Un dolce canto estremo.

Un dolce canto estremo.

[L'aruspice poeta interroga il Cielo.]

Tutto è iniziato, tra Élaine Audet e me, con un primo embrione di dialogo sulla TL. Era settembre del 2014, quando, con lieta sorpresa, ho trovato un mio tweet tradotto da Élaine. Ci seguivamo reciprocamente da tempo, su Twitter. Stimavo molto, e stimo tuttora, il suo lungo ed appassionato impegno, che avevo imparato un poco a conoscere qui. Soprattutto amavo ed amo, il verbo è giusto, la squisita qualità poetica di Élaine, che avevo la gioia di leggere spesso sulla TL.

È iniziato uno scambio, dapprima essenziale fino alla frugalità come accade sul SN, che si è aperto, e raramente succede, poi in un dialogo più ampio ed intenso, in gran parte condotto sulla TL, prima di sfociare nella diversa e più ampia forma dell’epistola elettronica. Serbo un ricordo bello e forte di quel periodo di lavoro, di reciprocità esperita sul filo vivo della parola, nel cuore intatto della poesia. Nutro per Élaine una gratitudine viva: le sue traduzioni, un dono per me prezioso, sono custodite in una carpetta azzurra, e mi apro in un sorriso, misto di nostalgia e di contentezza, quando, scorrendo le cartelle all’interno di “extemporalitas”, sull’HD, leggo: “Quaderno di traduzioni in lavorazione”. Tutto il prezioso dono di Élaine è serbato lì, nel suo formato digitale, insieme alle sudate carte che testimoniano di uno scambio serrato, di un lavoro appassionante, il suo. Dell’eccellenza della gratuità, quella che ho assaporato nella sua forma più decisiva, almeno per me, anche nella relazione spirituale con Élaine.

Quando, ai primi di Ottobre di quest’anno, mi sono congedato dal SN, una delle rare persone che ho ricordato esplicitamente nel mio post di saluto è stata lei. L’ho fatto con le parole che ho scritto qui sopra. Naturalmente, lasciare il SN non avrebbe dovuto [voluto?] significare per me dire addio a coloro che ho incontrato durante quegli anni. Il fondamento della parola è il valore che la sostiene. Senza una dimensione interiore attinta all’esperienza di colui che la scrive, vorrei dire che la vive, essa è un corpo inerte, nel migliore dei casi un elegante orpello stilisticamente ben attestato. Certo, il poeta non può rispondere altro che di se stesso, come del resto ogni creatura nel grembo del proprio giorno. Vita, parola e cosa. Non può e non deve secondo la mia visione etica, che è ed è stato il fondamento di un’esistenza e di una poetica, andare oltre la tentazione del dono, il porgere il canto ed in esso la propria vita stessa. Se esso torna all’origine, muto e senza eco, senza destino alcuno, nessuno oltre al poeta è portatore più o meno innocente di responsabilità ontologiche. Così la scrittura in Rete. Verso la quale e dentro la quale altri riporranno certamente visioni altre e più lievi, quando non smagate e/ovoracemente svagate. Dunque, la parola che ho impegnato sul social network, non diversamente dalla parola e dalla parola poetica di sempre, non è rimasta per quel che mi riguarda svolazzante e sospesa al filo esile di un fragile aquilone sospinto dal vento avaro delle promesse. Ci sentiremo. Ci scriveremo. Ci leggeremo. Ho tentato [«Le vent se lève... II faut tenter de vivre!», Paul Valéry, “Il cimitero marino”.], ancora una volta e come sempre, la via del dialogo, nel rispetto del canone aureo interiore che è mio e spero possa essere, nel segno della reciprocità, di altri. L’ho posto in esergo al blog: “Scrivo quando posso. Posso quando devo. Devo quando sento”.

Così, nei giorni scorsi, sono tornato da Élaine, anche da lei. Perché ho sentito che il filo del canto è teso fra noi malgrado talvolta il duro rinterzare della prova nella ferialità. Nell’orizzonte dei giorni. E dunque ho dovuto.

L’ho letta spesso, a lungo, di nuovo in questi mesi. Anche durante l’ultimo.

«Je traduis en mécréante…», mi scrisse in un suo tweet nei mesi della nostra intensa corrispondenza, quando fu lei a tradurre la mia poesia. «Peut-être que l’artiste est l’élève imparfait d’un Dieu qui lui [m. et f.] chante à l’intérieur […à la lettre, tout en respectant les mots et la parole…]. Mais on peut sûrement aussi traduire _l’élève imparfait de l’Infini_ [même minuscule]. Parce que entre Dieu, Infini, Éternel, n’a pas pour moi vraiment question…», le risposi con alcuni tweet successivi, nei quali proponevo anche una versione più spiritualmente ecumenica di un mio tweet da lei tradotto.

Élaine coglie, con estrema e delicata sensibilità, nella parola che canta, il fuoco acceso ed ardente che tende a rischiarare il suo stesso farsi canto. E lei, che si dice miscredente, sembra trascegliere con la mano lieve, che è solo dei veri poeti, gli accenti che più indulgono alla umana sete di infinito. La stessa che ci abita da sempre. Che accende da dentro l’essere creatura pensante, cosciente di un sé che tende all’Infinito ed all’Eterno. Qualunque fosse il nome preciso che nei secoli dei secoli abbiamo tentato di dargli.

Non amo il retorico encomio della poetica del dilettante, come se l’esercizio assiduo e non casuale della poesia fosse necessariamente orfano della sua flessione, della sua dedizione, della sua necessità primariamente vocata all’incontro. So che infinite volte gli epistolari dei poeti hanno svelato l’infinitamente aperta vocazione del cuore a varcare soglie, talvolta per inabissarsi dentro tale seducente ed irrevocabile chiamata. Io credo però anche all’abbraccio redento, quello che nell’invito all’incontro ed all’ascolto sente non già lo stimolo alla perdizione e la suggestione del primato della tecnicalità nella parola, ma il suo compimento nella comunione. Il diapason. Il sublime dell’abbraccio. La stretta di mano che accade, secondo la visione dell’amato Celan.

Credo che la qualità umana di Élaine abbia merito nell’avvento e nel sostegno di tale incantesimo, nell’incontro della poesia che si esercita per varcare un’altra soglia, quella di una lingua non condivisa. Credo che l’attitudine maturata nel suo impegno, posso scrivere femminista?, l’abbia aiutata nell’esercizio di quella qualità relazionale che fa dell’incontro dei diversi un’epifania di comunione. Diversi per sesso, per lingua, per convinzione profonda, certamente nelle pratiche esistenziali. Portatori ciascuno di un’asimmetria esistenziale, religiosa, sociale, culturale che solo il fuoco di una passione redenta, per il poeta dalla vita e nel canto, sa accendere per tentare di saldare la cesura. Vocati all’incontro che spinge all’abbraccio, superando soglie, che ci sono, accettando responsabilmente frontiere, anche di senso. Volando, però, quando la parola [la Parola?] si accende della scintilla appassionata che fa dell’Infinito un incantesimo. Preludio di eternità e certezza di condivisione nel qui ed ora della storia. Che, dell’eternità, è un’ipostasi.

Dieci canti.

Nei giorni scorsi ho iniziato a tradurre alcuni tweet di Élaine Audet, scritti da lei nell’arco temporale di circa un mese. “Un dolce canto estremo”, è stato il titolo che subito mi hanno ispirato, prima ancora di chiedermi quale fosse l’eventuale natura di una loro coerente poetica. Non so se vi fosse qualche progettualità in questa successione del suo esercizio poetico. Certo, anche ad un occhio profano non sfuggono la natura della sequenzialità, dettata da una contiguità temporale, giorno dopo giorno, e la reiterazione della domanda, sia pure posta in una sua forma indefinita: «Où va…». Non credo che tali caratteri siano sufficienti a delineare una prospettiva poetica coerente. Non costituiscono in sé fondamento di un’opera. Certo, possono rivelare un’intenzionalità. Non lo statuto interiore di un poeta. Del poeta. Eppure, posti così, uno accanto all’altro, in un atto funzionale alla traduzione, obbligano subito chi se ne occupa criticamente a staccarli dai precedenti e dai successivi. I dieci brevi canti di Élaine letti tutti insieme e in una prospettiva di continuità rivelano l’accorata tensione che anima il poeta. Uno stato interiore che lo pone e lo mostra a testa alta davanti all’orizzonte dell’Infinito. Per interrogarlo. Per porgli una volta di più ed una volta ancora le struggenti domande che abitano l’anima dei poeti in particolare e quella di tutte le creature in generale. Quelle stesse domande che, consapevoli del proprio umano limite, gli aedi osano: impetrando l’Eterno. Talvolta, portatori sani d’innocenza, scrutano l’abisso di sé e del mistero attingendo, o tentando di attingere, il minuscolo seme di Luce che alberga la parola. Una divinazione che l’intuizione del poeta porge quando attingendo l’infinito e l’eterno osa porre la parola futuro nel solco di una laica profezia. Talvolta il canto è, sa essere un’orazione laica: «Où vont nos pensées/ quand le large les porte à l’extrême/ avec un grain de beauté…», scrive Élaine Audet.

Così mentre le religioni della tradizione sembrano tramontare inabissate in un secolarismo ora cinico, la corruzione, ora violento, il terrore, l’arte, questo minuscolo ed irrevocabile accento luminoso acceso nel cuore dell’uomo, interroga a mani nude le soglie del mistero. Non servono al poeta credenziali d’appartenenza, le istituzioni, o gli accecanti e violenti bagliori dell’apparenza. Per dire la propria fedeltà all’umano che lo abita e che lo eleva sino alla soglia sublime della Bellezza. Nell’alveo incerto, e non di rado doloroso, di una solitudine senza risposte terrene, il poeta interroga da uomo libero il volto silente dell’ignoto. «Où va la vie quand soudain la mer roule au loin…». Non v’è nulla di retorico nelle accorate domande di Élaine Audet. Piuttosto la sincera innocenza di chi chiede al limite di sé l’audacia di superarsi. Per tentare, ancora una volta, di alzare lo sguardo oltre l’orizzonte. Oltre la leopardiana siepe. Mentre la modernità incalza con la sua rovinosa deriva secolare ed il naufragio sembra essere ormai il prevalente destino della sua origine, il poeta cerca il varco di una risposta possibile. La possibile risposta.

«Me restent la poésie et l’amour.», mi ha scritto nei giorni scorsi Élaine Audet. Credo sia il viatico testimoniale più significativo a sigillo di una vita vissuta da poeta. «Io voglio seguire la religione dell’amore: qualunque sentiero imbocchino i cammelli dell’Amore, è il sentiero della mia religione e della mia fede.», ha scritto il sufi Ibn ʿarabī, nato nel 1165 e morto nel 1240. La libertà, soprattutto da se stessi e dall’arroganza degli assolutismi impositivi e senza scampo, è un mezzo che aiuta chi si mette in cammino nella ricerca della verità. Il poeta è un cercatore di senso, non un dispensatore di certezze. E’ una mite creatura del limite che accetta con coraggio di ergersi nei pressi della soglia estrema per porre con dolcezza le domande di cui l’uomo ha sete, nella sua infinita sete d’eterno. Élaine Audet lo ha fatto nei suoi dieci canti che ho avuto la gioia di leggere e di tradurre.

 

la sera del 3 Novembre 2015

 

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 [Il viaggio.Dieci Canti di Élaine Audet  tradotti da Giordano Mariani ]

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["Il viaggio.Un dolce canto estremo."
Dieci Canti di Élaine Audet tradotti da Giordano Mariani Qui è possibile leggere o scaricare la plaquette digitale con i testi originali di Élaine Audet, un commento e la traduzione di Giordano Mariani.]

Relazioni spirituali.

Relazioni spirituali.

Le relazioni digitali [del resto, del tutto identiche nella propria natura fondata su canoni antropologici di valore o sulla loro assenza, a quelle che l'uomo vive e sperimenta da sempre] intessono spesso trame di fili silenti, talvolta solo apparentemente discontinui. Orditi interrotti da pause o silenzi. Talaltra, tessuti di vita e di incontro davvero spezzati per sempre. Sebbene, per chi vi ha creduto, ciò che è stato vero e nella verità interiore persuasa è stato vissuto, esista per sempre.

Talvolta, malgrado apparenze contrarie, il filo non si è mai interrotto: forse è rimasto sospeso nello spazio e nel tempo che sembrano separare, flottante e qualche volta lontano dalla nostra mano aperta e tesa. Per quel che mi riguarda, spesso non mai reciso.
Credo che l’amicizia, come l’amore, come tutti i sentimenti più intensi e più belli dei quali la creatura umana è capace, sia, quando vero, un legame profondo, sebbene si affidi talvolta al silenzio o al non detto, che unisce e sostiene vicendevolmente assai più di altre evidenze.

Agapè“, perché di questo scrivo, soprattutto se non solo, qui ed ora, vive di persuasione. Come ed ancor più del mio blog, vorrei fosse, e continuasse ad essere, un luogo in cui abitino unicamente parole “vere”, secondo la più alta lezione celaniana, che, con tutta l’umiltà di cui sono capace, tento indegnamente di seguire. Tale scelta restringe sensibilmente ed inevitabilmente l’orizzonte, un profilo etico, dell’avventura. La rende, o almeno io la sento e la vivo come tale, più bella, come tutte le esperienze difficili sono in genere [e non mi riferisco certo al talento o al merito personale: non sono tanto stupido da concedermi il giudizio favorevole su me stesso e soprattutto sulla mia opera/lavoro, che del resto non saprei e non potrei nemmeno formulare con piena consapevolezza epocale, se non anche con limpida onestà intellettuale], e al tempo stesso assai più impervia.

Da quando “Agapè” iniziò, ho chiesto a pochissime altre persone di partecipare. Non si tratta di generosità o della sua mancanza: si tratta di distinguere, e distinguere, come mi insegnò nei miei giovani anni il professor Emo Marconi, uomo di teatro, è un atto d’amore. Perciò, proseguire è difficile. Ed è bello e giusto così. Mi va bene. Ho chiesto di partecipare a pochissimi, ho ricevuto un diniego, o quello che fino ad oggi devo considerare tale, espresso non nella forma esplicita di un no, ma nella continua dilazione temporale dell’impegno, e ho detto a mia volta un no ad una persona che io stesso avevo invitato in “Agapé”, ad un suo testo.
Un’esperienza che nasce, o che ha tentato di nascere, nel segno dell’amicizia [agapé, convivio], della sororale convivialità, non può però chiudersi su se stessa, rischiando di cristallizzare nel contrario della persuasione, l’esercizio per esempio di un’eccellenza stilistica fondata nella retorica.
L’amicizia, come l’amore, come tutti i sentimenti più alti espressione dell’umano [per chi crede di credere, segno vivo del divino in noi, declinabile anche nella sua estensione laica di sete di infinito o di attesa d'eterno: il Nulla non esiste], apre sempre l’orizzonte di chi la vive: la soglia etica non è mai un confine che divide, nell’amicizia vera, ma è sempre una smarginatura che dischiude. E’ così sempre, e solo così può essere l’amicizia. Non esistono soglie etiche che possano diventare confini, in un rapporto fraterno o amicale, e che possano chiudere chi li vive dentro una prassi limitante e/o limitativa. Se ciò accade, è solo a causa dei limiti umani, dovuto a fraintendimenti originali, imputabile a qualche malinteso ispiratore della visione etica sottesa al cammino condiviso, a qualche mal riposta ambizione, a qualche dissimulata vanità inconfessabile anche a se stessi, talvolta. Il solo canone inviolabile è il rispetto dell’altro [che inizia sempre dal rispetto di sé].

Dentro ed all’origine del cammino conviviale, tutte quelle cose ci sarebbero dovute essere, o almeno così avevo pensato fosse e così ho tentato di vivere tale esperienza. Non si tratta di corpi, di presenze, di strette fisiche di mano, che spesso, e per alcune delle persone che ho invitato, non ci sono e non ci sono state. Né, forse, assai probabilmente, ci saranno mai.

E non si tratta nemmeno di distinzioni, inutili e pretestuose, fra reale e virtuale, scandite dalla ridda di luoghi comuni che ormai conosciamo bene. Si tratta di senso, vorrei poter scrivere di Senso. Di relazioni spirituali. Che non scontano la cifra esteriore del tempo e del luogo, ma si affidano confidenti alla visione ispirata di una interiorità senza predilezioni né di spazio né di luogo [l'Infinito, L'Eterno: di cui l'umano, anche quando crede di non credere, svela sempre la sete].

Il filo tra noi in “Agapé”, per quanto mi riguarda, non si è mai interrotto, nemmeno se pare svanito dentro prolungati e ripetuti silenzi. Forse, talvolta, si è solo posato in qualche anfratto del cammino, in attesa che qualcuno lo riprenda e reciprocamente lo porga. Che lo prenda, lo tenga, lo regga, come vuole, quando vuole e quando può.

Ho posto in esergo al blog le frasi che segnano il mio cammino: Scrivo quando posso. Posso quando devo. Devo quando sento.

Non ho mai avuto alcun interesse per gli esiti statistici del mio impegno, creativo o no. Non sono mai stato interessato ad eccellere o ad emergere in alcun modo. Capisco che altri abbiano, possano avere, altre visioni, altre intenzioni, praticare altre vie alla vita ed alla scrittura.

Per me è sempre stata, e solo è, una questione di senso. Di Senso.
Un post in più, un tweet, un link, un accesso al blog, non significano nulla.

Un minuscolo accento di condivisione interiore apre invece un orizzonte sterminato di senso ed accende di Luce infinita il cuore dell’umano. Sarebbe stata, e tuttora è, la sintassi interiore di una poetica nata con me quarant’anni fa. La via mistica al canto o la mistica della nominazione.

La motivazione interiore per essere o per tornare in “Agapè”, attinge tale paradigma antropologico e poetico. Che è stato per me della vita e del canto, prima dell’avvento della rete, nel suo nascere, e lo è ora. Non avrebbe potuto essere per me altrimenti.
Personalmente, ho solo tentato, e tenterò fino a quando gli anni mi daranno grazia nell’anima e sapidezza nella mente per poterlo fare, consapevole di tutti i miei umani e numerosi limiti, di esserne all’altezza, rispettando tutta la libertà di tutti coloro che, richiesti, mi avranno fatto il dono di entrare in “Agapé”.

 

Post scriptum

Qualche giorno fa, dopo mesi di reciproco silenzio, ho scritto ad Isabelle Pariente-Butterlin. Un brevissimo scambio. Da tempo sentivo il bisogno di scandire con un punto fermo di senso l’avventura di “Agapé”, iniziata a Gennaio del 2104 con un testo della stessa Isabelle,che, invitata, mi aveva fatto il grande dono di aprire il nuovo sentiero di senso.

“Reprenons le fil.”, mi ha risposto tra l’altro nei giorni scorsi, quando all’inizio di marzo le ho inviato un breve messaggio.

Pochi giorni dopo, ho pubblicato, in “Convivio”, “Relazioni spiritualie l’ho comunicato ad Isabelle, così:

«Stamani mi sono svegliato guidato da un’intenzione forte ed insopprimibile.
Come spesso mi accade quando scrivo, dopo averla a lungo meditata, mi sono lasciato guidare dal suo imperativo interiore ed ho agito…

Così, la lettera che le ho scritto ieri, opportunamente redatta, è divenuta un post sul blog, in “Convivio”, dal titolo “Relazioni spirituali”.

Rileggendola ed editandola, mi sono reso conto che quello era il testo che mi attendevo da me stesso e da molti mesi. [...]».

Nello spirito più coerente cui vorrei si ispirasse sempre extemporalitas, a partire da me naturalmente, ed in risonanza con l’eco profonda delle parole che lei stessa scrisse iniziando “Agapé”, Isabelle mi ha inviato oggi il testo che segue. E’ la sua declinazione interiore delle “Relazioni spirituali”: “[…] Ma réponse à votre lettre est constituée de mon texte, qui est d’abord ma réponse. Je vous l’envoie, [...]”, sono state le parole con cui ha accompagnato il suo scritto.

Sono felice di condividere qui la sua risposta, un dono di cui le sono infinitamente grato. Ciò che più sento e più vivo, nel dialogo creativo dentro il quale sempre ho cercato al diapason della relazione tra chi scrive e chi legge la nota sublime della comunione, è l’accento musicale. Un ritmo del canto che è ritmo interiore ed evoca l’eco dell’Infinito di cui la creatura ha inestinguibile nostalgia, mentre invoca, consapevole del proprio umano limite, l’eterno mistero cui sempre attinge.

[@ Isabelle Pariente-Butterlin: “Relazioni spirituali. [Dans la conscience pure de ce que nous sommes]”].

[Huê Lan Lan: “Relazioni spirituali. [Entre deux silences qui ne sont pas oubli.]”].

 

Essere letti. [Forse essere amati...]./1

Il testo che segue era forse solo nella mente di Dio, certamente nel grembo dei miei pensieri da giorni. Avevo già preparato il file e scritto il titolo. Mi aveva indotto a farlo, forse sarebbe meglio dire che me ne aveva ispirato la scrittura, un breve ma intenso scambio che avevo avuto con lei, @larosaturca, nei giorni scorsi. Poi, tra ieri l’altro e ieri, @dipiunonchiedo ha destinato una preziosa ed assidua attenzione ad alcuni miei testi. Stamani avrei voluto ringraziarla con un semplice tweet. Come spesso mi accade, ho sentito subito che uno solo [e nemmeno una fluviale sequenza di DM, come talvolta mi accade...] non sarebbe stato sufficiente. Allora ho capito che avrei dovuto iniziare a scrivere. [Del resto, lo posi in esergo al blog: "Scrivo quando posso. Posso quando devo. Devo quando sento."]. Ecco, ora nel segno di una gratitudine non più contenibile, sento che devo. Almeno un incipit di un più esteso grazie e del suo senso. Che attinge il qui ed ora delle contingenze, gli incontri cui ho accennato, e si fonda nell’estensione di una poetica, dall’Alfa all’ormai suo prossimo Omega.

Essere letti. [Forse essere amati...]./1

Essere letti è una tra le umane esperienze più significative e belle. Sentire lo sguardo altro che si posa sulla parola ormai staccata per sempre dal grembo più profondo di sé. Liberata dalla notte interiore, talvolta. Risalita dall’abisso di Luce che genera speranza e attesa di comunione.

Un’avventura incantevole, essere letti. Non per lusinga alla propria vanità, ormai residuale dopo avere ascoltato l’invito del poeta [«[...] Strappa da te la vanità,/ ti dico strappala. [...]», Ezra Pound, in “Canti Pisani”]. Se mai resistesse traccia di un giovanile orgoglio, sfuggito alla dura maglia degli anni, dei decenni, sarebbe solo un filamento esile e disperso, nell’anima fatta terra di comunione, scampata all’arsura del deserto, o palmo a palmo risorta dopo esercizi di durevole e sfinita contemplazione. L’acqua carsica dei sogni emersa tra profonde forre di silenzio, superstite al bradisismo petroso della realtà che scuote minaccia ed insieme ispira, nella giustapposizione resistente, il Sogno del poeta ed il Reale.

La parola poetica, quel minuscolo accento di Luce che una divinità benigna ancora sparge nella notte dei tempi, passata allo staccio del Tempo, l’umana coscienza!, nell’anima cava ed accogliente del poeta fatta ascolto. Nell’uomo temprato alla prova di testimone.

Proprio come il tuo, mio sororale fratello amante, lettore, all’altro capo di me, della parola che nasce in me e come un figlio abbraccia, ed è abbracciata da, il suo proprio destino altro. Talvolta lontano, spesso ignorato. Quasi sempre ignoto all’origine e nel poeta, se non nello sguardo benevolente del Dio dagli infiniti nomi e sublimato e vero in uno soltanto, Amore. Non mai mia, la parola [“I vostri figli non sono figli vostri.”, ancora con il poeta...,Kahlil Gibran, "Il Profeta"], ma solo ospite lungo il tratto sublime del suo concepimento e del suo venire alla luce del mondo.

La parola poetica, quel delicato e consapevole esercizio di resistenza, in un tempo sconvolto e segnato da un sempre più pervasivo cinismo ed afflitto dal terrore.

La parola poetica, un arco teso di senso, mai antagonista [“la poesia non si impone più, essa di espone”] e sempre amante.

La poesia non si espone più, essa si ostende. Come un’ostia esposta nel canto, in attesa del tuo sguardo, lettore, della tua Attenzione [una precisa vocazione al Dio lento, tenero e silente nella nascente contemporaneità], preludio di compimento nella comunione.

Non sono l’angelo scaltro, un ossimoro della modernità, che esercita la retorica di una gratuità fatta di ipocrisia e di apparenza. Sono un uomo teso alla stretta di mano nella sua parola [Paul Celan].

La gioia che provo nell’essere letto, la pace dell’anima scambiata nel rituale vero di una profondità più che amicale: di sororale comunione.

Non spendo l’esercizio ormai stucchevole della citazione manzoniana, tanto iterata e così inflazionata nel senso. Forse i miei lettori sono stati nell’arco di una vita più di venticinque [o forse meno].

E’ il cesello del loro sguardo amante dentro gli spazi bianchi del Silenzio che sento incedere e farsi largo davanti. Come una promessa di domani e di Speranza ancora, non ancor mio e già non più mio.

Nella parola poetica resisto, e tu con me, lettore amante, nel suo presente e nel domani, entrambi dal destino ignoto.

 

«Magnificat».

«Magnificat».

Ogni tanto la nostra stessa vita sembra venirci incontro da spazi inusitati. Sembra che il noi stessi che fummo si faccia avanti a passi lenti ed ampi nel nostro silenzio indifeso, finalmente indifeso, che ha solo orecchie e tiene serrate le labbra. Anche quelle nascoste che si animano del solo non visto pensiero. Allora la Grazia ci scende dentro come un’estasi e abita, Lei sì grande e dignitosa di una Luce di cui non siamo spesso degni, lo spazio discreto del presente con la gioia inenarrabile del ricordo. E’ un miracolo che accade sulle soglie brulicanti del Mistero, presso le quali si schianta l’ininterrotto brusio delle voci di fondo. Quelle che imperiosamente vorrebbero imporsi nel mondo, sul mondo, al mondo. E dentro il mondo anche su noi stessi che lo abitiamo in un margine sconosciuto ai più, certamente ai tanti.

Talvolta quella vita che viene avanti e ci si dona aperta e feriale come l’alba o come lo sbocciare d’un fiore in un inverno di neve, avanza in forma di libro. Ci si depone tra le mani quasi per caso [ma davvero esiste il caso e non è forse il suo più preciso nome proprio Grazia, o Provvidenza?]. Allora le nostre mani nude e ferite che non sono più consapevoli della fermezza dei giusti e sono esitanti, ora che mai più la bellezza le libra come fece un tempo a proteggere la nostra ironia, a sostenere l’anima, a cantare l’amore, ora che le nostre mani si accingono a vivere desolatamente sole e mute, si aprono. In un ultimo estremo incantesimo. E come le nostre orecchie ancora odono, tentano di udire, così le nostre mani accolgono, tentano di accogliere. E si aprono al libro. E lo aprono. Sanno, esse lo sanno, le mani, che l’incantesimo del dono sta sbocciando dentro la loro rugosa durezza che più nulla sembra sapere delle nuda, della gioiosa, della morbida accoglienza che fu la loro giovane speranza. Eppure s’aprono e accolgono.

E’ stato così, è accaduto così anche nei giorni scorsi, quando, in prossimità dell’ormai vicino Natale la vita mi è venuta incontro nella forma di un libro. Uno dei tanti, quello giusto, però, per questo tempo di Natale e per questi tempi.

Forse dire libro è troppo ed è, ugualmente, troppo poco.

E’ un gioiellino nel contenuto nella forma e nel senso del dono. Me lo regalò il giorno di Natale di 11 anni fa la sorella di una carissima amica.

«Questo libretto è quasi un inedito. La prima volta, nel 1953, uscì “pro manuscritto”. La curia milanese l’aveva censurato… Erano gli anni difficili dell’intolleranza e dell’onnipotenza. Padre Turoldo doveva “viaggiare” e ricevere gli amici alla stazione centrale di Milano».

Sono le parole con cui l’editore e curatore, Rienzo Colla, presentò nel dicembre del 2003 la prima edizione de “Il nostro Natale”, di David Maria Turoldo, uscito per i tipi de La Locusta.

L’ho riletto e sfogliato a lungo, nel corso di quest’ultima settimana. Lasciando che il silenzio di me affiorasse, nel silenzio del mondo. Lasciando che un lacerto di memoria facesse luce, dentro e davanti. Aprendo il cuore all’ascolto e la mano ad accogliere l’inusitato, il dono della vita che in forma di libro di nuovo veniva avanti.

Di Davide Maria Turoldo, della sua opera poetica e dei suoi scritti, che ho amato entrambi, conservo tracce sparse, nella vita e dentro.

Un giorno, tanti anni fa, era la Primavera del 1980, lo incontrai e lo intervistai. La sua figura imponente conteneva a stento un’empatia irruente ed una umanità gioiosa. Avevo portato con me il suo «Laudario alla Vergine». Prima di congedarmi, mi concessi una delle rarissime licenze professionali che mi sono mai consentito profittando di un incontro e, per quanto modesto fosse il mio, di un ruolo. Gli porsi il libro: sorrise. Rimase un attimo pensieroso e dopo qualche istante si chinò a scrivere.

Ho letto più e più volte quella sua breve dedica. A ventisei anni, tanti ne avevo allora, qualche residuo di vanità può scioccamente lusingarti: “A Giordano per cantare insieme il nostro Magnificat”. Sono tornato più volte su quelle sue parole, ogni volta con una diversa attitudine interiore e con altra consapevolezza. Ora so con esperienza certa che insieme al dono gioioso della condivisione, al dono del canto, ed alla convocazione ad un cantare gioioso, vi era anche e soprattutto l’affidamento di una responsabilità. L’invito ad intonare [insieme!] il Magnificat nell’armonia feriale, spesso così sapida di note dissonanti e dolorosamente lontane dal senso delle parole che vibrano mentre intoni, tenti di intonare, nel segno di Maria, la tua lode!

La parte che ho scelto, dopo non poche esitazioni, è quella che più riverbera in me e che più risuona, a me pare, in coerenza con il tempo della storia in cui vivo. Lo spirito è il suo, l’ineffabile carisma omiletico, poetico e prima ancora umano che pervade tutta la vita e tutta l’opera di padre Davide. Cito senza enfasi retorica e qui più che mai senza rimpianti. La luce dello Spirito è un filo tenace che resiste ai tempi e, oserei dire, alle mutazioni epocali. La fiammella dell’anima grande è una torcia che giganteggia nel vento avverso delle epoche oscure o al tramonto. Nulla è vivo se la sua eco non è viva in noi e non risuona al diapason di un’identità valoriale pur dissonante ed asimmmetrica della inevitabile, e bellissima, unicità dei singoli, dell’ognuno che noi siamo.

Non è guardando all’indietro che mi permetto di alimentare il presente e la speranza del futuro con op. cit. Padre Davide sorriderebbe degli esercizi retorici, che spazzerebbe con l’intensità della sua gioiosa testimonianza vitale di persuaso.

Natale è prossimo. Non so più chi possa ancor dire “nostro”, impegnando, in quella bellissima coralità dei singoli io che è il noi, tutto il carisma della propria testimonianza. C’è un’orfanezza che sconta la latitanza identitaria. Non quella armata ed impositiva. Quella umile e marginale che dal margine canta e resiste. Attratta dalla Luce dell’Innocenza. E viva in sé del suo solo respiro, infinitamente animato di Grazia: Magnificat!

La singolarità e l’unicità sono doni di Dio e nulla hanno a che vedere con l’individualismo e la centratura di uno sguardo ombelicale posato su se stessi, fondato nel e ispirato dal proprio ego.

Il noi è un raggiungimento nella comunione che si esplica si sublima e si compie solo a partire da una consapevole identità, l’unicità di sé ricevuta in dono da Dio. La Vita.

Ciascuno di noi entra nella stanza della vita con un cuore ed un’anima propri e singolari. Ognuno di noi abita il giorno secondo la diversa intelligenza che ha ricevuta in dono. Posiamo sguardi diversi su microcosmi identici. Ascoltiamo differenti note che giungono a noi in eco ad una musica uguale per tanti. Il nostro entrare nella vita, il nostro abitare il giorno, in nostro vedere il mondo, il nostro ascoltare il silenzio, anche quando per ventura siamo chiamati a vivere per infinitesimi tratti uno stesso spazio ed una stessa circostanza temporale, restituiscono una diversa narrazione di quell’identica enclave esistenziale che ci è stata data per breve o per lungo tempo in comune. Perchè nessuna delle narrazioni è identica ad un’altra?

Fanno sorridere e talvolta sembrano ispirati ad una vaga ipocrisia i tentativi di assimilazione dell’altro per osmosi. Esercizi che finiscono spesso nella tentazione di colonizzare l’anima dell’altro, abitandola fino al plagio. C’è chi dice noi e pensa all’io. Chi si afferma in modo subliminale e dissimulato negando, insieme al dono sublime della singolarità, anche la potenzialità sinfonica di un io intonato all’ascolto e pronto ad offrirsi affinchè nasca il noi in cui anche la sua eco risuona nel canto della comunione.

La povertà, l’altro polo di luce che insieme al noi risuona nel “Nostro Natale” di padre Turoldo.

C’è qualcosa che tiene, nel corpo delle parole, al mutare della scena e dello stesso loro senso interno. Ciò che tiene è flessione della Luce che le irrora e che esse irradiano.

C’è, mi sembra, nelle parole di Davide Maria Turoldo la scintilla di tale Luce, un accento spirituale in esse, che riverbera nel tempo, a partire dai tempi in cui si sono fondate.

La povertà! Una rinuncia virtuosa nella tregenda epocale che ha investito l’Occidente durante i sessant’anni che separano l’oggi dallo scritto di Turoldo? Il plastico incedere [talvolta squisitamente mediatico] dei diversi downshifter, che non di rado sazi abdicano alla virtù della frugalità [alla virtù?], abbracciando la “semplicità volontaria”, dopo avere magari toccato i punti apicali di una bulimia esistenziale, ha qualcosa a che vedere con lo spirito e con la lettera della rinuncia evengelica? E in che rapporto sta, o potrebbe stare, quest’ultima, la rinuncia, con una scelta originaria ed originale di povertà? E di quale povertà? Quella imposta dalla contingenza? Quella virtuosa della rinuncia? E quale virtù è possibile esercitare nella povertà?

Il sentiero tra l’io ed il noi, fra un Natale sfavillante di luci per pochi, ed un Natale colmo di Luce promessa, escatologica, per tutti, è stretto, e passa anche dentro tali domande.

L’orizzonte di un mondo sfinito dai devastanti bagliori prodotti dall’esercizio dell’ego. Il corpo della parola, della parola di Turoldo, ha sensi vivi che sono memoria di una Luce innocente e nativa. L’io che nasce nel grembo di Maria [Magnificat!] è pronto a morire per la grazia del noi. Perciò il Suo Natale è così Nostro, fin dall’origine perchè ci dice che solo la rinuncia, che è fondamento del dono [il vero: non l'accento residuale del superfluo che costa nulla al se stesso che lo compie], è viatico del noi. Lì, su quel confine, riposa la frontiera dell’ego. Il Potere ne vuole censire esistenza in vita, identità anagrafica, entità e terrena misura. La Grazia, che è l’ombra di Luce del divino, la stessa che si posa su Maria e la copre, ci feconda di uno spirito vivo e ci apre alla verità obaltiva. La sola che salva dalla deriva e conduce all’approdo del noi. Ed i poveri che coltivano assiduamente la speranza cogliendone la Luce anche nella apparente insignificanza della marginalità [la culla di Luce è in una grotta povera e nascosta: Magnificat!] lo sanno. Il Natale dei Poveri è la via per il Nostro Natale. Il Natale di tutti.

Op. Cit. Davide Maria Turoldo: «Nostro Natale». Lettera agli amici poveri.

«Eurékà de l’altérité»

«Eurékà de l’altérité».

Ho iniziato a leggere Huê Lan Lan qualche mese fa. E’ stato, come spesso mi succede quando la curiosità poggia su fondamenta intuite e non ancora pienamente date, un avvicinamento al testo discreto e continuo, progressivo e privo di asperità.

«[...] Et puis il y a ceux, pétris de cette matière impalpable, neuve parfois, pas toujours cependant. Façonnage numérique. Nouvel artefact. Sable dans les yeux qui scillent. Le monde est flou. Mais son noyau est dur. Toujours. Là. Et il aura fallu une vie pour en lever les squames.

Pas de réponse. Univoque. Totalitaire. Là non plus. Opportunité seulement, de la lettre en ses transits temporaires. Hic et nunc.

Fenêtres numériques

Espérances.

Peut-être.[...]».

L’afflato poetico che si genera quando uno sguardo consapevole si posa sulla consistenza del giorno, è un segno inequivocabile per me. I tranelli spazio temporali dell’assenza e della distanza, non possono nulla quando la cifra stilistica innerva una scrittura di un respiro altro. Quando lo stilo della ricerca traccia subito il suo segnale sulla dura pietra e incide la consapevolezza del cammino, della quête. L’oscura chiarità delle intuizioni, è già in agguato dentro di te, quando quella scaturigine si svela. C’è tempo. Non c’è fretta. Non urge appiattire sul presente l’orizzonte degli incontri in cui senti profondità.

«Ce sont des débris, à l’image de la vie, dispersés, disparates, disjoints, errant sur l’océan du temps.»

Il frammento, stigma della modernità, traccia l’affresco inconsapevole della sua deriva. La poetica, inizia a mostrare, prima come una fiammella, una coscienza ben lucida e accesa nella tempesta dei transiti. Le parole sono spie sublimi, incantesimi accesi dentro il cuore dell’uomo o impietose e carismatiche diagnosi scolpite nella pietra di un disagio vivente.

«[...] Une fois le grand passage, âmes errantes devenues, circule-t-on comme on voyage en avion? En surplomb. Observant de loin la vie. Sans jamais s’inscrire dans aucune. Mais se projetant dans toutes. Intimités-odyssées. Et Calypso et Circé. En transit temporaire. Dans leurs îles éphémères.[...]».

Huê Lan Lan vive il viaggio e pensa il Viaggio: quando saremo divenute anime erranti, ci muoveremo come in volo, su di un aereo? Poi il fulmine della parola, come l’autrice ama fare, che calcina l’interiorità sulla scena del paesaggio. Un bradisismo elegante, nel quieto paesaggio della narrazione. Siamo qui, ed anche qui solo proiettatati dentro un destino, solo sfiorato, solo osservando la vita da lontano, qui, proprio come di là… quando saremo divenute anime erranti. E Circe e Calipso, cosa possono più mai se la Vita è fuggita dalla vita vissuta, anche qui, ora, nel presente degli ulissidi che non sanno più nulla di sé, e nemmeno più godono di quella sapida avventura che insieme a tutto ha perduto senso, effimera di una stanchezza secolare che è più della caducità della cose terrene, è senza destino? E la morte, quell’ospite strano così bene rimosso nei suoi fondamenti di senso dal nostro tempo, ed esorcizzato, scacciato dal rito profondo, se ancora qualche rito resiste. Anche lui osservato da lontano, nella sua rappresentazione che quanto più e quanto più spesso esce dalla discrezione del dolore, tanto più sembra essere un tabù interiore. Quasi proibito nel totem di un’affollata solitudine.

«Ecrire dans les marges; entre les lignes; sous le point; flottant sur la virgule; en ce no man’s land; drone furtif.»

C’è ancora un posto qui, per la creatura, l’uomo, per la persona: qui dove tutte le qualità minime che fanno dell’atto feriale una forma di eroica resistenza, il poeta, colui che scrive, è vivo. Nel margine. Tra le righe. Un drone furtivo… ce no man’s land, forse la sola speranza di futuro: “Ecritures improbables./ Je vous cherche.».

Perché ho deciso ora di scrivere ispirandomi ad un suo testo, l’ultimo che ho letto?

C’è in “L’aventure de la lettrequalcosa che non so tuttora ben dire nemmeno a me stesso. Qualcosa di decisivo. Qualcosa che sembra, forse, ma può darsi che mi stia sbagliando, ad una forma di ricerca, appassionata e lieve. Come se in questo tratto del suo cammino creativo, Huê Lan Lan avesse incontrata una soglia e l’avesse al tempo stesso superata.

Ci sono talvolta, nei suoi scritti, lampi che conducono il lettore lontano dallo scenario che lei stessa ha creato e dentro il quale ha costruito la sua poetica narrazione. Quasi uno scarto straniante, che riconduce all’improvviso l’io, quello del lettore, al centro della scena. Una scena che non è però quella propria del racconto, ma è la sua di persona viva in un’epoca data e soprattutto dentro se stesso. Mi piace molto questo modo di procedere, e non solo nel testo. Huê Lan Lan compie questo strappo con estrema delicatezza e dunque la consapevolezza del lettore ricondotta a sé non ne esce scossa.

Dentro questo ultimo testo sembrano rivelarsi, almeno in parte, l’origine e il destino della ricerca [un'origine possibile ed un possibile destino...]. Huê Lan Lan svela qualcosa più del suo cammino. Se posso dirlo, rivela qualcosa della sua poetica. Amo ed ho sempre amato i transiti, i margini, le soglie e i confini: non perché essi dividano. Segnino una distanza. Siano o divengano baluardo a difesa di sé e dell’ego. Delle cose e del possesso. Inciampo all’incontro, ed in esso la Speranza che lo anima e lo invita a nascere. Al contrario. Le ho amate perché ho imparato dalla vita che tutte e tutti coloro che compiono la propria ricerca nei pressi di un passaggio, che stanno sulla soglia o sul confine, sono spesso coloro che nutrono più speranza nei confronti dello stato nascente. Dunque, amo ancor più coloro che, compiendo la propria ricerca nei pressi di un margine o di un confine, vanno oltre se stessi. Hanno sete del compimento. Non di rado di un sogno, che nei pressi di quel confine ha incontrato nuovi cieli e nuove terre, promessa mantenuta di un domani che nasce. Coloro che muovono verso, e non contro. Con la mano della conoscenza aperta e tesa. Come, mi sembra, faccia Huê Lan Lan stessa.

«“L’écriture commence où finit la psychanalyse”1. J’ai su au moment où j’ai lu cette phrase, qu’il ne s’agissait pas tant de l’impuissance de la psychanalyse à traiter de certaines choses. Ce qui n’excluait pas le fait que certaines choses lui étaient impossibles. Mais j’ai su qu’elle avait cette capacité à laisser ouverte l’aventure de la lettre [...]». E’ qui, precisamente, in questo punto di risonanza interiore, o di coincidenza del senso, che si è posato il mio sguardo di poeta, quando ho capito che avrei scritto di Huê Lan Lan, che avrei cercato di dialogare con lei nello spirito dell’«Agapé». Il dialogo con se stessi e con Dio [scrivo di me, ora], o con l’Infinito e l’Eterno, che dell’Assoluto sono volti sublimi e, credo, l’eco stessa del Dio di tutti e di ciascuno, senza etichette e senza nome, nel cuore dell’uomo e delle cose. Del Cosmo. Allo stesso modo, e non è nemmeno una parafrasi, posso dire che accade al poeta. Quando il dialogo con se stesso e con Dio finisce, la scrittura inizia. O avanza, procede dentro il Silenzio fino alla parola nascente… Al Senso delle cose e della Vita tutta.

«La lettre féminise. Et c’est en tant qu’analysante que j’écrivais. Dans cette grammaire au féminin. Et ce rapport proximal avec la langue de l’inconscient, dégagée de la gangue qui rendait inaudible sa voix.», prosegue Huê Lan Lan. Ed io mi chiedo [forse retoricamente] se non vi sia qualche relazione possibile fra «[...] la grammaire au féminin. Et ce rapport proximal avec la langue de l’inconscient, dégagée de la gangue [...]»? Se non si possa tentare l’azzardo di stabilire, in punto di una convinzione coerente, un rapporto di causa/effetto, fra le due evidenze. Ricordo allora, con dolorosa memoria e con infinita, aperta gratitudine verso Huê Lan Lan, che pone qui una traccia che mi interroga, quante volte, e spesso a quale prezzo, abbiamo saputo, e sperimentato, che quelle qualità che vengono considerate, credo a torto anche se la pratica della vita testimonia del contrario, squisitamente femminili, sono le sole che tengono viva la vita nel canto e che danno vita alla parola nel canto? Quante volte abbiamo dovuto sapere che la pena da scontare affinché la lingua limpida [dell'incoscienza o dell'innocenza?] che rende inudibile la voce [la Voce?] ha quello stesso volto? Il volto di quella grammatica femminile. Quante volte la grammatica dell’innocenza ci è costata il margine dove solo abbiamo potuta ascoltare, limpida ed empatica, come una lingua originaria e materna, la voce inudibile, il canto del Cosmo, delle creature e delle cose?

E se il sublime non fosse, nemmeno nella storia feriale, né femminile né maschile, ma solo l’eccellenza dell’essere la creatura “Persona”? Forse l’inudibile voce non chiede, per essere interrogata ed accolta nel Silenzio, nemmeno una specificazione in tal senso, o forse ci chiede di andare oltre noi stessi, anche in tal senso, di renderci prossimi a “l’angelo necessario” del canto”?
«Mon écriture m’est alors devenue parfois étrangère à moi-même. Extimité qui me traversait de part en part. Eurékà de l’altérité.»

Ho ritrovato qui un [il?] diapason della ricerca, o, almeno, una profonda assonanza interiore. E proprio qui, dove più alta mi sembra risuonare l’eco di una risposta possibile, non trovo in me che domande. Che cosa potrebbe essere l’estimità? [Chi?] Quale significato assume qui, nel contesto, nell’esperienza di scrittura di Huê Lan Lan? E l’alterità [di nuovo: l'Alterità?]. Poi quella parola, che spazza il testo e l’ombra, anche se non cancella e non elude le domande. Eurékà è un segno ed un segnale di gioioso approdo. E’ il “ho trovata”. Dentro tutte quelle sperimentazioni [esperienze?] di scrittura [di solo scrittura?], fra derive, frammenti di senso, viaggi solo vissuti da lontano, con la prudenza che ci aliena il gusto e la prova, e noi stessi insieme, nell’anima e nel significato profondo, risuona alta la parola. Huê Lan Lan, aperta alla “lettera”, si è lasciata attraversare dall’esperienza della parola che è scaturigine d’incontro ed ha trovato, lungo il fiume a tratti silente dell’eterno divenire, in cui tutto scorre, un approdo. L’alterità che ci abita. L’altro siamo [anche] noi. Nel panta rei, forse qualcosa di parmenideo. L’essere eterno di tutte le cose. Una stabilità anche interiore. Che non ha la fissità risentita di chi si oppone, ma il gioioso dinamismo di chi accoglie.

Ho lasciato da parte la latenza di un confronto sempre in atto. La lettre. L’alfabeto della nominazione o una scrittura dell’anima che cerca sempre, e comunque spera in, un tu? La lettera o lo spirito del testo? Langue o parole? Credo che Huê Lan Lan sia viva nell’empatia del senso delle cose, pur conoscendo e stimando la lettera del testo. Il suo approdo, l’ “Eurékà de l’altérité”, lascia pochi dubbi. E Ulisse? Come va il suo viaggio interiore? L’odissea è forse oggi una narrazione dell’intimità? [“Intimités-odyssées.”, cit] E quale approdo, se la lettera non scuote il femminile in lui e non lo apre all’incontro, che forse è anche il sale ed il senso dell’estimità?

Noi possiamo avanzare nel cammino, mano nella mano con l’ironia. Può darsi. Lo possiamo sicuramente fare. Ma se noi crediamo davvero in ciò che crediamo di avere compreso, sbagliandoci, certamente, e qualcosa mi è parso di comprendere nei sapidi testi di Huê Lan Lan, dobbiamo tentare, almeno tentare, di proseguire.

C’è nei suoi scritti la traccia di una Luce che amo. E’ in nome di quella Luce che ho tentato di aprire una riflessione con Huê Lan Lan, invitandola in «Agapé». La ringrazio di avere accettato. E’ entrata, in sintonia profonda con lo spirito che anima il luogo, scegliendo la via di un dialogo che, di eco interiore in eco interiore, risuona nel testo dell’una mentre risponde all’altro. In una relazione di reciprocità, naturalmente. “C’est une forme brève qui, pour moi, pourrait contribuer à ce “flash lampe torche” sur les choses de l’intérieur…”, ha scritto suggerendo la forma di scambio da lei scelta e prediletta per questo inizio. Il suo orizzonte è ricco e profondo. Condividerlo aiuta il viandante ad andare oltre lo sguardo sul proprio ombelico. Verso l’ “Eurékà de l’altérité”

 

@ «Devenir terreau d’une autre langue».

 

 

 

 

1. S André, Flac, récit suivi de  ”l’écriture commence où finit la psychanalyse”, Que,  p 149.

 

«Time Line, sismografo dell’anima».

«Time Line, sismografo dell’anima».

«Time Line. Panta rei_?_», il testo con il quale Isabelle Pariente-Butterlin torna e reca il prezioso dono di una sua riflessione nello spirito dell’”Agapé”, mi sembra una riproposizione ben argomentata ed ampia di un suo tweet che io stesso adottai quale spunto per la scrittura di “Twitter. [Sinopie di relazione].”

Nel suo testo, IPB considera, tra l’altro, due universi critici della contemporaneità. È quasi inevitabile che accada, quando si scrive in merito ad un ambito di relazione quale è [o dovrebbe essere] un SN. Mi riferisco a politica [e ad una sua particolare declinazione vissuta, la democrazia] e comunicazione. Isabelle Pariente introduce entrambi attraverso l’assunzione di alcuni stilemi costituenti che sono loro propri nella contemporaneità. Come affiorano e sembrano manifestarsi sempre più spesso e sempre più diffusamente nella società della rappresentazione di massa. Quella in cui colui che non si rappresenta [e dunque non appare] sembra non esistere, non essere.

In almeno uno dei due casi, IPB disegna uno scenario sommario, un abbozzo, però esaustivo e ficcante, impegnando i caratteri primari che lo costituiscono e caratterizzano nel presente storico che viviamo. Certamente un post non è un saggio ed io condivido con Isabelle Pariente, da sempre, l’idea che la Rete, anche i social network dunque, non sia un mondo a parte. Che l’esito finale di un’analisi di scenario in Rete, di un SN per esempio, possa, ed anzi quasi necessariamente debba, essere quindi quello di una discreta sovrapposizione delle due narrazioni possibili e/o reali.

“On ne se parle pas..”, sostiene IPB, sintetizzando in un’osservazione comune ad entrambi gli universi considerati uno statuto di chiara derivazione interiore. Quindi, una flessione antropologica diffusa. Una narrazione che ben conosciamo, quella politico/democratica declinata nell’universo della comunicazione, e l’altra, forse meno praticata ed evidente, ma altrettanto reale, quella di una speranza coltivata, talvolta in modo parossistico, con l’avvento della Rete, ed in gran parte disattesa o incompiuta. Due narrazioni non giustapposte. Non solo confrontate. Sovrapponibili. La prima ben nota nel suo essere tale [“On ne se parle pas..”]. La seconda, sempre più a dimora negli stilemi praticati, dopo la stagione dell’intensa speranza [illusione]: “On ne se parle pas..” Quanto agli esiti, IPB li calcina nell’amara considerazione: “On a attendu d’Internet qu’il soit le renouveau de la démocratie…”.

Forse i portatori sani di ideali, hanno dovuto lasciare presto il passo, in parte se non del tutto, ai pervasivi nocchieri di interessi. Costituiti, o nuovi, fa poca differenza se l’ontologia della prassi coltivata in Rete fu, almeno nel suo stato nascente, la gratuità. E non mi riferisco tanto e soprattutto agli aspetti economici. Ci sono numerosi modi di lucrare ed ambiti diversi per farlo con strumenti diversi dal denaro stesso.

Che cosa dunque manca o è insufficiente [o è mancato] in tale transizione infinita fra universi vissuti in modo analogico e la promessa digitale[l'attesa? forse dipende dal punto di vista da cui ci si trovò a guardare la nascente navigazione...], affinché le speranze potessero essere, se non proprio almeno in parte compiute, non del tutto disattese?
Mi è piaciuto intitolare lo scritto di Isabelle Pariente-Butterlin “Panta rei”, attingendo il suo testo, perché la lettura ne mette in luce, sotto uno sguardo attento e lungo, una flessione al tempo stesso ironica e in un certo senso anche, purtroppo, sarcasticamente veritiera, almeno se si considera un’inclinazione diffusa [prevalente?] alla rappresentazione continua, vanesia, certamente effimera, dei diversi sé messi ad arte [si fa per dire...] in scena.

Secondo una visione personalissima, temo che una possibile risposta si annidi, abbastanza inespressa e dunque nascosta, in una prassi desueta e dagli esiti spesso disastrosi per i rari che la mettono in atto. Quella di chi vive nella luce di una singolare riflessione su quanto scrive, una sorta di piccola validazione della coerenza che ognuno dovrebbe accampare fra parola critica e comportamenti in atto. Vissuta sotto l’angolo di incidenza della coscienza in atto. Sprezzando la superficie, l’apparenza, l’appartenenza, e tentando, una volta almeno, di andare al seguito del sé più vero, in profondità. In solitudine, anche, per trovare e ritrovare la gioia composta dei ritorni in un essere insieme. Sotto il cielo della condivisione di sé prima di tutto, nella sconfinata dimensione celeste di un ideale [che coltiva e pratica e ama qualcosa che non c'è: da costruire, ancora, eventualmente insieme...] invece che nell’orizzonte angusto di un interesse, visibile e certo nel suo rendimento. Nel suo godimento da toccare con mano, qui ed ora, pago anche di infinitesime frazioni della legge, del do ut des. Meglio ancora se dissimulato, nell’intenzione primaria che lo muove e che ispira chi lo abita. Piccolo o grande, non importa: l’obolo della vedova, almeno per me, è un paradigma etico. Lontano dalla scena. Dove uno sguardo laterale può offrire scorci inusitati e/o smarriti anche di sé.

In sostanza: chi sono davvero io sul SN, come lo vivo, con quali intenzioni primarie e con quanta coerenza riguardo alle tesi, non tutte critiche, che vi espongo? Perché posso sostenere limpidamente di essere la persona nella quale mi rappresento? Che cosa lega l’uno all’altro, l’io che davvero sono e l’io nel quale presumo, più o meno in buona fede, di rappresentarmi? In quali contraddizioni patenti, quelle che io solo non vedo [già, la pagliuzza e la trave] cado quasi ad ogni passo? Quante volte punto il dito verso la colpa altrui, e dimentico le piccole, talvolta le meschine, strategie con le quali tento di lucrare un modesto consenso, qualche visibilità? Che creatura sono, non tanto e non solo davanti alla tastiera, ma soprattutto davanti a me stesso? La levità del gesto, la brevità del click, la facilità dell’azione e della reazione, quanto concedono a me stesso e quanto indulgono verso i miei fondamenti identitari e di senso?

Ognuno sta in Rete come meglio crede, come può e come sa [e chi è senza peccato, scagli la prima pietra]. Certo, ognuno è a casa, e spesso nel giusto secondo i componenti della propria tribù. Certo, la citazione, spesso artatamente iterativa, non è un reato e nemmeno, più modestamente, una colpa. Ma una comunità, matura ed evoluta, fonda le relazioni su principi condivisi e su valori testimoniati, non sul regime consolatorio dell’appartenenza o sull’autogratificazione di chi rischia il delirio di onnipotenza perché [in apparenza] vincente. Le rivoluzioni possono sfruttare i mezzi [non abusarne: altrimenti si chiamano più precisamente in un altro modo, conservazioni]: ma nascono molto prima dei mezzi stessi e in un altrove che attinge sorgenti di senso visionarie, non prevalentemente o meramente funzionali. Il primo sintomo di ogni vera rivoluzione, che inizia sempre in interiore homini, è il cambiamento di se stessi ispirato ad un’elevazione di sé coerentemente data in un profilo di valore, prima creduto e praticato in sé, poi condiviso. La rivoluzione, o anche semplicemente un profondo mutamento di stato, non vive di un arroccamento identitario in difesa di un interesse.

“On polit son moi social”, scrive ad un certo punto IPB, accendendo la spia che segnala l’incalzare di numerosi sottesi interrogativi. Alcuni li ho posti io stesso, qui sopra, altri ve ne sono certamente in attesa di essere formulati.

Quanto alle risposte, a questi come alle domande precedenti, attingono universi di riferimento che vanno oltre i mezzi, oltre la scena sulla quale essi vengono impegnati, e sono prima degli stessi messaggi.

«Mezzi e messaggi». La natura dei mezzi non è taumaturga dell’anima dei messaggeri. [Prose basiche]. Un modo per significare una volta di più ed ancora che cambiare mezzo non cambia nulla se non è la coscienza dell’uomo, l’uomo stesso in sé, a cambiare dentro. Ci sono vecchi media abitati con una certa dignità interiore da uomini mutati dentro. E ci sono nuovi media afflitti da comportamenti veterotestamentari, anche sui nuovissimi SN. L’anima e la coscienza sono il messaggio. Oserei dire, ripetendo quanto teorizzai vent’anni orsono nel mio piccolo [“Alfabeto degli infiniti”, 1996], che la relazione è il messaggio.

Dunque, in un mondo che si è acceso con virulenza e violenza di luci sinistre che di nuovo sembrano non avere nulla, anche se sanno usare cinicamente e con espertissima spregiudicatezza gli stessi nuovissimi media [e non mi riferisco agli aspetti strumentali e funzionali], non citerò una volta di più [come feci la prima volta qui] ed ancora la parabola che vede indissolubilmente legati, nella storia, per una questione di mezzi e messaggi, Johann Gutenberg e Martin Lutero.

Mi limito ad aggiungere che il tema considerato da Isabelle Pariente-Butterlin [grazie infinite per la sua generosa partecipazione al mio minuscolo blog], in un ambito piuttosto ampio, per la verità, meriterebbe una profonda analisi dell’esistente.

Dopo anni di quasi totale esilio mediatico,vissuto in gran parte solo qui e da mendicante di ascolto, nel 2010 ho riaperto una piccola finestra sul mondo, un profilo Twitter. Nella speranza, spes contra spem, di tentare un dialogo. E non di esercitare una solipsistica e stucchevole performance. O, peggio ancora, in preda a fumi di un narcisismo latente e senile, tentare una comunicazione alla quale mai mi ero in precedenza affidato, impositiva, a colpi di RT, di Fws, di Fv, e di tutti gli altri accidenti, quando sono volti unicamente a proliferare in favore di statistica e a sigillare e garantire la visibilità. Il pensiero dominante [e certamente non in origine e non solo sui SN].

Probabilmente i miei limiti umani e la mia scarsa condiscendenza non mi rendono idoneo a troppe ed entusiaste partecipate avventure comunicative. Che sono, a mio modesto avviso, prima di tutto umane. Mea culpa. Però, sulla TL del mio profilo, che considero un sismografo dell’anima [almeno per me che ho tentato di vivere da persuaso e non da retore ogni mio atto esistenziale e non solo comunicativo]fin da quasi subito sono comparsi miei segnali eloquenti. O che almeno conosco bene quali indicatori di personale disagio interiore da una vita intera. Da molto prima dell’avvento del digitale e certamente dei SN. Se il cammino sia stato afflitto da un problema solo mio o sia stato un minuscolo segno di contraddizione, piccolissimo, certamente, un andare controvento sulla scena feriale dei giorni che ho vissuto, lo dirà un tempo senza tempo, che ancora non è. La coscienza di un’altra Storia. La sola indispensabile per cambiare i messaggi, prima che siano i mezzi a dominarne, come accade, la quasi totalità del Senso.

Solo un minimo indizio, due tweet: il resto [ed i restanti in linea con la citazione] è tutto là, nei quattro anni di TL. Due tweet scritti nell’ottobre del 2010, ancor subito, già agli esordi. Eccoli:

Un piccolo accenno ed un minuscolo accento della mia poetica. Ne tengono dentro vivi alcuni fondamenti, causa, la coscienza, ed effetto, il vissuto. Inseparabili sempre. Nel mio piccolissimo,in quattro anni di SN, ho cercato di rispettarli entrambi, fino in fondo. Chiedendo a me stesso e a nessun altro tale rispetto. E questo sì, davanti al mio sguardo interiore, è importante. E questo sì, potendo, amerei condividere.

 @ «Time Line. Panta rei_?_»

 

 

Dia-logos. [Un'armonia di note interiori].

Dia-logos.[Un'armonia di note interiori].

Il dialogo in Agapé era iniziato, almeno con lei, così e in tale spirito. Ma il dialogo, analogamente a quanto accade nell’esecuzione musicale [il dialogo può essere anche un'esecuzione del pensiero], prosegue tra parola [nota] e silenzio. E, talvolta, nel silenzio stesso si conclude, forse per sempre. Talaltra, però, le lunghe pause ispirano domande e chiedono la modulazione o la rimodulazione della nota interiore dell’uno o dell’altro, di entrambi, o di tutti coloro che vi sono coinvolti. Oppure suggeriscono di trovare, o di cercare, o di ritrovare una nuova armonia. Di ricomporre quella perduta.

Non ricordo chi per primo tra noi abbia posto all’altro una precisa domanda in tal senso, dopo una pausa di quasi otto mesi. Non so, e credo non sia importante saperlo qui, se sia stata Isabelle Pariente-Butterlin, e con quali parole lo abbia fatto, a chiedere luce sullo spartito, chiarezza sul merito e sul metodo, o se sia stato io a farlo. Certamente ho rinnovato ad Agosto il mio primo invito e in quello stesso frangente il dialogo si è aperto ed è ripreso tra noi, con un incalzare di reciproche domande e risposte.

«Sarebbe molto bello se riuscissi a tenere il suo passo e [...] potessi dialogare con lei. Si tratta almeno per me di trovare la giusta forma, il corretto modo, ed il ritmo interiore sostenibile ed adeguato»,le ho scritto.

«[...]je pense que nous pourrions essayer. Et pourquoi pas d’ailleurs sous la forme d’un dialogue, en effet ? C’est une forme très belle, et que j’aimerais investir, [...]

Dites-moi, [...], ce que vous en pensez et comment vous voyez les choses. [...]», è stata la risposta di IPB.

E’ iniziata qui una sequenza delle mie fluviali epistole digitali, alle quali Isabelle Pariente-Butterlin ha la pazienza di prestare attenzione ed ascolto e la generosità di rispondere.

«Il metodo.

[…]Il dialogo potrebbe essere nella sua forma per me tuttora ontologicamente eccellente, dia-logos [nella luce persistente di mythos, certamente]. Una persona scrive, un’altra legge e a sua volta scrive in eco alla prima, sino alla nascita, quando nasce, della terzietà di una relazione sublime nel testo. Quando l’eco interiore dell’una risuona al diapason di sé nel testo dell’altro.

[…] Il rispetto dell’identità autoriale, e non solo nominale, è per me un fondamento della poetica. [...] Perciò, anche e soprattutto nel dialogo, nemmeno le affinità più alte e più profonde che il testo rivela nell’eco della reciprocità motivano e giustificano l’assenza del distinguo. Se dal dialogo nascesse un’opera, insomma, non vi sarebbero due nomi ed un testo, ma due testi distinti in uno ed a ciascuno il proprio nome.

[...] L’amicizia, la nota interiore che caratterizza pause e silenzi nella relazione digitale e ci rende l’una all’altro riconoscibili: sono temi fondativi di cui lei ha scritto con generosa esposizione [in senso celaniano]. Se vuole e se può, continui, la prego Isabelle, ad inviarmi suoi lavori per “Agapé”.», sono alcuni dei passi più significativi, credo, almeno in relazione a questo contesto, che ho tratto da una delle mie epistole digitali.

Nelle more di uno scambio intenso, Isabelle Pariente-Buttlerin mi ha scritto infine, in modo per me esaustivo e decisivo, così:
«Je ne sais pas dans quelle mesure il est possible d’écrire à deux mains, mais l’écriture est si proche de la musique. Je crois qu’il est possible d’apporter chacun son point de vue sur le monde. Je crois qu’il est possible de jouer chacun notre partition et de trouver des modulations de ces lignes mélodiques.

Je réagis à un mot de votre courrier, essentiel,[...]».

Accepter”, il bellissimo testo che Isabelle ha unito alla sua risposta, è nato così, in tale spirito. Nell’eco di una parola che si è espansa e diffusa nell’ampiezza risonante delle sue parole.

 

Incontrasi nell’anima [o nel profondo di sé].

Incontrasi nell’anima [o nel profondo di sé].

Il nuovo testo con il quale Isabelle Pariente-Butterlin torna qui, dopo avermi fatto il bellissimo dono di accettare l’invito ad iniziare Agapé con un suo scritto, apre orizzonti sterminati. E’ certamente vivo dello spirito del Convivio. E sarebbe bellissimo tentare, almeno tentare!, di rispondere, nell’eco del vento interiore che le sue domande e sue riflessioni aperte levano.

- “Mais qu’est-ce que la vérité d’un être ?”, scrive tra l’altro IPB.

Una domanda bellissima e terribile. Che ci conduce lontano, nel profondo di noi stessi, e forse nei pressi del Mistero. Che ci sconvolge con il suo denso farsi storia, anche personale, testimonianza, nell’eco di noi stessi, dell’io che siamo, che siamo stati, che saremo.

- “Seules les rencontres donnent du sens à cela simplement :…”.

Quale io senza un tu [Celan?]? Un io, e non un ego, certamente. Una denotazione identitaria interiore, e non unicamente e soprattutto una flessione declinata da fondamenti etici. Però, dove si pone la soglia del distinguo, se una ve n’è? La qualità morale dell’essere, e dell’essere se stessi, è solo un minuscolo accento sulla verità del sé? Una persona nel senso di unità singolare, certo, creaturale, eppure tale in quanto relazione… Il cristico dono della vita ricevuta che, nell’incantesimo della comunione, il dire se stessi nell’innocenza, conduce fino al sublime “io sono colui che sono” [“être ce que nous sommes.”]? E, del resto, quale comunione senza l’incantamento di una vita aperta al dono di sé [di un sé: di nuovo, la persona, unità creaturale senza alcuna apposizione distintiva...].

-”Avons-nous, sur Internet, une certaine façon de scinder le silence pour commencer à parler que les autres entendent dans notre façon de commencer à écrire ?”.

Una domanda che credo sia fondativa di gran parte della comunicazione e dunque delle relazioni, pubbliche, ma forse non solo tali, del nostro tempo. Naturalmente, la Rete non è un mondo a parte, al contrario. E dunque i fondamenti relazionali sono debitori di visioni che poco o nulla hanno a che vedere con i paradigmi funzionali e i distinguo relativi a sintassi e correlazione tra fini e mezzi. Persino la verità dei messaggi si scompone davanti ad una riflessione che non consideri i fondamenti identitari, l’essere di chi comunica, e ponga il primato nella natura dei mezzi. La domanda che Isabelle Pariente-Butterlin pone, apre uno scenario immenso. L’intuizione: già, quali sentieri percorre l’intuizione quando dalla relazione di prossimità e di conoscenza dirette ci si sposta nell’orizzonte della frequentazione in rete? Che è viva e vera, anche nel suo nascondimento [la menzogna, per esempio, vive la verità del suo essere tale, una menzogna, appunto]. A tale domanda, che dal tempo del mio esordio in Rete mi assale, quasi ogni volta ancor oggi, ho potuto offrire solo il mio sgangherato profilo di poeta, la mia modesta esperienza di giornalista, per quanto lunga nel tempo, e l’orecchio interiore di un uomo esercitato dalla vita al dolore… Mi piacerebbe però che altri esplorassero la particolare natura del silenzio di cui Isabelle Pariente-Buttlerin scrive. La sua qualità ontologica a partire dalla persona e non dal mezzo e/o dalla funzione. Mi sembra l’inizio di un affascinante viaggio dentro universi forse ancora in gran parte sconosciuti. Se non con la luce, modesta ed insufficiente, di opzioni strumentali e funzionali. In una infinita collazione o giustapposizione di diverse unità che definiscono uno sterminato catalogo combinatorio, ma poco dicono della profonda natura del senso e della relazione, di come essa si possa accampare [anche] in Rete. Della natura e della qualità dell’ascolto necessari e, sì, d’“une certaine façon de scinder le silence pour commencer à parler”. Analisi prive spesso di quell’orecchio interiore che unico sa ascoltare ed intendere la voce dell’anima. La sola che sappia dire qualcosa [Qualcosa?] del Silenzio … e della parola che lo interrompe [o che lo espande, lo interpreta, lo vive].

E, forse, in tal senso il breve testo di Isabelle Pariente-Butterlin è solo un inizio. Un inizio quasi perfetto…

“On se rencontre une seule fois.”
E’ proprio così. Forse non so nulla davvero del me stesso che sono e forse dunque nulla posso sapere di Isabelle Pariente-Butterlin, di lei come di altri interlocutori [sulla Rete e nella vita, naturalmente: il tema identitario nella sua essenza non è peculiare del mezzo]. Però, di lei, ricordo con intatta precisione l’istante in cui l’ho incontrata in Rete. Ricordo “une [la] certaine façon de déplacer l’air autour d’eux”, la sua. Ed è a quel lieve soffio di luce interiore, a quella scaturigine d’incontro, che ancora si appella la mia persona quando dialogo con lei. Certamente non posso sapere come e se lei sia cambiata e forse non lo so di me stesso nemmeno. So però perché lo sento che ad ispirarmi è tuttora ed ancora la lieve brezza che avvertii allora, quel lievito di vento prezioso che animò sin da subito la nostra reciproca riflessione. L’intatto senso dell’intuizione prima, mi guida la mano mentre le rispondo, ora come allora. Vi sono invarianti ontologiche dell’essere che fanno di ciascuno un’unità singolare. Se tentiamo di tenerci a quelle, confidando più nell’intuizione che non nella statistica, ed affidandoci più all’ascolto profondo che non al surfing relazionale, forse qualcosa di noi e del Mistero che ci abita possiamo scoprire. Nella Vita, dentro e fuori la Rete.

Amare, una missione possibile.

Amare. Una missione possibile.

Ho conosciuto Suor Antonietta Papa nell’autunno del 1994. Le nostre strade si sono incontrate una prima volta a Roma. Antonietta era appena rientrata alla Casa madre delle Figlie di Maria Missionarie dal Brasile, dove aveva trascorso un lungo periodo in missione, gran parte tra gli Xerente. Io stavo vivendo i primi mesi di una interminabile disoccupazione, dopo aver dato le dimissioni dal giornale nel quale avevo lavorato per oltre 16 anni. Il primo approdo era stato per me un corso di aggiornamento professionale, uno dei tanti che avrei poi frequentato. Si teneva a Roma. Avevo cercato una sistemazione economicamente sostenibile per poterlo frequentare durante cinque mesi e l’avevo trovata presso il pensionato delle suore FdMM.

Entrambi, Antonietta ed io, ci trovavamo nei pressi di un passaggio significativo ed impegnativo delle nostre rispettive esistenze. Il dialogo tra noi è nato fin da subito intenso, sincero e duraturo. Non si è mai interrotto durante questi vent’anni. Prima dal vivo, a Roma, poi epistolare. Poi, ancora di persona, di nuovo a Roma, a Milano, a Casalmaggiore, dove talvolta ci siamo incontrati…

L’11 Marzo suor Antonietta è partita per Bangui, nella Repubblica Centrafricana, dove le Suore FdMM sono presenti dal 1980. Una realtà che Antonietta conosce bene. Sul suo blog si possono leggere diversi post dedicati alla missione, a visite, a viaggi, a lettere di testimonianza e di appello ricevute dalla RCA ed a servizi sulla RCA stessa.

Non è partita all’improvviso. Il viaggio era all’orizzonte da tempo. Eppure, la notizia ricevuta nell’ imminenza, lascia sempre un retrogusto di sorpresa. Non appena ho saputo con certezza che sarebbe andata, ho pensato che, nello spirito del Convivio, avrei invitato suor Antonietta all’Agapé. E così ho fatto.

Ho intervistato Antonietta nel 2010. L’intervista è uscita sul settimanale diocesano della mia città. E’ un testo che ripropongo qui nella sua versione estesa: “Amare. Una missione possibile”.

Poco prima della sua partenza, ho chiesto cosa ne pensasse. Scrivere di ciò che accade nella quotidianità della RCA, mi ha detto Antonietta, è un modo per conoscere un dramma di cui poco si sa ed ancor meno si racconta. Abbiamo deciso il cosa ed il come pubblicare. E’ stato un accordo piuttosto rapido e frugale. Nel contesto in cui si trova e con il carico di incombenze che credo abbia, immaginare una corrispondenza puntuale e ben strutturata è un’insensatezza umana. Gli accenti drammatici che traspaiono sin dai suoi primi SMS, non offrono uno scenario geopolitico. La sua narrazione, Bangui, estemporanea rispetta l’angustia della condizione in cui si trova ed i tempi del possibile. Sono frammenti e non pretendono di significare nella parte il tutto. Non sono lanci d’agenzia e nemmeno schegge d’autobiografia. Dicono però di un dramma in cui la vita stessa è la prima condizione di feriale precarietà.

Ho invitato Antonietta nello spirito del Convivio e secondo il canone interiore dell’Agapé e con tale passo interiore l’accolgo.

 

Intervista a Suor Antonietta Papa.[i]

Amare, una missione possibile.

E’ nata in Calabria a metà degli anni Cinquanta. Ha studiato ed è cresciuta tra la Sicilia del Belice e la Parigi del Sessantotto. Ha compiuto l’aspirandato ed ha emesso la prima professione di fede a Roma nel pieno della stagione post-conciliare. E’ stata missionaria in Brasile per dieci anni, dal 1982 al 1992, due dei quali trascorsi con gli indios Xerente, nella Foresta Amazzonica. Segretaria del SUAM (Segretariato Unitario di Animazione Missionaria) dal 1995, è oggi membro della presidenza di Missio, l’organismo pastorale della Chiesa in Italia costituito dalla CEI nel 2005 a sostegno della missionarietà ecclesiale. Segretaria generale, archivista e postulatrice per la sua Congregazione, Figlie di Maria Missionarie, si occupa tra l’altro degli scritti del suo fondatore, don Giacinto Bianchi, dichiarato venerabile nel 2008.

Ha vissuto dunque in prima persona la stagione post-conciliare. Ha preso i voti proprio quando la Chiesa e l’intera società, non solo quella cristiana, vivevano un particolare momento, ricco di fermenti, di speranze anche storicamente attestate, di aspettative di grande cambiamento. Ha portato la parola di Dio in tre continenti e ai confini tra due epoche, in una fase di grande trasformazione.

 

Suor Antonietta Papa, hai di nuovo l’età della tua vocazione. Stai decidendo la tua vita. Scegli di consacrarla. In particolare, alla evangelizzazione missionaria. Quando? Come? Perché?

R. Credo che la vocazione alla vita consacrata sia nata per me in seguito a due precisi avvenimenti, il terremoto del 1968 e la morte di mia madre qualche anno prima. Ero in Sicilia quando ci fu il terremoto  del Belice. Mi trovavo là perché mio padre voleva che io ricevessi un’educazione un po’ diversa da quella parigina. In quei giorni ero ammalata. Quando mi svegliai,  dopo la scossa più forte, vidi che già non c’era più nessuno accanto a me. Era tutto crollato. Qualche anno prima, avevo perso mia madre. Credo che quelle esperienze, così forti e ravvicinate, avessero fatto nascere in me una consapevolezza e aiutato a maturare una scelta: “La realtà umana, le cose, persino i legami più cari, è precaria, ora c’è, ora non c’è … L’unica certezza è veramente Dio”. Con quel pensiero tornai a Parigi, dai miei che vivevano là, e qui terminai le scuole medie, dopo averne frequentato una parte in Italia. Era il ’68, il Sessantotto di Parigi. Andavo a scuola nel centro della città, dove si svolgevano sempre le manifestazioni degli studenti. Lì incontrai una persona molto impegnata, un ragazzo, che mi disse tra l’altro: “Se vuoi fare davvero la rivoluzione, sappi che non è questa. La rivoluzione vera è quella che tu riesci a fare con te stessa, dentro di te stessa”. Quella frase mi accompagnò e mi guidò. Nel ‘69, conclusa la terza media, decisi. Andai dalle uniche suore che conoscevo, quelle della Sicilia, le Figlie di Maria Missionarie. Quindi arrivai a Roma, nel ’69. Compii i 15 anni in convento, e da là iniziò questa avventura. Perché la missione? Un’altra frase che ha sempre accompagnato la mia vita, è quella che trovi nel Vangelo e che dice: “…ogni volta che avrete fatto questo al più piccolo dei miei fratelli, lo avrete fatto a me”. La relazione con Dio è complessa e così la risposta che dai alla chiamata. I fratelli sono importanti. Sono l’ “altro”, con il quale tu ti misuri e nel quale c’è Dio. Un esempio banalissimo. A volte, soprattutto in Brasile, ma succede anche in Italia, verso le 3, le 4 del mattino, qualcuno bussa alla porta. In genere si è inclini a dire: “ Cosa vogliono a quest’ora?”. Invece, il primo pensiero è: “Ma se fosse Gesù Cristo…?”. Che significa:  “E’ un tuo fratello, alzati!” E tu dunque vai, senza esitazioni.

 

La Foresta Amazzonica prima. In anni più recenti, Costa d’Avorio, poi la Repubblica Centrale Africana. Puoi raccontare la  tua esperienza missionaria?

R. Ho vissuto in Brasile, 10 anni. Quella è stata la mia esperienza missionaria vera e propria. Arrivai là nell’82. Avevo già frequentato la scuola teologica e seguito la formazione necessaria. Nella mia parrocchia, la Trasfigurazione di Roma, mi chiedevano: “Perché parti?”. Era l’epoca, a cavallo tra gli anni Settanta ed Ottanta, in cui ci si interrogava sul senso della missione. Erano anni in cui si parlava prima di tutto di rispetto dell’altro. Vado non per annunciare, si diceva in sostanza, ma per condividere. Insieme, indigeni e missionari, ciascuno con la propria esperienza, camminiamo sulla stessa strada. Arrivai a San Paolo ed ebbi dapprima la responsabilità della piccola catechesi. Un giorno mi chiamò la Superiora e mi disse: “Guarda, in Rondonia, la regione pre – amazzonica, c’è bisogno di un parroco… Se te la senti…”. Andai. Pimenta Bueno è stata la mia prima parrocchia. Aveva un’estensione di 12.477  chilometri quadrati (pari a metà Lombardia, nda.). Oggi è divisa in 4 parrocchie, ma a quell’epoca era unica. Eravamo in tre suore, due più giovani ed una più anziana, e avevamo due parrocchie da seguire. Amministravamo i battesimi, il culto, la liturgia della parola, preparavamo le omelie.

Là mi resi conto che tu puoi manipolare l’altro, perché sei “quella che sa”. La gente dipende da te. L’istruzione religiosa dipende interamente da te. Mi riferisco al Brasile degli anni Ottanta. Oggi certamente la situazione è totalmente cambiata. Ma in quegli anni  il parroco, il medico erano le persone istruite, le figure di riferimento: “Questo l’ha detto la suora”. Ben presto, però, compresi, soprattutto commentando la Bibbia,  che non potevo non dire la verità, ma nello stesso tempo non potevo scandalizzare. Ci voleva una diversa preparazione, e lì incontrai, per mia fortuna, Carlos Mesters, col CEBI (Centro Ecumenico di Studi Biblici di Belo Horizonte, di cui il carmelitano olandese Mesters è stato fondatore, nda), con la sua proposta di lettura della Bibbia, che è estremamente sincera, e nello stesso tempo molto adatta a loro. Perché la gente, là, non è come noi, non ha varie strutture mentali che filtrano i messaggi. Per loro “Dio ha detto” equivale a “Dio ha fatto”. Questo, all’inizio, mi aveva spaventata. Era fede pura.

 

Da un certo punto di vista, un arricchimento enorme…

 

R. Enorme. Rimasi un anno e mezzo in comunità, in parrocchia. Nel frattempo, il Vescovo mi chiamò a coordinare di tutte le pastorali della diocesi. Quindi, andai in diocesi. In quel periodo, uccisero Ezechiele Ramin, un sacerdote comboniano di Padova. Aveva 33 anni. Era il 1985. Condividevamo le riflessioni sulla preghiera. Lui era coordinatore vocazionale. Avevamo parecchie attività insieme. Quando arrivò la polizia, ci portarono per il riconoscimento. Lo riconobbero il vescovo ed i comboniani. Era crivellato di pallottole. Fu per me una esperienza difficile. Anche dal punto di vista della fede. Quando tornai nella mia parrocchia, anch’io, come lui aveva fatto, assunsi poi la CPT, che è la commissione pastorale della terra, ed il SIMI, che è la commissione indigenista missionaria, della quale fui coordinatrice per un anno a Porto Velho, capitale della Rondonia. In Rondonia ci sono tuttora 23 popoli indigeni. Padre Ezechiele aveva capito la strategia messa in atto dai latifondisti. I fazendeiros chiamavano i posseiros, cioè i più piccoli, per potere disboscare, e poi mettevano gli indios contro i posseiros, gli uni contro gli altri, i poveri contro i poveri.  Così i fazendeiros avevano il campo  libero. Iniziammo dunque a fare incontri fra CPT e Commissione indigenista, per lo meno una volta all’anno. In modo da ritrovarsi insieme. Perché i problemi erano simili e tutti riguardavano la terra. Mi appassionai alle vicende degli indios e rimasi con loro, gli Xerente, altri due anni. Eravamo andate fra loro perché i vescovi avevano chiesto di rispondere all’appello che riguardava educazione e salute. E dunque partimmo, io che facevo scuola, e l’altra suora, che era infermiera. Andammo proprio nell’aldeia (il villaggio) per stare con loro. Ci diedero un loro nome indigeno…

 

Non hai mai avuto alcun problema con le tue convinzioni, nell’ accettare così totalmente, così radicalmente l’altro?

 

R. No. Mi riferisco sempre agli anni Ottanta, quando la Commissione missionaria indigenista aveva quale idea principale quella di entrare nelle aldeie non solo per convertire, ma soprattutto per condividere. L’aldeia in cui stavo era costituita da 142 persone, Xerente. Uno dei capi mi chiese: “Ma tu, perché sei qui?”. Intanto, non avevamo un uomo. Il che voleva dire moltissimo, in una società in cui la donna da sola non esiste. Tentammo di rispondere: “Noi siamo donne di Dio”.  L’unica risposta è:  “Perché vi vogliamo bene, perché…Dio vuole bene a noi e noi umanamente vogliamo condividere questo bene con voi”. Anche se difficile da spiegare, il fatto di essere là, con loro, voleva dire quello. Noi non possedevamo nulla. Loro avevano costruito la nostra casa. Quindi vivevamo tra loro proprio “come loro”. C’era un libro, in quegli anni, di Voillaume dal titolo: “Come loro” (Padre René Voillaume, “Come loro”. Il libro uscì in Francia nel 1950 e venne tradotto in Italia nel 1963, nda). Era quella l’idea: condividere, fino in fondo. Eri proprio, in quel momento, come loro. Il che non vuol dire non annunciare. Vuol dire annunciare con la tua presenza, che è una testimonianza. Essere annuncio di quello in cui tu credi. E quindi il rispetto è in questo. Lasciare che l’altro possa avvicinarti e dire: “Ecco, io faccio così… perché credo in questo”. Senza nulla imporre. Questo è stata la missionarietà in Brasile. Questo era, credo, anche nell’aria che si respirava in quegli anni.

 

Nella tua lunga esperienza missionaria sei andata anche in Costa d’Avorio e nella Repubblica Centrale Africana.

 

R. Sono andata in Costa D’Avorio, in Repubblica Centro Africana rimanendo ogni volta per periodi diversi: due mesi, sei mesi. Si è trattato di visite. La congregazione mi manda a condividere con le sorelle di un’altra nazione ora gli scritti del fondatore, ora le costituzioni, a riflettere con loro sul cammino compiuto, a costruire itinerari di ricerca condivisa. 

La tua vocazione missionaria ti vede ora impegnata in un’identica chiamata, con un diverso ruolo. Puoi dire cos’è Missio e che cosa ci fai tu là, precisamente?

R. Missio è nata nel 2005. E’ una realtà ecclesiale ed è un organo della CEI, la Conferenza Episcopale Italiana. E’ l’ombrello sotto il quale vanno tutte le realtà missionarie esistenti in Italia. Sono entrata in Missio perché ero segretaria del SUAM, il Segretariato Unitario di Animazione Missionaria, dove convergono gli istituti missionari. Sono stata nominata dalla CEI membro della presidenza. Missio è una cosa che…mi sorpassa. Tutte le volte che vado a Missio sono meravigliata. La realtà italiana, dalla Valle D’Aosta alla Sicilia, passando per la Sardegna, è un puzzle. In una regione si fa il 90%, nell’altra regione l’1%. Allora ci si chiede come riuscire a promuovere realtà tanto diverse tra loro. Un impegno che sento in modo particolare, che mi piace, è l’appuntamento con il CUM (Centro Unitario Missionario: l’organismo della CEI che si cura della formazione dei missionari italiani. Ha sede a Verona, nda), che fa parte di Missio. Quando vado al CUM, incontro i missionari che ritornano ed è stupendo. Li vedo tornare dalla missione nel momento in cui si reinseriscono nella realtà italiana. Ad aggiornare i missionari è don Maurilio Guasco (sacerdote, docente di Storia contemporanea in diverse Università italiane, nda) che presenta la realtà italiana attuale a missionari che chiedono, talvolta: “Questa è l’Italia?”. Sono coloro che si ritrovano una situazione del tutto diversa da quella che avevano lasciato.

 

All’inizio di quest’anno, hai trascorso più di un mese in Brasile: cosa è cambiato? Con quale mandato missionario lo hai visto?

R. Sono stata in gennaio. Sono andata per questioni interne alla mia Congregazione: si è tenuta infatti l’annuale assemblea che vede riunite tutte le suore. In Brasile è  cambiata la liturgia, tantissimo. Mentre prima, negli anni Ottanta intendo, i canti, per esempio, rispecchiavano tutti la realtà che la gente stava vivendo, ora sono diventati estremamente spirituali. Quello che voglio dire è questo. Mentre in un primo tempo il cammino del Brasile si svolgeva ad un livello davvero molto sociale, oggi si sta riscoprendo l’aspetto carismatico.

 

Una componente spirituale…

 

R. L’uomo ha bisogno certamente di una dimensione spirituale. E questo arriverà giustamente quando la pancia sarà piena. Negli anni Ottanta si affacciava in Brasile il PT, il partito dei lavoratori (Partido dos Trabalhadores, nda), che nasceva dalle comunità di base. Il PT è  nato, è vissuto, è cresciuto, si è consolidato è stato organizzato dalle comunità di base. Di questo ho conoscenza sicura, per lo meno in Rondonia. Il PT era il cambiamento, significava la rottura. Adesso, probabilmente, c’è questo secondo passo da compiere.

 

Durante quel mese ti sei occupata prevalentemente della vostra realtà missionaria …

 

R. Noi abbiamo in Brasile sette comunità. Tre al Nord, dove le suore si occupano soprattutto della pastorale, e abbiamo solo un’opera strutturata che è l’educandario San Josè, in San Anastacio, a 600 chilometri da San Paolo. Lì vengono accolti adolescenti, con alcuni progetti che la prefettura mantiene e che la beneficenza dell’Italia sostiene. Le suore seguono quei ragazzi, che altrimenti avrebbero la strada quale destino. Sono ospiti fissi della comunità, crescono con noi. Le suore li educano, li crescono. Nella CEBASP, a San Paolo, 380 bambini, vi sono cinque unità. Poi c’è “Gesù adolescente”, con una falegnameria, per insegnare agli adolescenti ad essere bravi falegnami. I ragazzi ospiti qui provengono tutti delle periferie della grande San Paolo. E quindi sono i figli di gente che ha molte difficoltà. C’è la CRESC, che ospita bambini che vengono da situazioni difficili. La Polizia li porta la sera, la notte, vengono con ogni situazione alle spalle. Infine c’è l’altra unità, dove sono ospitati i bambini orfani, o con mamme in difficoltà.  Là ci sono le mamme di adozione, una di giorno, una di notte ogni cinque, sei bambini.  Sono case famiglia. Le mamme fanno volontariato e vengono qui con i propri figli. Sono più di 200 volontarie….

 

Giacinto Bianchi è stato un cristiano inquieto …”. Inizia così la prima riga della prima pagina di presentazione della biografia del tuo fondatore.

R. Un uomo davvero inquieto, che non ha mai voluto essere parroco. Non gli interessavano le parrocchie, nel senso di doversi sedere in un ufficio, ma è andato sempre predicando. Soprattutto, ha avuto una visione avanzata del ruolo della donna. Certamente: nell’Ottocento, quasi tutti ne furono consapevoli, perché si diffondeva l’industrializzazione. Iniziavano dunque a manifestarsi tutti i problemi legati al lavoro della donna. Ed egli diceva una cosa molto interessante: “Dall’intelligenza della donna dipende la felicità dei popoli”. Una rivoluzione.

 

Don Primo Mazzolari, commentando il cammino del vostro fondatore, scrive: “Non carte di fondazioni; non regole ma un impeto di grazia e di spontaneità che resiste al tempo e agli uomini, alle opposizioni ed agli insuccessi di ogni genere…”. Cosa resiste di tale grazia nei tempi che viviamo, improntati ad una certa secolarizzazione, alla quale non è estranea la volontà  di organizzazione assoluta di tutte le cose.

 

R. Proprio ieri ci siamo incontrate con le suore di questa regione (Lombardia, nda) e abbiamo cercato di capire come aggiornare le nostre proposizioni. Proprio perché c’è, si rivela quella tensione fra le strutture ed il carisma. Come muoverci in questa ricerca di equilibrio tra strutture e carisma, sapendo che per mantenere un carisma ci vuole una struttura?  Che possa però anche essere flessibile. Nello stesso tempo,  si deve andare controcorrente.  Si devono considerare gli stili di vita oggi diffusi. Stiamo attente  a non accumulare, per esempio. Certo,  così si diventa più fragili: però si diventa più vere.

 

Incontri uno spirito originale. Ha vent’anni. Gli parli. Con quale sogno lo inviti?

R. E’ successo proprio quest’estate. Più che persuadere, è un dire: “Vieni e vedi come viviamo, cosa possiamo offrirti”. Quest’estate c’è stata una bellissima esperienza, con una ragazza di 26 anni. Siamo andati in Sicilia e abbiamo vissuto un periodo con le sorelle, per  vedere un po’, per scambiarci idea. Ha tentato di capire cosa muove il cuore delle persone. Tuttora continuiamo il dialogo. Quello che credo sia difficile, ma questo lo diventa perché lo è nella società, è il “per sempre”. E’ il fare il passo dove tu dici: “Guarda, se ti impegni…”. Molti, per esempio, si impegnano per un mese, per sei mesi, per un anno. Sì, un’esperienza missionaria, è avvincente, vale la pena. Vedi gli occhi che brillano quando racconti. Ultimamente sono stata con 10, 12 ragazze. Loro immediatamente  sentono a pelle che la cosa le attrae. Però il passo che non viene è quello che significa “il per sempre”.

 

15 anni fa, tu eri da poco rientrata dal Brasile. Ricordo che dicesti: “Credo sia più difficile evangelizzare Roma che non le popolazioni dell’Amazzonia”. Che cosa intendevi dire, precisamente?

 

R. Intendevo forse dire che la gente, in Brasile e in Africa, è semplice. Quindi tu ti trovi a tuo agio. Lì, hai l’immediatezza della cosa. Evangelizzare vuol dire annunciare che “tu sei importante per me, che ti voglio bene”, senza problemi. Qui, ed è indicativo, per esempio, a Roma, se esci per strada e dici anche soltanto buongiorno ad una qualsiasi persona, ti  risponde: “Scusi, ma ci conosciamo?”. Mentre in Brasile questo “buongiorno, come sta?” è premessa per continuare il dialogo.

 

Siamo gravemente malati…

 

R. Siamo gravemente malati. “Scusi, ci conosciamo?”. Ho subito replicato: “Bisogna conoscersi per salutarsi?”. Per fortuna che il signore cui mi riferisco si è subito ripreso e mi ha detto: “Ma lei…”. Ho risposto: “Io sono missionaria”, prima che lui rivelasse: “L’avevo capito”. Bisogna avere un abito per poter dire. La gente ha bisogno delle maschere per poter parlare. Mentre là, in Brasile, la cosa è immediata. Questa è la difficoltà dell’evangelizzazione. Però vedo, che anche a Roma, se noi missionari evangelizziamo, e questo sarebbe interessante poterlo fare tutti, se cioè ci poniamo nello stesso modo in cui ci si pone quando siamo in missione…allora si cambia. E la gente cambia. Ne ho esperienza. Sono piccole cose, piccolissime, ma credo significative di ciò che intendo sostenere. Ho fatto, per esempio, un incontro stupendo in metropolitana,  con una ragazza che sembrava una punk. Ero vestita proprio da suora. Mi sono messa vicina, di proposito. E le ho chiesto: “Scusi, sa a che ora passa il treno?”. Prendo tutti i giorni quel treno…. Mi guarda un po’ così, poi dice: “Beh, suora, passa alla tal ora”. “Ma lei è una suora…?”. “Sì, sono una suora. Una missionaria…Sono stata in Brasile. Sono stata tra gli indios.”. E abbiamo parlato di questo. Si è congedata dicendo: “Starei con lei a parlare tutto il tempo…”. Bisogna andare al di là degli abiti, dell’apparenza. Ed è un’altra storia, veramente un’altra storia. Ecco, l’altra cosa che padre Giacinto diceva, è che per essere missionari bisogna uscire da se stessi. Conoscere se stessi e uscire prima di tutto da se stessi. Conoscere se stessi già è interessante. E poi, una volta conosciuti, uscire da se stessi…e non c’è bisogno di andare, partire…Si può fare qui.

 

In anni recenti hai frequentato un corso di postulatrice presso la Congregazione dei santi, forse per seguire la causa di Padre Giacinto Bianchi, un sacerdote che fondò alla fine dell’Ottocento la Congregazione alla quale appartieni.

R. Il fondatore diceva: “La santità dipende dal modo in cui fai le cose, non dalle cose in sé”. Certo, i santi, oggi, bisognerebbe anche saperli conoscere, magari. Perché ci passi accanto e nemmeno ti accorgi che quella persona … Perché che cos’è la santità? E’ quando tu sei te stesso fino in fondo: però, lo ripeto, fino in fondo. Quando non hai una doppiezza. E’ l’essere riconciliati con se stessi, con gli altri, con Dio. E fare quello che devi fare adesso, e non domani.

 

Padre Marie Dominique Chenu, il teologo dei “segni dei tempi” che ricoprì il ruolo di perito durante il Concilio Vaticano II, auspicava il superamento della “cristianità costantiniana”. Credi che da qualche parte, qui o altrove, la Parola abbia ispirato un mondo nuovo, lo stia invitando a nascere…

R. A me sta molto a cuore questo andare oltre… e la mia speranza era il Brasile, a dire il vero. Voglio dirti questo: don Moacyr Grechi, che è il vescovo di Porto Velho, oggi, ha aperto l’incontro delle comunità di base dicendo loro: siete gente semplice, povera, che operando in contesti poco importanti, poveri, ottiene però grandi cambiamenti. Ed è fondamentalmente vero. E’ quello che io credo: la chiesa è come quelle piccole comunità che si radunano. E c’è in ogni continente. Come il fiume carsico, che mi fa pensare alle cose non viste, che però si muovono e che poi riaffiorano…, riemergono per farti capire che c’è, che lo puoi intravedere, che al di là dell’apparenza quel mondo esiste. Forse la fede non te lo fa toccare sempre con mano, subito. Non con la chiarezza immediata. Esistono però queste comunità che ripropongono perfettamente l’ideale cristiano. Senza sovrastrutture. C’è una chiesa dei poveri, una chiesa che cammina con la gente, che non ha voglia di mostrarsi. Sì, questo esiste.

 

Raimondo Panikkar, il sacerdote e monaco spagnolo, sostiene che il terzo millennio sarà dai mistici.

R. Sì. E’ in quella luce che io dicevo del Brasile. E’ esattamente in quella chiave. Il misticismo è quella dimensione che ti fa essere e operare all’unisono. La spinta interiore nella quale tu riconosci vere le cose, che ti fa comprendere ed accettare la verità delle cose anche quando esse ti sembrano scomode, che ti spinge oltre l’apparenza. E non sai farlo senza preparazione spirituale, senza preghiera, che per noi è tale, per un induista potrà essere meditazione, per un buddista anche. Una dimensione dell’anima che offre la profondità con la quale tu puoi vedere le cose.

 

In missione hai incontrato persone di cultura diversa, di lingua diversa, di religione diversa. C’è in loro uno sguardo, un segno, che possa denotare una qualità condivisa dell’animo umano comune a tutte le creature? C’è qualcosa che rimanda l’eco di Qualcuno di più grande? Ha un nome, ti sentiresti di darne uno…

R. Sì, c’è. Credo che sia soltanto l’Amore. Credo che sia la parola più giusta. Capire l’altro fino in fondo, che cosa lo muove. Comprendere perché dice quella cosa e non un’altra, perché ti guarda in quel modo e non in un altro.  Senza l’Amore, davvero, non si può far nulla.

 

Giordano Mariani

 

 

 

 




[i]     Articolo pubblicato su “La voce del popolo”, 23 Aprile 2010

Alle sorgenti del link.

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Mi ha sempre affascinato la tecnologia. La sua sintassi pragmatica, ispirata alla ferma cosalità dell’oggetto in sé. Dello strumento. Del mezzo, infine. Dalla pratica artigiana elementare, fino alla sua sublimazione in una forma che dell’arte è sorella, più che ancella. Credo che possa essere fatale all’umano ignorarla. O relegarla con sufficienza o peggio sprezzo al limbo di una pratica ancillare sempre in attesa di legittimazione. Da parte, naturalmente, dei soli presunti detentori del potere, i teorici.

Credo che la tecnica sia essa stessa linguaggio, una sublimazione della prassi. Ogni prassi è debitrice di una sintassi teorica, per quanto nascosta, ed ogni teoria cela una sinopia pragmatica, nel suo farsi.

Perciò, quando ho sentito soffiare forte il vento della tecnologia informatica, fin dai primi anni Novanta, più che il timore per una minaccia alla mia professionalità giornalistica, mi ha animato la curiosità, tutta umana e non di rado anche poetica, verso quell’autentico stato nascente.

Ho scritto spesso, con accenti diversi ed in ambiti diversi, di tale relazione, per me essenziale, tra mezzi e contenuti. Tra La Vita. La Rete. Il Canto. Ho lasciato alcune tracce di un più vasto ed approfondito cammino, Qualche pensiero nomade…dal piombo fuso al bit.

Credo che vi sia, vi possa essere (vi debba?) un profondo allineamento interiore nello svolgimento di un cammino condiviso. Sia nella stabilità di una tradizione data, sia nell’evoluzione (nella rivoluzione?) di una prassi che attinge sintassi ignote al presente e respira il vento consapevole di qualche profezia.

Sono stato a lungo accanto al bancone della tipografia, negli anni giovani del giornalismo di scuola, e tradizionale, perché la luce fulminante di una intuizione nel dare il titolo al compositore a mano, non mi è sembrata mai tanto lontana dalla poesia che scrivevo allora di notte, nei ritagli di mondo. Fermo sulla corsia d’emergenza in autostrada, lungo una sterrata in viaggio, seduto in treno o in pullman nella precarietà di una circostanza sempre minacciata dalla presenza al reale. Insieme ed al tempo stesso spesso solo, nel mondo.

Così mi è sembrato naturale, di una naturalezza talvolta problematica, se non drammatica, andare incontro a cuore e a viso aperti a quest’altra laboriosa e diversa sintassi creativa sul cui sentiero avrei posato le parola della scrittura. L’informatica, direi, in una parola sola. In un cammino condiviso.

Sono stato fortunato, nella temperie della interminabile disoccupazione, dapprima scelta con le dimissioni, e poi riscelta e di volta in volta o subita o scelta di nuovo per anni. In un interminabile transito durante il quale ho sempre ritenuto più importante condividere e capire, piuttosto che sopravvivere in un mondo al tramonto. A duro prezzo, certo, perché la vita è bellissima e terribile e non è dato l’uno, il terribile, senza l’altra, la bellissima (e viceversa).

Mentre cercavo di costruire tale profilo professionale condiviso, per me nuovo ed ignoto, ho incontrato quasi subito, dopo tre anni di accidentate marce fra le sorti magnifiche e progressive della sintassi digitale, il Tode, Carlo Todeschini.

Quando ho iniziato Agapé, quest’avventura dello spirito nel Convivio, ho pensato inevitabilmente a lui. Anche a lui. E gli ho chiesto se si sentisse di scrivere qui, con particolare riferimento a due temi essenziali ed ispiratori del suo impegno, e non solo in termini squisitamente professionali: gratuità e libertà.

Realizzare un programma è per me una forma d’arte”, scrive.  “Aprire la scatola digitale per capirne e carpirne segreti”, conoscenza, infine, non è per lui un semplice slogan o uno sterile artificio retorico. E’ uno stile di vita assunto e declinato in un profilo professionale che ha fatto dell’avvento del digitale una missione. Così che camminare insieme nella costruzione di senso e di sentieri condivisi possa significare una suggestiva esperienza di sapore umanista. Un convivio. L’agapé vissuta con altri mezzi ma con identici statuti interiori.

Perché Tode è sempre stato soprattutto e primariamente un ricercatore, uno sperimentatore ed il suo universo di riferimento è quello dei linguaggi. La cui flessione speculativa, più che economica, è di natura filosofica. Ha una fortuna (o una dote): riesce ad assumere in dosi omeopatiche e non letali anche alcune istanze di quel mondo che si muove tra economia, immagine e comunicazione, e questo gli permette di stare nei panni dell’account. Ma la vena poetica del nerd che fu, è sempre in agguato e prima o poi affiora.