Diario inutile. 33.

Diario inutile. 33.

La Campagna/LA 2i

Ci sono state, oltre ed insieme alla vita viva e feriale, altre esperienze, altri incontri. Rare le une e gli altri. Di poche ho scritto, se non qualche cenno, nel Diario, al coinvolgimento ed al dialogo.

Di una, in particolare, che è stata a lungo per me di conforto e segno di speranza condivisa, non ho mai raccontato nulla, né accennato alcunché.

Lo farò ora, che mi sono congedato dalla partecipazione attiva.

Lo farò, quasi esclusivamente con le stesse parole che ho impegnato insieme a loro, negli incontri a distanza o nella corrispondenza.

Lo farò aiutandomi con il corollario di riflessioni e di dubbi, di sgomento, di compiuta serenità talvolta, che l’esperienza della solitudine prima e della condivisione poi hanno suscitato in me. La partecipazione attiva è iniziata a novembre del 2020 e si è conclusa nel marzo del 2021.

E’ stata un’esperienza costruttiva, umanamente bella, sebbene vissuta sempre ed esclusivamente, almeno per parte mia, a distanza. Del resto, non ho, né avrei potuto mai avere, riserve interiori rispetto alle potenzialità vera e veritativa degli incontri, dei dialoghi e delle relazioni così vissute. Il diapason delle quali è nella loro natura di relazioni spirituali.

Conobbi la “Campagna italiana per un nuovo modello di Cure Primarie” verso la metà del 2020.

Erano i mesi drammatici in cui i medici ed il personale sanitario, gran parte di coloro che si muovevano nell’orizzonte della cura, venivano definiti, spesso con qualche enfasi retorica [e presto la realtà si sarebbe incaricata di rivelare quanta poca persuasione vi fosse in molti di quei pronunciamenti, dettati spesso più da autentica paura che da vera convinzione] ora angeli, ora eroi. Erano i giorni in cui, nella terra in cui vivo, i racconti drammatici si inseguivano a ritmo incalzante, nella prossimità delle conoscenze, come nella narrazione mediatica. Accompagnati, i racconti, dalla colonna sonora delle sirene delle ambulanze, che sembrava non cessare mai. Erano i giorni dell’angoscia, vissuti in un isolamento privo [o con scarsissime, di incerta identificazione e provatissime...] di sicure referenze cliniche ed assistenziali.

Erano i mesi della responsabilità sociale che chiedeva una scelta solitudine fisica. La rarefazione, se non l’assenza, dell’incontro. Schiacciata per alcuni sulla muta angoscia di sere che si accasciavano con sollievo nella notte, come una consolazione raggiunta nell’incoscienza inconsapevole del sonno. L’indicibile omaggio allo scampato pericolo quotidiano, ed insieme l’evasione nel sogno del risveglio in un futuro libero dalla prova.

Erano i giorni in cui qualcuno, e tante e tanti insieme a lui, rivelavano quello che qualcun altro sosteneva da tempo, forse da sempre. Se il neo umanesimo sia stato solo una parentesi retorica, un lacerto di promessa, una tremula fiammella accesa ed agitata nella buia notte, spaventata e spaventevole, o sia tuttora e sarà in futuro una persuasa nota interiore, lo diranno meglio e più precisamente i tempi.

Damasco pare tuttora lontana, talvolta, oggi, più di un tempo. La conversione chiede una dura ascesa, libera da infingimenti interiori e da coazioni ad agire.

Il corpo pulsante e vivo della speranza pare del resto ampiamente disatteso anche dalle istanze organizzative di chi ha responsabilità di merito. Accartocciato, il primo, sull’oblio, cancellato dalla smemoratezza di ciò che ci è contemporaneo, che è la vera afflizione dei tempi in cui viviamo. Affondate, le altre, nella palude delle buone intenzioni e bersagliate dalla infinità di dichiarazioni e promesse che, come un boomerang, tornano a colpire gli incauti cercatori di consenso estemporaneo.

iContinuo, a distanza di un anno dall’ultimo incontro al quale ho partecipato, il racconto della esperienza che ho vissuto nel cammino del Libro Azzurro [LA].

Diario inutile. 32.

Diario inutile. 32.
Due anni/
LA1

Ora lo sai, con la consapevolezza più alta e precisa di sempre. Il prossimo decisivo incontro, la meta o l’appuntamento, sarà l’estremo. Il punto che colma l’Assenza della quale hai coltivato nel cuore infinita nostalgia nel cammino feriale della Vita. Quella stessa di cui, giovane, scrivesti [“Il viaggio di Sisifo”, 1986]: “Mi ispirano la nostalgia e la speranza”. Sarai dove, come nella nascita, l’Alfa e l’Omega si danno la mano. Alle porte del Senso.

Pare talvolta trascorsa una infinità di tempo da quando la minuscola essenza di un corpuscolo invisibile ad occhio nudo, sconosciuto ed inatteso, piegò e fece inciampare la modernità come mai le era accaduto prima.

Eppure è sufficiente indugiare dentro se stessi, all’ombra dei ricordi, per riconoscere la mai dimenticata solitudine, il dolore, la paura, l’impotenza, l’orizzonte all’improvviso fatto breve e stretto da un limite rivelatosi con lo stigma dell’impotenza, per qualcuno mai riconosciuto prima o mai sperimentato. Per affacciarsi ad un pertugio dal quale tutto si fa di nuovo presente, con la dolenzia di un’esperienza vissuta ed indimenticabile. Il tempo lungo della prova che ritorna, nello spazio breve del ricordo. Il tempo è la coscienza e poco conforta la forse misericorde consolazione del filosofo che, dopo la prova, ci trova in corsa verso l’incipiente, la nuova primavera. Felicemente smemorati, sostiene, forse per vitale necessità di sopravvivenza, dopo l’angoscia dell’inverno che ci ha piegati all’imo di noi stessi ed allo stremo, quando non anche alla consunzione ed allo spegnimento.

Requiem, di nuovo ed ancora qui, per coloro che nulla più possono ricordare nelle forme e nei modi, nei tempi dell’umana avventura.

Come sempre sono presenti a noi stessi le creature amanti, le persone che abbiamo amato e che ci hanno irrevocabilmente amati! Le vedemmo, le abbiamo viste, le vediamo negli anfratti della memoria, nei pertugi di noi stessi spalancati sopra abissi di Luce non di rado dolente. Quale e quanta compagnia ci fecero, ci hanno fatto, ci fanno nella ferialità consolata da una misericordia che ha il senso ed il sentore degli abbracci e degli istanti insieme vissuti! Ricordo i dolci agguati che, agli angoli dei luoghi familiari alla mente ed al cuore, ancora mi tende la Bellezza di qualche volto amato, mai sfuggito all’incantesimo della affettuosa e perenne compagnia.

Come vi fate presenti, come vi sento quando tutto del giorno feriale vacilla o quando la gioia è una pervasiva sorgente di speranza! O quando ancora, spesso, la vita semplice è il viatico solenne alla sacralità degli istanti e degli incontri.

Nessuno tra coloro che abbiamo amato e di quelli che ci hanno amati se ne va mai in un congedo perenne dalla sapienza generosa dell’Eternità che ci abita.

Quando non siamo che una dolente ed inerte figura del corpo, allora e più di sempre, come il Signore buono che ci pose a dimora qui, ancor più ci sostengono e ci abbracciano, i cari a noi, coloro cui fummo cari.

Ogni fibra di noi, anche l’incosciente e l’immemore, è sostenuta dal duraturo ed inestinguibile osanna delle anime care. L’orecchio interiore sa, anche quando noi non sentiamo più nulla e la mano della vita Viva mai si scioglie dalla nostra.

Il passo lento e discreto del cammino che riprende, l’indugiare non è indulgenza verso noi stessi: è solo rispetto, il posarsi piano della Vita nella consapevolezza dell’altrui dolore, quello la cui eco non si è spenta, né mai si spegnerà nel profondo di una intimità sofferente condivisa.

C’è stata Speranza, nella notte. Ci sono state Luci nel buio. C’è stato Orizzonte, nel disorientamento.

Qualche minuscolo lacerto del grande e spesso contrastato e dolente affresco di quei mesi, ho tentato di lasciare qui, in Diario Inutile. Era il 17 Marzo del 2020, quando iniziai a pubblicarlo.

[Diario inutile 33_La Campagna/LA2]

 1Inizio oggi, a distanza di un anno dall’ultimo incontro al quale ho partecipato, il racconto della esperienza che ho vissuto nel cammino del Libro Azzurro [LA].

 

Diario inutile. 31.

Diario inutile. 31.

2008_2013_2022

Lo scrissi in una sera d’estate di un ormai lontano 2013. Lontano, ma non troppo, a giudicare dallo stato delle cose e se come io credo la coscienza è il Tempo…

Lo scrissi allora riferendomi ad un mio testo inedito del 2008: “[…] chi sa perché, chi sa pensando a chi, mi lasciai andare ad una licenza politicamente impoetica. Oggi, chi sa perché l’ho trovata… o forse proprio oggi lei ha ritrovato me. Il caso, lo so, non esiste.”.

Posso riprendere quelle stesse parole oggi, in presenza di uno scenario in cui un amalgama letale di cinismo, irresponsabilità, ambizione smisurata e certamente spesso assai più grande delle proprie competenze, incapacità e scaltrezza di bambini viziati nello svezzamento di una insulsa Babele mediatica, stanno inferendo colpi mortali a quel che rimane della capacità di comprendere, dell’abilità politica di servire, organizzare e guidare un Domani possibile, libero e dignitoso, nato sotto il segno della Speranza. In un tramonto che, asfissiato da una lenta agonia, stenta a comprendere gli stati nascenti o a coglierne, servirne e guidarne verso esiti generativi i virgulti che pure esistono.

Scrivevo ancora in quella sera d’estate: Se è vero, come ho spesso scritto e come credo vero, che nessuno si salva da solo, è vero anche che il carisma benefico di un singolo può contribuire a scatenare la rivoluzione delle anime assopite dal conformismo della menzogna, della corruzione, dell’egoismo, dell’ipocrisia e del cinismo”.

Nella trepidazione di queste ore, riprendo anche quelle stesse poche frasi, aggiornandole qui con un link ad una parte della citazione che nel frattempo è diventata un meme, per qualcuno forse un mantra, o per troppi solo un luogo comune non di rado disatteso, come accade spesso ai luoghi comuni. E da troppi trasfigurato, con l’inettitudine di una visione ombelicale, nella sua più insidiosa nemesi: qui non si salva nessuno.

Diario inutile. 30.

Diario inutile. 30

Il Pudore.

Sono trascorsi quasi 13 anni da quei giorni. Continuo a vergognarmi, ora, che ne ho quasi 70, come allora, ed ancor più mi vergognerei se il candidato attuale divenisse l’eletto nelle prossime settimane.

C’è un limite pre politico ed umanissimo, per me decisivo, che si può definire con un termine ormai desueto ed assai poco frequentato da tante e da tanti, da tempo: si chiama pudore.

La mia vergogna attinge lì ed è uno stato d’animo che informa le mie scelte quotidiane ed anche quelle di cittadino chiamato ad esercitare la propria coscienza politica con coerenza personale. Perciò, per quanto inutilissimo, più inutile di tutte le pagine di questo marginale diario, ricordo, qui, in questi giorni drammatici e difficili, un minuscolo lacerto di memoria. E lo coltivo come il fiore spontaneo di una lieve ma tenace Speranza. Che domani sia il meglio di ieri.

Diario inutile. 29.

Diario inutile. 29

Umanesimo istituzionale.

Una tempesta comunicativa  affligge, da qualche decennio almeno, la contemporaneità, uno spazio dentro il quale sembrano non essere troppo spesso accudite e praticate virtù che pertengono l’umano nella sua declinazione interiore più persuasa, ma quasi sempre vengono apprezzate le scaltre coniugazioni di un situazionismo etico opportunista. Apprezzate ed applaudite anche e soprattutto quando vestono i panni miseri, e non di rado miserabili, di un esercizio retorico della propria forza, vincente qui ed ora e tanto sterile e povera da inabissarsi oltre la scena un solo istante dopo essere state pronunciate.

In tale inferno di segni, simboli, che perseguono spesso unicamente e senza tregua e remissione il solo ed unico scopo di alimentare ed insieme soddisfare il consenso, nell’assordante chiasso di una comunicazione monocorde che ha il suono sinistro di una guerra senza esclusione di colpi prevalentemente immateriali, ma non per questo meno efficaci e non di rado letali [ci sono tanti e diversi modi di spegnere vite umane], è raro e difficile poter cogliere la nota discorde di una parola che attinga qualche corda interiore vera di sé, senza prima essere piegata all’esercizio della lusinga o a quello del puro calcolo [quasi sempre anche errato: spesso l’umano è nel profondo di sé assai migliore della sua prezzolata e comunque interessata rappresentazione].

Da qualche giorno me ne ricorrono nella memoria del cuore almeno due. Le fermo qui, nella discreta e marginale condivisione del Diario inutile. Come minuscoli accenti di Luce, e dunque di umanissima e poetica speranza. Non so se siano, sull’orizzonte di una più ampia scena epocale, e non solo nella squisita credibilità di chi li ha compiuti, cenni duraturi di qualcosa che accade solo ora o che da qualche tempo già sta accadendo. Non so quanto di questo vi abbia avuto parte, almeno nella condizione rivelativa dell’inusuale.

Mi piace fermarli qui, e qui condividerli nella consapevolezza dell’umana erranza di ogni piccola convinzione personale, la mia naturalmente, nella certezza della loro stimabile ed umanamente pregevole singolarità.

Qui, la presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen che, ricordando David Sassoli, il presidente del Parlamento europeo recentemente scomparso, lo definisce tra l’altro “… un uomo buono …”.

Qui, il Presidente del Consiglio dei ministri italiano, Mario Draghi, chiede scusa.

Sono consapevole di quale e quanta distanza separi i due fatti in sé e le due stesse circostanze che sono all’origine comunicativa.

Ne ho stimato per entrambi vero ed inusuale il merito [che cosa: un uomo buono e le scuse], il metodo discreto [come: autenticamente commosso nell’un caso e sinceramente sorpreso nell’altro], il tono emozionato e partecipe dell’una, il distacco nell’altro, forse talvolta frainteso quale sprezzatura, e che a me pare invece la cifra interiore di una sobrietà elegante, solo poco dissimulata dall’ironia quale strumento di difesa [non è sarcasmo] e, nel suo essere rara, quasi pudica. Desuete entrambe, le scuse e la sobrietà che nulla chiede, se non di essere capita, nella prevalente antropologia contemporanea, votata e vocata alla miglior rappresentazione di sé [ma poco incline ad essere il più possibile il meglio di sé].

Mi sembra, soprattutto, che un filo sottile e profondo ne possa però distinguere una identica sorgente ispirativa. Qualcosa che mi sentirei di definire, con una locuzione forse poco ortodossa ed a suo modo eretica,umanesimo istituzionale. La persona, una volta tanto, qualifica il ruolo, senza tuttavia perderne in alcun modo il rispetto e l’accredito di dignità cui essa stessa sa di poter attingere.

Due briciole, forse. Insufficienti, certo, a fermare o solo flettere la freccia, veloce ed inesorabile, di un assalto scompigliato e senza tregua a quel che rimane, ormai solo in forma residuale, della reciproca fiducia sugli spalti terrifici dell’umanità in rotta da se stessa, in un confronto pubblico che ha spesso perduto l’orizzonte interiore e dunque il proprio stesso futuro. La guerra della rappresentazione mediatica confermativa di sé, prima che quella delle armi stabilisca il dominio dei corpi. Vincere è il fine primo ed ultimo di entrambe. E nessuna delle due forme di un identico conflitto contempla la cura e l’esercizio di due delle qualità più alte dell’umano, la delicatezza d’animo e la lealtà sostanziale. Declinazioni discrete di una comunità gentile in via d’estinzione .

 

Diario Inutile. 28.

Diario inutile. 28

La Luce degli Assenti. [Orazione].

O Voi, che ve ne siete andati senza il conforto di una parola amante, dentro il silenzio inquieto delle assenze, o Voi, perdonate la latitanza degli affetti nei giorni dell’ego furente. Perdonate l’indolente cadenza di giorni feriali assuefatti all’ignavia. Io spero, io credo, che nell’istante dell’ultimo abisso, preludio al Cielo, vi abitasse una Luce. La Luce più alta dei tempi in cui, creature dedite all’ascolto del vostro eletto e più singolare carisma, foste nella vita. Il dono di un sé prossimo ed aperto al noi che ci precede e che sempre ci attende. La Luce che tutto rischiara dall’origine del vostro intatto cromosoma fino alla polvere redenta del corpo inanimato.

O Voi, perdonate la mano che si sottrasse alla stretta. Il corpo che si negò all’abbraccio nell’addio. Perdonate tutto il tempo di cronos, che abbiamo perduto credendolo signore del nostro vero tempo, il tempo interiore.

O Voi, creature amanti, che abbiamo amato con insufficiente ardore: io spero, io credo che ci avrete voluto, che ci avrete saputo nell’istante estremo perdonare. O Voi!, come somigliate al noi stessi che abbiamo troppo a lungo dimenticato, mentre nell’attimo supremo la coscienza scuoteva dolcemente l’anima per sussurrarle le parole alate dei congedi e della prova. O Voi che già gustate la libertà degli eterni, pregate affinché sappiamo affrancarci nella libertà da vivi, e non siamo coatti alla finitudine ed al suo unico memento, nel durevole non ancora che ci abita.

O Voi che avete conosciuto il destino felice di stringere mani amanti nell’addio e di vedere chinata su Voi la luce ardente di occhi innamorati nel saluto, o Voi, siate grandi nel Cielo e pregate per noi. Adesso. E nell’ora della nostra morte. Dimenticate i torti, in virtù dell’eternità che ora vi avvolge in un palpabile Osanna. Abbiate infinita pietà e misericordia di noi, impegnati nel resistente esercizio di credere al sogno grande della vita. Che la vita sia un grande, inestimabile dono. Un Sogno eletto ed elettivo in cui la mano si tende ed il pugno si apre, l’abbraccio accoglie, il cuore ascolta e la mente benedice.

O Voi, pregate per noi nell’impervia credulità di tentare d’essere sempre le creature libere sbocciate nell’ora innocente del dono di sé. Dentro il quale, nella singolarità senza solitudine, siamo nati.

Diario inutile. 27

Diario inutile. 27

Futuro anteriore.

Il solo tempo che, giunti alle soglie degli esami di coscienza ultimativi ed estremi, sappiamo di avere nella Vita perduto, è quello trascorso dopo avere compiuto la scelta consapevole di non amare [una parola che ancora oso scrivere, tentando l’estremo pudore di me, nell’abuso e nello spreco cui è stata esposta da un vento secolare, a tratti paradossale e grottesco nelle sue manifestazioni di prossimità prosaica].

Forse, esercitando l’opzione contingente, avremo potuto salvare qualcosa di noi stessi, del nostro corpo. Avremo potuto lucrare potere e consenso. Salvare cose e beni. Coltivare ambizioni minime e minoritarie, lasciandoci sospingere e guidare dalla vanità oltre la soglia discreta ed umile della irrevocabile necessità feriale. Gratificare e solidificare l’orgoglio murato del nostro ego, la fortezza che presiede e presidia gran parte della nostra umanissima sete di affermazione di noi stessi purchessia.

Avremo potuto gonfiare a dismisura la soglia etica del merito, dilagando nella bulimia illimitata del privilegio, fino all’esercizio ormai colpevole della prepotenza, sebbene talvolta inconsapevole a causa della estrema diluizione della coscienza nella sua ameboide pronazione ai luoghi comuni.

Ascoltando la voce del vuoto interiore che sale dentro noi nell’ora della più sincera confessione, sapremo con precisa acutezza in quale abisso di perdizione ci ha confinati la sequela degli istanti in cui abbiamo detto no alla Vis amante che ci aveva interrogati. Nelle grandi chiamate decisive delle singole vocazioni, come nelle minuscole occasioni quotidiane e feriali di ciascuna vita.

Non sarà l’esercizio feroce di un moralismo tardivo, tutto affidato alla laicità del pur eticamente fondativo principio di non contraddizione, a scandire la coerenza della prova di una diversa opzione, che ci fu talvolta umanamente impossibile. O, O.

Nemmeno la latenza di una retorica composizione della necessità nell’evidenza del suo contrario, cara alle creature che hanno scelto sempre e solo la superficie della vita ed agli opportunisti di ogni tempo, a confortare l’anima nuda e ad assolvere l’orfanezza etica di tempi consegnati ad una bellezza tutta ed unicamente affidata alla pienezza ed alla necessità del Secolo. E, E.

Solo una compostezza interiore, interamente abitata nella consapevolezza del proprio limite dalla Grazia, gli restituirà la Voce dolente del se stesso che nel tempo del disamore aveva irrevocabilmente e forse irredimibilmente perduto. Nel qui ed ora della Storia. La piccola, la grande.

Allora la sequela degli Aut Aut e la sequenza degli Et Et lo prenderà come un morso di rimpianto alla gola. L’uomo perduto a se stesso e senza scampo si fletterà sul silenzio complice e responsabile del tempo perduto.

La Desolazione abiterà l’anima con l’acutezza del rimorso.

Forse a nulla consolazione porterà la luminosa voce dei testimoni risorti che gli si presenteranno davanti nell’ora delle sintesi estreme. Forse la stessa Luce alta della Bellezza cui aveva detto pervicacemente no quando l’Amore lo aveva chiamato, invece di confortarlo, susciterà in lui una nuova e mai esperita vergogna.

Non rimarranno allora che le amorevoli mani del Dio silente, il compagno di sempre che egli aveva nei suoi dinieghi smarrito, a sollevarlo ancora nella Chiarità dell’eterno silenzio. La sua smarrita sorgente. Il suo immeritato approdo.

L’argine del Silenzio lascerà che il fiume dei volti amati ed amanti scorrano un’ultima volta ancora sulla scena muta del suo giorno, offrendo un varco di divina misericordia e la silente feritoia di una umana pietas.

Il Mistero non è la soglia di perdizione degli umani. E’ l’anima compagna e soccorrevole che nell’incognita dei giorni, passati, presenti, futuri, sparge generosi indizi di Senso. Guida i Poeti nella sintassi vocativa di ogni loro singolare destino creativo.

L’uomo che non sa nulla di sé e nulla vuole sapere, preda della feriale consolazione che lo inebria di retoriche certezze nel qui ed ora del consenso, dell’affermazione e dell’appropriazione, sconta una passione durevole nell’Assenza.

La parola creatrice sparge il seme della comunione, generatrice di futuro. In essa canta tutto il Tempo perduto che la dedizione all’Amore ha consacrato al canto e nel canto. Nell’uomo perduto a se stesso, i tempi smarriscono il proprio fondamento ed il futuro incerto inclina alle forme al caos.

L’Angelo necessario abita la luminosa Chiarità dei margini scelti ed abbracciati.

L’alibi della lotta secolare è un argomento insufficiente nella fondazione del canto sublime. Essere, ed essere testimoni di un credo creduto, è la sola risposta armonica al dono della Vita ricevuta. Vocazione. Memoria. Speranza. L’imperativo della Coscienza precede ed informa il Gesto. Nessuna azione, e nessun fare, per quanto nobile, redime l’orfanezza dell’essere che, disabitato da se stesso, ha cancellato così anche i Padri. La dolce fatica di Amare non conosce mai l’obliterazione e l’oblio, la via breve che non osa attendere l’avvento paziente della Grazia. Perdendo tutto il Tempo inutile e necessario per la sua lenta distillazione, spesso solitaria e marginale, nell’Anima.

Diario inutile. 26.

Diario inutile. 26.

Oremus.

Come rapida sfuma l’essenza fragile del Nulla nel lieve vento del tramonto che abita i corpi inerti degli improvvisi esistenziali. Se ne vanno, nella silenziosa quiete degli abissi interiori, il canto senza Parola dei replicanti e l’abbraccio furtivo e muto dei senza credo.

Rimani solo, al vertice del tuo minuscolo accento di Luce, di nuovo, come prima, come un tempo. Come sempre sei stato.

La passione fredda dei cloni, lo zelo fervoroso dei facenti funzione.

Cloni e zelanti, è già tempo, di nuovo, di addii.

Svaniscono nei congedi senza rimorsi, senza rimpianti.

L’orizzonte contemplante è davanti.

Rimane il fondamento muto dei costituenti. Sotto la coltre delle tremebonde promesse scaturite in se stessi al tempo della paura giacciono gli effimeri sogni, il fuoco fatuo degli inganni, la zizzania delle interessate illusioni, sparse a piene mani quando la compagnia serviva come una sgangherata passerella aggettata in fretta e furia sulla devastante e panica imminenza di una prova a se stessi ignota.

L’antropologia del tramonto ha ampiamente confermato se stessa.

Siamo stati e siamo inesorabilmente chi fummo.

Lungo i sentieri interrotti della comunione ferita, la Speranza abita la conversione, il solo spazio che offra sguardo alto oltre la prova e sopra tutte le istanze memorabili e memorate del dolore.

I tempi sono finiti. Il Tempo, che non finisce mai, cosparge ogni minuscola eternità feriale con la sapida tenerezza degli amanti. Misercordia, Carità, Pietas sono i solchi nominali dentro i quali si posa l’orma di Luce che, umani, ci conforta, ci consola, ci seduce e ci chiama. Chiamati nel corpo alla Vita. Vocati, nello Spirito, al destino singolare che il divino ha pensato in noi e per noi. Dati e donati per sempre.

Oremus. Nel nome e nei volti andati via, in Cammino.

 

Diario inutile. 25.

Diario inutile. 25.
L’anima del vaccino.

Leggendo le notizie relative alla campagna vaccinale attuata nel Regno Unito, ho pensato spesso durante gli ultimi mesi ad un racconto che ascoltai anni fa, quasi quaranta ormai, in Inghilterra. Prima ancora che l’enfasi narrativa di questi giorni, è stata la nuda eloquenza dei numeri che mi ha indotto a ricordare. Alla loro ineffabile parola, ho affidato parte della mia sgomenta, ma non sorpresa, ammirazione.

Eravamo a casa dei nonni di una nostra giovanissima amica, che aveva trascorso un anno di studi in Italia, nella nostra città. C’era lei, Alison, c’erano i suoi genitori e la coppia dei nonni di cui eravamo ospiti. Era una bellissima giornata, immersa in quell’azzurrità che distingue il cielo di Cornovaglia quando il sole splende. I nonni avevano preparato per noi il cornish pasty. C’era stato il tempo di una reciproca conoscenza. C’era stato il tempo della convivialità, frizzante e generosa di sé, come accade nell’incontro tra persone e mondi lontani, aperte e curiose le une delle altre. C’era stato il tempo dello scherzo affettuoso. L’intercalare confidenziale sostenuto dai proverbi che la stessa Alison ci aveva insegnato in Italia. “Be kind to your mother for you will never have another , che avevo scandito al suo indirizzo,ridendo della mia goffaggine anglofona. O l’ormai familiareIsabel necessary on a bicycle…”, che dedicavamo, con la sua complice e divertita ironia, alla mamma di lei, Isabel, appunto. C’era stato il tempo della memoria, inatteso e commosso. Era venuto quando, dopo il pranzo, la nonna ci aveva accompagnati a vedere l’orto di casa. Il nonno era con noi, più taciturno. Alison sempre presente, per sostenere il nostro dialogo povero di parole condivise, sebbene ricco di quella flessione affettuosa che è il miglior facilitatore culturale.

Aveva ricordato lei, la nonna, sospinta alla confidenza dalla lunga consuetudine che traspariva nel nostro rapporto con sua nipote. Lei, testimone di quella lontana avventura, mentre parlava sembrava guardare, con rinnovata nostalgia e commozione, in direzione del porto poco lontano.

Ci aveva raccontato di quando una miriade di imbarcazioni, piccole e grandi, tutte quelle che fossero state in grado di tenere il mare, avevano lasciato il porto di Penzance e attraversato la Manica per portare in salvo, insieme ad altre centinaia di imbarcazioni, i soldati inglesi delle forze alleate, isolate a nord del cuneo tedesco.

Nella sua narrazione, priva di enfasi, di retorica autoreferenziale e sapida di non detto né esibito, avremmo riconosciuto, anni dopo, l’epica dell’operazione Dynamo, il “miracolo di Dunquerque”. La storia maiuscola aveva fatto capolino, in un pomeriggio d’estate di tanti anni dopo, nei panni dignitosi e fieri di una storia minuscola e feriale, coraggiosa fino alla temerarietà. Credo di ricordare come gli occhi dei nonni brillassero, nell’evocazione, di una legittima e trattenuta fierezza, che sembrava cancellare dai volti anche gli anni, come se splendessero di una giovinezza senza età.

Li ho rivisti, quegli occhi, ho riascoltato l’eco viva di quelle parole, mentre stamani leggevo di quest’altro miracolo.

Una persona, una comunità, una civiltà muoiono solo e soltanto quando l’anima li abbandona.Perché dimenticata, affaticata,perduta.

Per una singolare coincidenza, il generale Alexander, l’ultimo a lasciare la spiaggia di Dunquerque, firmò, anni dopo, il Certificato al patriota rilasciato a mia madre, staffetta partigiana.

Talvolta mi chiedo se sia sufficiente una generazione a cancellare una memoria che ha sostenuto un destino di libertà e di speranze condivise. Mi domando quali defezioni interiori [e non solo] abbiano causato l’asimmetria, i deserti, i ritardi, talvolta l’estinzione stessa di un’anima che avrebbe [ed aveva...] distinto e segnato il destino condiviso della Grande Europa. Quella che ci ha donato settanta anni di libertà e di pace.

L’amata Europa, nata in grembo al sogno di pochi, divenuta poi la confortevole e pacificata dimora di molti, e, più tardi, l’orizzonte di speranza di tanti. Mentre già iniziava a declinare, la terra del tramonto, e si rivelava alla Storia nella sua acclarata, contemporanea insignificanza. Il tramonto dell’Occidente europeo in un interminabile transito epocale.

L’Europa è stata il sogno di pochi, messo a lungo in sonno dal cinismo dei molti e dei troppi. Dal conformismo secolare della moneta, che ne ha sopita e quasi spenta l’anima.

Ora, sul suo corpo stanco, in estremo ritardo spirituale, danzano le ombre divisive del Donbass e le smisurate ambizioni che soffiano dai Dardanelli. La verità dei vinti innocenti, riposa sotto coltri di ipocrisia e di silenzio. Ma le domande di quelli che, accaniti, hanno sognato e chiesto mondi più belli, non si spengono mai.La culla di tanta civiltà saprà aprirsi a nuovi orizzonti di speranza, per dare vita a compimenti un tempo attesi? Sotto la cenere del canto, arde ancora forse la brace di un domani pacificato? Come nel sogno di alcuni epigoni, nell’abbraccio spirituale, civile ed umanissimo, dall’Atlantico agli Urali?

Codesto solo oggi possiamo dirti, ciò che siamo stati durante una intera esistenza, ciò che vorremmo fosse nelle vite che vengono avanti.

Diario inutile. 24.

Diario inutile. 24.
Amore senza tempo. [Nomadelfia. 40 anni dopo].

Il confine tra il futuro del giorno e l’Eternità del per sempre che in ogni istante lo informa, lo senti, si fa più vicino. L’orizzonte del quotidiano sfuma. La memoria incalza e la Vita, così prossima e presente lungo tutta l’esistenza feriale, sembra avere a tratti e sempre più spesso profili vaghi. Non perché si innalzi, ancor più, nella Luce che abita la Mistica: se così fosse, la presenza al reale avrebbe nella figura icastica del vero la precisione della folgorazione. La vita semplice incede ancor più lentamente, e non più solo a causa di una consapevole scelta etica, nella forma del corpo e questo segna e talvolta reclama limiti e stanchezze.

Tu ora sei qui, dove la fatica si posa sulle ali dei sogni che mai hai tradito, che mai hai abbandonato. Nell’ansa silente in cui in solitudine sei rimasto loro fedele. Senti la Bellezza carezzare le increspature dell’anima e sei grato, di una devozione fedele ed immeritevole. La Grazia è solo dono ricevuto e tu hai avuto unicamente l’oneroso onore di rispondere sì, di custodire il dono, di assumere la responsabilità del limite dentro cui hai compiuto tutti i passi a te possibili. Dunque, i dovuti. Senza enfasi, senza merito. La via glabra delle spoliazioni è la sola risposta, quando lo stupore della Vita ti visita, inatteso sempre.

Dura ciò che è vero ed è vero soltanto ciò che rimane vivo in te. La rinuncia dettata dall’impotenza e/o dall’impossibilità non è in sé una virtù.

Il parossismo della novità purchessia, che ha spazzato i tempi miei contemporanei, ha reso più impervia ed angusta di sempre la via della continuità. Al diapason dell’età morente, la nota degli stati nascenti ha rivelato volti mutanti e polimorfi: l’unicità della testimonianza, l’unicum identitario di un credo, non ha mai avuto vita facile, in un’epoca di transito. Dissimulazione ed opportunismo, consolano gli adepti del qui ed ora. Sempre pronti, talvolta inconsapevoli fedeli di un’etica situazionista, ad assumere l’orizzonte delle cose opportune, nell’istante vincente, come proprio.

L’occhio velato di Speranza attende, accoglie, accetta. In altre mani scorre ora lento il filo, come la traccia di una ancor giovane promessa.

Quand’io ti prego perché tu mi apra il cuore,/pensami nella sera/ e non guardare al prodigio della giovinezza./ Pensami nella sera,/leggimi dentro la verità senza tempo,/l’unica possibile verità./.

Da qualche mese, rileggo questi versi, quelli di “Amore senza tempo”, una poesia che scrissi e pubblicai nel 1979. Talvolta mi sorprendo a ripensarli a memoria.

Il metronomo interiore ha tempi altri, eterodossi rispetto al ritmo di cronos. Pur così necessario a scandire l’epos di qualsiasi narrazione esistenziale, segnandone in modo convenzionale i confini. La sapidezza del dramma e della stessa gioia, pur perse nello sconfinato ed infinito cantico della grazia, sono scandite dentro i segnavia delle ore e degli istanti: l’Amore mette le ali al tempo e conduce la creatura umana nell’eternità del senso. L’infinità non infrange la forma, una costituente del reale, l’accarezza e l’oltrepassa, aprendola nell’orizzonte dell’origine. Ognuno seguendo un proprio passo, ciascuno secondo vocazione.

Quarant’anni fa la Grazia irruppe nella mia vita nella pienezza di una relazione che dura. A Nomadelfia il prodigio della giovinezza incontrò l’unica possibile verità. Solo la verità di noi dura nel tempo, spesso su ardue fondamenta.

Quando noi ci separiamo da noi stessi sprezzando, ignorando, cancellando o mistificando i fondamenti che ci animano, le relazioni divaricano gli orizzonti singolari, fino a non permetterci più di vedere l’altro da noi. Anche quando ha camminato e cammina nei nostri stessi passi di comunione da tempo. I volti cari si spengono nella drammatica dissolvenza di uno sguardo interiore altro, che non riconosciamo, che non conosciamo più. La perdita di senso singolare dissipa il cammino condiviso. La comunità dei due sperpera la comunione. La condivisione funzionale, balbetta e poi vacilla. Fare non è sufficiente a surrogare l’essere. Almeno non quando la comunità è nata e si fonda su una condivisione di ideali e non di intenti o di interessi. L’organismo è un archetipo di comunità, anche di quella dei due. L’organizzazione lo è delle istituzioni e delle imprese, di qualsiasi natura. La sinopia delle nostre storie personali, traccia sin dall’origine la forma degli esiti. Sotto la crosta dell’apparenza, le letture profonde snudano la verità di noi. La nostra storia.

Quel giorno, a Nomadelfia, avevamo scelto tra le letture un brano tratto dal Cantico dei cantici. “[…] perché forte come la morte è l’amore,[…]”, avevo letto in quella primavera di quaranta anni fa.

Le parole possono essere amabili custodi, generose ispiratrici dei cammini, viatico lungo sentieri impervi, talvolta prossimi alle perdizioni di più diversa natura. Le parole, i poeti lo sanno, impegnano l’anima. Restituiscono il centuplo ai testimoni fedeli del Senso di cui sono origine e sigillo. L’Amore attinge il solo Tempo senza tempo e non è mai funzione dei tempi dentro cui nasce. Le generazioni sono portatrici di linguaggi spesso diversi, ma si comprendono unicamente quando parlano tra loro la sola lingua condivisa della quale dispongono, quella dell’Amore. Forte come la morte.