, che ancora si appella la mia persona quando dialogo con lei. Certamente non posso sapere come e se lei sia cambiata e forse non lo so di me stesso nemmeno. So però perché lo sento che ad ispirarmi è tuttora ed ancora la lieve brezza che avvertii allora, quel lievito di vento prezioso che animò sin da subito la nostra reciproca riflessione. L’intatto senso dell’intuizione prima, mi guida la mano mentre le rispondo, ora come allora. Vi sono invarianti ontologiche dell’essere che fanno di ciascuno un’unità singolare. Se tentiamo di tenerci a quelle, confidando più nell’intuizione che non nella statistica, ed affidandoci più all’ascolto profondo che non al surfing relazionale, forse qualcosa di noi e del Mistero che ci abita possiamo scoprire. Nella Vita, dentro e fuori la Rete.