Alle sorgenti del link.

Alle sorgenti del link.

Mi ha sempre affascinato la tecnologia. La sua sintassi pragmatica, ispirata alla ferma cosalità dell’oggetto in sé. Dello strumento. Del mezzo, infine. Dalla pratica artigiana elementare, fino alla sua sublimazione in una forma che dell’arte è sorella, più che ancella. Credo che possa essere fatale all’umano ignorarla. O relegarla con sufficienza o peggio sprezzo al limbo di una pratica ancillare sempre in attesa di legittimazione. Da parte, naturalmente, dei soli presunti detentori del potere, i teorici.

Credo che la tecnica sia essa stessa linguaggio, una sublimazione della prassi. Ogni prassi è debitrice di una sintassi teorica, per quanto nascosta, ed ogni teoria cela una sinopia pragmatica, nel suo farsi.

Perciò, quando ho sentito soffiare forte il vento della tecnologia informatica, fin dai primi anni Novanta, più che il timore per una minaccia alla mia professionalità giornalistica, mi ha animato la curiosità, tutta umana e non di rado anche poetica, verso quell’autentico stato nascente.

Ho scritto spesso, con accenti diversi ed in ambiti diversi, di tale relazione, per me essenziale, tra mezzi e contenuti. Tra La Vita. La Rete. Il Canto. Ho lasciato alcune tracce di un più vasto ed approfondito cammino, Qualche pensiero nomade…dal piombo fuso al bit.

Credo che vi sia, vi possa essere (vi debba?) un profondo allineamento interiore nello svolgimento di un cammino condiviso. Sia nella stabilità di una tradizione data, sia nell’evoluzione (nella rivoluzione?) di una prassi che attinge sintassi ignote al presente e respira il vento consapevole di qualche profezia.

Sono stato a lungo accanto al bancone della tipografia, negli anni giovani del giornalismo di scuola, e tradizionale, perché la luce fulminante di una intuizione nel dare il titolo al compositore a mano, non mi è sembrata mai tanto lontana dalla poesia che scrivevo allora di notte, nei ritagli di mondo. Fermo sulla corsia d’emergenza in autostrada, lungo una sterrata in viaggio, seduto in treno o in pullman nella precarietà di una circostanza sempre minacciata dalla presenza al reale. Insieme ed al tempo stesso spesso solo, nel mondo.

Così mi è sembrato naturale, di una naturalezza talvolta problematica, se non drammatica, andare incontro a cuore e a viso aperti a quest’altra laboriosa e diversa sintassi creativa sul cui sentiero avrei posato le parola della scrittura. L’informatica, direi, in una parola sola. In un cammino condiviso.

Sono stato fortunato, nella temperie della interminabile disoccupazione, dapprima scelta con le dimissioni, e poi riscelta e di volta in volta o subita o scelta di nuovo per anni. In un interminabile transito durante il quale ho sempre ritenuto più importante condividere e capire, piuttosto che sopravvivere in un mondo al tramonto. A duro prezzo, certo, perché la vita è bellissima e terribile e non è dato l’uno, il terribile, senza l’altra, la bellissima (e viceversa).

Mentre cercavo di costruire tale profilo professionale condiviso, per me nuovo ed ignoto, ho incontrato quasi subito, dopo tre anni di accidentate marce fra le sorti magnifiche e progressive della sintassi digitale, il Tode, Carlo Todeschini.

Quando ho iniziato Agapé, quest’avventura dello spirito nel Convivio, ho pensato inevitabilmente a lui. Anche a lui. E gli ho chiesto se si sentisse di scrivere qui, con particolare riferimento a due temi essenziali ed ispiratori del suo impegno, e non solo in termini squisitamente professionali: gratuità e libertà.

Realizzare un programma è per me una forma d’arte”, scrive.  “Aprire la scatola digitale per capirne e carpirne segreti”, conoscenza, infine, non è per lui un semplice slogan o uno sterile artificio retorico. E’ uno stile di vita assunto e declinato in un profilo professionale che ha fatto dell’avvento del digitale una missione. Così che camminare insieme nella costruzione di senso e di sentieri condivisi possa significare una suggestiva esperienza di sapore umanista. Un convivio. L’agapé vissuta con altri mezzi ma con identici statuti interiori.

Perché Tode è sempre stato soprattutto e primariamente un ricercatore, uno sperimentatore ed il suo universo di riferimento è quello dei linguaggi. La cui flessione speculativa, più che economica, è di natura filosofica. Ha una fortuna (o una dote): riesce ad assumere in dosi omeopatiche e non letali anche alcune istanze di quel mondo che si muove tra economia, immagine e comunicazione, e questo gli permette di stare nei panni dell’account. Ma la vena poetica del nerd che fu, è sempre in agguato e prima o poi affiora.

 

Convivio.

Convivio.

Da tempo, da molto tempo, avrei voluto aprire lo spazio del blog all’ospitalità di altre voci oltre la mia. Il tempo è per me la coscienza (e l’anima stessa è la sostanza viva del pensiero, nella creatura bene allineata interiormente e, oserei dire, umanamente compiuta). Dunque, ho dovuto attendere il tempo della coscienza matura per decidermi al passo. Non è però tutto. L’ospitalità contempla la presenza dell’ospite e della persona ospitata. Quindi, ho dovuto attendere che l’ospitalità incontrasse un suo possibile destino. Infine, le circostanze, il contesto, diremmo oggi, o, forse, con il poeta, e propriamente in senso poetico, le “occasioni”. Intese naturalmente non quali opportunità mondane, ma quali punti di intersezione del destino con la propria vocazione (chiamata?) ontologica. Quando l’anima risponde al proprio destino e la creatura risponde del proprio cammino.

Tutto si è allineato durante gli ultimi mesi e così, nei pressi del Natale, ho saputo dentro me che il passo sarebbe stato prossimo a compiersi.

Il sentiero di senso lungo il quale avrei cercato di aprire un nuovo cammino, si sarebbe chiamato Agapé. Tornerò forse con un post successivo sul significato, nome e sostanza, di tale decisione. Qui ed ora mi preme unicamente sottolineare quali fondamenti siano sottesi a tale scelta. Oltre e prima (o dopo, a seconda dei gradi di consapevolezza di ciascuno) ci sono nella natura stessa dell’agapé, per la cui diversa accezione storica e filosofica rimando ai canoni attestati, libertà e gratuità. Le assumo qui nella propria più ampia valenza antropologica, declinata nell’essenza ontologica di questo contesto: che è, non lo voglio dimenticare io stesso per primo, comunicativo. Nelle sue diverse e vitali declinazioni. Poetiche, soprattutto.

Immagino che ciascuno di noi avverta sullo sfondo di tale contesto l’eco, non sempre conviviale e contemplativa, di uno sferragliare di parole. Più simili a corpi d’offesa che non a carezze dense di senso e di attesa di comunione. La scelta della libertà può essere dolorosa, per quanto gratificante. Quella della gratuità, estremamente onerosa, per quanto premessa, spesso, di libertà. Libertà e gratuità che non pertengono, almeno per quanto riguarda la mia esperienza e rispetto alle mie convinzioni, unicamente la sola condizione fisica e l’assenza di un costo economico. Tornerò sui punti.

L’agapé, il fraterno convivio comunicativo, che penso, che sogno, che da sempre tento di vivere per lievi scarti di senso, non in opposizione al reale bensì in sintonia con le sorgenti interiori, sollecita e postula altre bellissime parole. Piene di vita e di fondamento. Dono. Offerta. Ospitalità. Luce. Relazione. Tutte sussunte nel compimento estremo di ciascuna, la Carità. Di nuovo, l’Agapé.

Poco più di un anno fa, del tutto casualmente come spesso accade in rete, (ma esiste davvero il caso e quale è il suo vero nome, se uno ne ha? Grazia, forse?), ho iniziato un dialogo con Isabelle Pariente-Butterlin. Quando ho sentito finalmente maturo il tempo di aprire il blog ad altre scritture oltre la mia, ho pensato subito e prima di tutti a lei.

E’ in virtù di tale dialogo, della attenta e generosa attitudine di Isabelle Pariente-Butterlin a viverlo, che, in prossimità del Natale, mi sono permesso di chiederle:

«Da tempo penso che sarebbe splendido se lei volesse regalarmi la bellezza di un suo scritto da ospitare sul mio blog, extemporalitas. Da tempo medito sulla circostanza del Natale quale occasione favorevole e propizia per avanzare la mia proposta.

[…] Con il suo scritto, se mai decidesse di farmi il grande dono di inviarlo, inizierei un nuovo “Sentiero di senso”, che intitolerei “Agapé”. [...]

Mi piacerebbe che lei potesse scrivere [...] Perché nel suo stilema filosofico, […], si avverte sempre la latenza, e spesso non solo, di un afflato poetico che urge e si apre nella e dalla profondità dell’umano cui attinge e di cui con delicatezza, sempre, dice.[...]».

Isabelle, in perfetta armonia spirituale con il vento interiore che amerei spirasse in tutta l’agapé e per tutta la sua durata, e credo in tutta coerenza con il profondo di sé, mi ha risposto inviando il testo che pubblico qui con il titolo di «Agapé». Come spesso accade, è andata molto più in alto ed oltre rispetto alle mie domande. Credo che nessun testo più del suo possa significare a pieno e compiutamente la sostanza dell’agapé. Che inizia oggi, qui, con lei e grazie a lei, in modo esemplare.