Forme d’addio. [Memoria digitale].


Forme d’addio. [Memoria digitale].

Dopo il congedo, nella finestra che avevo previsto tra l’addio e la dead line dell’account Twitter, da me collocata, nemmeno troppo vagamente, al Primo di ottobre, cinque anni esatti dopo l’apertura del profilo, ho continuato ad interrogarmi riguardo alla forma in cui avrei dato corpo alla cessazione dell’attività.

Non mi riferisco ad una modalità di mera gestione della piattaforma o a qualche aspetto di legittimità da accreditare in punto di norma.
Penso invece ad un problema al quale ho già accennato, e solo accennato, nel lungo
post d’addio.

Perchè scegliere una modalità invece di un’altra per porre in atto una decisione, lasciare il SN, che è comunque presa ed è irrevocabile?

Non sembri una domanda oziosa o un alibi per mantenere aperta un’opzione praticabile all’insidia del dubbio, sempre in agguato.

Si tratta di questo. Per chiudere definitivamente il mio profilo, sarebbe stato sufficiente un click [mera gestione] su una delle voci relative alle Impostazioni ed il mio account sarebbe scomparso per sempre. Inaccessibile alla frequentazione di tutti ed anche alla mia.

Per me, personalmente, intendo, sarebbe stata la soluzione più praticabile, più facile, più comoda e definitiva.

Sin da quando però ho accarezzato tale ipotesi, mi sono posto alcune domande.

Non riguardano lo “storico” della mia presenza sul SN, della mia scrittura intendo: per quella, per quanto poco importi e poco essa possa valere, c’è l’archivio messo a disposizione da Twitter stesso.

Riguarda il profilo Twitter nel suo insieme, quella particolare, unica ed irripetibile storia, piccola, oh, certamente, piccola, marginale e feriale, eppur viva, che si è andata creando dentro ed intorno all’account da me aperto e curato. Una narrazione quotidiana di cui sono stato certamente artefice, come ciascuno lo è naturalmente del proprio account, ma che vive, è vissuta [e forse vivrà... questo è il punto] del corollario non insignificante di tutti coloro che l’hanno condivisa con me. A diverso titolo ed in modo differente, certamente. Dunque, mi sono chiesto sin da subito, che diritto ho di cancellare tutto, compresi gli istanti di condivisione persuasa, di attenzione [umanesimo digitale?] che altri con generosità mi hanno dedicato? Certo, ciascuno dà alle esperienze che vive il valore che crede, e ciascuno le vive dunque secondo un proprio universo di valori di riferimento. Poniamo che ora rinnovassi tale domanda alla luce di un assunto per me fondativo dell’esperienza vissuta sul SN, essere autore di quasi tutti i miei tweet in poesia o in prosa poetica [salvo naturalmente quelli citati e correttamente indicati come tali]. Anche secondo tale prospettiva, la domanda dovrebbe porsi, e forse lo dovrebbe ancor più. La mia scrittura in fieri ed in contesto è stata, è e sarà sempre anche la storia della condivisione da parte di chi ha letto ed interloquito, sia pur in modo e a titolo diverso. Che diritto ho, che diritto avrei avuto, in punto di giustizia interiore, di cancellare tutto? Non è tutto l’account con la sua modesta storia autoriale [la mia] e la sua piccola vicenda feriale [la mia], con le letture e le condivisioni di coloro che ne hanno lasciato segno, a modo suo un’opera data e compiuta [per quanto poco si possa considerare, nell'orizzonte non solo temporale che ci è dato, conclusa un'opera] e completa in sé e solo così compiuta e completa nel quadro delle relazioni vissute e rese esplicite? Testimoniate, potrei dire? O comunque narrate e certamente rappresentate per mezzo di quella particolare forma di comunicazione digitale ascritta all’universo dei SN e definita come microblogging.

Certo, il libro, ecco, potrei scrivere il libro… L’ho già quasi concluso e l’ho scritto, “Poesia in forma di tweet“. Sono però tra coloro che non credono alla possibilità di replicare la vicenda vissuta in Rete semplicemente facendone un’anastatica analogica. Un libro, per quanto fedele nella riproduzione, o meglio nella riproposizione complessiva di un senso e del possibile significato di un’avventura, non è e non sarà mai la copia conforme e identica del sito, del SN, dell’esperienza di scrittura in rete. Nemmeno se editato in forma digitale, sulla stessa Rete o come ebook. In punto funzionale ed esperienziale, questa l’evidenza ontologica fondativa, identico. Il libro, successivo all’esperienza vissuta in Rete come altrove, è un’altra opera, un’altra declinazione formale dell’ontologia spirituale, che ha ali ampie e forti, sostenute dal vento di inesauste metafore di senso. L’opera è ciò che è, data in se stessa, e che dura nel Tempo, alla luce del significato e del Senso fondativo. Quello che attinge la coscienza del poeta e che la rende, nello statuirla unitariamente, testo concluso [ma non conchiuso: quest’ultimo suo carattere nasce, ben prima e ben oltre l'elementare funzionalità dei mezzi, nel cuore del messaggio, nel profilo etico dell’autore, nella sua attenzione umana e nella sua intenzione creativa].

Certo, lasciare aperto così com’era il profilo, avrebbe comportato alcuni problemi. Non ultimo quello di una difficile comprensione di una scelta annunciata e poi sempre lasciata in qualche modo in sospeso [posto che qualcuno, dopo qualche settimana, incappasse ancora nel mio profilo ormai in sonno, per non dire della memoria, così come si manifesta quasi sempre nella sua declinazione digitale attiva...].

Sarebbero rimaste due alternative, che avrebbero lasciato salvi gli interrogativi di cui sopra [che ho solo abbozzato, naturalmente...].

Rendere privato il profilo. L’account con il lucchetto sarebbe rimasto integro ed intatto. Disponibile nella sua interezza, lo storico della scrittura e delle relazioni.

Rendere privato l’account o lasciarlo aperto modificando però il profilo: cambiando per esempio il nome, e dunque anche l’account stesso visibile, e la piccola icona [la fotografia] che lo presenta, pubblicando una PIC insignificante ed anonima. In tal modo, vi sarebbe sato almeno un segno di discontinuità percepita da tutti ed inoltre il profilo in sonno sarebbe andato ancor più e piano piano a scomparire da sé, almeno come profilo identitario riconosciuto. Rimanendo però vivo come segno storico, nell’accezione minima di cui ho scritto.

Qualche giorno fa ho preso una decisione: ho scelto di lasciar vivere il profilo nella sua forma privata. L’integrità dell’esperienza digitale, almeno nella sua forma data di rappresentazione di un tempo vissuto e condiviso in Rete, è in tal modo mantenuta. Lo stato dell’arte, per quel che riguarda le relazioni, è congelato nella fotografia dell’istante in cui ho scelto di abbandonare il SN. Almeno per quanto pertiene la mia volontà. Il rispetto dei tempi interiori di altri che fino a qui mi hanno seguito e/o che vorranno in futuro esercitarla diversamente è garantito, consentendo loro di agire sul corpo vivo di un’esperienza secondo il proprio ritmo esistenziale e non subendo passivamente l’arbitrio di una mia decisione. Rispetto, naturalmente, a quella minuscola parte di relazione condivisa, che è stata e che nella sua rappresentazione è rimasta fino al momento dell’addio in atto.

La memoria, invece, un accento squisitamente umano, qui non ha campo nè vanto. Essa è una declinazione dell’anima che non è in alcun modo derivata della forma in cui l’addio si è compiuto o si manifesta. Se non rimani nella mente e nel cuore di coloro con i quali hai condiviso un’esperienza, nessuna forma d’addio potrà rinfocolare la vita viva della relazione. Rimarrà, lo status, un retorico surrogato dell’esistenza che un giorno fu. Come un piccolo monumento in disfacimento sotto il peso dell’oblio. Che è la sostanza della nientità che può animare le relazioni nel presente storico loro contemporaneo ed il contrario del futuro che potrebbe essero loro donato.


Presente storico.


Presente storico.

Un giorno ti accorgi all’improvviso che la vita che hai vissuto è troppo estesa, o troppo duratura, per essere contenuta nello sguardo interiore del tuo presente. Che l’orizzonte del vissuto è sempre troppo qualcosa rispetto al qui ed ora che vivi. La presenza al reale, un canone esistenziale che ha dettato quasi ogni istante consapevole del tuo giorno, almeno fino a quando l’ebrezza della gioia non ti ha ubriacato di sé, o il peso del dolore non ha schiantato ogni sopportabile resistenza nella lucidità, non ti abbandona. Eppure, forse è un portato dell’età, dell’orizzonte storico personale che sembra chiudersi naturaliter, la tua vita, il tuo presente, non ti contiene più. Singolare.

La declinazione esistenziale si appella alla coerenza estrema. Non usciresti dal dettato di te stesso, e dalla coniugazione etica del vissuto, per una forma di rispetto al tuo passato. Non fosse altro perché l’averlo fortemente voluto così come l’hai vissuto ti ha causato prove dolorose, talvolta al limite della sopportabilità. La stessa età non depone in favore di eventuali vie di fuga. Ma questa sarebbe la flessione minoritaria della scelta. Un insulto alla vita, alla tua, così come hai tentato di viverla, resistendo alla suggestione di imboccare più comode strade invece degli angusti sentieri su cui incammina spesso la coerenza.

Non hai eredi. Né d’anagrafe né di alcuna altra natura. La continuità generazionale ha iniziato a subire sincopi letali sin dall’affacciarsi della tua stessa generazione alla storia. Il transito epocale, la bufera dentro la quale tu stesso sei nato alla vita adulta, era solo agli inizi. Le voci della interiorità che stabilizza nel profondo i tempi, si sono fatte sempre più fievoli. Più lontani i crinali dai quali reciprocamente ci si affaccia. La temperie più vasta e più forte. Malgrado le apparenze, le cose sono peggiorate. I segni di una confidenza cabriolet e di superficie non riescono a dissimulare la distanza, che si propaga e dilaga sempre più fino all’assenza di relazione. Con infarti relazionali che spesso sorprendono chi si era illuso che la profondità abitasse la superficie. Non è vero. Non è così. Nell’essere umano la verità di sé abita la creatura e chi si ferma alla sua rappresentazione finisce inevitabilmente per perdere contatto. E voce. Non posso dunque sperare, o illudermi più se mai l’ho fatto, di distendere il passo degli anni dentro altre vite, in reciprocità e compagnia. La solitudine di coscienza con cui ho abitato i tempi che ho vissuto, è linfa vitale e forse proprio per quello ora si manifesta in continuità con se stessa. Un continuum d’esperienza e di senso che non permette soste.

L’urgenza che incalza sempre l’ora dei congedi, ha forse qualche vanto sul sentimento che sembra pervadermi. Non mi è nuovo. Altre volte, in prossimità di appuntamenti significativi con il canto che detta dentro, vicino a dar vita ad un’opera compiuta, l’ho provato. Di pari intensità, della stessa natura. Il tracimare della vita che preme dentro, però, mi sembra non avere lo stesso segno. Qui c’è qualcosa di ultimativo che è identico ad allora. C’è però la consapevolezza della memoria che incalza e che chiede conto del suo essere stata testimone di sé nella vita. Nella tua. Certo, potresti lasciar fluire la serenità della quietudine, di chi ha fatto tutto quello che è stato chiamato a fare, secondo la vocazione e nel talento. La coscienza, che contempla anche la consapevolezza del proprio limite.

Nemmeno la posterità colma intero lo spazio di questa ultima e nuova suggestione. Da anni, forse da sempre, hai pensato ed in qualche modo, hai saputo, che il tuo tempo non sarebbe mai venuto, nei tempi che hai vissuti. E che se qualcuno un giorno ti avesse mai incontrato nell’opera, curioso di te e con benevolenza di sguardo attento e di profondo ascolto, quel qualcuno sarebbe venuto dopo, in tua assenza. Dunque, non di questo, qui ed ora.

I rari che con tenacia intellettuale e generosità di sé ti hanno offerto ascolto nella vita e nel canto ed aiuto, conoscono la necessità ontologica di tale solitudine di coscienza. Di questa distanza. Di questa storia sempre incompiuta all’atto della riconoscenza. Dell’essere ri-conosciuti nella verità di sé. Dell’essere incompiuti. Nelle relazioni. Non tanto dentro. Nell’asimmetria. Non tanto fra le attese ed il compimento. Quanto fra l’essere stati coloro che si venne chiamati ad essere ed il senso che a tale vocazione si è riusciti a dare nella risposta.

Non si tratta di incomprensione. Sebbene in origine ed a fondamento interiore dell’opus di pace almeno tentato vi sia spesso un abisso distillato dall’impotenza a capire. Piuttosto, si tratta di giustizia e di riconoscibilità nella Babele convulsa delle infinite repliche e degli ottusi a se stessi replicanti. Dell’apparenza che lucra consenso. Dell’appartenenza che distende la legge tribale dell’essere di uno stesso ceppo fino allo sberleffo dei principi. Una ipotesi teorica insopportabile per chi ha detto addio alla fatica della comunità riguadagnando l’essenza del corpo primordiale. Se non vincente sempre certo meno impegnativa nell’estatica predilezione contemplante il proprio ombelico.

Vita e destino, infine.

Non sono risentito né mi sento al colmo del rimpianto per la distanza che pure è esistita tra ciò che è stato e ciò che sarebbe potuto essere.

L’anima è calma l’orizzonte sereno. Non è questo. Sono persino felice nella coincidenza fra l’io che sono e l’io che avrei potuto essere. L’identità.

Chi salda le cesure generate dall’asimmetria? Quale lembo di mantello copre il freddo cinismo della distanza, quando l’ottusangolo di interiorità incompiute le aumenta fino alla perdizione di sé ed alla sopraffazione dell’altro per scelta? La carità salda davvero mondi nel qui ed ora della storia? E la pietas è divenuto un orpello vintage o peggio ancora dimenticato dalla voracità laica che conquista a se stessa tutto il futuro, o tutto il futuro per se stessa possibile?

Il genio dell’etica non apre alcun vulnus nel muro fermo della incomprensione che non ascolta e non si china. E comprendere non significa necessariamente condividere. Chi copre tutti i gradini che separano i mondi? Chi lo farà per noi se debuttiamo da latitanti e ci ostiniamo sempre più all’irresponsabilità di una convivenza che si lascia plasmare unicamente dalla forza? Quale confine fra liceità e potenza? Nessuno, ancora, come un tempo, come sempre, forse? O uno spiraglio di intelligenza dell’anima è aperto alle soglie di un nuovo millennio e ispira il canto della Mistica, la levitazione del mistero, come un accento di consapevolezza in noi?

 

 

 

Quarantotto mesi su Twitter. [Exit Summary].

Quarantotto mesi su Twitter. [Exit Summary].

Intro.

«Appunti di viaggio, per «Quarantotto mesi su Twitter».

Uno svolgimento senza contenuti. Ci pensa il tempo. Lo slogan [il titolo di coda?] è sufficiente. Al riparo dalla rappresentazione di se stessi…

Pag. [...]

HENRI J.M. NOUWEN: «Forza della solitudine», Op. cit.║http://www.extemporalitas.org/forza-della-solitudine/

Pag. [...]

Ottobre 2010, Ottobre 2014. [Quattro anni di involontaria ricerca azione? O solitudine in un'esperienza di utopia relazionale? Chi sa….]

Pag. [...]

Nel silenzio, l’ardua ostensione delle ipotesi che tentano di rispondere al e del vissuto con lacerti di senso e abbozzi di canto.

Pag. [...]

L’empatia, una sincope interiore sul sentiero della funzionalità razionale. [Prose basiche].

Pag. [...]

Una sola certezza, casta erede di una vita analogica. Anche l’ora della relazione digitale ha rare sorelle quando scocca il dolore.

Pag. [...]

Memento perpetuo [Et analogico, et digitale…]. Solo il dolore vissuto non patisce l’insulto degli artefici del copia incolla interiore con destrezza.

Pag. [...]

Forse… [perché i retori sempre in agguato conoscono bene l'esercizio della parola estorta e priva di vissuto dentro essi stessi...].

Pag. [...]

Un tempo ci furono Maestri e discepoli coerenti. Ora, strusciamenti intellettuali a manomorta tra sedicenti pari.

Pag. [...]

Vedo la Luce in fondo, la stessa dell’Origine, ed in essa attendo il Congedo.

Postfazione

La posterità di se stessi medesimi [Il Festival del silenzio senza ascolto].

 

Panel et circenses. [Appaio, ergo sum].

Panel et circenses. [Appaio, ergo sum].

Pochi, [o nessuno], hanno oggi il coraggio, o più banalmente la forza o la possibilità, di esistere al di fuori della rappresentazione mediatica di sé, comunque attuata.

Perché vivere (tentare di vivere) in tal modo, lontani cioè dalla scena, significa dover rinunciare in gran parte alle modalità con le quali si cerca, e spesso se non solo così oggi non di rado la si ottiene, la giustizia, nelle minime e private vicende feriali, così come nelle pubbliche e rilevanti questioni che ineriscono la vita civile, sociale ed istituzionale. Solo così si ottiene riconoscenza rispetto a quanto si è civilmente dato. Solo così si ottiene riconoscibilità rispetto all’essenza di sé, o di quella che si vuole accreditare come tale, l’identità: vera, presunta, rispecchiata, clonata che sia. Solo così si ottiene (e si accresce ampliandone i fondamenti quantitativi pur senza estenderne gli orizzonti qualitativi) legittimità rispetto all’autorialità delle proprie opere (d’arte o di vita: originalità/ originarietà). L’evidenza performativa è anche una forma di autenticazione. L’animazione di un panel, o la semplice partecipazione ad, rende più di mille fatiche consumate sulle sudate carte alla ricerca dell’opera compiuta in sé [se una ne esiste di tale natura, nell'epoca della riproducibilità infinita e dell'eterno ritocco].

Pochi o nessuno si assumono intero l’onere di una scelta e meditata assenza dalla scena, che dona, spesso, l’onore della libertà, l’essere uomini liberi. Che forse sono sempre stati rari, in ogni tempo, in relazione ai criteri ed ai canoni della dominanza vigente nell’epoca loro contemporanea. Essendo la visibilità e l’apparenza quelli legittimanti nel nostro, più del denaro, più del sapere, è con riguardo alle relazioni con esse statuite, che si delinea la qualità dell’uomo contemporaneo libero. L’apparenza, sorella omozigote dell’appartenenza, è un lasciapassare quasi incondizionato, nella società dei multipli di massa e dei replicanti a gettone.

Ciò che infine viene minacciato, fino allo schiacciamento sui confini, ai margini dell’afasia personale e del silenzio sociale, fin quasi a mancare, è il diritto all’esistenza in vita. Al nome, alla dicibilità di un pensiero proprio (che venga riconosciuto come tale, cioè pensato in proprio) che non venga pronunciato con la legittimità conferita dall’agone ed in esso soltanto costruita. Fino al paradosso estremo: chi non appare, non è (con tutte le apposizioni esistenziali e/o di valore che la condizione di essere può postulare, a partire da quelle considerate all’inizio). Appaio, ergo sum.

Ciò contribuisce a spiegare perché tutti siano coatti alla legge imperante della visibilità, alla dominanza dell’apparenza in scena, che costituisce appunto la prassi dell’assunto teorico postulante, la necessità di apparire per essere. Un’esigenza primaria di rappresentarsi per dichiarare la propria esistenza in vita che piega [quasi] tutti, dall’uomo politico (la dichiarazione), agli artisti, scrittori e filosofi (la performance, i festival), fino ai teologi ed ai rappresentanti delle diverse confessioni religiose. Tutti accomunati dalla necessità di esporre (ex-porre) prima di tutto nei media la verità, qualunque essa fosse che intendono imporre.

Ciò contribuisce a spiegare perché il dio minore di youtube e la piazza telematica, a vario titolo ed in varie forme presidiata, occupata, affollata, stia diventando sempre più, come già lo sono ormai da tempo tutti i vecchi (è solo una connotazione temporale. Ontologicamente anche molti nuove forme di occupazione e di utilizzo dei media sono nate vecchie), quasi senza eccezione alcuna, ed ivi compresi gran parte dei testi pubblicati dall’editoria libraria, l’approdo necessario e ultimo di ogni istante della vita. Che sembra non consistere più nella sua essenza di interiorità, ma solo ex-sistere quando conquista l’approdo di una propria rappresentazione. Dal più intimo, modello reality, al più indispensabile per la democrazia, il confronto civile (si fa per dire). La dittatura del mezzo (la possibile rappresentabilità di sé nell’epoca della infinita riproducibilità di massa e delle innumerevoli offerte tecnologiche atte al compito) ha annichilito ogni messaggio.

Non tutto ciò che è possibile, è anche lecito. Ma quando tutto è reso facilmente possibile, i limiti del lecito devono trovare sorgenti etiche persuase in grado di rimodulare, prima di tutto dentro se stessi, i confini della liceità. Quando l’io però è deserto o spento da una irrevocabile malattia che condanna alla estroflessione, alla funzionalità purchessia, alla rappresentazione di sé quale quasi unica possibilità di sopravvivenza, anche fisica, è difficile abitare un io in grado di riflettere su se stesso e sul proprio umano limite. Trionfano i moralismi retorici ed impostivi che con l’uso e l’abuso dei mezzi vanno a nozze. Le guardie e i ladri non ascoltano che se stessi e immaginano che non esista altra alternativa che conquistare il più presto possibile, il più possibile l’agorà mediatica in cui la rappresentazione conferisce legittimità e consenso. Il potere. Che non è più né il quarto, né il quinto. E’ l’assoluto.

I mezzi, la tecnologia, hanno corso più forte dell’uomo, seminando la sua anima, la sua capacità di attingervi per pregare, riflettere, narrarsi, nel silenzio. La sua naturale inclinazione a rappresentarsi, a narrare di sé, ad esprimersi nei segni, viva già ad Altamira come nelle incisioni rupestri, è sfuggita di mano. Con estrema violenza, da docile strumento, si è fatta irata e furente guida. A se stessa? No. Per mano e nel cuore dell’uomo stesso, senza il quale nessun mezzo è in grado di significare alcun messaggio.

Il primato della bellezza corporea spinge ad affermarlo comunque e dovunque, tramite la rappresentazione, appunto. E nessuno vuole essere secondo a nessuno. Così per le convinzioni personali. E per l’arte persino. La via impositiva ha serrato le redini dei mezzi di comunicazione di massa. Chi entra lo fa per imporsi. Rari si espongono (non di rado nella speranza di imporsi presto). Nessuno nell’agorà mediatica si ostende più: e chi vi entra da agnello sacrificale, innocente o meno che sia e quasi mai lo è, pretende fra le clausole sacrificali una immediata risurrezione. Che sia il più possibile mediaticamente visibile. Cioè contemporaneamente a se stesso vigente. Vincente, infine.

 

L’obolo della vedova. [Un paradigma etico].

L’OBOLO DELLA VEDOVA. [UN PARADIGMA ETICO].

Lo sguardo di carità che vorremmo dedicare agli ultimi si trasforma, consapevolmente ma non di rado involontariamente nei portatori sani di flessioni interiori innocenti, in una possibile complicità con il cinismo dei primi. Dove gli ultimi ed i primi non hanno declinazione evangelica (almeno non solo, non primariamente, non necessariamente tale), ma sono (vorrebbero essere) secondo una nuova antropologia distintiva, classi eticamente fondate nella storia contemporanea. Nuova, o meglio di nuovo in movimento, in relazione a canoni etici arcaici. Forse gli unici veri e possibili all’uomo (umanamente possibili), e sempre in cerca di resurrezione nella storia stessa. Come? Con la testimonianza personale e coerente, prima di tutto. Che, spesso, non scampa però l’eterogenesi dei fini. Ciascuna coscienza civilmente, o anche religiosamente, ispirata cerca di sottrarvisi con cammini storicamente fondati. Ciascuno ne cerca nel proprio tempo di veri, di leali, di adeguati. O almeno intraprende quelli che egli ritiene essere tali, pur nella consapevolezza della relatività di ogni scelta. Ciascuno ha diritto –dovere?– di credere fino in fondo nell’assoluto di una propria visione singolare: tale convinzione è l’inizio, lo stato nascente di ogni vero dialogo, con se stessi e con gli altri.

La propria verità, quella creduta tale, non esclude mai l’altrui: anzi, non di rado l’abbraccia o stimola chi vi crede a farlo. Si comincia a combattere quando si finisce di credere in qualche verità interiormente fondata, quando la propria visione, interiore, è sopraffatta da qualche ambizione, esteriore. Quando si è del tutto sconosciuti a se stessi e, come ciechi all’umano che è in noi, si brandisce la clava dell’ego (l’arma primaria è sempre uguale, da millenni), invece di affidarsi all’io. La fede, anche quella laica nell’uomo, non ha necessità di alcun istinto di sopraffazione per affermare se stessa: al contrario, ogni offesa all’altro suona, per chi crede nell’uomo, come una diminuzione di sé. Perciò è così arduo per i miti difendere se stessi: non per una presunzione di superiorità che si fondi in mente dei, bensì per una necessità esistenziale che attinge la storia personale.

Il genius loci del brain è nel cuore, il luogo spiritualmente più tempestoso, singolare, vero?, ma anche il meno culturalmente incline al combattimento inteso come scontro con finalità impositive. Un’inclinazione che potrebbe forse apparire naif agli sguardi contemporanei afflitti da materialismo storico o da secolarismo religioso, o più semplicemente smagati a tutto. Distinguere è un atto d’amore, non l’inizio di un conflitto. Non è impossibile, ancor oggi, comprendere quale differenza vi sia tra un uomo che difende un ideale ed un altro che persegue un interesse. Gli ideali valgono e sono veri per quel che costano (di sé), gli interessi sono tali per quel che rendono (lucrato all’altrui). A partire dal microcosmo feriale che ciascuno abita e di cui è anche artefice. Scegliendo tanti piccoli no in luogo di molti interessati smarcamenti interiori da se stessi, che tutti, e quelli di tutti insieme, costituiscono il grande smottamento spirituale di ogni organizzazione viva e vitale. Pronunciati, i no, soprattutto quando ci si trova di fronte ad un ideale (stato di coscienza profondamente creduto in sé) che confligge con l’interesse personale. Succede spesso e ad ognuno di noi. Perché l’obolo della vedova è, nel senso della rinuncia e non solo in quello dell’offerta, il fondamento di ogni paradigma etico. La cui tensione è un fatto personale e singolare che chiede, prima di tutto, una risposta a se stessi. L’etica è irrescindibile dalla testimonianza. I pronunciamenti che corrono svincolati dall’anima, al pari di una volatile finanza priva di consistenza socialmente e legittimamente fondata anche nel rispetto delle leggi non scritte di una convivenza matura, sono vibratili moralismi. Urlanti e vincenti, forse, in scena, certamente inutili dove ciascuno è chiamato a tracciare un consuntivo del giorno (e della vita). Forse tale bilancio interiore e relazionale, che ognuno dovrebbe essere in grado di fare, in coscienza, non sistemerà il PIL. Certamente aiuterà a comporre senza demagogia, e almeno nella parte imperfetta che compete storicamente l’uomo, le questioni morali che affliggono il Paese. Le annose, dalla corruzione che si apre all’associazione a delinquere, alla pratica clientelare, e le nuove, che ancora, spesso, non sappiamo vedere, riconoscere, alle quali non possiamo dare un nome, ma che già sono vive in noi e tra noi.

 

Note nomadi. [2]

Note Nomadi. [1]

Note nomadi. [2]

Le nonnine, come noi chiamavamo le due donne canute che da più di quarant’anni avevano una merceria sulla piazza, proprio poco lontano dal sagrato della parrocchiale, mi avevano rassicurato, l’anno prima.  “Non si preoccupi: appoggi qui la mano. Ci pensiamo noi”. Con la perizia esperta del mestiere e degli anni, mi avevano preso le misure, durante le vacanze invernali. Avevamo scelto la lana. Un bianco panna, di una consistenza secca e calda come di rado se ne trovano oggi. Il loro negozio sprigionava l’attrattiva delle magiche botteghe che ancora popolano i ricordi della mia infanzia. Robusti ed eleganti mobili in legno alle pareti. Ogni angolo stipato all’inverosimile dei più diversi prodotti, colorati e vari come solo accade (accadeva?) nei negozi dei piccoli paesi di montagna, fino a qualche decennio fa, e, spesso, fino alla scomparsa dei longevi gestori anche in anni recenti. Lane raffinatissime e al tempo stesso caldissime. Cotoni dagli improbabili colori, a tinta piatta, si sarebbe detto, senza le nuances che oggi imperversano. Oggetti d’artigianato ricercati. Pentolini di foggia e materiali diversi e d’ogni misura. Persino qualche scatola di giochi, residui degli anni Settanta, se non prima, faceva capolino tra gli scaffali. Un profumo di lana e cotone misto al caldo della stufa scioglieva ogni residua renitenza. Un fascino incantevole ed irresistibile. Mi avrebbero confezionato i nuovi guanti per l’estate successiva, al ritorno, per la vacanza.

Un giorno d’agosto, salimmo alla merceria dal fondovalle. I guanti, rustici e gentili, come solo le cose semplici sanno essere, erano di un’eleganza inusitata. Li indossai con soddisfazione. Se non mi avesse fatto velo l’indulgenza ineluttabile suscitata da un’antica confidenza con le nonnine, con il luogo, con le cose, avrei accettato subito la realtà dell’evidenza. Non erano solo  “un po’ grandi”, come ci eravamo affrettati a dire davanti alle due merciaie compiaciute delle nostra gioia e soddisfatte del proprio lavoro. Erano di almeno una taglia più grandi della mia. Non accolsi nemmeno l’invito a rivedere il piccolo capolavoro, che le due donne avevano subito formulato. Presi con me i guanti sicuro che alla prima occasione propizia li avrei indossati.

Fu un giorno dell’inverno di due anni dopo. Li avevo lasciati in sonno per oltre 16 mesi. Quel mattino, nel freddo aurorale di un freddissimo inverno, la memoria mi incalzò tentatrice. In treno verso Milano, prima, e sulla metropolitana poi, saggiai subito ed insieme le due contraddittorie evidenze. La prima: una sicura e suggestiva eleganza, per nulla esuberante, nella sua nota rustica che smorzava qualche accento dandy, del tutto incoerente con la mia persona. La seconda: impugnare qualsiasi tipo di appiglio sul treno o sul metro in corsa era un esercizio impegnativo, fatto con la mia mano persa dentro la taglia abbondante. Eppure fu un’esperienza gradevolissima, nell’insieme, e mi proposi di riviverla. Lo feci altre volte, in rare occasioni, devo dire. Più per il carattere di eccezionalità che sentivo in quel paio di guanti di lana bianchi, come fosse un vestito della festa dell’infanzia, che non per il minimo disagio procurato della presa.

Li riposi al termine dell’inverno successivo.

Fu qualche anno dopo, all’inizio d’autunno, che mi ricordai di loro. Avevo risalito il lato della Cattedrale dove abitualmente ascoltavo il suonatore di sax. I primi freddi erano già stati annunciati dalla nebbia e dal vento d’autunno. Ero certo che lo avrei prima o poi sentito. Fu quando rividi nella luce del ricordo le sue grandi mani che presi la decisione: i guanti bianchi sarebbero stati suoi. Qualche settimana dopo tornai a Milano per altri impegni. Nella borsa da lavoro, ben confezionati in un pacchettino colorato, i guanti. Accompagnati da un biglietto. Mi recai nei pressi del Duomo fiducioso. In attesa di ascoltare ancora, pur nel freddo della piazza, come già era accaduto in anni precedenti, il suono della sua nota prolungata e dolente. Ripetei quel gesto più e più volte quell’anno stesso e nei successivi. Non incontrai mai più l’uomo del sax.

Ho riposto il biglietto che accompagnava i guanti nel cassetto della biancheria. Lo tengo come un monito: forse se il mio cuore fosse stato più pronto, forse se non avessi atteso così a lungo, forse… i guanti sarebbero giunti al loro giusto destino. Talvolta lo riapro e lo rileggo.  Sulla busta, senza destinatario, due semplici frasi rituali: Buon Natale e Anno Nuovo. Dentro, dipinto con la bocca da un artista, un cielo stellato di intenso blu, una falce di luna bianca che illumina di identico candore il paesaggio invernale ed innevato in cui svettano pochi abeti, uno solo addobbato, e si intravedono, sotto la coltre, i tetti di poche, piccole abitazioni. Avrebbe voluto essere, il mio dono, una modesta finestra aperta sulla suggestione della fiaba. Dentro, avevo scritto poche parole di dedica, per accompagnare i guanti: “2003. Buon Natale. Grazie per la sua musica. Che il Signore le protegga le mani e continui a farle il dono del suo suono. Elena e Giordano”. Lo avevamo firmato insieme, mia moglie ed io.

Sono passati 10 anni da quell’inverno ed io non li ho mai più indossati e spesso cerco di ricordare se mai vi sia stata qualche improntitudine o indecisione, la memoria talvolta non mi aiuta, nel donare al musicista con il sax i miei guanti di lana bianca. E ancora ascolto nel silenzio del ricordo la sua calda nota, traccia dolente d’un eterno assolo aperto al vento promesso di ogni comunione.

Note nomadi. [1]

Note nomadi. [1]

Il basso dolce della sua nota struggente. Un ossimoro, lo so, e forse un’eresia musicale. Ma cosa di ortodosso e di lineare ci può essere in una dolente mendicanza? Quale armonia nascosta suscita limpide risonanze in te se l’io che chiede pare arreso a tutto della vita?

Mi sorprendeva ogni volta, sin dalla prima in cui lo udii, anni fa. Mi serrava la gola. Le gambe rese ferme in un’inconcepibile attesa. Allora, scendevo piano lungo il portico, volgevo le spalle al grande magazzino, dal quale talvolta ero appena uscito. Percorrevo a passi lenti il largo marciapiede, fino all’estremità. Lì, mi fermavo. Nell’estasi ipnotica dell’attesa. Di una nuova nota. Che puntualmente giungeva, con pause scandite da chi sa quale metronomo, interiore o divino, non so. E lo vedevo, come la prima volta. Come fosse ogni volta la prima. Stava semi sdraiato in una posizione innaturale e forzata, il grande sax impugnato, una spalla reclinata sul marciapiede, l’altra pronta a sollevarsi per accompagnare lo strumento in un idillio senza scampo, quando la nota, un accento senza tempo, frantumava la frenesia del qui ed ora per ricomporla nell’unità sublime della carità.

Sostavo a lungo in quell’ascolto, in quell’attenta attesa. Tutto svaniva intorno a me. Eravamo soli nel flusso inarrestabile della folla, appena dietro il lato sinistro della Cattedrale. Io, lui, la sua musica, se così la si poteva definire, e la mia anima pronta ad accoglierla per ricomporla nell’unità di un impossibile, perché improbabile, ricordo. Colma sempre di speranza. Che il canto si facesse da un istante all’altro disteso suono, eco di una energia scaturita da chi sa quali profondità a me ignote. Le note seguivano l’una all’altra in una sequenza  atona, lontane tra loro nel tempo e nel ritmo. Eppure ogni volta cercavo il filo di un’armonia che potesse tenerle una all’altra unite in qualche forma plausibile di composizione. Ma erano belle comunque, così solitarie, e disgiunte, così aliene alla moltitudine che passava accanto e all’apparentemente scanzonato paesaggio intorno. Distratto. Nessuno si fermava e l’uomo del sax sembrava non avvertire la presenza di alcuno. Lo avevo sentito una prima volta da lontano, nella primavera dell’anno precedente. La nota, una, la stessa, allora, ripetuta e scandita, mi aveva irresistibilmente convocato all’ascolto. Ero andato alla ricerca della sorgente musicale, che non riuscivo ad intravedere. Finalmente lo avevo scorto. Lo avevo raggiunto. Mi ero fermato poco lontano da lui. Volgeva le spalle. Come sempre lo avrei visto anche le successive volte. Guardava verso il Duomo e, apparentemente, verso i passanti. Un gomito sul marciapiede. Indossava abiti invernali. Credo avessero conosciuto tempi migliori e denunciavano un’origine poco coerente con il destino di quegli istanti condivisi nel mio sguardo. Aveva mani immense e, penso, o almeno a me così pareva, bellissime. Forti, impugnavano il sax con memore maestria. Mi assalì la suggestiva immagine di uno scenario diverso. La nota e quella figura che portava in sé l’eco di una nobiltà incancellabile mi sospinsero verso altri orizzonti. Oltre la quinta del dolore così esposto in quegli istanti arresi ma indomiti, mi apparve in un lacerto di visione il teatro del grande jazz. Al centro, il sassofonista teneva il posto che le note, profonde e così tuttora evocative di una musica alta, le sue mani, la sua persona, lasciavano legittimamente immaginare. O forse solo sognare. Avevo tentato di rivolgergli la parola. Pareva non sentisse nulla. Avevo aggirato la sua postazione musicale per tentare di rendermi più facilmente percepibile ai suoi occhi. Mi ero chinato su di lui. Sembrava non vedere nulla. Era intento alla performance musicale che pareva riassumere nella nota tutta intera la sua vita ed il mondo.

E così avevo fatto per qualche tempo. Fino al giorno in cui mi arresi alla maestà del suo canto e lo ascoltai da lontano. Sostavo sul lato opposto del marciapiede, nel punto mi aveva raggiunto la prima volta una sua nota. Giunto al limite dell’orario che il treno mi concedeva, traversavo la strada, posavo la moneta nella custodia del sax, lo salutavo e me ne andavo. Avevo imparato che non mi avrebbe mai risposto e che non avrebbe mai nemmeno percepito la mia presenza, il mio passaggio. L’energia spirituale è la sola che non ha bisogno dell’apparenza e della sostanza materiale per giungere a compimento.

Una sera della prima estate sapevo che non sarei mai più tornato. Il mio impegno era terminato quel giorno. Sostai più a lungo del solito. Traversai, salutai, posai la moneta e me ne andai. Sentivo la tristezza che pervade il cuore degli amanti nell’ora del congedo.

Papa Francesco. Una persuasione senza retorica.

Papa Francesco

Una persuasione senza retorica.

C’è qualcosa di travolgente nell’azione discreta e composta di un Papa che sceglie spesso il margine del mondo per esprimere con estrema persuasione interiore la legittimità di una scelta, la sua, che rischiara ed innalza gli esclusi e gli emarginati di sempre. C’è qualcosa di ineffabile nella compostezza di una parola sussurrata che i gesti si incaricano di rinterzare nella pienezza coerente di un linguaggio del corpo. C’è l’interezza della Vita nel suo incedere che segna uno scarto antropologico. Un cambio di passo interiore che è proprio di tutte le rivoluzioni vere.

Credo che nessuno, ateo o miscredente, professo di qualsiasi altra fede, possa negare l’evidenza di un lento camminare della storia in avanti. Una storia che non è e non riguarda unicamente la Chiesa cattolica, i Cristiani, ma riverbera nell’eco profonda di una spiritualità radicata, e testimoniata in prima persona singolare, a partire dunque da se stessi e dalla propria coscienza, una sintassi viva dell’umano. Un umanesimo nuovo. Non mediaticamente vincente nell’eco della comunicazione di massa, che non costituirebbe una rivoluzione ma sarebbe unicamente unanime omaggio secondo prassi condivisa dei tempi. Non retoricamente agitato nella pubblicità delle proprie dichiarazioni. Soprattutto esercitato, secondo una tradizione esperienziale che in Papa Francesco attinge radici personali, una sua lunga e duratura vena esistenziale.

Non ho alcun titolo né alcuna specifica competenza per compiere un’accurata esegesi delle sue parole pur così dense. Non sono un teologo. Non sono un vaticanista. Non sono nemmeno un cristiano ascritto socialmente a qualche conclamata appartenenza o ascrivibile al canone di una visibilità qualunque secondo l’ortodossia dei tempi che ho vissuto.

Sono solo una minuscola creatura affacciata al meraviglioso sgomento dell’Infinito. Una piccola ed inutile particella di cosmo abitata dalla poesia e ad essa consacrata. Un esile frammento del tempo, nell’epoca perturbata del transito dentro il quale ho vissuto ed ancora vivo. E lì, nella temperie, disperatamente affidato, talvolta, ai segni cancellati dei tempi che furono, e alla speranza di un non ancora vivo solo ed unicamente in lacerti di confine, dentro cuori accesi di rari ed indimenticabili maestri, ho cercato di ascoltare il canto della vita nascere nuovo ed innocente nelle note di sempre, con accenti di inedite ed inimmaginabili sinfonie amanti. Di cogliere e di sentire in essi ed insieme a loro altri apparentemente indecifrabili segni di un mondo che nasce, in sintonia ed in dialogo con quello che fragorosamente ed infinitamente muore.

Sull’indefinibile soglia fra due epoche.

C’è in Papa Francesco mi sembra qualche eco viva di tale consapevolezza.

Nelle sue omelie e nell’omelia vivente che è la sua testimonianza stessa, ho sentito talvolta risuonare vive altre coscienze. Sparse nel vento caldo di una profezia ignota, o forse solo ignorata, ai vertici delle istituzioni, non unicamente di quelle ecclesiali, non esclusivamente cattoliche.

Penso, qui ed in particolare, a quella di Raimondo Panikkar.

Poiché non voglio innalzare le semplici intuizioni esistenziali al ruolo di esegesi puntuali e legittime, mi limito a segnare uno dei primi tra i punti di coincidenza che ho sentito vibrare in me nell’eco di alcune parole di papa Bergoglio.

Quando, da poco eletto, sostenne una prima volta che la Chiesa non è una ONG, pensai ad alcune pagine scritte da Panikkar. Le ricordai di nuovo quando, in aprile, il papa, in un’omelia pronunciata a Santa Marta, riprese la stessa visione. Ho deciso di riproporle per esteso oggi, perché è sempre più evidente come in Papa Francesco tale sottolineatura non costituisca un pur rilevante accento, ma sia una visione ispiratrice atta a fondare una comunità di fede radicalmente altra rispetto alla sostanza delle cose spesso cercate in questi ultimi decenni. Durante il suo viaggio in Brasile, non solo è tornato a sottolinearlo, ma ha dato corpo (il suo) alla visione e alle parole. In un crescendo che ormai innerva il senso del pontificato ben oltre la pur estremamente legittimante coerenza di uno stile personale.

Scriveva Panikkar: «[…] La distinzione fra organismo e organizzazione è una questione molto delicata. L’organizzazione funziona quando vi è denaro; l’organismo funziona quando vi è vita. E penso che questo sia più di una metafora. Nessuna quantità di denaro (leggi «armi») proteggerà le istituzioni del primo Mondo (o quelle del secondo) se l’organismo è malato. L’organizzazione ha bisogno di una struttura; l’organismo richiede un corpo. L’organizzazione ha bisogno di un padrone, di un capo, di un impulso dall’esterno per funzionare. L’organismo vive della sua anima, della sua salute, dell’interazione armoniosa di tutte le parti che costituiscono la totalità. Una organizzazione è entropica, un organismo è diectropico. Una organizzazione equivale alla somma delle sue parti e ciascuna parte è sostituibile con una copia identica. Un organismo è più della somma dei suoi componenti e nessun componente può essere sostituito da un duplicato esatto, poiché ciascuno è unico. Al massimo, l’organismo deve rigenerarsi dall’interno quando è stato ferito. Un organismo muore quando l’anima se ne va, quando il cuore cessa di battere o il cervello di vibrare. Una organizzazione ha molta più resistenza perché la sua struttura è più forte e può funzionare per inerzia, […]». (Raimondo Panikkar: “La sfida di scoprirsi monaco”, Cittadella Editrice, Assisi, 1991).

Credo che non siano necessari commenti e che ciascuno possa agevolmente e felicemente delineare similitudini esistenziali, rilevare analogie storiche, cogliere le diverse ontologie fondanti e fondative, compiendo un semplice esercizio di esegesi del reale e del presente alla luce delle parole di Panikkar. Per trarne, in una luce di speranza, viatico per un diverso possibile aperto cammino.

Devo invece alcune precisazioni, per completezza d’informazione.

Raimondo Panikkar si riferisce (soprattutto) in questo stralcio del suo testo ad una particolare forma di organizzazione, quella monastica. E’ però chiara, ed anche esplicita, la formulazione estensiva ed aperta del suo pensiero. Del resto, il titolo originale dell’opera è piuttosto significativo al riguardo: “Blessed simplicity. The Monk as Universal Archetype”, e furono proprio quel sottotitolo dato all’opera pubblicata in italiano e una breve presentazione che sottolineava tale prospettiva antropologica, ad indurmi, nel dicembre del 1991, a leggere il libro di Panikkar.

Non so se Papa Bergoglio abbia conosciuto personalmente o letto il teologo spagnolo. Credo che non abbia alcuna importanza saperlo e nessun rilievo nella sua vicenda. A me piace porre in evidenza la felice coincidenza tra due visioni, sia pure espresse in tempi, in ruoli e con accenti assai diversi. Non credo di essere presuntuoso se ne sottolineo la natura ed il valore, se la considero a giusto titolo o meno tale. A me sembra di poter vedere qui uno di quei segnavia di passo che la storia si incarica di lasciare con maggiore o minore evidenza, anche in relazione allo sguardo che li vede, lungo i sentieri non sempre facili sui quali essa si snoda e talvolta si inerpica. Cammini spesso scoscesi e la cui meta non sempre è chiara in tempi che, come quelli vissuti, scandiscono confini celesti offuscati da nubi inquiete e scure sugli orizzonti incerti.

Conforta sapere che lacerti di luce chiara come furono per me le intuizioni di Raimondo Panikkar trovino ora il conforto di una guida che sempre più rivela la sua credibile e vera natura spirituale nel corpo dei gesti, come è papa Francesco.

La sfida di scoprirsi monaco”, con il suo invito a scoprire nell’umano l’archetipo (dunque un’istanza ontologica) del monaco, come una forma esistenziale se non anche antropologica, a tutti accessibile e comune a tutti, è stato per me un libro decisivo.

L’inquietudine dell’anima viva stenta a trovare un varco dentro gli spazi chiusi della conclamata appartenenza. Soprattutto quando l’istituzione che presume di chiamare a raccolta le anime o di guidarle è divenuta un’organizzazione. Se non anche una struttura chiusa, idonea all’appartenenza e legittimante i soli appartenenti riconosciuti e conclamati tali, raccolta su se stessa in difesa di un potere più che dotata del carisma di celebrare una chiamata condivisa. Nella sinfonia dei diversi. Attenta più alla funzionalità dei giorni, l’organizzazione, che non viva dell’orizzonte di Mistero cui la sete dell’anima umana convoca e chiama la creatura inesauribilmente, l’organismo.

Il mattino in cui comperai il libro, avevo un impegno. Dovevo partecipare ad un convegno dedicato alla conservazione dei beni culturali. Ricordo molto bene che, durante una pausa dei lavori, trassi dalla borsa il volumetto. I lettori appassionati sanno quale irresistibile attrattiva costituisca un libro nuovo in quanto tale… Ad un certo punto, mentre già immerso nella lettura pregustavo il prosieguo, avvertii una presenza discreta accanto a me. Mi voltai e vidi uno dei giovani relatori che tentava con qualche inavvertita acrobazia di leggere il titolo. Rimasi sorpreso. Scambiammo qualche battuta: “Nulla a che vedere con il convegno…”, quasi mi scusai. “Proprio quello…”, mi sorprese l’interlocutore. “Sono riuscito ad intravedere il titolo mentre toglieva il libro dalla borsa e mi ha attratto enormemente…”. Esitava a chiedere. “Sono curioso…”, incalzò. Stupito e al tempo stesso in qualche modo felice perché qualcuno in quegli anni (appena conclusi gli Ottanta), in quel luogo, in quell’ ambiente fortemente secolare e secolarizzato, fosse curioso della sfida di scoprirsi monaco… Ero sulla buona strada, pensai tra me. Dettai il titolo e ci congedammo. Il relatore avrebbe tenuto il suo intervento dopo la pausa ed io seppi presto che la mia buona strada sarebbe stata lunga, affascinante, bella e al tempo stesso terribile.

Con il viatico e la compagnia del testo di Panikkar ho vissuto alcune tra le esperienze più persuase del cammino di fede. Al margine, fuori dall’organizzazione, e nel tentativo di essere organismo vivo insieme ad altri rari compagni di viaggio.

Ho letto, riletto, chiosato, regalato, quel libro. Non so quante volte in più di vent’anni. In particolare, in qualche occasione ho fotocopiato e letto le pagine ed i paragrafi dedicati ad organismo ed organizzazione. Personalmente, mi sono tenuto in punto esistenziale a quella lezione, sino allo stremo di me. Istante per istante. Scelta quotidiana dopo scelta quotidiana. Fino alla più chiara solitudine, scandita spesso in un esilio da eremita. Su, fin dove il corpo ha seguito e tenuto l’incalzare urgente degli esami di coscienza.

Quando sento risuonare l’eco di tale profetica visione in altre parole o esperienze, il cuore vibra, al diapason del ricordo e della speranza. La via persuasa trova sempre un destino di condivisione, oltre l’ orizzonte di una retorica chiusa a difesa. Il testimone è lievito per l’anima di un organismo vivo.

Un organismo muore quando l’anima se ne va…”. Dov’è, dove è andata, quale è l’anima del mondo? Quali ritardi sconta dentro il suo ospite prediletto, l’umana creatura, così affannato e distratto da un mondo che non lo attende più, ma solo lo trascina, e che egli stesso ha costruito asservendolo ad imperativi che risuonano spesso stranieri alla sua anima stessa? Quale anima, qui, ora, adesso, nei tempi che la sfida della storia ci chiama a vivere in un orizzonte di speranza e di fiducia? Quale confidenza con la realtà che sappia innalzare il canto della vita nella sua sublime gratuità di dono ricevuto e così ugualmente restituito? Quale canto nasce libero dai paradigmi di una funzionalità sovrana anche del suo dolce tempo, il ritmo interiore di una sapienza senza vanto? Dove sono le ali del sogno nell’uomo che abita il presente? Quale filo di spiritualità è teso fra un mondo secolare al tramonto e l’alba degli stati nascenti che hanno sete d’eterno e d’infinito?

L’anima del mondo moderno sconta un estremo ritardo sul suo corpo in corsa. Per ricongiungersi a lui, deve compiere un cammino impervio e lento. Il respiro spirituale deve tornare a pulsare in unità armonica, secondo il ritmo interiore del corpo. Forse con papa Francesco, la modernità secolarizzata sta trovando, anche in un ruolo istituzionale e non più solo nel margine, talvolta eretico rispetto ai ritardi dei tempi, sempre eremitico quando sconta l’esilio della profezia, la strada della propria innocente spiritualizzazione. Che la conduce, insieme ed oltre l’apoteosi dell’artificiale, giunto all’apice della sua vorticosa corsa sulle spalle del corpo del mondo. Giunto esausto al termine della sua corsa vincente nel secolo. Disabitato da se stesso. Bello, forse. Certamente senz’anima.

 

 

Il legno dritto di Papa Francesco.

Il legno dritto

di Papa Francesco.

Non so se e quando Papa Francesco scriverà un’enciclica. Per quanto poco importi il mio modesto parere di marginale a tutti i culti istituzionalizzati dalle chiese contemporanee e di estremo dilettante nella fede, credo che non ne redigerà mai alcuna. Papa Bergoglio è un’enciclica vivente. L’ho scritto ieri a proposito del suo viaggio a Lampedusa. Mi sento di poterlo affermare di tutto il suo pur breve pontificato, a partire dall’affacciarsi al balcone, a Conclave concluso da un’ora.

Non si tratta di comunicazione. Oggi più che mai, nella civiltà (?) dell’immagine e nel culto della rappresentazione infinita che i media di massa e la messe dei media mettono in atto senza remissione, la punta d’iceberg di ciò che appare è un indizio labile. Troppo poco per costruire la storia con qualche fondamento ontologico e di senso. Tutto il grande barnum si dissolve quando cala il sipario. Al levar delle tende, al cessare dell’evento, lo abbiamo visto, nulla muta nel cuore dell’uomo. Ed è questo che vale (sarebbe questo a valere, se fosse…). Non solo nella conversione cristiana. Anche nella laica salita verso soglie interiori più alte e limpide.

In chiaro. Ai tempi del “grande comunicatore”, lo fu, a detta dei molti, le chiese ed i seminari dell’Occidente moderno si sono inesorabilmente svuotate. Terminati i grandi happening (perché di questo…), la gioventù (e non solo) è tornata sempre alle proprie case. Cioè, nella stragrande maggioranza, alle proprie secolari consuetudini, che solo lo sfavillio mistificante (ed assai poco mistico) delle paillettes mediatiche aveva impedito di cogliere nella sua essenza. Temporaneamente sospesa nell’euforica rappresentazione di una fede di massa appagata dal presenzialismo effimero. Dalla performance esibita in mondo visione.

Un’essenza viva nella ferialità. Religiosa, umana. Antropologica. La secolarizzazione non è un’invenzione di anime belle e nemmeno lo strumento da lasciare in uso strumentale a moralisti interessati solo al potere temporale. Utile per ricondurre le pecore all’ovile. Non per fare di loro creature libere. In se stesse e davanti a Dio, prima di tutto.

Per non dire della corruzione, del cinismo, del consumismo che allignano ovunque indisturbati ed albergano anime di sedicenti testimoni della fede. Nella prassi feriale, nelle istituzioni, dei fedeli laici e non solo, nella vita di tutti i giorni. Dove l’indifferenza al destino del fratello, che non è purtroppo unicamente il portato della globalizzazione, il suo moltiplicatore esponenziale, secondo quanto ha bene sostenuto Papa Francesco, è consuetudine.

Ci sono icone della storia che ne accompagnano la narrazione e ne segnano indelebilmente i fondamenti. E qui non c’entra nulla l’inciviltà dell’immagine. Vi sono racconti assurti a simbolo di epoche durature e profonde. Immagini che scandiscono la memoria storica di intere popolazioni, di epoca in epoca, non solo di decennio in decennio. Credo che una di queste, che mi permetto di porre a soglia, anche iniziatica, di un nuovo tempo, un segno dei tempi (“segni dei tempi”: © Marie-Dominique Chenu), sia quella del pastorale in legno che ha accompagnato la visita di Papa Francesco a Lampedusa.

Qualcosa che urla in sintonia profonda con la discrezione assoluta del suo titolare (“per favore”). Un pastorale al quale davvero la fede degli ultimi, dei marginali, degli sconfitti di sempre, degli umiliati di ogni istante del tempo e della storia, può affidare la sincera e credula carezza di un cuore puro. Perché la povertà, fuori da ogni retorica, è lo stigma, spesso a duro prezzo assunto su di sé, della purezza interiore. Francesco d’Assisi. Non so ancora se anche dell’innocenza.

Su quel pastorale, un indizio affettuoso (lo scrivo con il rispetto profondo della letizia interiore) del Padre buono, il Dio che ride nel cuore dell’uomo bambino, si è posata la parabola di un tempo nuovo. La colomba che vola. Credo che il Vaticano II, in sonno da decenni, dall’ultimo Paolo VI?, abbia ripreso il suo cammino lì, sulle corte braccia in legno di quel pastorale, a Lampedusa.

Per questo, credo Papa Francesco non avrà bisogno di scrivere alcuna enciclica. Il suo memorabile incipit lavora già nel grembo dei giorni. Discreto. Silente. Povero. Se anche innocente, come la Storia chiede e nel senso a lungo profetizzato da Raimondo Panikkar (“la Nuova Innocenza, non un’ innocenza nuova…”), lo dirà il Tempo. Dentro il quale l’uomo ha ora un viatico nuovo, forte della sua mitezza, per più intensamente credere. Per continuare (tornare?) a più fortemente sperare.

Il lavoro dell’anima.

1 Maggio

Nel mese di Giugno del 2010, dopo alcuni anni di lavoro, avevo concluso la scrittura di una nuova opera. Un testo singolare e complesso, del tutto diverso dai miei precedenti. Io stesso non avrei saputo darne una definizione chiara, né per quanto attiene la tipologia, né per quel che concerne lo stile di scrittura, la forma espositiva. Non si trattava certamente di poesia. Nemmeno di prosa poetica, un genere a me caro che ho adottato a partire dalla prima metà degli anni Ottanta. Saggistica, dunque? Forse, almeno in parte. Narrativa? Non credo. Un lavoro atipico per me ed inclassificabile rispetto ai canoni letterari vigenti.

Il libro è nato e si è compiuto nel solco di una metafora decisiva e secondo una visione esistenziale che ha caratterizzato tutta la mia esperienza di uomo. Una visione consapevole che ha segnato coerentemente la mia poetica. La piena coscienza, anche storica, del transito epocale in cui mi sono trovato a vivere sin dalla prima giovinezza.

Avrei dovuto e voluto pubblicare sin da subito il volume, che avevo intitolato appunto “Transiti”. Invece non ne ho mai fatto nulla, se non lasciarlo, una volta concluso, fermo qui, nella cartella di file in cui ancora giace, sull’HD. Non l’ho mai più riletto né considerato. Non è questa la sede per riflettere sui motivi che mi hanno condotto a tale scelta, del resto non irrevocabile L’opera è costituita da una serie di scritti legati fra loro sin dall’origine, in unità metaforica e progettuale, soprattutto dal filo rosso di una personale consapevolezza storica. Gli ambiti in cui i fatti accadono sono diversi. Di quasi tutti ho avuto esperienza diretta. Di alcuni altri, ho potuto maturare una conoscenza attendibile proprio per averne vissuta la contemporaneità o per avere frequentato alcuni protagonisti dello scenario che compete loro e che ne narra dunque il  transito.

Il testo che ho scelto di pubblicare qui, per la ricorrenza del Primo Maggio, è stato scritto attingendo una più che ventennale frequentazione con una persona. Con lei ho vissuto e vivo un’esperienza di amicizia profonda e sororale.

Non mi interessava la storia dell’impresa in sé. Quella l’hanno scritta altri, certamente più competenti in merito. Mi premeva lo spirito dei tempi, quello che soffiando dove vuole si sparge e si posa non visto nel cuore delle cose. La Luce dei tempi che, pur mutando la forma, non dissipa il Senso. Di quello ho chiesto a lei, di quello ho cercato di scrivere in questo “Transito”, che pubblico qui per la prima volta per ricordare il Primo Maggio.

 

Ω

Ad Evelina, insieme alla quale ho compiuto tratti belli e significativi nella memoria. A lei, che mi ha fatto il dono raro e prezioso di una duratura amicizia, consentendomi di condividere la bellezza del suo “passo”.

 

Dallo spirito d’impresa all’impresa dello spirito…

Cè stato un tempo in cui le rose, traboccanti dai giardini, avevano un profumo che stordiva. La festa era un tregua rara e attesa nella trincea dei giorni. L’impegno e la fatica scandivano la gioia del dovere. In cima alla salita, la rapida cesura del riposo. Un tempo oggi andato via. Un tempo a molti sconosciuto. Non ne esistono epigoni e solo qualche lacerto resiste di chi ne fu testimone. La trasmutazione dei metalli interiori non ha lasciato che residue tracce. Nell’oro fuso del talento, tutto è consumato, offerto, scomparso all’occhio, ora superficiale, ora inesperto del presente. Il profumo di quel tempo, riposa, in forma di ricordo, nel recesso di qualche memoria. Sta saldo nel polso fermo degli affetti, ai quali, eredi, ispira i gesti di un’identica, generosa tempra interiore. Nascosta, ma vera. Schiva, ma non dimessa.

L’umanesimo d’impresa non aveva, nell’immediato dopoguerra, i tratti, un po’artefatti e posticci, della rappresentazione retorica. Non sorrideva plastico sotto il bisturi esoso della chirurgia mediatica. Aveva qualche segno ruspante e leggendario, che, a distanza di rispetto e con profondo rispetto interiore, la borghesia cólta (ai tempi ne esisteva ancora qualche raro, autentico brandello) si permetteva di irridere bonariamente, con un’aneddottica tutta cesellata nel cuore vivo di un’altra storia. Di una storia imprenditoriale che l’enfasi del marketing, con le sue diavolerie, dalla riesumazione del brand originale, al pedigree posticcio, non sfiora e non trova mai nella verità piena della sua essenza. Le caricature dell’anima non riescono nemmeno a simulare la resurrezione. Sono un penoso ed inutile placebo che pretenderebbe di curare la sua scomparsa. La delocalizzazione, l’economia che vive di sola finanza e nella quale la produzione viene trattata come un pretesto ed un accidente residuale del profitto, il mercato globale, non c’erano.

Le persone erano gli unici, autentici nodi di una rete di relazioni intense e glabre. La pleonastica virtuale della comunicazione onnipervasiva, non esisteva. Nulla scalfiva la pienezza, bella o dolorosa, del presente reale e, nel cuore dell’umano, della presenza a se stessi. La smemoratezza e la svagatezza delle promesse, il diluvio degli accenti amicali stonati e delle finte promesse non erano praticate, né del resto praticabili, nel microcosmo in cui il terziario avanzato era un embrione. Il cinismo che coniuga efficacia ed efficienza secondo l’opportunità e l’opportunismo dell’istante ed ha eletto a dio dei tempi solo ciò che funziona, ha schiacciato la memoria sul presente. La malinconia, la nostalgia, il ricordo intenso sono vibratili quanto inutili orpelli per il feroce tic tac digitale, antropizzazione binaria di una pulsione secolare già ampiamente a dimora nella testa degli uomini: tertium non datur. La verticalità del tempo, che è coscienza duratura dell’identità e dunque sapido culto della storia, non può avere dimora, qui ed ora. Se non in funzione di una sequenza che possa essere messa a profitto, nella superfetazione speculativa in cui anche la religione ha la propria quiddità reddituale e redditizia. Poi ci sono le rievocazioni pubbliche e le dedicazioni: l’anima è corpo sottile, un pulviscolo aureo e troppo raffinato per essere colto dalle maglie grossolane del presente, in grado di trattenere unicamente la pezzatura larga e di grana grossa. La sua nobile testimonianza, fugge via, inservibile. Ci vorrebbe qualche pretesto secolare per ricordare, oltre la soglia di tali istanze interiori, qualche verità che desse loro spessore di storia. Amen, dunque,e così sia.

La nostalgia, che è madre di ogni speranza, non è la fuga vile nel passato. Non è il ripiegamento di chi cerca sempre un’arcadia perduta. Il passato non è più bello solo perché ora è diventato tale. E non è nemmeno detto che lo si ricordi unicamente perché fu più bello, se più bello fu davvero. In ogni transito ci sono essenze irrinunciabili. Quale fu il dio nascosto che ispirò i primi artefici di un’imprenditoria aliena ai giochi della finanza, scontrosa compagna di viaggio dei media, mentre insieme a lei si andava affermando la società dell’informazione di massa? Qualcosa, non certo l’anima calvinista del capitalismo, etichetta ed insieme foglia di fico cólta per dire di un tempo che più non è, e forse non è mai stato qui, aspergeva non visto l’impegno degli artefici sconosciuti di tale impresa. Qualcosa il cui nome, religione del lavoro o laboriosità religiosa, si muoveva al confine laico dell’ora et labora. Dove a pregare erano fatica dei corpi e dedizione delle mani. Un unicum che si può riassumere nella sacralità di un vocabolo, mai dimenticato, in nessun luogo e con nessuno, dai protagonisti di questa breve memoria, metafora certo insufficiente e parziale di quell’epoca. Rispetto.

Quando un mondo muore o scompare o trasmuta in un altro nascente o che è nato, l’entropia interroga gli spiriti più avvertiti. E la sete inestinguibile dello Spirito si manifesta o si ribella in qualche margine inevaso o inascoltato. Il porto della meta, oggi sepolto come un traguardo remoto alle spalle, risuona ancora di un’eco inevasa e inespressa. Al culmine delle contraddizioni e delle drammatiche sequele di nientità che affliggono tanto presente, qualche refolo di nostalgia interroga il passato. E qualche cuore teso ne ascolta la valva di conchiglia. Dentro la quale ancora risuona il mare di un tempo che è stato e che non si sa in quale futuro possa avere consegnato il proprio spirito, apparentemente smarrito. Dunque, dov’è smarrita l’esemplarità? Quali lacerti di presente abita il suo spirito in fuga verso il domani? E’ già domani? Dove sedimentano le concrezioni dell’amore per il lavoro, per i tempi, per la vita che è stato lo spirito dei tempi?

Storie come quelle che hanno reso indimenticabile la piccola imprenditoria del dopoguerra, nascevano nel paradigma delle necessità di chiara marca contadina. La grande industrializzazione non ha mai contagiato, né contaminato di sé, lo stigma laborioso di chi ha fatto della stalla la sua prima fucina. Quando al culmine del benessere, nel sortilegio di corrotta malia, all’apice degli Anni Ottanta, qualcuno dissipava il patrimonio interiore (e forse anche economico: certamente antropologico, più ancora che sociale) dell’Italia che fu, la scomparsa dell’anima che aveva fatto rinascere il Paese senza mai calcare la scena, era già data. Volata altrove. In un altrove di prossimità insospettabile. Generosa, come era stata nello stigma dei fondatori, discreta, come nei profondi voti che avevano sorretto e guidato sempre lo stile di vita di provenienza.

Noi non sappiamo più, e forse lo abbiamo saputo per il breve tempo di un fugace contatto generazionale, come un cenno d’addio e non quale segnale profondo di scambio, delle reciprocità, una promessa degli uni agli altri, degli altri agli uni, perché un uomo scegliesse di esporsi, e fedele a se stesso lo facesse per una vita intera, ad impegno senza remissione. A sacrifici e prove per noi inusuali, certamente, e con il passare degli anni, sempre più incomprensibili nell’orizzonte di un’opulenza raggiunta e senza, in apparenza, alcun limite. Per fame, dapprima, forse. Sicuramente per bisogno. La nostra curiosità finisce lì, dove i prodromi di un benessere nemmeno immaginato nel grembo di quella fatica non ebbero certo i connotati di un sogno. Un uomo che segua solo la necessità e la fame, non sogna. Si ferma stanco alla prima svolta soddisfatta. A godere delle cose raggiunte. E nulla può l’ambizione, davanti a quell’essere pago. E nemmeno potrebbe la vanità vincere quella stanchezza. Che cosa allora mosse ancora pensieri, speranza, sentimenti e mani, e braccia e gambe, dopo l’ennesima opera compiuta, verso un nuovo impegno e poi verso un altro ancora sino a costruire, pietra su pietra, gesto su gesto, rinuncia su rinuncia, fatica su fatica la ricca evidenza benestante che fu chiamata in tanti diversi modi ed è storicamente nota ed attestata come boom economico? Qualcosa, io credo, che poco ha a che vedere con il denaro, con la ricchezza, con il capitale e moltissimo invece con l’uomo. La creatura nella sua interezza. Un equilibrio armonico la cui partita doppia, aperta prima sul domani e sul futuro, è solo una delle tracce. La più evidente, forse, nella immediatezza della storia. Non la più significativa, però, e nemmeno la fondativa.

Quando l’anima si è separata dal gruppo che ne era insieme frutto e respiro. Quando la ricchezza è migrata altrove rispetto al luogo nel quale si era formata, affidandosi agli acceleratori finanziari delle particelle nate dalla fatica. Quando la stretta di mano e la parola data, cuore e sigillo del patto anche d’impresa, si sono piano piano accomodati alla scaltrezza che tutto salva della forma e nulla rispetta delle relazioni. Allora l’impresa, così come si era affermata, ha iniziato a morire. L’uomo, la creatura, protagonista di un miracolo d’intese, prima ancora e più ancora che economico, ha iniziato a soccombere alle forze centripete del campo. La tecnologia e la finanza hanno preso il sopravvento. Gli epigoni hanno seguito allora lo spirito che soffia dove vuole. Non la materica evidenza delle cose date.

Lo hanno potuto seguire soltanto coloro che non avevano reciso mai il filo della memoria, la fedeltà tenace alle origini, alla carità nei gesti ed alla tenacia degli atti stigma ed abito interiore, sotto la crosta di un’apparenza cara agli stolti solo come tale e disabitata ai loro occhi da ogni pur viva sapidezza interiore. Ci sono valori che non possono essere quotati in borsa. C’è una ricchezza che non si tramanda naturalmente di padre in figlio, con la semplice legittimazione anagrafica o con il carisma del solo DNA. Ed è lo spirito che traluce nei gesti feriali di chi, fedele a memoria ed insegnamento ricevuto, si dedica all’impresa dello spirito. Se la prima costruì il benessere, la seconda è impegnata a costruire l’essere di tempi nuovi. Qui o altrove, qui e per altrove: dove non importa. Non v’è soluzione di continuità e solo qui non ve ne può essere. I nomi ed i volti però non devono essere necessariamente cercati nel registro dei virtuosismi di scena o nelle performance dei nuovi mecenati. Basta molto meno e forse ci vuole molto di più. Per esempio, non dimenticare che la schiena dritta, piegata solo alla fatica, la passione dedicata, sono tesori da impegnare sempre, in qualunque salita volontariamente scelta, per ascendere dalla pianura della quietudine personale raggiunta al dono di sé. Per esercitare, in uno stesso spirito fatto di discrezione e marginalità dei gesti di aiuto, la lezione dei padri. Costruire la comunità operosa. Facendo in modo che nessuno, tra coloro che occupano la terra più bisognosa e nascosta, soccomba alla folle velocità dei tempi. Un esercizio che schiva la ribalta.

Non c’era all’epoca il management, e se ci fosse stato, sarebbe stato definito in altro modo. Non c’erano i benifit. Non c’erano i tagliatori di teste, che sacrificano l’uomo, tutto intero, sull’altare del bilancio. Passando all’incasso a missione compiuta. C’erano titolari d’azienda che, una volta divenuti tali dopo anni di sacrifici e fatica, scendevano in fabbrica come l’ultimo dei dipendenti e prima di tutti. Per rientrare dopo che anche i custodi, se ce n’erano, avevano chiuso l’ultimo cancello. Per chiuderlo essi stessi, quando, spesso, disporre di un sorvegliante era un lusso. Sete di denaro, avidità, ambizione? La stella polare di uomini così era la bellezza della vita che vedevano nascere e crescere nella e con la propria creatura, l’azienda. Proprio così, sorretta e sostenuta con burbero affetto di padri. Ricambiati talvolta con benevolenza filiale. Quando anche un solo recesso del corpo di figlio soffriva, il dolore era sinceramente partecipato e diffuso. Non v’era retorica. Troppo immediata l’urgenza della vita vera. Troppo incalzante il ritmo dell’epica feriale. Non v’era tempo interiore per infingimenti. Prima di tutto e soprattutto però non ve n’era traccia nell’anima di uomini cresciuti sotto il tiro di un difficile destino, sempre pronto a colpire, sempre pronto a ghermire. Consapevoli, ma non per questo cinici. Anzi, forse, proprio per questo mai cinici, al contrario di numerosi presunti epigoni.

Un idillio, dunque? L’arcadia di un tempo inimitabile reso ancora più suggestivamente innocente dalla inesorabile perdita del suo essere e dalla memoria del suo essere stato? La memoria non merita mai il torto dell’enfasi o, peggio, l’insulto della menzogna. Della ricostruzione a misura della nostra personale tranquillità interiore. Non c’è cattedrale che non rimandi l’eco dolorosa della voce di chi ha sofferto per ergerne lo splendore. Non per questo ci sentiremmo di offendere la nuda verità della bellezza che essa evoca e suscita in noi. Non per questo potremmo negare l’ardente fierezza di chi prega con cuore sincero. Non per questo, l’eco dei canti che vi si levano dentro può sembrarci smemorata di un dolore deposto giorno per giorno sull’altare della fatica da chi ne ha eretto la teca della quale oggi siamo invitati a godere.

Il dolore, il conflitto, il contrasto ci furono. La fatica è sempre inseminata da qualche dolenza. Nessuno va compiutamente e solo felice nell’antro del proprio sacrificio, le cui certezze non sono tutte date a priori. Chi ci andò per puro gusto d’avventura e per semplice ambizione non fece molta strada, o, giunto fortunosamente alla meta, non durò a lungo. Non tutti vi andarono con cuore puro. L’abito interiore, però, legittima, ancora oggi, i distinguo. Non esisteva, almeno nella forma che proprio in quegli anni andava maturando, il welfare. Si praticava un caritatevole soccorso fatto di responsabile passaparola: ciò che era meritevole di attenzione e di aiuto, giungeva sempre al giusto ascolto. Al suo giusto destino. Nessuno tra coloro che non avrebbero dovuto sapere avrebbe mai saputo. Spesso il bisogno non sa accettare e soffrire anche l’umiliazione cocente di mostrare in pubblico la faccia del beneficato. Se stesso. Oggi, ma già all’epoca, qualcuno insinuava l’insidiosa vocazione al paternalismo. Se l’azienda è figlia, anche chi vi lavora reca in sé parte di tale stigma. Si tratta di responsabilità, anche interiormente fondata, verso i propri compagni di viaggio. Esercitare in tal modo la propria sensibilità di padri non significa indulgere al paternalismo. Significa mettere in opera la dignità di una forte maturità civile, quella tanto invocata e poco praticata oggi coscienza di essere parte viva di una comunità viva. Certo, vi furono atti vessatori da una parte e tradimenti della fiducia dall’altra. Ma le voci di una dedizione priva di sbavature interiori, non sono state messe a bilancio se non nei cuori di quelli che le hanno vissute. E quelle parlano, e raccontano una storia altra ed in gran parte giustamente sconosciuta ai più. La divinità luminosa che la ispirò abita quella storia marginale ed ignota. L’essere marginali ed ignorati però non significa non essere stati. Significa semplicemente che hanno prevalso la lettura e la sottolineatura di un altro bilancio. Quello più scontato.

Quando l’unità interiore anima una comunità nella costruzione di un fine condiviso, vi sono, vi possono essere errori e/o peccati: il principio di non contraddizione però non abita qui. L’ontologia ha le propria ragioni vive. Costruire un’azienda è uno dei tanti modi per costruire la comunità. Se la sua finalità primaria (l’assoluto ontologico) è produrre profitto, presto essa diviene altro da sé, un’associazione a delinquere, priva cioè di qualunque rispetto per l’attitudine al vivere civile. Al vivere insieme. Se la sua finalità è crescere la comunità nell’impresa e tutto di sé viene investito a tal fine, essa non sarà mai un alieno, un corpo estraneo alla comunità. Anche nell’azienda, per quegli uomini nati nel sogno di un domani diverso, il primato era nella edificazione dell’umano. Non c’è nessuna avventura umana che non abbia in sé la spina e la rosa, il dolore e la gioia, la fatica ed il riposo. La Perdizione e la Grazia. Non è necessario scomodare amicizia e amore. L’ontologia cede il passo alle flessioni demagogiche, quando gli uomini chiamati alla fatica reggono la coda a tali divagazioni illegittime. E’ sufficiente convocare sempre nella verità di ogni atto l’ineludibile rispetto. C’era dunque rispetto, nella comunità aziendale. Di sé, degli altri, del convivere. Chi era fuori da tale vocazione al rispetto, non si collocava solo fuori dall’azienda. Insidiava la comunità. Può essere più o meno difficile, più o meno impegnativo abitare la comunità onorando la vocazione spirituale. Senza tale chiamata alla spiritualità, però, l’artificiale devasta ogni territorio interiore. E’ quel che accade in gran parte oggi. Ed è a tale essenza irrinunciabile per spiritualizzare l’artificiale che si rivolge la nostalgia di queste narrazioni.

Là una porta era sempre aperta, a casa o in fabbrica. Crescevano vicine, in una prossimità in cui la spazialità era solo derivata di una vocazione precisa. Nei cortili condivisi, un orecchio era sempre pronto all’ascolto e un’atavica saggezza sapeva sempre ruminare con esperta dedizione la verità del bisogno, per distinguerla dalla vanità dell’inganno. Dalla simulazione che pretendeva un privilegio. Non c’erano le istanze cafone ed ostentate di tanta ricchezza falsamente soccorrevole che popola il presente. La discrezione era la sorella inseparabile di ogni gesto di umana pietas nell’ascolto e di caritatevole aiuto nella necessità. A nessuno erano chiesti atti pubblici di sottomissione. Non c’erano la privacy e nemmeno l’invocazione alla trasparenza, diciamoci tutto. Chi doveva sapere, sapeva. In una relazione circonfusa di rispettoso silenzio, e non di muta reticenza, ciò che avrebbe dovuto accadere per sanare una ferita, per lenire un dolore, per saldare una necessità primaria sarebbe accaduto. Accadeva. La riconoscenza è tacita, come il suo correlativo oggettivo, la beneficenza. Ma ha una solida memoria, quando chi la vive sa cosa sia il rispetto. Di sé, prima di tutto. Lì, al banco di prova della vita bisognosa, e non solo desiderante il superfluo, non v’era la piaga oggi diffusa degli infingimenti. Della dissimulazione scaltra. C’era una umile dedizione verso la sorgente salvifica. E spesso dimentica. Si scrive così, si è scritta così, la parte migliore della storia che crebbe, che ha tenuto e che ancora tiene nella carsica diffusione di uno stigma aurorale che fu generosità di sé, anche nel nascere dell’impresa familiare. Il resto è stato dissipazione e, per quanto gonfi siano i bilanci e diffuse le gemmazioni aziendali, lo spirito dei padri si è sopito. Non ha incontrato il suo destino. Che chiedeva una flessione spirituale. La stessa nata in origine, nei sottoscala, nei piccolissimi capannoni sottocasa o nella stalla. Dove la vita era un fluire senza soluzione di continuità.

C’erano tempo e dedizione per la famiglia e per l’impresa. Vicini, di una prossimità tacita e spesso solo intuita, in questo stesso preciso ordine. L’evasione, la fuga, erano unicamente i rari momenti di riposo, gli appuntamenti sacri alla consuetudine comunitaria. Con qualche iperbole trasgressiva, una cena tra amici, rituale ineludibile e irrinunciabile, ma sporadico. Si viveva infinitamente al di sotto delle proprie possibilità: all’esatto opposto del paradigma maturato sul finire degli Anni Settanta, e dilagato poi. In una esponenziale e trionfale avanzata di un’economia drogata, a misura di una società parossisticamente desiderante, in proprio, per sopraggiunta dissennatezza incrementale, e con la maligna complicità degli imperativi consumistici. La festa era tale, fosse Domenica, parca di cose ed intensa di affetti, o un’altra rara occasione di convivialità e ritrovo. Il nemico non era il cinico sprezzo per la ferialità, nutrito di sciocche e mal riposte ambizioni. Ciò che solo poteva allontanare, con pari intensità al richiamo, era l’amorevole dedizione per il lavoro ben fatto. Per il lavoro che andava fatto. Non c’era in quella resistenza sul pezzo la torva spocchia di insipienti arrivisti che ostentano sempre un impegno che dissimula e copre la propria distanza interiore. La propria umana assenza dalla vita. La pausa era attesa e gustosa, ma non si viveva il presente dell’impegno per consacrarne gli esiti alla dissipazione, alla svelta consumazione di tutto. E via verso un’altra meta. I fatti scandivano i tempi di un metronomo arcaico, nato in grembo alla civiltà contadina e trasmigrato insieme a tutta la sua atavica saggezza dentro altri spazi, stabili anch’essi, di una solidità interiore che conosceva l’alba, il tramonto, la quiete e la tempesta, la luce e l’ombra, la gioia e la malinconia. Tutto il denaro guadagnato, tutto il superfluo, veniva reinvestito nell’attività d’impresa. Non c’erano astuzie gregarie, minorità imprenditoriali, meschinità umane. Tanto essa dava, tanto avrebbe meritato secondo una giustizia che è andata smarrita. Nessuno chiedeva conto degli apparentemente immotivati sacrifici: la vita deve essere scalata tutta insieme, se insieme, anima e corpo, si vuole giungere integri alla meta. Alla meta. Certo, ma in pace con gli uomini e con se stessi. L’abuso, ogni abuso, di sé e degli altri, sconta un ritardo quando giunge l’ora dei conti con se stessi. E quell’ora giunge sempre. Allora nessuna ricchezza e nessuna conquista materiale possono restituire ciò che è stato venduto insieme alla fatica, il prezzo della meta. Se esso ha incluso anima e coscienza, il ritardo è incolmabile. Qualcosa di noi non giunge mai, non giungerà mai. Gran parte dei tempi che abbiamo vissuto sono stati abitati da creature disgiunte. Orfane presto di se stesse.

Le galline correvano libere nel grande spazio circostante l’azienda. Non erano un vezzo, la bizza di chi, avendo tutto conseguito, avrebbe voluto mantenere anche il privilegio di una gratuità e di una qualità alimentare ruspante sempre meno diffusa. Imbarazzavano, anche, talvolta, quando le frequentazioni nuove si trovavano all’improvviso davanti a quella traccia di povertà straniera in quel presente, ai segni di un’origine tanto meno imprenditoriale, quanto più agreste, di marca contadina, ancora una volta, insomma. Proprio questo, però. Le galline non avevano nulla di residuale ed ancor meno stavano lì in omaggio alla memoria di un tempo passato e che fu. Le galline, anch’esse, erano il presente dei titolari dell’azienda. Erano lo stigma ed il segno di un passato che non passa mai, perché c’è un sapere la vita che nasce con noi, insieme ai cromosomi, ed è la nostra vera cultura, quella che ci accompagna ed alleva ogni nostra successiva esperienza. Nelle creature compiute non c’è soluzione di continuità interiore tra le origini ed il destino. Lo spirito d’impresa non aveva all’epoca vergogna di nulla, se non della disonestà e della mancanza di rispetto. E nulla di cui vergognarsi. Le galline erano e sembravano in tal senso un attestato di garanzia. Gente così non aveva perduto il battito sacrale che ne aveva ispirato fin dall’origine la dignità nella fatica. Un viatico, le galline, una compagnia. Un irrinunciabile conforto alla cultura dei propri gesti indimenticati, ad una ferialità trasformata dall’avvento dei giorni nella modernità, ma non tolta.

Quando la prima sera dolce e mite si presentava come un presagio di primavera, era l’ora del bagno all’aperto. In pubblico. Non secondo lo spirito fintamente trasgressivo di un esibizionismo mediatico che ha avuto il sopravvento anche nella normalità del quotidiano. Per una necessità, ancora una volta. E per una tacita e forse quasi inconsapevole gratitudine ai doni che la natura tutta elargiva. Non c’erano centri benessere presso i quali recuperare la forma perduta. Chi sudava alla pressofusione, non ne avrebbe avuto del resto bisogno. Non c’erano i santuari dei body builder verso i quali sciamare con le grosse borse d’ordinanza, per rilassarsi, per rimanere tonici, per sgrassare la fatica. Gli operai si tuffavano nel fossato vicino all’azienda. In mutande, così com’erano, grigi di polveri e di fatica, accaldati dalle temperature di lavorazione. Si buttavano nell’acqua finalmente amica della roggia, mentre la sera prometteva il meritato riposo, nella luce calda di un sole al declino. La semplicità è un dono inestimabile. I semplici scrollavano fatica, disagi, tensioni, polvere in quel solo mirabile e miracoloso bagno. Prima di indossare gli abiti borghesi, smessa la tuta da lavoro, e tornare a casa. Puliti (purificati nel rito semplice?), nel tempio degli affetti.

Un mondo mirabile, dunque, da pennellare con i toni acquerello, tenui, delicati e sempre ispirati a duratura felicità ed armonia? Mica tanto. Il fatto è che i tempi, l’azienda e la vita insieme, contenevano in sé l’antidoto, il viatico dalla catarsi e ciò che era stato il doloroso prezzo della ferialità trovava sempre un destino in grado di comporsi nell’armonia degli opposti. Si chiama Spirito, qualunque fosse il volto che vogliamo dargli. Talvolta si smarrisce o si nasconde, agli occhi dell’uomo accecato dalla vanità. Deve essere successo. Deve essere stato da un certo punto in poi così. Da qualche parte, nel transito, la trasformazione deve avere perduto i nessi. O la sua tutta umana capacità di percepirli, di coglierli, di capire. L’universo d’impresa era una cosmogonia compiuta in sé, ma non chiusa su se stessa, nello spazio e nei tempi. La sua relazione con la geografia fisica e con il ritmo temporale, era sostenuta da una precisa sintassi interiore, composita e non univoca. Il piccolo mondo era aperto al grande, fedele e sè e rispettoso dei canoni altri. In quale punto la sua mirabile parabola si è confusa, o dissolta, il sentiero si è disperso e il fondamento che l’animava si è disgiunto da se stesso? E’ sulle sue tracce che si muove la memoria fedele. Per comprendere dove e quando esso si è inabissato, dove e quando esso è riemerso in una forma altra e trasformata. Non sono sufficienti le pur preziose letture della storia d’impresa o le evidenze di ardite sintesi economiche. La storia cerca sempre la nota antropologica del proprio compimento, anche quando la risposta che ne viene sembra dissonante con le apparenze e straniata rispetto ai luoghi del suo affiorare. Seguire il filo lineare di una coerenza solo apparente e di maniera, non è sufficiente per leggere gli eventi. Vi sono salti, anche ontologici, mutazioni antropologiche che occultano un’immediata e stretta relazione fra causa, la scomparsa del passato, ed effetto, la nascita del futuro. Spesso l’eredità dell’uomo se ne va solitaria e disgiunta rispetto alle proprie origini verso un altro destino. Quella umana però, contro ogni diversa evidenza e aspettativa, è la sola degna erede, ed è l’unica eredità meritevole d’essere raccolta nella gratuità dell’offerta e nell’accoglienza del dono.

Dove sono dunque le nevi di un tempo? In quali forse insospettabili sorgenti si sono disciolte per vivere, trasformate, nello spirito di tempi nuovi? Per nascere e crescere un’altra cosmogonia, nata sotto un’identica e generosa stella, protesa al futuro nella comunità, da costruire insieme nella prossimità di una difficile comunione d’intenti (d’impresa)? Qualcuno potrebbe cogliere nella radicalità della domanda, una smarginatura, un’intenzione più politica che non imprenditoriale. La visione di chi diede vita a quei cosmi fu anche squisitamente politica, in una stretta consonanza di intenti le cui premesse non furono storicamente diverse. La presenza al reale, anche alla realtà storica dei tempi in cui si vive, è un’istanza imprescindibile per chi costruisce il presente (impresa) o un’attesa di futuro (profezia). E c’è sempre un poco dell’una nell’altra, quando l’impresa è portatrice di un destino e quando la profezia sarà raggiungimento in tempi futuri ignoti alla contemporaneità. Dov’è finita la visionarietà?

Chi ha vissuto ascoltando scorrere nelle vene il canto di un’epoca al tramonto, sa dove lo spirito d’impresa risuoni ancora, e tuttora, con quali note irradi il cielo del presente. In quale spazio interiore abiti quello che incoraggiò un tempo la risorta economia del Paese. Come ancora animi le imprese feriali dello spirito. Difficili sempre. Impervie, oggi come un tempo. Discrete nel proprio esprimersi. Difese dagli occhi indiscreti. Non a difesa della propria ricchezza terrena. Attente alla qualità di un rispetto che unisce nel cuore dell’uomo la Terra ed il Cielo. Nella fatica dell’impresa, nell’impresa della Vita che è sempre fatica di nascere a se stessi e di crescere insieme. Spesso senza alcun profitto e solo per amore della cosa in sé. La cosa sublime. La Vita.