Il legno dritto di Papa Francesco.

Il legno dritto

di Papa Francesco.

Non so se e quando Papa Francesco scriverà un’enciclica. Per quanto poco importi il mio modesto parere di marginale a tutti i culti istituzionalizzati dalle chiese contemporanee e di estremo dilettante nella fede, credo che non ne redigerà mai alcuna. Papa Bergoglio è un’enciclica vivente. L’ho scritto ieri a proposito del suo viaggio a Lampedusa. Mi sento di poterlo affermare di tutto il suo pur breve pontificato, a partire dall’affacciarsi al balcone, a Conclave concluso da un’ora.

Non si tratta di comunicazione. Oggi più che mai, nella civiltà (?) dell’immagine e nel culto della rappresentazione infinita che i media di massa e la messe dei media mettono in atto senza remissione, la punta d’iceberg di ciò che appare è un indizio labile. Troppo poco per costruire la storia con qualche fondamento ontologico e di senso. Tutto il grande barnum si dissolve quando cala il sipario. Al levar delle tende, al cessare dell’evento, lo abbiamo visto, nulla muta nel cuore dell’uomo. Ed è questo che vale (sarebbe questo a valere, se fosse…). Non solo nella conversione cristiana. Anche nella laica salita verso soglie interiori più alte e limpide.

In chiaro. Ai tempi del “grande comunicatore”, lo fu, a detta dei molti, le chiese ed i seminari dell’Occidente moderno si sono inesorabilmente svuotate. Terminati i grandi happening (perché di questo…), la gioventù (e non solo) è tornata sempre alle proprie case. Cioè, nella stragrande maggioranza, alle proprie secolari consuetudini, che solo lo sfavillio mistificante (ed assai poco mistico) delle paillettes mediatiche aveva impedito di cogliere nella sua essenza. Temporaneamente sospesa nell’euforica rappresentazione di una fede di massa appagata dal presenzialismo effimero. Dalla performance esibita in mondo visione.

Un’essenza viva nella ferialità. Religiosa, umana. Antropologica. La secolarizzazione non è un’invenzione di anime belle e nemmeno lo strumento da lasciare in uso strumentale a moralisti interessati solo al potere temporale. Utile per ricondurre le pecore all’ovile. Non per fare di loro creature libere. In se stesse e davanti a Dio, prima di tutto.

Per non dire della corruzione, del cinismo, del consumismo che allignano ovunque indisturbati ed albergano anime di sedicenti testimoni della fede. Nella prassi feriale, nelle istituzioni, dei fedeli laici e non solo, nella vita di tutti i giorni. Dove l’indifferenza al destino del fratello, che non è purtroppo unicamente il portato della globalizzazione, il suo moltiplicatore esponenziale, secondo quanto ha bene sostenuto Papa Francesco, è consuetudine.

Ci sono icone della storia che ne accompagnano la narrazione e ne segnano indelebilmente i fondamenti. E qui non c’entra nulla l’inciviltà dell’immagine. Vi sono racconti assurti a simbolo di epoche durature e profonde. Immagini che scandiscono la memoria storica di intere popolazioni, di epoca in epoca, non solo di decennio in decennio. Credo che una di queste, che mi permetto di porre a soglia, anche iniziatica, di un nuovo tempo, un segno dei tempi (“segni dei tempi”: © Marie-Dominique Chenu), sia quella del pastorale in legno che ha accompagnato la visita di Papa Francesco a Lampedusa.

Qualcosa che urla in sintonia profonda con la discrezione assoluta del suo titolare (“per favore”). Un pastorale al quale davvero la fede degli ultimi, dei marginali, degli sconfitti di sempre, degli umiliati di ogni istante del tempo e della storia, può affidare la sincera e credula carezza di un cuore puro. Perché la povertà, fuori da ogni retorica, è lo stigma, spesso a duro prezzo assunto su di sé, della purezza interiore. Francesco d’Assisi. Non so ancora se anche dell’innocenza.

Su quel pastorale, un indizio affettuoso (lo scrivo con il rispetto profondo della letizia interiore) del Padre buono, il Dio che ride nel cuore dell’uomo bambino, si è posata la parabola di un tempo nuovo. La colomba che vola. Credo che il Vaticano II, in sonno da decenni, dall’ultimo Paolo VI?, abbia ripreso il suo cammino lì, sulle corte braccia in legno di quel pastorale, a Lampedusa.

Per questo, credo Papa Francesco non avrà bisogno di scrivere alcuna enciclica. Il suo memorabile incipit lavora già nel grembo dei giorni. Discreto. Silente. Povero. Se anche innocente, come la Storia chiede e nel senso a lungo profetizzato da Raimondo Panikkar (“la Nuova Innocenza, non un’ innocenza nuova…”), lo dirà il Tempo. Dentro il quale l’uomo ha ora un viatico nuovo, forte della sua mitezza, per più intensamente credere. Per continuare (tornare?) a più fortemente sperare.

Il lavoro dell’anima.

1 Maggio

Nel mese di Giugno del 2010, dopo alcuni anni di lavoro, avevo concluso la scrittura di una nuova opera. Un testo singolare e complesso, del tutto diverso dai miei precedenti. Io stesso non avrei saputo darne una definizione chiara, né per quanto attiene la tipologia, né per quel che concerne lo stile di scrittura, la forma espositiva. Non si trattava certamente di poesia. Nemmeno di prosa poetica, un genere a me caro che ho adottato a partire dalla prima metà degli anni Ottanta. Saggistica, dunque? Forse, almeno in parte. Narrativa? Non credo. Un lavoro atipico per me ed inclassificabile rispetto ai canoni letterari vigenti.

Il libro è nato e si è compiuto nel solco di una metafora decisiva e secondo una visione esistenziale che ha caratterizzato tutta la mia esperienza di uomo. Una visione consapevole che ha segnato coerentemente la mia poetica. La piena coscienza, anche storica, del transito epocale in cui mi sono trovato a vivere sin dalla prima giovinezza.

Avrei dovuto e voluto pubblicare sin da subito il volume, che avevo intitolato appunto “Transiti”. Invece non ne ho mai fatto nulla, se non lasciarlo, una volta concluso, fermo qui, nella cartella di file in cui ancora giace, sull’HD. Non l’ho mai più riletto né considerato. Non è questa la sede per riflettere sui motivi che mi hanno condotto a tale scelta, del resto non irrevocabile L’opera è costituita da una serie di scritti legati fra loro sin dall’origine, in unità metaforica e progettuale, soprattutto dal filo rosso di una personale consapevolezza storica. Gli ambiti in cui i fatti accadono sono diversi. Di quasi tutti ho avuto esperienza diretta. Di alcuni altri, ho potuto maturare una conoscenza attendibile proprio per averne vissuta la contemporaneità o per avere frequentato alcuni protagonisti dello scenario che compete loro e che ne narra dunque il  transito.

Il testo che ho scelto di pubblicare qui, per la ricorrenza del Primo Maggio, è stato scritto attingendo una più che ventennale frequentazione con una persona. Con lei ho vissuto e vivo un’esperienza di amicizia profonda e sororale.

Non mi interessava la storia dell’impresa in sé. Quella l’hanno scritta altri, certamente più competenti in merito. Mi premeva lo spirito dei tempi, quello che soffiando dove vuole si sparge e si posa non visto nel cuore delle cose. La Luce dei tempi che, pur mutando la forma, non dissipa il Senso. Di quello ho chiesto a lei, di quello ho cercato di scrivere in questo “Transito”, che pubblico qui per la prima volta per ricordare il Primo Maggio.

 

Ω

Ad Evelina, insieme alla quale ho compiuto tratti belli e significativi nella memoria. A lei, che mi ha fatto il dono raro e prezioso di una duratura amicizia, consentendomi di condividere la bellezza del suo “passo”.

 

Dallo spirito d’impresa all’impresa dello spirito…

Cè stato un tempo in cui le rose, traboccanti dai giardini, avevano un profumo che stordiva. La festa era un tregua rara e attesa nella trincea dei giorni. L’impegno e la fatica scandivano la gioia del dovere. In cima alla salita, la rapida cesura del riposo. Un tempo oggi andato via. Un tempo a molti sconosciuto. Non ne esistono epigoni e solo qualche lacerto resiste di chi ne fu testimone. La trasmutazione dei metalli interiori non ha lasciato che residue tracce. Nell’oro fuso del talento, tutto è consumato, offerto, scomparso all’occhio, ora superficiale, ora inesperto del presente. Il profumo di quel tempo, riposa, in forma di ricordo, nel recesso di qualche memoria. Sta saldo nel polso fermo degli affetti, ai quali, eredi, ispira i gesti di un’identica, generosa tempra interiore. Nascosta, ma vera. Schiva, ma non dimessa.

L’umanesimo d’impresa non aveva, nell’immediato dopoguerra, i tratti, un po’artefatti e posticci, della rappresentazione retorica. Non sorrideva plastico sotto il bisturi esoso della chirurgia mediatica. Aveva qualche segno ruspante e leggendario, che, a distanza di rispetto e con profondo rispetto interiore, la borghesia cólta (ai tempi ne esisteva ancora qualche raro, autentico brandello) si permetteva di irridere bonariamente, con un’aneddottica tutta cesellata nel cuore vivo di un’altra storia. Di una storia imprenditoriale che l’enfasi del marketing, con le sue diavolerie, dalla riesumazione del brand originale, al pedigree posticcio, non sfiora e non trova mai nella verità piena della sua essenza. Le caricature dell’anima non riescono nemmeno a simulare la resurrezione. Sono un penoso ed inutile placebo che pretenderebbe di curare la sua scomparsa. La delocalizzazione, l’economia che vive di sola finanza e nella quale la produzione viene trattata come un pretesto ed un accidente residuale del profitto, il mercato globale, non c’erano.

Le persone erano gli unici, autentici nodi di una rete di relazioni intense e glabre. La pleonastica virtuale della comunicazione onnipervasiva, non esisteva. Nulla scalfiva la pienezza, bella o dolorosa, del presente reale e, nel cuore dell’umano, della presenza a se stessi. La smemoratezza e la svagatezza delle promesse, il diluvio degli accenti amicali stonati e delle finte promesse non erano praticate, né del resto praticabili, nel microcosmo in cui il terziario avanzato era un embrione. Il cinismo che coniuga efficacia ed efficienza secondo l’opportunità e l’opportunismo dell’istante ed ha eletto a dio dei tempi solo ciò che funziona, ha schiacciato la memoria sul presente. La malinconia, la nostalgia, il ricordo intenso sono vibratili quanto inutili orpelli per il feroce tic tac digitale, antropizzazione binaria di una pulsione secolare già ampiamente a dimora nella testa degli uomini: tertium non datur. La verticalità del tempo, che è coscienza duratura dell’identità e dunque sapido culto della storia, non può avere dimora, qui ed ora. Se non in funzione di una sequenza che possa essere messa a profitto, nella superfetazione speculativa in cui anche la religione ha la propria quiddità reddituale e redditizia. Poi ci sono le rievocazioni pubbliche e le dedicazioni: l’anima è corpo sottile, un pulviscolo aureo e troppo raffinato per essere colto dalle maglie grossolane del presente, in grado di trattenere unicamente la pezzatura larga e di grana grossa. La sua nobile testimonianza, fugge via, inservibile. Ci vorrebbe qualche pretesto secolare per ricordare, oltre la soglia di tali istanze interiori, qualche verità che desse loro spessore di storia. Amen, dunque,e così sia.

La nostalgia, che è madre di ogni speranza, non è la fuga vile nel passato. Non è il ripiegamento di chi cerca sempre un’arcadia perduta. Il passato non è più bello solo perché ora è diventato tale. E non è nemmeno detto che lo si ricordi unicamente perché fu più bello, se più bello fu davvero. In ogni transito ci sono essenze irrinunciabili. Quale fu il dio nascosto che ispirò i primi artefici di un’imprenditoria aliena ai giochi della finanza, scontrosa compagna di viaggio dei media, mentre insieme a lei si andava affermando la società dell’informazione di massa? Qualcosa, non certo l’anima calvinista del capitalismo, etichetta ed insieme foglia di fico cólta per dire di un tempo che più non è, e forse non è mai stato qui, aspergeva non visto l’impegno degli artefici sconosciuti di tale impresa. Qualcosa il cui nome, religione del lavoro o laboriosità religiosa, si muoveva al confine laico dell’ora et labora. Dove a pregare erano fatica dei corpi e dedizione delle mani. Un unicum che si può riassumere nella sacralità di un vocabolo, mai dimenticato, in nessun luogo e con nessuno, dai protagonisti di questa breve memoria, metafora certo insufficiente e parziale di quell’epoca. Rispetto.

Quando un mondo muore o scompare o trasmuta in un altro nascente o che è nato, l’entropia interroga gli spiriti più avvertiti. E la sete inestinguibile dello Spirito si manifesta o si ribella in qualche margine inevaso o inascoltato. Il porto della meta, oggi sepolto come un traguardo remoto alle spalle, risuona ancora di un’eco inevasa e inespressa. Al culmine delle contraddizioni e delle drammatiche sequele di nientità che affliggono tanto presente, qualche refolo di nostalgia interroga il passato. E qualche cuore teso ne ascolta la valva di conchiglia. Dentro la quale ancora risuona il mare di un tempo che è stato e che non si sa in quale futuro possa avere consegnato il proprio spirito, apparentemente smarrito. Dunque, dov’è smarrita l’esemplarità? Quali lacerti di presente abita il suo spirito in fuga verso il domani? E’ già domani? Dove sedimentano le concrezioni dell’amore per il lavoro, per i tempi, per la vita che è stato lo spirito dei tempi?

Storie come quelle che hanno reso indimenticabile la piccola imprenditoria del dopoguerra, nascevano nel paradigma delle necessità di chiara marca contadina. La grande industrializzazione non ha mai contagiato, né contaminato di sé, lo stigma laborioso di chi ha fatto della stalla la sua prima fucina. Quando al culmine del benessere, nel sortilegio di corrotta malia, all’apice degli Anni Ottanta, qualcuno dissipava il patrimonio interiore (e forse anche economico: certamente antropologico, più ancora che sociale) dell’Italia che fu, la scomparsa dell’anima che aveva fatto rinascere il Paese senza mai calcare la scena, era già data. Volata altrove. In un altrove di prossimità insospettabile. Generosa, come era stata nello stigma dei fondatori, discreta, come nei profondi voti che avevano sorretto e guidato sempre lo stile di vita di provenienza.

Noi non sappiamo più, e forse lo abbiamo saputo per il breve tempo di un fugace contatto generazionale, come un cenno d’addio e non quale segnale profondo di scambio, delle reciprocità, una promessa degli uni agli altri, degli altri agli uni, perché un uomo scegliesse di esporsi, e fedele a se stesso lo facesse per una vita intera, ad impegno senza remissione. A sacrifici e prove per noi inusuali, certamente, e con il passare degli anni, sempre più incomprensibili nell’orizzonte di un’opulenza raggiunta e senza, in apparenza, alcun limite. Per fame, dapprima, forse. Sicuramente per bisogno. La nostra curiosità finisce lì, dove i prodromi di un benessere nemmeno immaginato nel grembo di quella fatica non ebbero certo i connotati di un sogno. Un uomo che segua solo la necessità e la fame, non sogna. Si ferma stanco alla prima svolta soddisfatta. A godere delle cose raggiunte. E nulla può l’ambizione, davanti a quell’essere pago. E nemmeno potrebbe la vanità vincere quella stanchezza. Che cosa allora mosse ancora pensieri, speranza, sentimenti e mani, e braccia e gambe, dopo l’ennesima opera compiuta, verso un nuovo impegno e poi verso un altro ancora sino a costruire, pietra su pietra, gesto su gesto, rinuncia su rinuncia, fatica su fatica la ricca evidenza benestante che fu chiamata in tanti diversi modi ed è storicamente nota ed attestata come boom economico? Qualcosa, io credo, che poco ha a che vedere con il denaro, con la ricchezza, con il capitale e moltissimo invece con l’uomo. La creatura nella sua interezza. Un equilibrio armonico la cui partita doppia, aperta prima sul domani e sul futuro, è solo una delle tracce. La più evidente, forse, nella immediatezza della storia. Non la più significativa, però, e nemmeno la fondativa.

Quando l’anima si è separata dal gruppo che ne era insieme frutto e respiro. Quando la ricchezza è migrata altrove rispetto al luogo nel quale si era formata, affidandosi agli acceleratori finanziari delle particelle nate dalla fatica. Quando la stretta di mano e la parola data, cuore e sigillo del patto anche d’impresa, si sono piano piano accomodati alla scaltrezza che tutto salva della forma e nulla rispetta delle relazioni. Allora l’impresa, così come si era affermata, ha iniziato a morire. L’uomo, la creatura, protagonista di un miracolo d’intese, prima ancora e più ancora che economico, ha iniziato a soccombere alle forze centripete del campo. La tecnologia e la finanza hanno preso il sopravvento. Gli epigoni hanno seguito allora lo spirito che soffia dove vuole. Non la materica evidenza delle cose date.

Lo hanno potuto seguire soltanto coloro che non avevano reciso mai il filo della memoria, la fedeltà tenace alle origini, alla carità nei gesti ed alla tenacia degli atti stigma ed abito interiore, sotto la crosta di un’apparenza cara agli stolti solo come tale e disabitata ai loro occhi da ogni pur viva sapidezza interiore. Ci sono valori che non possono essere quotati in borsa. C’è una ricchezza che non si tramanda naturalmente di padre in figlio, con la semplice legittimazione anagrafica o con il carisma del solo DNA. Ed è lo spirito che traluce nei gesti feriali di chi, fedele a memoria ed insegnamento ricevuto, si dedica all’impresa dello spirito. Se la prima costruì il benessere, la seconda è impegnata a costruire l’essere di tempi nuovi. Qui o altrove, qui e per altrove: dove non importa. Non v’è soluzione di continuità e solo qui non ve ne può essere. I nomi ed i volti però non devono essere necessariamente cercati nel registro dei virtuosismi di scena o nelle performance dei nuovi mecenati. Basta molto meno e forse ci vuole molto di più. Per esempio, non dimenticare che la schiena dritta, piegata solo alla fatica, la passione dedicata, sono tesori da impegnare sempre, in qualunque salita volontariamente scelta, per ascendere dalla pianura della quietudine personale raggiunta al dono di sé. Per esercitare, in uno stesso spirito fatto di discrezione e marginalità dei gesti di aiuto, la lezione dei padri. Costruire la comunità operosa. Facendo in modo che nessuno, tra coloro che occupano la terra più bisognosa e nascosta, soccomba alla folle velocità dei tempi. Un esercizio che schiva la ribalta.

Non c’era all’epoca il management, e se ci fosse stato, sarebbe stato definito in altro modo. Non c’erano i benifit. Non c’erano i tagliatori di teste, che sacrificano l’uomo, tutto intero, sull’altare del bilancio. Passando all’incasso a missione compiuta. C’erano titolari d’azienda che, una volta divenuti tali dopo anni di sacrifici e fatica, scendevano in fabbrica come l’ultimo dei dipendenti e prima di tutti. Per rientrare dopo che anche i custodi, se ce n’erano, avevano chiuso l’ultimo cancello. Per chiuderlo essi stessi, quando, spesso, disporre di un sorvegliante era un lusso. Sete di denaro, avidità, ambizione? La stella polare di uomini così era la bellezza della vita che vedevano nascere e crescere nella e con la propria creatura, l’azienda. Proprio così, sorretta e sostenuta con burbero affetto di padri. Ricambiati talvolta con benevolenza filiale. Quando anche un solo recesso del corpo di figlio soffriva, il dolore era sinceramente partecipato e diffuso. Non v’era retorica. Troppo immediata l’urgenza della vita vera. Troppo incalzante il ritmo dell’epica feriale. Non v’era tempo interiore per infingimenti. Prima di tutto e soprattutto però non ve n’era traccia nell’anima di uomini cresciuti sotto il tiro di un difficile destino, sempre pronto a colpire, sempre pronto a ghermire. Consapevoli, ma non per questo cinici. Anzi, forse, proprio per questo mai cinici, al contrario di numerosi presunti epigoni.

Un idillio, dunque? L’arcadia di un tempo inimitabile reso ancora più suggestivamente innocente dalla inesorabile perdita del suo essere e dalla memoria del suo essere stato? La memoria non merita mai il torto dell’enfasi o, peggio, l’insulto della menzogna. Della ricostruzione a misura della nostra personale tranquillità interiore. Non c’è cattedrale che non rimandi l’eco dolorosa della voce di chi ha sofferto per ergerne lo splendore. Non per questo ci sentiremmo di offendere la nuda verità della bellezza che essa evoca e suscita in noi. Non per questo potremmo negare l’ardente fierezza di chi prega con cuore sincero. Non per questo, l’eco dei canti che vi si levano dentro può sembrarci smemorata di un dolore deposto giorno per giorno sull’altare della fatica da chi ne ha eretto la teca della quale oggi siamo invitati a godere.

Il dolore, il conflitto, il contrasto ci furono. La fatica è sempre inseminata da qualche dolenza. Nessuno va compiutamente e solo felice nell’antro del proprio sacrificio, le cui certezze non sono tutte date a priori. Chi ci andò per puro gusto d’avventura e per semplice ambizione non fece molta strada, o, giunto fortunosamente alla meta, non durò a lungo. Non tutti vi andarono con cuore puro. L’abito interiore, però, legittima, ancora oggi, i distinguo. Non esisteva, almeno nella forma che proprio in quegli anni andava maturando, il welfare. Si praticava un caritatevole soccorso fatto di responsabile passaparola: ciò che era meritevole di attenzione e di aiuto, giungeva sempre al giusto ascolto. Al suo giusto destino. Nessuno tra coloro che non avrebbero dovuto sapere avrebbe mai saputo. Spesso il bisogno non sa accettare e soffrire anche l’umiliazione cocente di mostrare in pubblico la faccia del beneficato. Se stesso. Oggi, ma già all’epoca, qualcuno insinuava l’insidiosa vocazione al paternalismo. Se l’azienda è figlia, anche chi vi lavora reca in sé parte di tale stigma. Si tratta di responsabilità, anche interiormente fondata, verso i propri compagni di viaggio. Esercitare in tal modo la propria sensibilità di padri non significa indulgere al paternalismo. Significa mettere in opera la dignità di una forte maturità civile, quella tanto invocata e poco praticata oggi coscienza di essere parte viva di una comunità viva. Certo, vi furono atti vessatori da una parte e tradimenti della fiducia dall’altra. Ma le voci di una dedizione priva di sbavature interiori, non sono state messe a bilancio se non nei cuori di quelli che le hanno vissute. E quelle parlano, e raccontano una storia altra ed in gran parte giustamente sconosciuta ai più. La divinità luminosa che la ispirò abita quella storia marginale ed ignota. L’essere marginali ed ignorati però non significa non essere stati. Significa semplicemente che hanno prevalso la lettura e la sottolineatura di un altro bilancio. Quello più scontato.

Quando l’unità interiore anima una comunità nella costruzione di un fine condiviso, vi sono, vi possono essere errori e/o peccati: il principio di non contraddizione però non abita qui. L’ontologia ha le propria ragioni vive. Costruire un’azienda è uno dei tanti modi per costruire la comunità. Se la sua finalità primaria (l’assoluto ontologico) è produrre profitto, presto essa diviene altro da sé, un’associazione a delinquere, priva cioè di qualunque rispetto per l’attitudine al vivere civile. Al vivere insieme. Se la sua finalità è crescere la comunità nell’impresa e tutto di sé viene investito a tal fine, essa non sarà mai un alieno, un corpo estraneo alla comunità. Anche nell’azienda, per quegli uomini nati nel sogno di un domani diverso, il primato era nella edificazione dell’umano. Non c’è nessuna avventura umana che non abbia in sé la spina e la rosa, il dolore e la gioia, la fatica ed il riposo. La Perdizione e la Grazia. Non è necessario scomodare amicizia e amore. L’ontologia cede il passo alle flessioni demagogiche, quando gli uomini chiamati alla fatica reggono la coda a tali divagazioni illegittime. E’ sufficiente convocare sempre nella verità di ogni atto l’ineludibile rispetto. C’era dunque rispetto, nella comunità aziendale. Di sé, degli altri, del convivere. Chi era fuori da tale vocazione al rispetto, non si collocava solo fuori dall’azienda. Insidiava la comunità. Può essere più o meno difficile, più o meno impegnativo abitare la comunità onorando la vocazione spirituale. Senza tale chiamata alla spiritualità, però, l’artificiale devasta ogni territorio interiore. E’ quel che accade in gran parte oggi. Ed è a tale essenza irrinunciabile per spiritualizzare l’artificiale che si rivolge la nostalgia di queste narrazioni.

Là una porta era sempre aperta, a casa o in fabbrica. Crescevano vicine, in una prossimità in cui la spazialità era solo derivata di una vocazione precisa. Nei cortili condivisi, un orecchio era sempre pronto all’ascolto e un’atavica saggezza sapeva sempre ruminare con esperta dedizione la verità del bisogno, per distinguerla dalla vanità dell’inganno. Dalla simulazione che pretendeva un privilegio. Non c’erano le istanze cafone ed ostentate di tanta ricchezza falsamente soccorrevole che popola il presente. La discrezione era la sorella inseparabile di ogni gesto di umana pietas nell’ascolto e di caritatevole aiuto nella necessità. A nessuno erano chiesti atti pubblici di sottomissione. Non c’erano la privacy e nemmeno l’invocazione alla trasparenza, diciamoci tutto. Chi doveva sapere, sapeva. In una relazione circonfusa di rispettoso silenzio, e non di muta reticenza, ciò che avrebbe dovuto accadere per sanare una ferita, per lenire un dolore, per saldare una necessità primaria sarebbe accaduto. Accadeva. La riconoscenza è tacita, come il suo correlativo oggettivo, la beneficenza. Ma ha una solida memoria, quando chi la vive sa cosa sia il rispetto. Di sé, prima di tutto. Lì, al banco di prova della vita bisognosa, e non solo desiderante il superfluo, non v’era la piaga oggi diffusa degli infingimenti. Della dissimulazione scaltra. C’era una umile dedizione verso la sorgente salvifica. E spesso dimentica. Si scrive così, si è scritta così, la parte migliore della storia che crebbe, che ha tenuto e che ancora tiene nella carsica diffusione di uno stigma aurorale che fu generosità di sé, anche nel nascere dell’impresa familiare. Il resto è stato dissipazione e, per quanto gonfi siano i bilanci e diffuse le gemmazioni aziendali, lo spirito dei padri si è sopito. Non ha incontrato il suo destino. Che chiedeva una flessione spirituale. La stessa nata in origine, nei sottoscala, nei piccolissimi capannoni sottocasa o nella stalla. Dove la vita era un fluire senza soluzione di continuità.

C’erano tempo e dedizione per la famiglia e per l’impresa. Vicini, di una prossimità tacita e spesso solo intuita, in questo stesso preciso ordine. L’evasione, la fuga, erano unicamente i rari momenti di riposo, gli appuntamenti sacri alla consuetudine comunitaria. Con qualche iperbole trasgressiva, una cena tra amici, rituale ineludibile e irrinunciabile, ma sporadico. Si viveva infinitamente al di sotto delle proprie possibilità: all’esatto opposto del paradigma maturato sul finire degli Anni Settanta, e dilagato poi. In una esponenziale e trionfale avanzata di un’economia drogata, a misura di una società parossisticamente desiderante, in proprio, per sopraggiunta dissennatezza incrementale, e con la maligna complicità degli imperativi consumistici. La festa era tale, fosse Domenica, parca di cose ed intensa di affetti, o un’altra rara occasione di convivialità e ritrovo. Il nemico non era il cinico sprezzo per la ferialità, nutrito di sciocche e mal riposte ambizioni. Ciò che solo poteva allontanare, con pari intensità al richiamo, era l’amorevole dedizione per il lavoro ben fatto. Per il lavoro che andava fatto. Non c’era in quella resistenza sul pezzo la torva spocchia di insipienti arrivisti che ostentano sempre un impegno che dissimula e copre la propria distanza interiore. La propria umana assenza dalla vita. La pausa era attesa e gustosa, ma non si viveva il presente dell’impegno per consacrarne gli esiti alla dissipazione, alla svelta consumazione di tutto. E via verso un’altra meta. I fatti scandivano i tempi di un metronomo arcaico, nato in grembo alla civiltà contadina e trasmigrato insieme a tutta la sua atavica saggezza dentro altri spazi, stabili anch’essi, di una solidità interiore che conosceva l’alba, il tramonto, la quiete e la tempesta, la luce e l’ombra, la gioia e la malinconia. Tutto il denaro guadagnato, tutto il superfluo, veniva reinvestito nell’attività d’impresa. Non c’erano astuzie gregarie, minorità imprenditoriali, meschinità umane. Tanto essa dava, tanto avrebbe meritato secondo una giustizia che è andata smarrita. Nessuno chiedeva conto degli apparentemente immotivati sacrifici: la vita deve essere scalata tutta insieme, se insieme, anima e corpo, si vuole giungere integri alla meta. Alla meta. Certo, ma in pace con gli uomini e con se stessi. L’abuso, ogni abuso, di sé e degli altri, sconta un ritardo quando giunge l’ora dei conti con se stessi. E quell’ora giunge sempre. Allora nessuna ricchezza e nessuna conquista materiale possono restituire ciò che è stato venduto insieme alla fatica, il prezzo della meta. Se esso ha incluso anima e coscienza, il ritardo è incolmabile. Qualcosa di noi non giunge mai, non giungerà mai. Gran parte dei tempi che abbiamo vissuto sono stati abitati da creature disgiunte. Orfane presto di se stesse.

Le galline correvano libere nel grande spazio circostante l’azienda. Non erano un vezzo, la bizza di chi, avendo tutto conseguito, avrebbe voluto mantenere anche il privilegio di una gratuità e di una qualità alimentare ruspante sempre meno diffusa. Imbarazzavano, anche, talvolta, quando le frequentazioni nuove si trovavano all’improvviso davanti a quella traccia di povertà straniera in quel presente, ai segni di un’origine tanto meno imprenditoriale, quanto più agreste, di marca contadina, ancora una volta, insomma. Proprio questo, però. Le galline non avevano nulla di residuale ed ancor meno stavano lì in omaggio alla memoria di un tempo passato e che fu. Le galline, anch’esse, erano il presente dei titolari dell’azienda. Erano lo stigma ed il segno di un passato che non passa mai, perché c’è un sapere la vita che nasce con noi, insieme ai cromosomi, ed è la nostra vera cultura, quella che ci accompagna ed alleva ogni nostra successiva esperienza. Nelle creature compiute non c’è soluzione di continuità interiore tra le origini ed il destino. Lo spirito d’impresa non aveva all’epoca vergogna di nulla, se non della disonestà e della mancanza di rispetto. E nulla di cui vergognarsi. Le galline erano e sembravano in tal senso un attestato di garanzia. Gente così non aveva perduto il battito sacrale che ne aveva ispirato fin dall’origine la dignità nella fatica. Un viatico, le galline, una compagnia. Un irrinunciabile conforto alla cultura dei propri gesti indimenticati, ad una ferialità trasformata dall’avvento dei giorni nella modernità, ma non tolta.

Quando la prima sera dolce e mite si presentava come un presagio di primavera, era l’ora del bagno all’aperto. In pubblico. Non secondo lo spirito fintamente trasgressivo di un esibizionismo mediatico che ha avuto il sopravvento anche nella normalità del quotidiano. Per una necessità, ancora una volta. E per una tacita e forse quasi inconsapevole gratitudine ai doni che la natura tutta elargiva. Non c’erano centri benessere presso i quali recuperare la forma perduta. Chi sudava alla pressofusione, non ne avrebbe avuto del resto bisogno. Non c’erano i santuari dei body builder verso i quali sciamare con le grosse borse d’ordinanza, per rilassarsi, per rimanere tonici, per sgrassare la fatica. Gli operai si tuffavano nel fossato vicino all’azienda. In mutande, così com’erano, grigi di polveri e di fatica, accaldati dalle temperature di lavorazione. Si buttavano nell’acqua finalmente amica della roggia, mentre la sera prometteva il meritato riposo, nella luce calda di un sole al declino. La semplicità è un dono inestimabile. I semplici scrollavano fatica, disagi, tensioni, polvere in quel solo mirabile e miracoloso bagno. Prima di indossare gli abiti borghesi, smessa la tuta da lavoro, e tornare a casa. Puliti (purificati nel rito semplice?), nel tempio degli affetti.

Un mondo mirabile, dunque, da pennellare con i toni acquerello, tenui, delicati e sempre ispirati a duratura felicità ed armonia? Mica tanto. Il fatto è che i tempi, l’azienda e la vita insieme, contenevano in sé l’antidoto, il viatico dalla catarsi e ciò che era stato il doloroso prezzo della ferialità trovava sempre un destino in grado di comporsi nell’armonia degli opposti. Si chiama Spirito, qualunque fosse il volto che vogliamo dargli. Talvolta si smarrisce o si nasconde, agli occhi dell’uomo accecato dalla vanità. Deve essere successo. Deve essere stato da un certo punto in poi così. Da qualche parte, nel transito, la trasformazione deve avere perduto i nessi. O la sua tutta umana capacità di percepirli, di coglierli, di capire. L’universo d’impresa era una cosmogonia compiuta in sé, ma non chiusa su se stessa, nello spazio e nei tempi. La sua relazione con la geografia fisica e con il ritmo temporale, era sostenuta da una precisa sintassi interiore, composita e non univoca. Il piccolo mondo era aperto al grande, fedele e sè e rispettoso dei canoni altri. In quale punto la sua mirabile parabola si è confusa, o dissolta, il sentiero si è disperso e il fondamento che l’animava si è disgiunto da se stesso? E’ sulle sue tracce che si muove la memoria fedele. Per comprendere dove e quando esso si è inabissato, dove e quando esso è riemerso in una forma altra e trasformata. Non sono sufficienti le pur preziose letture della storia d’impresa o le evidenze di ardite sintesi economiche. La storia cerca sempre la nota antropologica del proprio compimento, anche quando la risposta che ne viene sembra dissonante con le apparenze e straniata rispetto ai luoghi del suo affiorare. Seguire il filo lineare di una coerenza solo apparente e di maniera, non è sufficiente per leggere gli eventi. Vi sono salti, anche ontologici, mutazioni antropologiche che occultano un’immediata e stretta relazione fra causa, la scomparsa del passato, ed effetto, la nascita del futuro. Spesso l’eredità dell’uomo se ne va solitaria e disgiunta rispetto alle proprie origini verso un altro destino. Quella umana però, contro ogni diversa evidenza e aspettativa, è la sola degna erede, ed è l’unica eredità meritevole d’essere raccolta nella gratuità dell’offerta e nell’accoglienza del dono.

Dove sono dunque le nevi di un tempo? In quali forse insospettabili sorgenti si sono disciolte per vivere, trasformate, nello spirito di tempi nuovi? Per nascere e crescere un’altra cosmogonia, nata sotto un’identica e generosa stella, protesa al futuro nella comunità, da costruire insieme nella prossimità di una difficile comunione d’intenti (d’impresa)? Qualcuno potrebbe cogliere nella radicalità della domanda, una smarginatura, un’intenzione più politica che non imprenditoriale. La visione di chi diede vita a quei cosmi fu anche squisitamente politica, in una stretta consonanza di intenti le cui premesse non furono storicamente diverse. La presenza al reale, anche alla realtà storica dei tempi in cui si vive, è un’istanza imprescindibile per chi costruisce il presente (impresa) o un’attesa di futuro (profezia). E c’è sempre un poco dell’una nell’altra, quando l’impresa è portatrice di un destino e quando la profezia sarà raggiungimento in tempi futuri ignoti alla contemporaneità. Dov’è finita la visionarietà?

Chi ha vissuto ascoltando scorrere nelle vene il canto di un’epoca al tramonto, sa dove lo spirito d’impresa risuoni ancora, e tuttora, con quali note irradi il cielo del presente. In quale spazio interiore abiti quello che incoraggiò un tempo la risorta economia del Paese. Come ancora animi le imprese feriali dello spirito. Difficili sempre. Impervie, oggi come un tempo. Discrete nel proprio esprimersi. Difese dagli occhi indiscreti. Non a difesa della propria ricchezza terrena. Attente alla qualità di un rispetto che unisce nel cuore dell’uomo la Terra ed il Cielo. Nella fatica dell’impresa, nell’impresa della Vita che è sempre fatica di nascere a se stessi e di crescere insieme. Spesso senza alcun profitto e solo per amore della cosa in sé. La cosa sublime. La Vita.

Trentadue anni fa.

Il 5 Aprile del 1981, 32 anni fa, Elena ed io ci siamo sposati a Nomadelfia. Avevo conosciuto Don Zeno Saltini, il suo fondatore, nell’estate del 1979. Da poco più di un anno, lavoravo nella redazione di Madre. Vivevo con entusiasmo, senza orario e senza bandiera, il compimento di un sogno che sembrava, solo pochi mesi prima, ormai irrimediabilmente sfuggito dal mio orizzonte esistenziale. Il giornalismo. Ero rientrato da poco dalla tipografia. L’ora del pranzo era abbondantemente superata. La segretaria di redazione, già al suo posto di lavoro. Mi lasciò il tempo di togliere la giacca, di posare bozze ed impaginati e di sedere, poi disse: “E’ arrivata una telefonata in redazione. Nomadelfia sarà nella nostra zona per qualche giorno, impegnata nelle sue serate. Ha chiesto se qualcuno del giornale vorrà essere presente. Ne ho informato il direttore, che mi ha incaricata di chiedere a te”. Non sapevo nulla di Nomadelfia. Non seppi intuire nemmeno il significato di quel nome. Non sapevo chi fossero e che cosa facessero i Nomadelfi. “Se sei d’accordo, quando ritelefoneranno per conoscere la risposta, li farò parlare con te”.

In quei giorni di entusiasmo e di passione, perso com’ero dentro il mio sogno che si andava lentamente e duramente costruendo, passo su passo, ero animato da una curiosità travolgente, da una sete di incontrare il mondo e di conoscerlo per raccontarne una sua verità, la sua piccola o grande storia. Mi tenevo alla soglia etica dell’umanità dolente e all’ortodossia professionale. Dentro quella sintassi, avrei fatto ogni sforzo pur di colmare i miei limiti. Umani, professionali, di conoscenza. Per prepararmi all’incontro. Non avessi avuto altro tempo che la notte, avrei impegnato quella, come del resto ho spesso fatto. Risposi subito sì, quasi senza pensare, alla segretaria di redazione che forse non si attendeva nessuna diversa risposta, da me. Più di un anno di lavoro fianco a fianco, ogni giorno, tutti i giorni, in redazione, le avevano dato modo di conoscermi. La sua domanda rivelava nel sorriso ironico, una consapevole flessione retorica. Conosceva già la mia risposta.

Incontrai Nomadelfia una prima volta, poche sere dopo, a Desenzano. Dopo la serata, conobbi Don Zeno e lo intervistai. Mi si rivelò un mondo. Scoprii un esempio, quello del sacerdote di Carpi, che non avrei mai più dimenticato. E che, pur nella consapevolezza di tutti i miei limiti, tanta parte avrebbe avuto nelle scelte successive della mia vita. Talvolta le decisive. Spesso, le drammatiche. Mi si svelò un’umanità che tanto a lungo avevo cercato e che mi sembrava essersi persa, nella civiltà post-industriale del boom economico. E che ancor più si sarebbe inabissata nei cinici anni Ottanta ai quali ci si affacciava allora. L’intervista venne pubblicata dal quotidiano locale in terza pagina, e non dal mio giornale, un mensile.

Dopo quel primo incontro, tornai, e non più per motivi professionali, alle serate di Nomadelfia. Parlai con alcuni nomadelfi, affascinato da quel mondo, dalla scelta di vita. Dal senso delle cose che albergava il loro cammino. Più che un’affinità di fede, era una cifra antropologica a tenermi così stretto al passo della loro storia. Che andavo sempre più conoscendo. Quando infine lasciarono la zona, ci congedammo con l’intesa che mi sarei recato io, a Nomadelfia, per realizzare un servizio ampio per il mensile.

Era l’agosto del 1979. Il giornale chiudeva come d’abitudine e come tutti, così usava in quegli anni, per le ferie. Il direttore mi aveva chiesto di partecipare alla Route scout che si sarebbe tenuta quell’anno a Bedonia. Si sarebbe svolta proprio durante quel fine settimana, il giorno dopo l’inizio delle vacanze. Ne avrei dovuto fare un servizio, da pubblicare in autunno, sul numero in lavorazione dopo la riapertura. Partii in piena notte, alle 2,00, con un thermos di caffè al seguito. Avrei dovuto essere a Bedonia presto, in tempo per interviste agli scout e per ascoltare gli interventi della mattinata. Alle 14.00, concluso il lavoro, sarei potuto tornare. Per andare dove? Era la settimana di Ferragosto. Tutti in vacanza, dunque.

Mentre ancora trafficavo in me con l’incertezza, a bordo dell’auto verso l’uscita dal campo scout, a passo d’uomo, sentii bussare sul vetro posteriore. Erano tre giovanissimi che avevano partecipato alla Route ed ora stanchi e felici e zaino in spalla tentavano di riguadagnare la via di casa. “Ci può dare un passaggio?”, mi chiesero. “Certamente”, risposi ancor prima di chiedere loro dove andassero. Nella mia incertezza, decise il destino, che ebbe quella volta il fresco volto dei tre giovani, due ragazze ed un ragazzo. Una volta saliti ed accomodati strettissimi sulla 127 colma di zaini, seppi che andavano a sud. Io, provenivo da Parma, da Nord, e là sarei dovuto tornare, sulla via di casa.

Li lasciai a destinazione, felici e grati, dopo due ore di curve e di viaggio. Sistemarono l’auto, i tappetini. Non finivano più di pulire e di ringraziare. Erano le 16.00. Non ero troppo lontano dal mare, credo. La stanchezza iniziava a farsi sentire. Temevo la fatica ed il sonno. L’adrenalina, la passione e la giovane età sono compagni fedelissimi e preziosi. Un viatico che non conosce ostacoli. Mi ricordai allora di Nomadelfia… La decisione presa, come spesso accade, mi tonificò. Mi diede nuova linfa vitale ed energia. D’improvviso non sentivo più nulla. Né stanchezza, né sonno. Nulla.

Alle 17.00 vidi il mare spumeggiare, poco oltre Livorno. In un luogo ed in un modo, con una luce nel tramonto che avrei di nuovo cercata in futuro e che mai più avrei vista uguale. Mi commossi, una prima volta, quel giorno. E forse fu solo la stanchezza. Fermai l’auto. In una piazzola panoramica, nei pressi di scogli scuri. Il sole tramonta tardi d’estate. Nomadelfia non avrebbe dovuto essere lontana. E poi, chi o che cosa può fermare un giovane innamorato, innamorato della vita, innamorato della professione a 26 anni? Contemplai a lungo l’orizzonte chiaro ed ascoltai estasiato il canto del mare.

Giunsi a Nomadelfia all’ora di cena. Poco prima del bivio che conduce su, e che avrei imparato a conoscere e ad amare negli anni, un sole rosso, tondo ed infuocato salutò il congedo dal giorno. Quasi una congiura della Bellezza. Accanto a me, il fido “Panasonic”, un registratore che oggi diremmo antidiluviano, pesante chi sa quanto, comprato per me dall’amico Renato per modica spesa alla stazione di Bologna, emetteva l’incantesimo degli adagi che il nastro restituiva. Guidavo, sempre più scosso e commosso. Forse fu solo la stanchezza.

La mia sconsideratezza (ma si fanno centinaia di chilometri senza uno straccio di appuntamento, solo trascinati dal filo di un impegno che fu promessa?) era stata premiata da una coincidenza. Parte del gruppo era rientrata a Nomadelfia a causa di un’epidemia alimentare. Senza quell’incidente non avrei trovato nessuno. Tra loro, ad accompagnarli, c’era la stessa persona responsabile della comunicazione e dei rapporti con la stampa, che avevo conosciuto la prima sera a Desenzano. E con la quale avevo parlato poi a lungo, sul Lago d’Iseo, nel corso di un’altra serata di Nomadelfia. A lui avevo detto che sarei tornato (andato), per un servizio su Nomadelfia.

Rimasi qualche giorno là. Realizzai uno tra i servizi che considero ancora oggi più significativi di tutta la mia esperienza giornalistica. Uno degli umanamente più compiuti. Uno dei professionalmente più importanti. Uno, se posso dirlo, dei più belli. Mi valse la copertina del giornale, la mia prima e forse una delle pochissime. Valse la citazione nelle prime righe dell’editoriale di presentazione del numero che il direttore stese. Avrei scritto altre volte di don Zeno e di Nomadelfia. Mai più nessuna ebbe quella compiutezza.

Fu allora, tornando, che pensai di proporre ad Elena di sposarci a Nomadelfia. Eravamo fidanzati da più di un anno. I segni di una ricerca appassionata e condivisa erano già del tutto evidenti a ciascuno di noi ed insieme. Sapevamo che gran parte del tempo storico dato alla nostra generazione non sarebbe stato il nostro tempo interiore. Troppi segni ci avevano già ampiamente scossi ed avvertiti. Da soli, prima, insieme, poi.

Ci saremmo voluti sposare l’anno successivo, nel 1980. Don Zeno ci aveva preparato al matrimonio durante alcuni incontri di non facile realizzazione. I suoi impegni, la distanza, il nostro lavoro. Un disguido burocratico ci impedì di rispettare la data prevista. La vera causa del ritardo, fu però l’impossibilità di trovare casa in tempo utile per non far scadere i documenti già pronti. Certi problemi, infatti, esistevano già. Per chi avesse scelto di vivere a schiena dritta, alieno ai compromessi, senza ossequi alle appartenenze, nel rifiuto della raccomandazione, la strada sarebbe stata, anche allora, già allora, in salita. E, talvolta, impossibile da percorrere. Certe attitudini antropologicamente endemiche erano già ben a dimora all’epoca, nel Paese. Ciò che oggi viviamo, ne è il coerente sviluppo e compimento. La degenerazione parossistica di usi e costumi diffusissimi. Per i resistenti di ogni tempo, la vita non è mai stata facile.

Dopo quasi due anni, trovammo finalmente una casa.Il 15 Gennaio del 1981, don Zeno Saltini concluse il suo viaggio terreno. Ci sposò il suo successore, don Ennio Tardini. Il 5 Aprile del 1981, Elena ed io coronammo il nostro sogno e il nostro cammino insieme si confermò nel segno di Nomadelfia. Lungo sentieri erti e solitari talvolta, dura ancora oggi. 32 anni dopo. Come un piccolo miracolo della ferialità e come un dono. La cui Luce attinge origini lontane e la memorabilità di un sogno di vita diverso. Perché, come scrisse don Zeno, “L’uomo è diverso”. Sempre. In ogni epoca. In ogni luogo.