“Il posto delle fragole”. [Fake news].

Il posto delle fragole”. [fake news].

L’occhio opaco del secolarismo pervasivo, che ha abitato i tempi da me vissuti, è ebbro di visibilità e miete vittime ogni giorno, tra coloro che si accasano nella vulgata vincente di luoghi comuni.

La felicità in similpelle dei potenti contemporanei, desertificata dentro, asperge di sé la scena mediatica del mondo, con il simulacro di un godimento condiviso. L’immagine è l’ostensorio dissacrante di una religione senza alcun dio, se non il vitello d’oro dell’apparenza.

La comunicazione, il solo totem con cui i domini moderni aggiogano e seducono le tribù della post-modernità, ha eretto, con frenesia tecnologica e con l’ossessione compulsiva del primato finanziario, l’ultima Torre di Babele: un manufatto cosmico in cui l’unico linguaggio assente, o marginalissimo, è quello dell’anima profonda del mondo, l’umano. Quello che, solo, restituirebbe sfondo, e dunque comprensibilità condivisibile fino alla comunione, a tutti gli altri assunti nell’unicum della vanità. Il mirabile assolo inudibile dei mistici. La soglia vibratile del suo diapason non è percepita dall’angusta distrazione, frammentata e discontinua, dei consumatori seriali di segni, analogici o digitali. Talvolta, replicanti di maniera si rispecchiano nelle parole dei giusti per lucrare l’istante invisibile che mai hanno vissuto. Nessuna simulazione emana il soffio vitale. Murare le parole nelle celle anguste della menzogna non libera nessuno: illude gli stolti e impanca la vanità dei tiranni a potere pro tempore [fake news?: l’eterna tentazione dei falsi].

Le ali spezzate del sogno laico tengono il volo nel vento sacro della preghiera. L’ontologia degli ultimi e dei marginali non sprezza il consenso. Lo eleva nella nicchia spirituale, priva della necessità imperativa del numero.

L’ebbra vocazione al Cielo, che tenne il cuore originale dell’inizio, innocente, è tuttora lì. Intatta. Ferita, ma non vinta nel suo pianto impotente e senza denti. Pronta, con l’ansia dolente dei cercatori di senso, dei mendici d’amore e di ascolto. Ogni nuovo inizio palpita e trema nelle solitudini di chi ha abbracciato un credo e ha rifiutato l’opportunismo di una mediocrità sempre ripiegata dalla necessità di qualcosa. I giusti non cedono al rancore, non troverebbero motivo fondante nella propria istanza interiore. Gli uomini liberi non conoscono il risentimento: sarebbe un insulto troppo grande al dolore esperito nella tenacia con cui hanno testimoniato un valore ed un credo. Le diminuzioni a cose fatte e a pancia piena, la tardiva declinazione downshifter di una vita vissuta altrimenti e talvolta goffamente dissimulata nel ripiego dell’ultima sera, non seducono l’amante appassionato del vero. Solo la stanchezza conseguente la devastazione dell’anima umana potrebbe fare qualche volta premio, come nel Pierre di Vercors, quando l’orizzonte pervicacemente vessatorio piega le umanissime gambe della speranza nelle creature mai prima perdute a se stesse.

Le torsioni della coscienza che abitano gli uomini giusti e liberi non hanno nulla a che vedere con il falso pentimento dei sazi di tutto ed ormai irrimediabilmente disabitati dal se stesso che immolarono sull’altare dell’ego, dell’apparenza e del possesso.

L’uomo affidato traccia nella notte dei tempi una minuscola luce il cui riverbero non conosce l’oltraggio dell’apparenza. La sua cura non è stata per il dominio dello stile e per gli imperativi della forma, sebbene abbia stimato l’uno e l’altra nella diuturna dedizione alla dissepoltura del talento, senza mai indulgere alla dissoluzione del dono ricevuto dal Dio silente di sempre. Lo scarto dell’istante decisivo è la cruna d’ago del destino e della provvidenza: la sua punta disegna a sanguigna la sinopia dell’eternità che permane in lui e nella sua personale storia dall’Origine nascente.

Il suo posto è stato sempre, per vocazione e per scelta, nel margine. L’arbitrio del sì e del no costituisce l’unica istanza responsabile, di qui e di là dalle soglie alte ed elette della misericordia e della carità: la lezione agostiniana è ben presente nella vicenda degli uomini liberi. La fragilità del proprio limite non è mai un alibi per l’uomo libero. Solo in tale consapevolezza egli si cerca e si vive alla soglia dell’Infinito.

Così, quando l’uomo libero si incammina verso gli ultimi istanti del Dio che chiama tutte le particelle del corpo alla convocazione estrema, egli sente nascere in sé non la diminuzione di una privazione, ma l’ultima, in ordine di tempo, vocazione al dono di sé. Alla restituzione. Così l’uomo che ha amato tutto e tutti prima di sé, cercando sempre di amare per primo, sentirà il canto caro della comunione salire con l’intonazione della nota perfetta, come mai prima aveva avuto la gioia di sperimentare.

La felicità dolente degli esclusi da tutto pare ad alcuni una maledizione, nella sua condanna feriale alla povertà, alla fatica, alla solitudine, alla sconfitta, al sacrificio. Talvolta è invece uno scelto osanna di Luce nella cui piega silente riposa e vive la speranza di tutti i destini. Una sorgente laica di libertà in cui germoglia e sboccia non visto il fiore di un inatteso domani. Di uomini liberi, giusti, più uguali ai se stessi che il Dio della gratuità e del dono aveva pensati in Origine, ciascuno vero della verità singolare di sè.

L’infinità e l’eternità sono i fondamenti ontologici che invitano al superamento del limite. Di sé, dell’ego. I mistici coniugano nella tensione spirituale l’avvento della libertà. Il canto della nuda cosa sulle labbra del poeta è un’antifona alla sinfonia del cosmo.

Desiderare, consumare, possedere, stare proni nell’orizzonte secolare senza lievito interiore che affacci all’infinità ed all’eterno, significa abdicare alla concezione di un giorno che muore con noi. Una visione ombelicale che ha afflitto tanta parte della contemporaneità ed ha spesso spento sul nascere il domani. Cercare tra i cascami ed i frammenti del passato prossimo lacerti di senso, immolandoli nella retorica e trattandoli dunque come sarcofagi vuoti di Spirito ed orfani di senso, tentare di modulare la speranza affidandosi all’interesse immediato sprezzando l’ideale che attinge la durata è stato, ed è, il placebo assiduamente offerto dai dominatori dell’istante. Imbonitori del consenso, profeti del giorno dopo, narratori dei luoghi comuni, teorici della banalità. Situazionisti del conformismo, lesti a cogliere la cresta d’onda dell’inconfutabile evidenza.

Preferisco da sempre l’inutile canto dei poeti, l’eretica asimmetria silente dei profeti, la taciturna dissonanza dei mistici. La voce di chi solitario muove nel coro d’Infiniti senza tempo. Dentro l’orma della loro assenza dalla scena è a dimora il seme del domani.

Forme d’addio. [Memoria digitale].


Forme d’addio. [Memoria digitale].

Dopo il congedo, nella finestra che avevo previsto tra l’addio e la dead line dell’account Twitter, da me collocata, nemmeno troppo vagamente, al Primo di ottobre, cinque anni esatti dopo l’apertura del profilo, ho continuato ad interrogarmi riguardo alla forma in cui avrei dato corpo alla cessazione dell’attività.

Non mi riferisco ad una modalità di mera gestione della piattaforma o a qualche aspetto di legittimità da accreditare in punto di norma.
Penso invece ad un problema al quale ho già accennato, e solo accennato, nel lungo
post d’addio.

Perchè scegliere una modalità invece di un’altra per porre in atto una decisione, lasciare il SN, che è comunque presa ed è irrevocabile?

Non sembri una domanda oziosa o un alibi per mantenere aperta un’opzione praticabile all’insidia del dubbio, sempre in agguato.

Si tratta di questo. Per chiudere definitivamente il mio profilo, sarebbe stato sufficiente un click [mera gestione] su una delle voci relative alle Impostazioni ed il mio account sarebbe scomparso per sempre. Inaccessibile alla frequentazione di tutti ed anche alla mia.

Per me, personalmente, intendo, sarebbe stata la soluzione più praticabile, più facile, più comoda e definitiva.

Sin da quando però ho accarezzato tale ipotesi, mi sono posto alcune domande.

Non riguardano lo “storico” della mia presenza sul SN, della mia scrittura intendo: per quella, per quanto poco importi e poco essa possa valere, c’è l’archivio messo a disposizione da Twitter stesso.

Riguarda il profilo Twitter nel suo insieme, quella particolare, unica ed irripetibile storia, piccola, oh, certamente, piccola, marginale e feriale, eppur viva, che si è andata creando dentro ed intorno all’account da me aperto e curato. Una narrazione quotidiana di cui sono stato certamente artefice, come ciascuno lo è naturalmente del proprio account, ma che vive, è vissuta [e forse vivrà... questo è il punto] del corollario non insignificante di tutti coloro che l’hanno condivisa con me. A diverso titolo ed in modo differente, certamente. Dunque, mi sono chiesto sin da subito, che diritto ho di cancellare tutto, compresi gli istanti di condivisione persuasa, di attenzione [umanesimo digitale?] che altri con generosità mi hanno dedicato? Certo, ciascuno dà alle esperienze che vive il valore che crede, e ciascuno le vive dunque secondo un proprio universo di valori di riferimento. Poniamo che ora rinnovassi tale domanda alla luce di un assunto per me fondativo dell’esperienza vissuta sul SN, essere autore di quasi tutti i miei tweet in poesia o in prosa poetica [salvo naturalmente quelli citati e correttamente indicati come tali]. Anche secondo tale prospettiva, la domanda dovrebbe porsi, e forse lo dovrebbe ancor più. La mia scrittura in fieri ed in contesto è stata, è e sarà sempre anche la storia della condivisione da parte di chi ha letto ed interloquito, sia pur in modo e a titolo diverso. Che diritto ho, che diritto avrei avuto, in punto di giustizia interiore, di cancellare tutto? Non è tutto l’account con la sua modesta storia autoriale [la mia] e la sua piccola vicenda feriale [la mia], con le letture e le condivisioni di coloro che ne hanno lasciato segno, a modo suo un’opera data e compiuta [per quanto poco si possa considerare, nell'orizzonte non solo temporale che ci è dato, conclusa un'opera] e completa in sé e solo così compiuta e completa nel quadro delle relazioni vissute e rese esplicite? Testimoniate, potrei dire? O comunque narrate e certamente rappresentate per mezzo di quella particolare forma di comunicazione digitale ascritta all’universo dei SN e definita come microblogging.

Certo, il libro, ecco, potrei scrivere il libro… L’ho già quasi concluso e l’ho scritto, “Poesia in forma di tweet“. Sono però tra coloro che non credono alla possibilità di replicare la vicenda vissuta in Rete semplicemente facendone un’anastatica analogica. Un libro, per quanto fedele nella riproduzione, o meglio nella riproposizione complessiva di un senso e del possibile significato di un’avventura, non è e non sarà mai la copia conforme e identica del sito, del SN, dell’esperienza di scrittura in rete. Nemmeno se editato in forma digitale, sulla stessa Rete o come ebook. In punto funzionale ed esperienziale, questa l’evidenza ontologica fondativa, identico. Il libro, successivo all’esperienza vissuta in Rete come altrove, è un’altra opera, un’altra declinazione formale dell’ontologia spirituale, che ha ali ampie e forti, sostenute dal vento di inesauste metafore di senso. L’opera è ciò che è, data in se stessa, e che dura nel Tempo, alla luce del significato e del Senso fondativo. Quello che attinge la coscienza del poeta e che la rende, nello statuirla unitariamente, testo concluso [ma non conchiuso: quest’ultimo suo carattere nasce, ben prima e ben oltre l'elementare funzionalità dei mezzi, nel cuore del messaggio, nel profilo etico dell’autore, nella sua attenzione umana e nella sua intenzione creativa].

Certo, lasciare aperto così com’era il profilo, avrebbe comportato alcuni problemi. Non ultimo quello di una difficile comprensione di una scelta annunciata e poi sempre lasciata in qualche modo in sospeso [posto che qualcuno, dopo qualche settimana, incappasse ancora nel mio profilo ormai in sonno, per non dire della memoria, così come si manifesta quasi sempre nella sua declinazione digitale attiva...].

Sarebbero rimaste due alternative, che avrebbero lasciato salvi gli interrogativi di cui sopra [che ho solo abbozzato, naturalmente...].

Rendere privato il profilo. L’account con il lucchetto sarebbe rimasto integro ed intatto. Disponibile nella sua interezza, lo storico della scrittura e delle relazioni.

Rendere privato l’account o lasciarlo aperto modificando però il profilo: cambiando per esempio il nome, e dunque anche l’account stesso visibile, e la piccola icona [la fotografia] che lo presenta, pubblicando una PIC insignificante ed anonima. In tal modo, vi sarebbe sato almeno un segno di discontinuità percepita da tutti ed inoltre il profilo in sonno sarebbe andato ancor più e piano piano a scomparire da sé, almeno come profilo identitario riconosciuto. Rimanendo però vivo come segno storico, nell’accezione minima di cui ho scritto.

Qualche giorno fa ho preso una decisione: ho scelto di lasciar vivere il profilo nella sua forma privata. L’integrità dell’esperienza digitale, almeno nella sua forma data di rappresentazione di un tempo vissuto e condiviso in Rete, è in tal modo mantenuta. Lo stato dell’arte, per quel che riguarda le relazioni, è congelato nella fotografia dell’istante in cui ho scelto di abbandonare il SN. Almeno per quanto pertiene la mia volontà. Il rispetto dei tempi interiori di altri che fino a qui mi hanno seguito e/o che vorranno in futuro esercitarla diversamente è garantito, consentendo loro di agire sul corpo vivo di un’esperienza secondo il proprio ritmo esistenziale e non subendo passivamente l’arbitrio di una mia decisione. Rispetto, naturalmente, a quella minuscola parte di relazione condivisa, che è stata e che nella sua rappresentazione è rimasta fino al momento dell’addio in atto.

La memoria, invece, un accento squisitamente umano, qui non ha campo nè vanto. Essa è una declinazione dell’anima che non è in alcun modo derivata della forma in cui l’addio si è compiuto o si manifesta. Se non rimani nella mente e nel cuore di coloro con i quali hai condiviso un’esperienza, nessuna forma d’addio potrà rinfocolare la vita viva della relazione. Rimarrà, lo status, un retorico surrogato dell’esistenza che un giorno fu. Come un piccolo monumento in disfacimento sotto il peso dell’oblio. Che è la sostanza della nientità che può animare le relazioni nel presente storico loro contemporaneo ed il contrario del futuro che potrebbe essero loro donato.


Presente storico.


Presente storico.

Un giorno ti accorgi all’improvviso che la vita che hai vissuto è troppo estesa, o troppo duratura, per essere contenuta nello sguardo interiore del tuo presente. Che l’orizzonte del vissuto è sempre troppo qualcosa rispetto al qui ed ora che vivi. La presenza al reale, un canone esistenziale che ha dettato quasi ogni istante consapevole del tuo giorno, almeno fino a quando l’ebrezza della gioia non ti ha ubriacato di sé, o il peso del dolore non ha schiantato ogni sopportabile resistenza nella lucidità, non ti abbandona. Eppure, forse è un portato dell’età, dell’orizzonte storico personale che sembra chiudersi naturaliter, la tua vita, il tuo presente, non ti contiene più. Singolare.

La declinazione esistenziale si appella alla coerenza estrema. Non usciresti dal dettato di te stesso, e dalla coniugazione etica del vissuto, per una forma di rispetto al tuo passato. Non fosse altro perché l’averlo fortemente voluto così come l’hai vissuto ti ha causato prove dolorose, talvolta al limite della sopportabilità. La stessa età non depone in favore di eventuali vie di fuga. Ma questa sarebbe la flessione minoritaria della scelta. Un insulto alla vita, alla tua, così come hai tentato di viverla, resistendo alla suggestione di imboccare più comode strade invece degli angusti sentieri su cui incammina spesso la coerenza.

Non hai eredi. Né d’anagrafe né di alcuna altra natura. La continuità generazionale ha iniziato a subire sincopi letali sin dall’affacciarsi della tua stessa generazione alla storia. Il transito epocale, la bufera dentro la quale tu stesso sei nato alla vita adulta, era solo agli inizi. Le voci della interiorità che stabilizza nel profondo i tempi, si sono fatte sempre più fievoli. Più lontani i crinali dai quali reciprocamente ci si affaccia. La temperie più vasta e più forte. Malgrado le apparenze, le cose sono peggiorate. I segni di una confidenza cabriolet e di superficie non riescono a dissimulare la distanza, che si propaga e dilaga sempre più fino all’assenza di relazione. Con infarti relazionali che spesso sorprendono chi si era illuso che la profondità abitasse la superficie. Non è vero. Non è così. Nell’essere umano la verità di sé abita la creatura e chi si ferma alla sua rappresentazione finisce inevitabilmente per perdere contatto. E voce. Non posso dunque sperare, o illudermi più se mai l’ho fatto, di distendere il passo degli anni dentro altre vite, in reciprocità e compagnia. La solitudine di coscienza con cui ho abitato i tempi che ho vissuto, è linfa vitale e forse proprio per quello ora si manifesta in continuità con se stessa. Un continuum d’esperienza e di senso che non permette soste.

L’urgenza che incalza sempre l’ora dei congedi, ha forse qualche vanto sul sentimento che sembra pervadermi. Non mi è nuovo. Altre volte, in prossimità di appuntamenti significativi con il canto che detta dentro, vicino a dar vita ad un’opera compiuta, l’ho provato. Di pari intensità, della stessa natura. Il tracimare della vita che preme dentro, però, mi sembra non avere lo stesso segno. Qui c’è qualcosa di ultimativo che è identico ad allora. C’è però la consapevolezza della memoria che incalza e che chiede conto del suo essere stata testimone di sé nella vita. Nella tua. Certo, potresti lasciar fluire la serenità della quietudine, di chi ha fatto tutto quello che è stato chiamato a fare, secondo la vocazione e nel talento. La coscienza, che contempla anche la consapevolezza del proprio limite.

Nemmeno la posterità colma intero lo spazio di questa ultima e nuova suggestione. Da anni, forse da sempre, hai pensato ed in qualche modo, hai saputo, che il tuo tempo non sarebbe mai venuto, nei tempi che hai vissuti. E che se qualcuno un giorno ti avesse mai incontrato nell’opera, curioso di te e con benevolenza di sguardo attento e di profondo ascolto, quel qualcuno sarebbe venuto dopo, in tua assenza. Dunque, non di questo, qui ed ora.

I rari che con tenacia intellettuale e generosità di sé ti hanno offerto ascolto nella vita e nel canto ed aiuto, conoscono la necessità ontologica di tale solitudine di coscienza. Di questa distanza. Di questa storia sempre incompiuta all’atto della riconoscenza. Dell’essere ri-conosciuti nella verità di sé. Dell’essere incompiuti. Nelle relazioni. Non tanto dentro. Nell’asimmetria. Non tanto fra le attese ed il compimento. Quanto fra l’essere stati coloro che si venne chiamati ad essere ed il senso che a tale vocazione si è riusciti a dare nella risposta.

Non si tratta di incomprensione. Sebbene in origine ed a fondamento interiore dell’opus di pace almeno tentato vi sia spesso un abisso distillato dall’impotenza a capire. Piuttosto, si tratta di giustizia e di riconoscibilità nella Babele convulsa delle infinite repliche e degli ottusi a se stessi replicanti. Dell’apparenza che lucra consenso. Dell’appartenenza che distende la legge tribale dell’essere di uno stesso ceppo fino allo sberleffo dei principi. Una ipotesi teorica insopportabile per chi ha detto addio alla fatica della comunità riguadagnando l’essenza del corpo primordiale. Se non vincente sempre certo meno impegnativa nell’estatica predilezione contemplante il proprio ombelico.

Vita e destino, infine.

Non sono risentito né mi sento al colmo del rimpianto per la distanza che pure è esistita tra ciò che è stato e ciò che sarebbe potuto essere.

L’anima è calma l’orizzonte sereno. Non è questo. Sono persino felice nella coincidenza fra l’io che sono e l’io che avrei potuto essere. L’identità.

Chi salda le cesure generate dall’asimmetria? Quale lembo di mantello copre il freddo cinismo della distanza, quando l’ottusangolo di interiorità incompiute le aumenta fino alla perdizione di sé ed alla sopraffazione dell’altro per scelta? La carità salda davvero mondi nel qui ed ora della storia? E la pietas è divenuto un orpello vintage o peggio ancora dimenticato dalla voracità laica che conquista a se stessa tutto il futuro, o tutto il futuro per se stessa possibile?

Il genio dell’etica non apre alcun vulnus nel muro fermo della incomprensione che non ascolta e non si china. E comprendere non significa necessariamente condividere. Chi copre tutti i gradini che separano i mondi? Chi lo farà per noi se debuttiamo da latitanti e ci ostiniamo sempre più all’irresponsabilità di una convivenza che si lascia plasmare unicamente dalla forza? Quale confine fra liceità e potenza? Nessuno, ancora, come un tempo, come sempre, forse? O uno spiraglio di intelligenza dell’anima è aperto alle soglie di un nuovo millennio e ispira il canto della Mistica, la levitazione del mistero, come un accento di consapevolezza in noi?

 

 

 

Quarantotto mesi su Twitter. [Exit Summary].

Quarantotto mesi su Twitter. [Exit Summary].

Intro.

«Appunti di viaggio, per «Quarantotto mesi su Twitter».

Uno svolgimento senza contenuti. Ci pensa il tempo. Lo slogan [il titolo di coda?] è sufficiente. Al riparo dalla rappresentazione di se stessi…

Pag. [...]

HENRI J.M. NOUWEN: «Forza della solitudine», Op. cit.║http://www.extemporalitas.org/forza-della-solitudine/

Pag. [...]

Ottobre 2010, Ottobre 2014. [Quattro anni di involontaria ricerca azione? O solitudine in un'esperienza di utopia relazionale? Chi sa….]

Pag. [...]

Nel silenzio, l’ardua ostensione delle ipotesi che tentano di rispondere al e del vissuto con lacerti di senso e abbozzi di canto.

Pag. [...]

L’empatia, una sincope interiore sul sentiero della funzionalità razionale. [Prose basiche].

Pag. [...]

Una sola certezza, casta erede di una vita analogica. Anche l’ora della relazione digitale ha rare sorelle quando scocca il dolore.

Pag. [...]

Memento perpetuo [Et analogico, et digitale…]. Solo il dolore vissuto non patisce l’insulto degli artefici del copia incolla interiore con destrezza.

Pag. [...]

Forse… [perché i retori sempre in agguato conoscono bene l'esercizio della parola estorta e priva di vissuto dentro essi stessi...].

Pag. [...]

Un tempo ci furono Maestri e discepoli coerenti. Ora, strusciamenti intellettuali a manomorta tra sedicenti pari.

Pag. [...]

Vedo la Luce in fondo, la stessa dell’Origine, ed in essa attendo il Congedo.

Postfazione

La posterità di se stessi medesimi [Il Festival del silenzio senza ascolto].

 

Panel et circenses. [Appaio, ergo sum].

Panel et circenses. [Appaio, ergo sum].

Pochi, [o nessuno], hanno oggi il coraggio, o più banalmente la forza o la possibilità, di esistere al di fuori della rappresentazione mediatica di sé, comunque attuata.

Perché vivere (tentare di vivere) in tal modo, lontani cioè dalla scena, significa dover rinunciare in gran parte alle modalità con le quali si cerca, e spesso se non solo così oggi non di rado la si ottiene, la giustizia, nelle minime e private vicende feriali, così come nelle pubbliche e rilevanti questioni che ineriscono la vita civile, sociale ed istituzionale. Solo così si ottiene riconoscenza rispetto a quanto si è civilmente dato. Solo così si ottiene riconoscibilità rispetto all’essenza di sé, o di quella che si vuole accreditare come tale, l’identità: vera, presunta, rispecchiata, clonata che sia. Solo così si ottiene (e si accresce ampliandone i fondamenti quantitativi pur senza estenderne gli orizzonti qualitativi) legittimità rispetto all’autorialità delle proprie opere (d’arte o di vita: originalità/ originarietà). L’evidenza performativa è anche una forma di autenticazione. L’animazione di un panel, o la semplice partecipazione ad, rende più di mille fatiche consumate sulle sudate carte alla ricerca dell’opera compiuta in sé [se una ne esiste di tale natura, nell'epoca della riproducibilità infinita e dell'eterno ritocco].

Pochi o nessuno si assumono intero l’onere di una scelta e meditata assenza dalla scena, che dona, spesso, l’onore della libertà, l’essere uomini liberi. Che forse sono sempre stati rari, in ogni tempo, in relazione ai criteri ed ai canoni della dominanza vigente nell’epoca loro contemporanea. Essendo la visibilità e l’apparenza quelli legittimanti nel nostro, più del denaro, più del sapere, è con riguardo alle relazioni con esse statuite, che si delinea la qualità dell’uomo contemporaneo libero. L’apparenza, sorella omozigote dell’appartenenza, è un lasciapassare quasi incondizionato, nella società dei multipli di massa e dei replicanti a gettone.

Ciò che infine viene minacciato, fino allo schiacciamento sui confini, ai margini dell’afasia personale e del silenzio sociale, fin quasi a mancare, è il diritto all’esistenza in vita. Al nome, alla dicibilità di un pensiero proprio (che venga riconosciuto come tale, cioè pensato in proprio) che non venga pronunciato con la legittimità conferita dall’agone ed in esso soltanto costruita. Fino al paradosso estremo: chi non appare, non è (con tutte le apposizioni esistenziali e/o di valore che la condizione di essere può postulare, a partire da quelle considerate all’inizio). Appaio, ergo sum.

Ciò contribuisce a spiegare perché tutti siano coatti alla legge imperante della visibilità, alla dominanza dell’apparenza in scena, che costituisce appunto la prassi dell’assunto teorico postulante, la necessità di apparire per essere. Un’esigenza primaria di rappresentarsi per dichiarare la propria esistenza in vita che piega [quasi] tutti, dall’uomo politico (la dichiarazione), agli artisti, scrittori e filosofi (la performance, i festival), fino ai teologi ed ai rappresentanti delle diverse confessioni religiose. Tutti accomunati dalla necessità di esporre (ex-porre) prima di tutto nei media la verità, qualunque essa fosse che intendono imporre.

Ciò contribuisce a spiegare perché il dio minore di youtube e la piazza telematica, a vario titolo ed in varie forme presidiata, occupata, affollata, stia diventando sempre più, come già lo sono ormai da tempo tutti i vecchi (è solo una connotazione temporale. Ontologicamente anche molti nuove forme di occupazione e di utilizzo dei media sono nate vecchie), quasi senza eccezione alcuna, ed ivi compresi gran parte dei testi pubblicati dall’editoria libraria, l’approdo necessario e ultimo di ogni istante della vita. Che sembra non consistere più nella sua essenza di interiorità, ma solo ex-sistere quando conquista l’approdo di una propria rappresentazione. Dal più intimo, modello reality, al più indispensabile per la democrazia, il confronto civile (si fa per dire). La dittatura del mezzo (la possibile rappresentabilità di sé nell’epoca della infinita riproducibilità di massa e delle innumerevoli offerte tecnologiche atte al compito) ha annichilito ogni messaggio.

Non tutto ciò che è possibile, è anche lecito. Ma quando tutto è reso facilmente possibile, i limiti del lecito devono trovare sorgenti etiche persuase in grado di rimodulare, prima di tutto dentro se stessi, i confini della liceità. Quando l’io però è deserto o spento da una irrevocabile malattia che condanna alla estroflessione, alla funzionalità purchessia, alla rappresentazione di sé quale quasi unica possibilità di sopravvivenza, anche fisica, è difficile abitare un io in grado di riflettere su se stesso e sul proprio umano limite. Trionfano i moralismi retorici ed impostivi che con l’uso e l’abuso dei mezzi vanno a nozze. Le guardie e i ladri non ascoltano che se stessi e immaginano che non esista altra alternativa che conquistare il più presto possibile, il più possibile l’agorà mediatica in cui la rappresentazione conferisce legittimità e consenso. Il potere. Che non è più né il quarto, né il quinto. E’ l’assoluto.

I mezzi, la tecnologia, hanno corso più forte dell’uomo, seminando la sua anima, la sua capacità di attingervi per pregare, riflettere, narrarsi, nel silenzio. La sua naturale inclinazione a rappresentarsi, a narrare di sé, ad esprimersi nei segni, viva già ad Altamira come nelle incisioni rupestri, è sfuggita di mano. Con estrema violenza, da docile strumento, si è fatta irata e furente guida. A se stessa? No. Per mano e nel cuore dell’uomo stesso, senza il quale nessun mezzo è in grado di significare alcun messaggio.

Il primato della bellezza corporea spinge ad affermarlo comunque e dovunque, tramite la rappresentazione, appunto. E nessuno vuole essere secondo a nessuno. Così per le convinzioni personali. E per l’arte persino. La via impositiva ha serrato le redini dei mezzi di comunicazione di massa. Chi entra lo fa per imporsi. Rari si espongono (non di rado nella speranza di imporsi presto). Nessuno nell’agorà mediatica si ostende più: e chi vi entra da agnello sacrificale, innocente o meno che sia e quasi mai lo è, pretende fra le clausole sacrificali una immediata risurrezione. Che sia il più possibile mediaticamente visibile. Cioè contemporaneamente a se stesso vigente. Vincente, infine.

 

L’obolo della vedova. [Un paradigma etico].

L’OBOLO DELLA VEDOVA. [UN PARADIGMA ETICO].

Lo sguardo di carità che vorremmo dedicare agli ultimi si trasforma, consapevolmente ma non di rado involontariamente nei portatori sani di flessioni interiori innocenti, in una possibile complicità con il cinismo dei primi. Dove gli ultimi ed i primi non hanno declinazione evangelica (almeno non solo, non primariamente, non necessariamente tale), ma sono (vorrebbero essere) secondo una nuova antropologia distintiva, classi eticamente fondate nella storia contemporanea. Nuova, o meglio di nuovo in movimento, in relazione a canoni etici arcaici. Forse gli unici veri e possibili all’uomo (umanamente possibili), e sempre in cerca di resurrezione nella storia stessa. Come? Con la testimonianza personale e coerente, prima di tutto. Che, spesso, non scampa però l’eterogenesi dei fini. Ciascuna coscienza civilmente, o anche religiosamente, ispirata cerca di sottrarvisi con cammini storicamente fondati. Ciascuno ne cerca nel proprio tempo di veri, di leali, di adeguati. O almeno intraprende quelli che egli ritiene essere tali, pur nella consapevolezza della relatività di ogni scelta. Ciascuno ha diritto –dovere?– di credere fino in fondo nell’assoluto di una propria visione singolare: tale convinzione è l’inizio, lo stato nascente di ogni vero dialogo, con se stessi e con gli altri.

La propria verità, quella creduta tale, non esclude mai l’altrui: anzi, non di rado l’abbraccia o stimola chi vi crede a farlo. Si comincia a combattere quando si finisce di credere in qualche verità interiormente fondata, quando la propria visione, interiore, è sopraffatta da qualche ambizione, esteriore. Quando si è del tutto sconosciuti a se stessi e, come ciechi all’umano che è in noi, si brandisce la clava dell’ego (l’arma primaria è sempre uguale, da millenni), invece di affidarsi all’io. La fede, anche quella laica nell’uomo, non ha necessità di alcun istinto di sopraffazione per affermare se stessa: al contrario, ogni offesa all’altro suona, per chi crede nell’uomo, come una diminuzione di sé. Perciò è così arduo per i miti difendere se stessi: non per una presunzione di superiorità che si fondi in mente dei, bensì per una necessità esistenziale che attinge la storia personale.

Il genius loci del brain è nel cuore, il luogo spiritualmente più tempestoso, singolare, vero?, ma anche il meno culturalmente incline al combattimento inteso come scontro con finalità impositive. Un’inclinazione che potrebbe forse apparire naif agli sguardi contemporanei afflitti da materialismo storico o da secolarismo religioso, o più semplicemente smagati a tutto. Distinguere è un atto d’amore, non l’inizio di un conflitto. Non è impossibile, ancor oggi, comprendere quale differenza vi sia tra un uomo che difende un ideale ed un altro che persegue un interesse. Gli ideali valgono e sono veri per quel che costano (di sé), gli interessi sono tali per quel che rendono (lucrato all’altrui). A partire dal microcosmo feriale che ciascuno abita e di cui è anche artefice. Scegliendo tanti piccoli no in luogo di molti interessati smarcamenti interiori da se stessi, che tutti, e quelli di tutti insieme, costituiscono il grande smottamento spirituale di ogni organizzazione viva e vitale. Pronunciati, i no, soprattutto quando ci si trova di fronte ad un ideale (stato di coscienza profondamente creduto in sé) che confligge con l’interesse personale. Succede spesso e ad ognuno di noi. Perché l’obolo della vedova è, nel senso della rinuncia e non solo in quello dell’offerta, il fondamento di ogni paradigma etico. La cui tensione è un fatto personale e singolare che chiede, prima di tutto, una risposta a se stessi. L’etica è irrescindibile dalla testimonianza. I pronunciamenti che corrono svincolati dall’anima, al pari di una volatile finanza priva di consistenza socialmente e legittimamente fondata anche nel rispetto delle leggi non scritte di una convivenza matura, sono vibratili moralismi. Urlanti e vincenti, forse, in scena, certamente inutili dove ciascuno è chiamato a tracciare un consuntivo del giorno (e della vita). Forse tale bilancio interiore e relazionale, che ognuno dovrebbe essere in grado di fare, in coscienza, non sistemerà il PIL. Certamente aiuterà a comporre senza demagogia, e almeno nella parte imperfetta che compete storicamente l’uomo, le questioni morali che affliggono il Paese. Le annose, dalla corruzione che si apre all’associazione a delinquere, alla pratica clientelare, e le nuove, che ancora, spesso, non sappiamo vedere, riconoscere, alle quali non possiamo dare un nome, ma che già sono vive in noi e tra noi.

 

Note nomadi. [2]

Note Nomadi. [1]

Note nomadi. [2]

Le nonnine, come noi chiamavamo le due donne canute che da più di quarant’anni avevano una merceria sulla piazza, proprio poco lontano dal sagrato della parrocchiale, mi avevano rassicurato, l’anno prima.  “Non si preoccupi: appoggi qui la mano. Ci pensiamo noi”. Con la perizia esperta del mestiere e degli anni, mi avevano preso le misure, durante le vacanze invernali. Avevamo scelto la lana. Un bianco panna, di una consistenza secca e calda come di rado se ne trovano oggi. Il loro negozio sprigionava l’attrattiva delle magiche botteghe che ancora popolano i ricordi della mia infanzia. Robusti ed eleganti mobili in legno alle pareti. Ogni angolo stipato all’inverosimile dei più diversi prodotti, colorati e vari come solo accade (accadeva?) nei negozi dei piccoli paesi di montagna, fino a qualche decennio fa, e, spesso, fino alla scomparsa dei longevi gestori anche in anni recenti. Lane raffinatissime e al tempo stesso caldissime. Cotoni dagli improbabili colori, a tinta piatta, si sarebbe detto, senza le nuances che oggi imperversano. Oggetti d’artigianato ricercati. Pentolini di foggia e materiali diversi e d’ogni misura. Persino qualche scatola di giochi, residui degli anni Settanta, se non prima, faceva capolino tra gli scaffali. Un profumo di lana e cotone misto al caldo della stufa scioglieva ogni residua renitenza. Un fascino incantevole ed irresistibile. Mi avrebbero confezionato i nuovi guanti per l’estate successiva, al ritorno, per la vacanza.

Un giorno d’agosto, salimmo alla merceria dal fondovalle. I guanti, rustici e gentili, come solo le cose semplici sanno essere, erano di un’eleganza inusitata. Li indossai con soddisfazione. Se non mi avesse fatto velo l’indulgenza ineluttabile suscitata da un’antica confidenza con le nonnine, con il luogo, con le cose, avrei accettato subito la realtà dell’evidenza. Non erano solo  “un po’ grandi”, come ci eravamo affrettati a dire davanti alle due merciaie compiaciute delle nostra gioia e soddisfatte del proprio lavoro. Erano di almeno una taglia più grandi della mia. Non accolsi nemmeno l’invito a rivedere il piccolo capolavoro, che le due donne avevano subito formulato. Presi con me i guanti sicuro che alla prima occasione propizia li avrei indossati.

Fu un giorno dell’inverno di due anni dopo. Li avevo lasciati in sonno per oltre 16 mesi. Quel mattino, nel freddo aurorale di un freddissimo inverno, la memoria mi incalzò tentatrice. In treno verso Milano, prima, e sulla metropolitana poi, saggiai subito ed insieme le due contraddittorie evidenze. La prima: una sicura e suggestiva eleganza, per nulla esuberante, nella sua nota rustica che smorzava qualche accento dandy, del tutto incoerente con la mia persona. La seconda: impugnare qualsiasi tipo di appiglio sul treno o sul metro in corsa era un esercizio impegnativo, fatto con la mia mano persa dentro la taglia abbondante. Eppure fu un’esperienza gradevolissima, nell’insieme, e mi proposi di riviverla. Lo feci altre volte, in rare occasioni, devo dire. Più per il carattere di eccezionalità che sentivo in quel paio di guanti di lana bianchi, come fosse un vestito della festa dell’infanzia, che non per il minimo disagio procurato della presa.

Li riposi al termine dell’inverno successivo.

Fu qualche anno dopo, all’inizio d’autunno, che mi ricordai di loro. Avevo risalito il lato della Cattedrale dove abitualmente ascoltavo il suonatore di sax. I primi freddi erano già stati annunciati dalla nebbia e dal vento d’autunno. Ero certo che lo avrei prima o poi sentito. Fu quando rividi nella luce del ricordo le sue grandi mani che presi la decisione: i guanti bianchi sarebbero stati suoi. Qualche settimana dopo tornai a Milano per altri impegni. Nella borsa da lavoro, ben confezionati in un pacchettino colorato, i guanti. Accompagnati da un biglietto. Mi recai nei pressi del Duomo fiducioso. In attesa di ascoltare ancora, pur nel freddo della piazza, come già era accaduto in anni precedenti, il suono della sua nota prolungata e dolente. Ripetei quel gesto più e più volte quell’anno stesso e nei successivi. Non incontrai mai più l’uomo del sax.

Ho riposto il biglietto che accompagnava i guanti nel cassetto della biancheria. Lo tengo come un monito: forse se il mio cuore fosse stato più pronto, forse se non avessi atteso così a lungo, forse… i guanti sarebbero giunti al loro giusto destino. Talvolta lo riapro e lo rileggo.  Sulla busta, senza destinatario, due semplici frasi rituali: Buon Natale e Anno Nuovo. Dentro, dipinto con la bocca da un artista, un cielo stellato di intenso blu, una falce di luna bianca che illumina di identico candore il paesaggio invernale ed innevato in cui svettano pochi abeti, uno solo addobbato, e si intravedono, sotto la coltre, i tetti di poche, piccole abitazioni. Avrebbe voluto essere, il mio dono, una modesta finestra aperta sulla suggestione della fiaba. Dentro, avevo scritto poche parole di dedica, per accompagnare i guanti: “2003. Buon Natale. Grazie per la sua musica. Che il Signore le protegga le mani e continui a farle il dono del suo suono. Elena e Giordano”. Lo avevamo firmato insieme, mia moglie ed io.

Sono passati 10 anni da quell’inverno ed io non li ho mai più indossati e spesso cerco di ricordare se mai vi sia stata qualche improntitudine o indecisione, la memoria talvolta non mi aiuta, nel donare al musicista con il sax i miei guanti di lana bianca. E ancora ascolto nel silenzio del ricordo la sua calda nota, traccia dolente d’un eterno assolo aperto al vento promesso di ogni comunione.

Note nomadi. [1]

Note nomadi. [1]

Il basso dolce della sua nota struggente. Un ossimoro, lo so, e forse un’eresia musicale. Ma cosa di ortodosso e di lineare ci può essere in una dolente mendicanza? Quale armonia nascosta suscita limpide risonanze in te se l’io che chiede pare arreso a tutto della vita?

Mi sorprendeva ogni volta, sin dalla prima in cui lo udii, anni fa. Mi serrava la gola. Le gambe rese ferme in un’inconcepibile attesa. Allora, scendevo piano lungo il portico, volgevo le spalle al grande magazzino, dal quale talvolta ero appena uscito. Percorrevo a passi lenti il largo marciapiede, fino all’estremità. Lì, mi fermavo. Nell’estasi ipnotica dell’attesa. Di una nuova nota. Che puntualmente giungeva, con pause scandite da chi sa quale metronomo, interiore o divino, non so. E lo vedevo, come la prima volta. Come fosse ogni volta la prima. Stava semi sdraiato in una posizione innaturale e forzata, il grande sax impugnato, una spalla reclinata sul marciapiede, l’altra pronta a sollevarsi per accompagnare lo strumento in un idillio senza scampo, quando la nota, un accento senza tempo, frantumava la frenesia del qui ed ora per ricomporla nell’unità sublime della carità.

Sostavo a lungo in quell’ascolto, in quell’attenta attesa. Tutto svaniva intorno a me. Eravamo soli nel flusso inarrestabile della folla, appena dietro il lato sinistro della Cattedrale. Io, lui, la sua musica, se così la si poteva definire, e la mia anima pronta ad accoglierla per ricomporla nell’unità di un impossibile, perché improbabile, ricordo. Colma sempre di speranza. Che il canto si facesse da un istante all’altro disteso suono, eco di una energia scaturita da chi sa quali profondità a me ignote. Le note seguivano l’una all’altra in una sequenza  atona, lontane tra loro nel tempo e nel ritmo. Eppure ogni volta cercavo il filo di un’armonia che potesse tenerle una all’altra unite in qualche forma plausibile di composizione. Ma erano belle comunque, così solitarie, e disgiunte, così aliene alla moltitudine che passava accanto e all’apparentemente scanzonato paesaggio intorno. Distratto. Nessuno si fermava e l’uomo del sax sembrava non avvertire la presenza di alcuno. Lo avevo sentito una prima volta da lontano, nella primavera dell’anno precedente. La nota, una, la stessa, allora, ripetuta e scandita, mi aveva irresistibilmente convocato all’ascolto. Ero andato alla ricerca della sorgente musicale, che non riuscivo ad intravedere. Finalmente lo avevo scorto. Lo avevo raggiunto. Mi ero fermato poco lontano da lui. Volgeva le spalle. Come sempre lo avrei visto anche le successive volte. Guardava verso il Duomo e, apparentemente, verso i passanti. Un gomito sul marciapiede. Indossava abiti invernali. Credo avessero conosciuto tempi migliori e denunciavano un’origine poco coerente con il destino di quegli istanti condivisi nel mio sguardo. Aveva mani immense e, penso, o almeno a me così pareva, bellissime. Forti, impugnavano il sax con memore maestria. Mi assalì la suggestiva immagine di uno scenario diverso. La nota e quella figura che portava in sé l’eco di una nobiltà incancellabile mi sospinsero verso altri orizzonti. Oltre la quinta del dolore così esposto in quegli istanti arresi ma indomiti, mi apparve in un lacerto di visione il teatro del grande jazz. Al centro, il sassofonista teneva il posto che le note, profonde e così tuttora evocative di una musica alta, le sue mani, la sua persona, lasciavano legittimamente immaginare. O forse solo sognare. Avevo tentato di rivolgergli la parola. Pareva non sentisse nulla. Avevo aggirato la sua postazione musicale per tentare di rendermi più facilmente percepibile ai suoi occhi. Mi ero chinato su di lui. Sembrava non vedere nulla. Era intento alla performance musicale che pareva riassumere nella nota tutta intera la sua vita ed il mondo.

E così avevo fatto per qualche tempo. Fino al giorno in cui mi arresi alla maestà del suo canto e lo ascoltai da lontano. Sostavo sul lato opposto del marciapiede, nel punto mi aveva raggiunto la prima volta una sua nota. Giunto al limite dell’orario che il treno mi concedeva, traversavo la strada, posavo la moneta nella custodia del sax, lo salutavo e me ne andavo. Avevo imparato che non mi avrebbe mai risposto e che non avrebbe mai nemmeno percepito la mia presenza, il mio passaggio. L’energia spirituale è la sola che non ha bisogno dell’apparenza e della sostanza materiale per giungere a compimento.

Una sera della prima estate sapevo che non sarei mai più tornato. Il mio impegno era terminato quel giorno. Sostai più a lungo del solito. Traversai, salutai, posai la moneta e me ne andai. Sentivo la tristezza che pervade il cuore degli amanti nell’ora del congedo.

Papa Francesco. Una persuasione senza retorica.

Papa Francesco

Una persuasione senza retorica.

C’è qualcosa di travolgente nell’azione discreta e composta di un Papa che sceglie spesso il margine del mondo per esprimere con estrema persuasione interiore la legittimità di una scelta, la sua, che rischiara ed innalza gli esclusi e gli emarginati di sempre. C’è qualcosa di ineffabile nella compostezza di una parola sussurrata che i gesti si incaricano di rinterzare nella pienezza coerente di un linguaggio del corpo. C’è l’interezza della Vita nel suo incedere che segna uno scarto antropologico. Un cambio di passo interiore che è proprio di tutte le rivoluzioni vere.

Credo che nessuno, ateo o miscredente, professo di qualsiasi altra fede, possa negare l’evidenza di un lento camminare della storia in avanti. Una storia che non è e non riguarda unicamente la Chiesa cattolica, i Cristiani, ma riverbera nell’eco profonda di una spiritualità radicata, e testimoniata in prima persona singolare, a partire dunque da se stessi e dalla propria coscienza, una sintassi viva dell’umano. Un umanesimo nuovo. Non mediaticamente vincente nell’eco della comunicazione di massa, che non costituirebbe una rivoluzione ma sarebbe unicamente unanime omaggio secondo prassi condivisa dei tempi. Non retoricamente agitato nella pubblicità delle proprie dichiarazioni. Soprattutto esercitato, secondo una tradizione esperienziale che in Papa Francesco attinge radici personali, una sua lunga e duratura vena esistenziale.

Non ho alcun titolo né alcuna specifica competenza per compiere un’accurata esegesi delle sue parole pur così dense. Non sono un teologo. Non sono un vaticanista. Non sono nemmeno un cristiano ascritto socialmente a qualche conclamata appartenenza o ascrivibile al canone di una visibilità qualunque secondo l’ortodossia dei tempi che ho vissuto.

Sono solo una minuscola creatura affacciata al meraviglioso sgomento dell’Infinito. Una piccola ed inutile particella di cosmo abitata dalla poesia e ad essa consacrata. Un esile frammento del tempo, nell’epoca perturbata del transito dentro il quale ho vissuto ed ancora vivo. E lì, nella temperie, disperatamente affidato, talvolta, ai segni cancellati dei tempi che furono, e alla speranza di un non ancora vivo solo ed unicamente in lacerti di confine, dentro cuori accesi di rari ed indimenticabili maestri, ho cercato di ascoltare il canto della vita nascere nuovo ed innocente nelle note di sempre, con accenti di inedite ed inimmaginabili sinfonie amanti. Di cogliere e di sentire in essi ed insieme a loro altri apparentemente indecifrabili segni di un mondo che nasce, in sintonia ed in dialogo con quello che fragorosamente ed infinitamente muore.

Sull’indefinibile soglia fra due epoche.

C’è in Papa Francesco mi sembra qualche eco viva di tale consapevolezza.

Nelle sue omelie e nell’omelia vivente che è la sua testimonianza stessa, ho sentito talvolta risuonare vive altre coscienze. Sparse nel vento caldo di una profezia ignota, o forse solo ignorata, ai vertici delle istituzioni, non unicamente di quelle ecclesiali, non esclusivamente cattoliche.

Penso, qui ed in particolare, a quella di Raimondo Panikkar.

Poiché non voglio innalzare le semplici intuizioni esistenziali al ruolo di esegesi puntuali e legittime, mi limito a segnare uno dei primi tra i punti di coincidenza che ho sentito vibrare in me nell’eco di alcune parole di papa Bergoglio.

Quando, da poco eletto, sostenne una prima volta che la Chiesa non è una ONG, pensai ad alcune pagine scritte da Panikkar. Le ricordai di nuovo quando, in aprile, il papa, in un’omelia pronunciata a Santa Marta, riprese la stessa visione. Ho deciso di riproporle per esteso oggi, perché è sempre più evidente come in Papa Francesco tale sottolineatura non costituisca un pur rilevante accento, ma sia una visione ispiratrice atta a fondare una comunità di fede radicalmente altra rispetto alla sostanza delle cose spesso cercate in questi ultimi decenni. Durante il suo viaggio in Brasile, non solo è tornato a sottolinearlo, ma ha dato corpo (il suo) alla visione e alle parole. In un crescendo che ormai innerva il senso del pontificato ben oltre la pur estremamente legittimante coerenza di uno stile personale.

Scriveva Panikkar: «[…] La distinzione fra organismo e organizzazione è una questione molto delicata. L’organizzazione funziona quando vi è denaro; l’organismo funziona quando vi è vita. E penso che questo sia più di una metafora. Nessuna quantità di denaro (leggi «armi») proteggerà le istituzioni del primo Mondo (o quelle del secondo) se l’organismo è malato. L’organizzazione ha bisogno di una struttura; l’organismo richiede un corpo. L’organizzazione ha bisogno di un padrone, di un capo, di un impulso dall’esterno per funzionare. L’organismo vive della sua anima, della sua salute, dell’interazione armoniosa di tutte le parti che costituiscono la totalità. Una organizzazione è entropica, un organismo è diectropico. Una organizzazione equivale alla somma delle sue parti e ciascuna parte è sostituibile con una copia identica. Un organismo è più della somma dei suoi componenti e nessun componente può essere sostituito da un duplicato esatto, poiché ciascuno è unico. Al massimo, l’organismo deve rigenerarsi dall’interno quando è stato ferito. Un organismo muore quando l’anima se ne va, quando il cuore cessa di battere o il cervello di vibrare. Una organizzazione ha molta più resistenza perché la sua struttura è più forte e può funzionare per inerzia, […]». (Raimondo Panikkar: “La sfida di scoprirsi monaco”, Cittadella Editrice, Assisi, 1991).

Credo che non siano necessari commenti e che ciascuno possa agevolmente e felicemente delineare similitudini esistenziali, rilevare analogie storiche, cogliere le diverse ontologie fondanti e fondative, compiendo un semplice esercizio di esegesi del reale e del presente alla luce delle parole di Panikkar. Per trarne, in una luce di speranza, viatico per un diverso possibile aperto cammino.

Devo invece alcune precisazioni, per completezza d’informazione.

Raimondo Panikkar si riferisce (soprattutto) in questo stralcio del suo testo ad una particolare forma di organizzazione, quella monastica. E’ però chiara, ed anche esplicita, la formulazione estensiva ed aperta del suo pensiero. Del resto, il titolo originale dell’opera è piuttosto significativo al riguardo: “Blessed simplicity. The Monk as Universal Archetype”, e furono proprio quel sottotitolo dato all’opera pubblicata in italiano e una breve presentazione che sottolineava tale prospettiva antropologica, ad indurmi, nel dicembre del 1991, a leggere il libro di Panikkar.

Non so se Papa Bergoglio abbia conosciuto personalmente o letto il teologo spagnolo. Credo che non abbia alcuna importanza saperlo e nessun rilievo nella sua vicenda. A me piace porre in evidenza la felice coincidenza tra due visioni, sia pure espresse in tempi, in ruoli e con accenti assai diversi. Non credo di essere presuntuoso se ne sottolineo la natura ed il valore, se la considero a giusto titolo o meno tale. A me sembra di poter vedere qui uno di quei segnavia di passo che la storia si incarica di lasciare con maggiore o minore evidenza, anche in relazione allo sguardo che li vede, lungo i sentieri non sempre facili sui quali essa si snoda e talvolta si inerpica. Cammini spesso scoscesi e la cui meta non sempre è chiara in tempi che, come quelli vissuti, scandiscono confini celesti offuscati da nubi inquiete e scure sugli orizzonti incerti.

Conforta sapere che lacerti di luce chiara come furono per me le intuizioni di Raimondo Panikkar trovino ora il conforto di una guida che sempre più rivela la sua credibile e vera natura spirituale nel corpo dei gesti, come è papa Francesco.

La sfida di scoprirsi monaco”, con il suo invito a scoprire nell’umano l’archetipo (dunque un’istanza ontologica) del monaco, come una forma esistenziale se non anche antropologica, a tutti accessibile e comune a tutti, è stato per me un libro decisivo.

L’inquietudine dell’anima viva stenta a trovare un varco dentro gli spazi chiusi della conclamata appartenenza. Soprattutto quando l’istituzione che presume di chiamare a raccolta le anime o di guidarle è divenuta un’organizzazione. Se non anche una struttura chiusa, idonea all’appartenenza e legittimante i soli appartenenti riconosciuti e conclamati tali, raccolta su se stessa in difesa di un potere più che dotata del carisma di celebrare una chiamata condivisa. Nella sinfonia dei diversi. Attenta più alla funzionalità dei giorni, l’organizzazione, che non viva dell’orizzonte di Mistero cui la sete dell’anima umana convoca e chiama la creatura inesauribilmente, l’organismo.

Il mattino in cui comperai il libro, avevo un impegno. Dovevo partecipare ad un convegno dedicato alla conservazione dei beni culturali. Ricordo molto bene che, durante una pausa dei lavori, trassi dalla borsa il volumetto. I lettori appassionati sanno quale irresistibile attrattiva costituisca un libro nuovo in quanto tale… Ad un certo punto, mentre già immerso nella lettura pregustavo il prosieguo, avvertii una presenza discreta accanto a me. Mi voltai e vidi uno dei giovani relatori che tentava con qualche inavvertita acrobazia di leggere il titolo. Rimasi sorpreso. Scambiammo qualche battuta: “Nulla a che vedere con il convegno…”, quasi mi scusai. “Proprio quello…”, mi sorprese l’interlocutore. “Sono riuscito ad intravedere il titolo mentre toglieva il libro dalla borsa e mi ha attratto enormemente…”. Esitava a chiedere. “Sono curioso…”, incalzò. Stupito e al tempo stesso in qualche modo felice perché qualcuno in quegli anni (appena conclusi gli Ottanta), in quel luogo, in quell’ ambiente fortemente secolare e secolarizzato, fosse curioso della sfida di scoprirsi monaco… Ero sulla buona strada, pensai tra me. Dettai il titolo e ci congedammo. Il relatore avrebbe tenuto il suo intervento dopo la pausa ed io seppi presto che la mia buona strada sarebbe stata lunga, affascinante, bella e al tempo stesso terribile.

Con il viatico e la compagnia del testo di Panikkar ho vissuto alcune tra le esperienze più persuase del cammino di fede. Al margine, fuori dall’organizzazione, e nel tentativo di essere organismo vivo insieme ad altri rari compagni di viaggio.

Ho letto, riletto, chiosato, regalato, quel libro. Non so quante volte in più di vent’anni. In particolare, in qualche occasione ho fotocopiato e letto le pagine ed i paragrafi dedicati ad organismo ed organizzazione. Personalmente, mi sono tenuto in punto esistenziale a quella lezione, sino allo stremo di me. Istante per istante. Scelta quotidiana dopo scelta quotidiana. Fino alla più chiara solitudine, scandita spesso in un esilio da eremita. Su, fin dove il corpo ha seguito e tenuto l’incalzare urgente degli esami di coscienza.

Quando sento risuonare l’eco di tale profetica visione in altre parole o esperienze, il cuore vibra, al diapason del ricordo e della speranza. La via persuasa trova sempre un destino di condivisione, oltre l’ orizzonte di una retorica chiusa a difesa. Il testimone è lievito per l’anima di un organismo vivo.

Un organismo muore quando l’anima se ne va…”. Dov’è, dove è andata, quale è l’anima del mondo? Quali ritardi sconta dentro il suo ospite prediletto, l’umana creatura, così affannato e distratto da un mondo che non lo attende più, ma solo lo trascina, e che egli stesso ha costruito asservendolo ad imperativi che risuonano spesso stranieri alla sua anima stessa? Quale anima, qui, ora, adesso, nei tempi che la sfida della storia ci chiama a vivere in un orizzonte di speranza e di fiducia? Quale confidenza con la realtà che sappia innalzare il canto della vita nella sua sublime gratuità di dono ricevuto e così ugualmente restituito? Quale canto nasce libero dai paradigmi di una funzionalità sovrana anche del suo dolce tempo, il ritmo interiore di una sapienza senza vanto? Dove sono le ali del sogno nell’uomo che abita il presente? Quale filo di spiritualità è teso fra un mondo secolare al tramonto e l’alba degli stati nascenti che hanno sete d’eterno e d’infinito?

L’anima del mondo moderno sconta un estremo ritardo sul suo corpo in corsa. Per ricongiungersi a lui, deve compiere un cammino impervio e lento. Il respiro spirituale deve tornare a pulsare in unità armonica, secondo il ritmo interiore del corpo. Forse con papa Francesco, la modernità secolarizzata sta trovando, anche in un ruolo istituzionale e non più solo nel margine, talvolta eretico rispetto ai ritardi dei tempi, sempre eremitico quando sconta l’esilio della profezia, la strada della propria innocente spiritualizzazione. Che la conduce, insieme ed oltre l’apoteosi dell’artificiale, giunto all’apice della sua vorticosa corsa sulle spalle del corpo del mondo. Giunto esausto al termine della sua corsa vincente nel secolo. Disabitato da se stesso. Bello, forse. Certamente senz’anima.

 

 

Il legno dritto di Papa Francesco.

Il legno dritto

di Papa Francesco.

Non so se e quando Papa Francesco scriverà un’enciclica. Per quanto poco importi il mio modesto parere di marginale a tutti i culti istituzionalizzati dalle chiese contemporanee e di estremo dilettante nella fede, credo che non ne redigerà mai alcuna. Papa Bergoglio è un’enciclica vivente. L’ho scritto ieri a proposito del suo viaggio a Lampedusa. Mi sento di poterlo affermare di tutto il suo pur breve pontificato, a partire dall’affacciarsi al balcone, a Conclave concluso da un’ora.

Non si tratta di comunicazione. Oggi più che mai, nella civiltà (?) dell’immagine e nel culto della rappresentazione infinita che i media di massa e la messe dei media mettono in atto senza remissione, la punta d’iceberg di ciò che appare è un indizio labile. Troppo poco per costruire la storia con qualche fondamento ontologico e di senso. Tutto il grande barnum si dissolve quando cala il sipario. Al levar delle tende, al cessare dell’evento, lo abbiamo visto, nulla muta nel cuore dell’uomo. Ed è questo che vale (sarebbe questo a valere, se fosse…). Non solo nella conversione cristiana. Anche nella laica salita verso soglie interiori più alte e limpide.

In chiaro. Ai tempi del “grande comunicatore”, lo fu, a detta dei molti, le chiese ed i seminari dell’Occidente moderno si sono inesorabilmente svuotate. Terminati i grandi happening (perché di questo…), la gioventù (e non solo) è tornata sempre alle proprie case. Cioè, nella stragrande maggioranza, alle proprie secolari consuetudini, che solo lo sfavillio mistificante (ed assai poco mistico) delle paillettes mediatiche aveva impedito di cogliere nella sua essenza. Temporaneamente sospesa nell’euforica rappresentazione di una fede di massa appagata dal presenzialismo effimero. Dalla performance esibita in mondo visione.

Un’essenza viva nella ferialità. Religiosa, umana. Antropologica. La secolarizzazione non è un’invenzione di anime belle e nemmeno lo strumento da lasciare in uso strumentale a moralisti interessati solo al potere temporale. Utile per ricondurre le pecore all’ovile. Non per fare di loro creature libere. In se stesse e davanti a Dio, prima di tutto.

Per non dire della corruzione, del cinismo, del consumismo che allignano ovunque indisturbati ed albergano anime di sedicenti testimoni della fede. Nella prassi feriale, nelle istituzioni, dei fedeli laici e non solo, nella vita di tutti i giorni. Dove l’indifferenza al destino del fratello, che non è purtroppo unicamente il portato della globalizzazione, il suo moltiplicatore esponenziale, secondo quanto ha bene sostenuto Papa Francesco, è consuetudine.

Ci sono icone della storia che ne accompagnano la narrazione e ne segnano indelebilmente i fondamenti. E qui non c’entra nulla l’inciviltà dell’immagine. Vi sono racconti assurti a simbolo di epoche durature e profonde. Immagini che scandiscono la memoria storica di intere popolazioni, di epoca in epoca, non solo di decennio in decennio. Credo che una di queste, che mi permetto di porre a soglia, anche iniziatica, di un nuovo tempo, un segno dei tempi (“segni dei tempi”: © Marie-Dominique Chenu), sia quella del pastorale in legno che ha accompagnato la visita di Papa Francesco a Lampedusa.

Qualcosa che urla in sintonia profonda con la discrezione assoluta del suo titolare (“per favore”). Un pastorale al quale davvero la fede degli ultimi, dei marginali, degli sconfitti di sempre, degli umiliati di ogni istante del tempo e della storia, può affidare la sincera e credula carezza di un cuore puro. Perché la povertà, fuori da ogni retorica, è lo stigma, spesso a duro prezzo assunto su di sé, della purezza interiore. Francesco d’Assisi. Non so ancora se anche dell’innocenza.

Su quel pastorale, un indizio affettuoso (lo scrivo con il rispetto profondo della letizia interiore) del Padre buono, il Dio che ride nel cuore dell’uomo bambino, si è posata la parabola di un tempo nuovo. La colomba che vola. Credo che il Vaticano II, in sonno da decenni, dall’ultimo Paolo VI?, abbia ripreso il suo cammino lì, sulle corte braccia in legno di quel pastorale, a Lampedusa.

Per questo, credo Papa Francesco non avrà bisogno di scrivere alcuna enciclica. Il suo memorabile incipit lavora già nel grembo dei giorni. Discreto. Silente. Povero. Se anche innocente, come la Storia chiede e nel senso a lungo profetizzato da Raimondo Panikkar (“la Nuova Innocenza, non un’ innocenza nuova…”), lo dirà il Tempo. Dentro il quale l’uomo ha ora un viatico nuovo, forte della sua mitezza, per più intensamente credere. Per continuare (tornare?) a più fortemente sperare.