Diario inutile. 7

Diario inutile. 7

Ippocrate.

Il dolore di chi muore solo, privo del conforto degli affetti più cari. La parola, lo sguardo, la mano, tutti strumenti sublimi della sororità dei gesti che ci sono prossimi e familiari. Smarriti nella cesura rapida e violenta di una quotidianità calda di esperienze a lungo condivise, di sogni insieme vissuti ed ora bruscamente spezzati nel breve volgere di pochi istanti.

La generosa dedizione e l’amorevole competenza di chi vive con loro nella cura, chinandosi sui corpi con la speranza della guarigione e poi, spesso, nel gesto estremo dell’ultimo saluto, quando la stessa cura assume l’altro orizzonte dell’umano, l’anima, come nuovo e ultimo esercizio della propria umanissima attenzione. Nella dolenza degli addii.

Sono le due prese strette, il morso sui giorni che vivo, che non mi lasciano mai, in questo drammatico esistere nella fortezza Bastiani della mia ferialità, in attesa, e nel timore, che il nemico invisibile e subdolo si decida ad attaccare anche me e chi mi è al mondo più caro. Compagni indiscreti che sempre fanno capolino, in limine alla speranza e alla discreta letizia con cui il giorno si scandisce e continua. Nella preghiera, nella contemplazione. Nei dialoghi da lontano. Loro, le tracce di sentieri altri e provati sono sempre lì, accanto al vissuto e fanno sgomenta compagnia.

Non ho mai amato scrivere del [sul?] dolore degli altri. Una forma di irrevocabile pudore mi ha sempre indotto ad alzare la penna. Per rispetto. Perché il silenzio nella presenza di chi soffre un dolore non direttamente esperito possa levarsi come una preghiera, ai margini di una condivisione tutta interiore, sebbene non ripiegata su di sé.

Così preferisco indulgere al racconto in prima persona singolare: non per narcisismo. Per senso di responsabilità: scrivo solo di ciò che ho vissuto e conosco. La testimonianza come esperienza senza la quale la parola mi pare orfana del vero, di una sua declinazione attestata nello statuto interiore di chi scrive [e ha vissuto]. E’ un esercizio che nella prosa discende per me da una poetica che ho posto da sempre a fondamento della vocazione a scrivere. Umana. Professionale. Poetica, appunto. Fa molta pulizia. Nel pensiero e nell’opera.

Eppure sento come mio lo sgomento di chi muore solo. Lo sento vivo dentro di me. Mi abita e mi accompagna in diversi momenti della vita. Da più di un mese e mezzo. Da quando questa prova è iniziata, poco dopo la metà di febbraio. La Grazia di essere qui, vivo e sano, sconta la consapevolezza di una precarietà più vera di sempre. La consapevolezza di chi sa che da un istante all’altro potrebbe varcare la soglia e separarsi dalla persona che ama. In modo definitivo, senza la carezza di un addio, inatteso e forse imminente. Senza il compimento di tutti i sogni che ancora ci abitano. Senza una parola di condivisione dell’ultimo, dell’estremo atto di fede pronunciato insieme. Senza la dolcezza dell’arrivederci a presto in cui crediamo.

Qui si incontrano l’attesa e la speranza dell’altra presenza assidua di questi giorni, la generosa dedizione e l’amorevole competenza. Non è una certezza. E’ una speranza, forte ed intensa. Radicata in me da tempo e nata da lontano. Dentro la quale si è fatto strada in me il ricordo di una poesia che scrissi tanti anni fa.

E’ intitolata “Ippocrate”. La scrissi un giorno di 21 anni fa. Non v’è alcun nesso causale con una specifica circostanza, come spesso accade, almeno a me, quando scrivo poesia. Sono certo però che essa attingesse qualche dialogo intercorso tra me ed il mio medico di famiglia. Quello che per 32 anni si è preso cura di me.

Mi è tornata alla mente in modo insistente quando ho ascoltato per la prima volta un religioso chiedere al personale degli ospedali di farsi esso stesso “ministro” in prossimità dell’estremo congedo. Ministro e umanissimo interprete nella cura degli addii, laici ed affettuosi. L’ultimo baluardo di empatia nella solitudine di chi muore. Mi è tornata alla mente quando ho letto le numerose, commoventi testimonianze di chi, tra medici ed infermieri, si è fatto prossimo, in una dimensione della sororità e della fraternità che dovrebbe essere la nota interiore più alta dell’umano, di persone fino a pochi istanti prima sconosciute.

C’è speranza. Il canto degli addii. Il culto degli addii.

Nella ricomposizione di un destino divaricato fra tecnica e anima, così a dimora nel nostro tempo e forse ancor più in quegli anni, cercai con le parole del mio canto una sintassi interiore rispettosa della prima, la scienza, dedita con persuasione laica ed interiore alla seconda,l’anima.

Verrà un giorno, presto [e forse è già venuto] in cui anche i tanti indifferenti si chiederanno perché e come è potuto accadere che l’anima sia stata lasciata, sempre più e così a lungo, indietro nella vorticosa corsa verso l’onnipotenza del corpo, inteso nelle sue espressioni meno dedite ed affini alla cura. Declinata spesso come derivata e non come primarietà nell’essenza dell’umano.

Quel giorno di settembre in cui scontavo la dura emarginazione dell’anima, scrissi “Ippocrate”. Speranzosa come una preghiera. Dell’uomo fiducioso di morire tra braccia umane, sororali e fraterne.

Ospitaletto, 30

09

’999

 

 

 

 

Ippocrate

 

Giura che in questa mia prigione

dove indifeso e solo non sono

che un ricordo, un’ombra senza fede,

comprenderai il dolore. Giura

che poserai placebo lo sguardo

tuo di uomo sopra il mio corpo

stanco e sulla sua rovina. Giura

e non importa allora quale sarà

il tuo nome, amara medicina.

Sento che in tanto mio soffrire all’imo

del respiro saprò il Suo nome udire.

 

Giordano Mariani

 

 

 

Diario inutile. 6

Diario inutile. 6

Nomadelfia. 39 anni dopo.

Nella temperie dei giorni drammatici che all’improvviso hanno investito le nostre vite, fino a spegnerle o a travolgerle, solo l’essenziale resiste in noi e di noi.

Ci abita, ci stabilisce e ci guida, anche verso l’Eternità aperta per sempre dall’istante estremo, e più di sempre e come non mai, schiacciato sull’orizzonte esistenziale dei tempi, ognuno di noi è solo ed unicamente la verità di se stesso. Di ciò che è stato. Lì, se mai vi sarà, cantano la promessa e la speranza di un tempo nuovo e di un uomo diverso, se la Grazia assisterà il corpo e la Luce guiderà, insieme al corpo stesso, l’anima delle cose. L’istanza spirituale dell’umano.

Per me, l’essere me stesso significa essere noi. Sono nato e rinato a me stesso 39 anni fa, al termine di un lungo cammino di rinascita ed all’inizio della vita nuova. Il 5 Aprile del 1981, Elena ed io ci siamo sposati a Nomadelfia.

Nei giorni scorsi ho ripreso il testo che avevo scritto per quel giorno e che, al termine del pranzo, nel clima festoso e amabilissimo del gruppo familiare che ci ospitava, avevo letto.

Per una singolare coincidenza, che mi venne confidata da un nomadelfo al termine del pranzo, la mia breve lettura, nella quale esprimevo i motivi che mi avevano condotto al nostro sì a Nomadelfia, non era stata registrata. Un incidente tecnico, mi era stato detto, che aveva interrotto la registrazione su nastro dei momenti più intensi della giornata.

Tra coloro che avevano partecipato al nostro matrimonio, c’erano anche alcuni miei colleghi. Fu uno di loro, Fulvio, che al momento di congedarsi, mi chiese di inviargli il mio testo in redazione. Era il responsabile della pagine giovani e, così mi disse, aveva intenzione di dedicare il numero in preparazione al tema del matrimonio. All’epoca non esisteva la posta elettronica ed il solo mezzo a mia disposizione era la corrispondenza tradizionale. Qualche giorno dopo, durante il viaggio di nozze, spedii a Fulvio il mio breve testo. Uscì sul numero di Giugno: i tempi di preparazione e di lavorazione si svolgono in un mensile con largo anticipo.

Nei giorni scorsi, sono andato a cercare l’annata rilegata che conservo insieme alle altre, memoria di 16 anni vissuti al giornale. Fulvio se ne è andato, giovane, quasi 13 anni fa: prima di aprire le pagine e di rileggere, l’ho rivisto parlare con me, in quella primavera lontana, così colma di luce, di bellezza, di speranza. Al giovane collega con il quale ho condiviso gli esordi, ho dedicato più di una pagina dei miei diari, ma non ho mai pubblicato nulla. Le nostre strade si divisero presto ed il suo destino professionale fu affatto diverso dal mio. Non ho mai voluto millantare confidenze o intonare elegie postume non suffragate da una vita condivisa. Preferisco il pudore della scrittura privata.

Il testo che lessi quel giorno a Nomadelfia è la filigrana delle nostre vite, mia e di Elena. Tutto sembra scandito con la precisione di una sinopia, il disegno che precede e prefigura l’opera. “Il perché del mio sì con te a Nomadelfia”, è intitolato. E’ una lettera a Elena, mia moglie. C’è una frase, una sola, che più di tutte campisce la mia memoria commossa, mentre leggo e rileggo: “Ma al dolore sapremo resistere, talvolta anche durante quello sorrideremo, ma dopo senz’altro troveremo il sorriso. Uguale al primo, nel primo istante, nudo anche lui come le mani, duraturo”.

Dio solo sa quale e quanto dolore abbiamo condiviso, Elena ed io. Quale prezzo abbiamo pagato insieme alla dignità delle mani nude, la verità di noi, ciascuno per sé nella reciprocità del dono.

Potrei indulgere alla memoria tracciando il profilo che spesso restituisce l’esperienza. La quantità degli anni ed il suo corollario, la stanchezza. Non è così. Sento solo ed unicamente la levità del dono, la Grazia cui va il mio grazie, di un tempo duraturo vissuto insieme. Un valore inestimabile dentro il quale non accampare alcun personale merito.

In una delle omelie in Santa Marta, nei giorni scorsi, Papa Francesco ha parlato della Fede come di un’alleanza. Tre, ha detto, sono i caratteri distintivi del cammino condiviso con Dio [la Relazione per eccellenza, la Relazione eccellente]. Tre i momenti. C’è una promessa, ha detto il Papa. C’è l’alleanza. C’è la fedeltà. Mentre leggevo commosso il testo che scrissi allora, mi sono tornate alla mente le parole di Papa Francesco. La relazione con Dio è una Relazione d’Amore. Solo l’Amore è in grado di sostenere un’alleanza fedele. Duratura. Per questo forse l’amore dei due è l’archetipo dell’amore di Dio. Anche noi abbiamo vissuto una promessa, abbiamo stabilito un’alleanza. Le siamo stati fedeli. Ho sentito scorrere in me l’eco dei giorni più duri, quando la nostra mano nella mano, quella di Elena e la mia, la nudità delle nostre vite indifese ed impotenti nella prova, erano tutto ciò di cui potevamo disporre ed erano tutto. La nostra alleanza si rinsaldava, al fuoco lento della prova e le mani nude e serrate recitavano l’evangelico ut unum sint di Don Zeno e di Nomadelfia. Rinuncia a possedere e resistenza nell’alleanza. Perché il mio sì a Nomadelfia…

Del resto, il nostro minuscolo tempio domestico, è stato anche il luogo dell’esercizio della democrazia. “La democrazia comincia a due”, scrisse Luce Irigaray. Non c’è nessun altro luogo di apprendimento della democrazia che non sia la comunità di chi convive. L’esercizio feriale del rispetto, dell’osmosi continua di vita, del confronto trova nell’alleanza d’Amore una culla di senso e di significato che solo la Grazia può e sa sostenere. Perché solo nell’amore si impara. E si conosce.

Nulla intorno, nella ferialità vissuta, mi parla e mi ha parlato quasi più di Nomadelfia. Solo lacerti di fraternità e stremate e dolenti resistenze nell’alleanza hanno reso conforto alla solitudine. E’ giusto così. Non ci sono né premio né prezzo per il cammino della Grazia. Perciò è ed è stato tutto inesorabilmente giusto così. Don Zeno, sento, ancora e per sempre ci sorride, dal grembo della Terra in cui riposa e dove ci accolse un giorno per riconoscere la nascita della nostra promessa e della nostra alleanza. Nella fedeltà.

 

Diario inutile. 5

Diario inutile. 5

“Nessuna croce manca[…]”.

Le parole respirano piano, nel grembo dell’alba. Mormorano. Hanno il ritmo interiore di un pudico fiore, sbocciato nel silenzio dei tempi dolenti, sul ciglio di un rivo nascosto.

Al margine, i nomi andati via nella solitudine del loro per sempre, senza il caldo addio delle mani che avevano strette, a lungo, negli istanti feriali di una propria piccola grande storia condivisa.

Un Vento d’amore, implacabile e memore di una calda ed eternabile passione, spazza l’insidiosa polvere dell’oblio, che lieve e repentina si posa nell’affanno della lotta e sull’urlo degli addii.

Ma nel cuore/ nessuna croce manca/ è il mio cuore/ il paese più straziato”.

Il poeta del Porto sepolto, ha offerto sin da subito le parole con cui accordare il metronomo interiore. In quest’altra drammatica vicenda che tante similitudini accampa, nel suo essere, al pari della guerra, una catastrofe.

Era febbraio, verso la fine, quando annotavo nel diario per la prima volta i versi con cui Ungaretti scandiva la precisione della tragedia imminente: “Si sta come / d’autunno / sugli alberi / le foglie”. [All’improvviso, l’incerto destino esistenziale sembrava essere diventato il solo signore delle fondamenta interiori, commentavo in quei giorni].

Poco prima, l’amato poeta dell’adolescenza aveva offerto un’ancora di consapevolezza al sempre più incalzante sgomento ontologico.

Mi sono riconosciuto/
Una docile fibra/
Dell’universo”
.

[L’onnipotenza, veloce e funzionale, della modernità vincente ed impositiva, messa in ginocchio. L’uomo, rannicchiato nell’impotenza del proprio limite ontologico, a lungo dimenticato e misconosciuto, ferito e piegato, ritrovava all’improvviso in se stesso la nota interiore della propria essenza, umana ed insieme divina, lInfinito, l’Eterno, scrivevo ancora nel diario: erano i primi di marzo. La grande, la lunga corsa iniziava a fermarsi. Un brusco, violento arresto mozzava il fiato ai competitors vertiginosamente lanciati sul ciglio dei tempi. Il sentiero della ferialità dimenticata, lungo argini sapidi di altre e remote memorie, diventava all’improvviso la sola strada che la Storia avrebbe potuto intraprendere. Per un tempo lungo o breve, ormai non importava più tanto sapere. Esistere, Essere?, era divenuta all’improvviso l’unica strada percorribile dalla speranza di un domani].

Una sera d’estate di tanti anni fa stavamo tornando a casa. La notte e la confidenza ci rendeva inclini a conversazioni meno convenzionali. Avevo poco più di vent’anni, a metà dei Settanta. Un’epoca fa. Le nostre storie profumavano ancora dell’eco di una memoria contadina, che aveva in parte scandito anche qualcuna delle nostre infanzie. Almeno uno dei nonni di ciascuno di noi, ce ne aveva trasmesso i canoni aurei con la forza esistenziale della testimonianza. La prossimità con la Morte come evento naturale e non rimosso dalla familiarità feriale, non era già più un fatto scontato, ma non era ancora divenuto un tabù da consegnare alla mediazione di contesti e competenze altre. La geografia interiore di ognuno di noi recava nomi e luoghi segnati da lacrime amabili e dolenti insieme. Quella sera, mentre giovani percorrevamo una delle tante strade calme e lente della nostra pianura, rispondendo ad una mia considerazione sulla morte, Silvio, qualche anno più di me, disse, quasi per darmi sostegno e conforto: ” Credo che per una persona sensibile, indipendentemente dall’età, sia giusto interrogarsi sulla morte. Troverei più strano non parlarne”.

La solitudine di chi muore solo, i tantissimi, stringe come una morsa al collo dei giorni. Non lascia mai la presa e risuona come un basso continuo anche nei momenti di stacco, i rari, che il dramma condiviso concede. Perché la morte, come scrissi nel 1990 in Exsultet, il poema nel quale dedicai 11 canti a Thanatos, è per me porta di Senso”, [“o Morte, o varco sublime del Tempo/ o porta d’Altrove e di Senso[…], Thanatos, Exsultet, 1990”, ]. Cui giungere lungo i sentieri di un paesaggio feriale nel quale si contemplano l’amore, gli affetti, la condivisione delle domande e delle risposte. Soprattutto di quelle estreme.

Il vulnus di questi giorni [mesi, ormai?] attinge e stabilisce la forma più dolente degli addii. La più dolente tra le forme.

Canto memoria e preghiera. La compagnia, un’eco delle domande e delle risposte a lungo scambiate nel passaggio terreno condiviso, una traccia degli sguardi, la carezza di una parola lieve come una stretta di mano d’addio, nell’istante più duro del cammino di chi ci lascia. Mentre nella solitudine e nel silenzio percorre il tratto verso la Porta estrema. Nessuno muore solo, nel coro di parole dedicate che amorevoli lo accompagnano, lo sostengono, lo innalzano. Anche se pronunciate lontano nello spazio e nel tempo.  Oremus.

Diario inutile. 4

Diario inutile. 4

Nessuno si salva da solo. [La cucina del poeta].

Mai avrei immaginato che la dimessa ferialità di parole nate quasi dieci anni fa nella cucina del poeta, sarebbero risuonate identiche nel drammatico silenzio di una piazza, consegnate alla sacralità epocale di una Benedizione universale impartita Urbi et Orbi.

28_03_2020_3Il messaggio in bottiglia che nella solitudine della mia stanza, a lungo resistente nell’indigenza della disoccupazione e nello stigma della marginalità sociale, ho sommessamente e più volte sospinto nella camera senza eco del loro destino, sembra avere trovato ieri l’elezione persuasa di un ascolto diffuso e conclamato. Spero sia anche duraturo e profondo, nella singolarità interiore del tempio che ciascuno costituisce davanti all’Eterno.

Ciò che nella storia, maiuscola o feriale, ha destino, nasce unicamente dall’Amore. Sotto il segno della forza, anche quella coatta alla paura, si accendono solo fuochi fatui.

La conversione contempla una mutazione dello statuto interiore, se un’interiorità è sopravvissuta nella tregenda secolarizzata che ha costituito per decenni la scena Occidentale. Il modello Globale. Altrimenti, della commozione epifanica di un Altrove, scaturigine e fonte di comunione, a lungo in se stessi dimenticato, non rimarrà che la stilla mediatica. Ancora una volta, solo un titolo in prima pagina.

 Repubblica_28_03_2020

Nessuno si salva da solo attende il proprio compimento nella conversione di sé che prelude il cammino dall’io al Tu divino e a quello fraterno insieme. Non è dato l’Uno senza l’altro. Al diapason di se stessi. Altrimenti non rimarranno, a campire la scena di uno stato nascente, che le memorie dei tanti primati di appartenenza che hanno scandito tutta la storia recente. Con fondamenti radicati nella memoria di un passato bene attestato. Prima l’ego. Il principio della forza consapevole della propria potenza.

28_93_2020_1L’Amore, il carattere oblativo della salvezza, che si consegna ai giorni indifesa a tutto, consapevole della propria qualità originaria di essere soltanto dono, e dunque inappartenenza, dovrà attendere, ancora ed ancora una volta. E questa sarà per l’uomo contemporaneo occidentale davvero l’ultima. Il sigillo epocale sulla fine. Della fine della sua forma storica.

Spes contra spem, il poeta intona il bellissimo ed insieme dolente in quest’ora Magnificat. Forse l’ultima, la volta estrema. Nel cuore, il Cantico di Simeone, una polifonia di perfetta simmetria interiore. L’addio alla Terra proprio mentre, finalmente!, la a lungo attesa Speranza, [Nessuno si salva da solo], inizia nel futuro, già e non ancora, il proprio diffuso compimento.

Consapevole che, con o senza l’eco mediatica, le sue parole, le inutili sempre, saranno e rimarranno le inutilissime, in assenza di una coerente testimonianza personale. Persuasa. Duratura. Singolare.

Diario inutile. 3

Diario inutile. 3

Dialoghi nella dolente Primavera.

Qualche anno fa, sul finire dell’esperienza che avevo voluto vivere su Twitter, tentai di perfezionare il dialogo nato con alcune persone incontrate sul SN. Nacquero così le Relazioni spirituali.

Non me ne sono mai dimenticato, malgrado alcune di quelle strade siano parte ormai di una geografia esistenziale tracciata da sempre più numerosi sentieri interrotti.

Almeno uno fra i dialoghi ha continuato a vivere, seguendo, come spesso accade, l’andamento carsico che accompagna talvolta l’acqua viva nelle forre. Conoscendo talvolta vertici di Luce e di confidenza.

In questi giorni, in cui la fragilità dell’umano rivela più di sempre l’evidenza del proprio limite e la consapevolezza della propria precarietà terrena vocata all’Eternità, nel cuore del dramma che viviamo, le nostre voci, quella di lan lan e la mia, si sono ritrovate, senza essersi mai del resto troppo a lungo lasciate.

«Ce matin, pendant la Messe, Papa Francesco a dit que nous, les fidèles, pourrions recevoir la communion spirituelle, en l’absence de la ParticuleAlors, je me suis rappelé de ces tests là, même vous y étiez, Huê, in Relazioni spirituali».

Così le ho scritto nei giorni scorsi. E così Lan Lan ha proseguito, dialogando con il Diario Inutile:

«printemps néanmoins/couleurs juste écloses/éclats dans le cœur de la main

transparence/nudité/de la lumière».

Lan Lan Huê

primavera, nondimeno,/nei colori appena sbocciati/dischiusi nel cuore della mano

 trasparenza/nudità/della luce»].

Diario inutile. 2

Diario inutile. 2

Preghiera.

L’ossimoro della Vita urla dolente, oggi: qualcuno soffre, qualcuno lotta, qualcuno muore. Là, fuori, affacciata ad uno stesso orizzonte, Primavera nasce e sussurra, con rispettosa discrezione, l’azzurrità felice del Cielo.

Le parole hanno stamani più pudore di sempre. La mani, una stretta, una carezza, una croce tracciata su di un volto, sanno lenire nel gesto estremo. Le parole, le vere, confortare, forse, l’ultimo istante, un arco commosso e teso fra due eternità, quella di chi parte quella promessa di chi resta.

Talvolta è sufficiente che nominino le persone e le cose [chiamandole, evocandole, invocandole] in un sussulto di memoria che ha la sapida eternità di un amore quotidiano a lungo condiviso. Di una lunga partecipazione feriale.

Ci siamo presentanti nella nudità dell’anima all’appuntamento. Ci siamo detti tutto, di nuovo, della promessa e delle mancanze che in essa albergavano sin dall’origine. Non abbiamo rimorso, solo sincero pentimento per l’inadeguatezza del nostro limite che ci conduce spesso sotto la traccia alta del nostro umano distinguo, l’amorevole. Siamo stati sempre un passo indietro, nella soglia del Silenzio dove tutto si prepara ad accadere. Siamo stati al margine, più prossimi al Mistero, e più lontani dall’opulenza delle cose visibili al tatto.

Accettare è il più duro degli esercizi, quando la restituzione potrebbe chiederti tutto. Lo sappiamo bene, noi, così inclini all’indolenza dell’orgoglio e della presunzione, quando nascondiamo sotto la maschera dell’indifferenza la domanda di perdono che sale da chi ci ha umiliato. Da chi ci ha ferito. Non abbiamo dimenticato. L’estremo residuo del pudore, l’innocenza che ci guarda da dentro e che ci guida, chiede la semplicità delle parole, degli atti, dei gesti essenziali e ultimi.

Ci siamo detti tutto. Ci siamo amati per sempre, di nuovo, in uno sguardo solo, in un istante eterno. Come il primo giorno. Nella nostra promessa per sempre. Lo sgomento ha il lucore negli occhi.

La Primavera pulsa con divina bellezza nell’ansa dell’attesa. L’ansia muore lenta nel suo tiepido grembo. Scioglie i rimpianti ed i rimorsi.

Sappiamo di nuovo tutto di noi, in un solo, in un infinito istante, tutto quello che nella corsa folle, a perdifiato nel giorno, avevamo dimenticato

Tienimi qui, presso di Te, nella Luce calda degli stati nascenti, Signore!”. “Abbracciami, sono ancora e per sempre il bambino che Tu hai voluto così, nel corpo singolare, nell’anima nuda del dono, nella precisione del nome”. “Reggimi, l’anima, il cuore e la mente, nell’urto degli addii. La tua inutile creatura, cerca la Tua materna mano. Per seguirti, questa volta, verso il più lungo dei sentieri. Quello più di tutti prossimo al Mistero. Senza nemmeno immaginare dove esso possa condurre. Mi fido di Te. Temo l’ordito dolente degli ultimi passi. La primavera che incalza promette l’eternità degli Elisi. Solo Tu sai se la dignità dei giorni merita il Tuo Paradiso. Io sto nella Promessa, che accetta il proprio compimento”. “Di un’ultima, unica cosa, creatura errante ed indegna, Ti prego: tienimi ancora e per sempre nel Tuo solo vento. Vento d’Amore”.

Diario inutile. 1.

Diario inutile. 1

 

Il libriccino in pelle bianca, con le illustrazioni dai colori pastello, tenui, la minuscola incisione in simil oro sulla copertina. Le icone aggraziate da un’indole elementare e quasi frugale, bastante a se stessa, e semplici. Ha accompagnato e scandito l’infanzia in un tempo remoto e da tutti dimenticato. Lo si riceveva di solito in dono nel giorno della Prima Comunione. Riposava nascosto tra lacerti di passato, sotto una coltre di cose, fortunosamente scampato allo smaltimento. In un destino di oblio. L’ho ritrovato. L’ho ripreso in mano.

La preghiera del mattino, subito dopo Il segno della Croce, recita tra l’altro così: “Vi ringrazio di avermi creato […] e conservato in questa notte”. Parole scandite un tempo ogni mattina, insieme ad altre che costituivano l’agenda setting spirituale di giorni dall’innocenza orante e memorabile. Travolti, nel successivo, pluridecennale stordimento della contemporaneità.

Ringraziare al mattino del Dono ricevuto, della Grazia di averlo ancora una volta, come sempre, diuturnamente [eternamente?] conservato in ciascuno di noi e per noi. Un’attenzione ed una dedizione alla Vita che era frutto della consapevolezza custodita di una verità primaria ed estrema: essere la Vita un dono ricevuto. L’essenziale, senza del quale, semplicemente, nessun altro sarebbe stato. Dimenticato, nella folle e parossistica corsa verso la costruzione ed il godimento del superfluo. L’onnipotenza sofisticata del benessere che ha travolto la sobrietà frugale del Bene.

Anche la natura canta ed innalza, in queste mattine che si aprono luminose affacciandosi al dramma, la sua preghiera laica, ed insieme divina e feriale. Da qualche giorno il cielo di Lombardia mostra nella mia città l’azzurrità di giorni lontani. I profili delle colline non hanno più il contorno sfumato dal grigiore di una coltre che ammorba il respiro. L’aria è frizzante, come nelle albe di montagna, quando ci si mette in cammino di buon ora. Il respiro è lieve, più lieve di sempre in questi ultimi decenni, lieve come forse non mai, dopo i giorni della infanzia lontana, come un monito di memorie liete e lievi, nei giorni in cui la bellezza vitale di quella pulsazione ritmica e sincrona, il miracolo della Vita in una delle sue declinazioni fisiologiche, è minacciata con devastante incalzare dalla malattia. Il cielo sulla pianura Padana, i suoi scampoli sopravvissuti fra gli edifici della città, sorride. Accompagna, invita e innalza l’anima ad una Speranza senza Tempo.

Un accento felice da sussurrare con discrezione, per rispetto di chi in queste stesse ore soffre , di chi lotta con loro per noi e per loro, di chi muore. Un mantello di Luce e di preghiera da posare con consapevole umiltà del proprio impotente limite, in quest’ora di prova. Da posare, come un’estensione della gratitudine sulle spalle di chi soffre, di chi lotta con loro per noi e per loro, di chi muore. Un mantello di tenerezza, lieve come una materna carezza, bello come un dono. Come sono tutti i doni scaturiti dalla gratuità dell’Origine.

Note nomadi. [3]

Note Nomadi. [1]

Note nomadi. [2]

Note nomadi. [3]

Ogni cosa ha un proprio compimento. Un destino racchiuso nell’ultimo gesto, concepito in origine sotto il segno della Grazia, in una gestazione eterodiretta sempre, che il nostro minuscolo accento singolare può solo accogliere.

Il più alto compito di umane creature, davanti all’Ignoto ed al Mistero che disegnano l’orizzonte del Tempo, è quello di stare nell’ascolto interiore per cogliere i segni dei tempi e di aprire la mano nel gesto coerente che sigilla le storie accompagnandole fino all’Omega del proprio fine ontologico.

In un giorno di inizio dicembre, i guanti di lana bianca, confezionati tanti anni fa dalle nonnine di montagna, hanno iniziato il loro ultimo e decisivo viaggio. Sono certo che sarà così: nella piccola abside di una minuscola cappella, li ho consegnati nelle mani di un sacerdote dedito alla cura della marginalità da sempre, quasi come fossi in confessione. Non ho fatto molta fatica per trovare la sua comprensione, per sapere che avrebbe colto il senso del gesto, il simbolismo di uno statuto interiore che univa in quell’atto due cuori, quello di Elena ed il mio, in una comunione modesta eppur significativa di intenti. Era l’inizio dell’Avvento. La religione dei cuori ha orizzonti che trovano non di rado angusti quelli della semplice osservanza catechetica.

Il sacerdote ha sorriso, i suoi occhi parlavano per lui, ha voluto leggere il biglietto, che, come gli ho detto, Elena ed io avremmo pensato accompagnasse il viaggio della cosa sempre.

Avrebbe provveduto lui, ed ero sicuro che così sarebbe stato, nel modo giusto e compreso.

I guanti che avremmo voluto donare al musicista stavano intonando l’ultima nota nomade del loro viaggio: in essa risuonava ancora viva l’eco di un canto dolente ed infinito, che aveva trovato finalmente una casa.

Altre mani grandi, in essi racchiuse, si poseranno per tracciare i segni che tengono aperto e leggibile in eterno lo spartito della Speranza.

L’uomo del sax sarà forse oggi una preghiera nel grembo di Dio e certamente il Padre lo stringerà forte come sempre tiene nel Suo abbraccio gli audaci nella generosità di sé. Anche quando la vita, la sua essenza, pare dimenticata o perduta sul ciglio di un marciapiede tra la folla quasi sempre indaffarata e distratta.

Stato nascente.[#Hashtag].

Stato nascente.[#Hashtag].

L’alba, l’eterno miracolo dello stato nascente, portava in grembo la messe dei sogni innocenti. Lo statuto interiore dei virgulti sognanti dipingeva la traccia discreta di un altro domani. Come immensa pareva la Vita negli occhi affacciati ai confini del Cosmo! Camminavano accanto le anime amiche con le mani congiunte, due a due, le promesse sorelle di infiniti lontani.

Tu salivi con passo dolente di antiche ferite e sentivi nel cuore il calore sommesso di parole risorte. La compagna più strana, l’indicibile Morte, si stringeva nel tempo, era tanto lontano il suo varco silente!

Tutto intorno balbettava il futuro. La tua storia nei tempi conosceva il suo tratto più duro. I profeti del senso inaudito sussurravano arditi dentro il margine ignoto. Abbracciati all’estrema scintilla del vero, lungo erti sentieri, Nessuno più riconosceva la sorgente. Infiniti cavilli garantivano la pavida avanzata degli opportunisti. L’imperdonabile attitudine dei giusti veniva fieramente punita. Nella democrazia al tramonto, tutto era formalmente corretto e nulla era sostanzialmente a posto. I nuovi mentori della retorica, spalmata da decenni con imprudente e sfrontata smagatezza sulla superficie mainstream del presente, avanzavano con il piglio scaltro dei modesti conducatores. La risibile resistenza di coscienze ridotte all’insipienza da dosi sempre più massicce di promesse mediatiche sedative e dal placebo di un’illusione, restituiva uno scenario assuefatto. La minuscola compromissione vissuta da ciascuno di loro nella ferialità in proprio, accreditava le folle plaudenti di una dose omeopatica di corruttela che li aveva resi insensibili, o ciechi per indifferenza, al veleno di prossimità. Solo il mostruoso e venefico liquor del Potere e delle Elites riusciva a risvegliarne una risentita reazione critica. Il cui primo inconsapevole obiettivo era l’io innocente che avevano da tempo perduto, a lungo tradito, cancellato come un ospite strano, indesiderato, come uno straniero. Gli agit prop del consenso in servizio permanente effettivo attingevano a piene mani quel bendidio a poco prezzo. Adulterandolo, nella pulsione spregevole a godere un potere fine a se stesso, privo di ideali, di visione, di orizzonte, con l’assenzio della più torva demagogia.

L’etica situazionista aveva ridotto il trasformismo gattopardesco ad un esercizio dilettante. Le preferenze accordate al caudillo di turno, il Salvator servente, migravano fulminee da una sonata con piffero per masse in disarmo critico, di perduti a se stessi, ad un’altra. Era sufficiente mutare il volto, la caratura della spudorataggine in favore di telecamera, l’etichetta sul pacco, ed il nuovo che avanza convocava a nuove magnifiche sorti e progressive i destini redenti del popolo [sempre lo stesso] in causa [ad assetto variabile, secondo il profilo incarnato del salvatore di turno]. La pulsione segreta o nascosta, l’inconfessabile quotidiano, assurgeva a slogan vindice, nelle iperboli salvifiche di un sole dell’avvenire incollato a fondali di cartapesta. Ad ogni cambio di scena, il popolo, sempre quello, il Conducatore, il meglio modellato sulle nuove istanze salite a gran voce dall’urlo della protesta, gli ultimi mandati salvifici [forse, i più recenti hashtag] si affrettavano a campire l’intera scena [mediatica].

Lo statuto dolente dei sognatori, metronomo di una malinconia che nessun sismografo dell’anima era più in grado di rilevare nella contemporaneità, contemplava da anni impotente la deriva dell’umano perduto a se stesso. Confinato al margine, schifato senza aristocratica sprezzatura e con volgare sdegno della sua fragile povertà di tutto, ascoltava il canto silente di un Dio senza più alcun nome che, come la carezza misericordiosa di una madre, lo restituiva ogni sera, intatto ed innocente, ai fasti dell’Alba, all’eterno miracolo dello stato nascente. Unito, nei puri di cuore, all’ora estrema e nell’ora del tramonto.

“Il posto delle fragole”. [Fake news].

Il posto delle fragole”. [fake news].

L’occhio opaco del secolarismo pervasivo, che ha abitato i tempi da me vissuti, è ebbro di visibilità e miete vittime ogni giorno, tra coloro che si accasano nella vulgata vincente di luoghi comuni.

La felicità in similpelle dei potenti contemporanei, desertificata dentro, asperge di sé la scena mediatica del mondo, con il simulacro di un godimento condiviso. L’immagine è l’ostensorio dissacrante di una religione senza alcun dio, se non il vitello d’oro dell’apparenza.

La comunicazione, il solo totem con cui i domini moderni aggiogano e seducono le tribù della post-modernità, ha eretto, con frenesia tecnologica e con l’ossessione compulsiva del primato finanziario, l’ultima Torre di Babele: un manufatto cosmico in cui l’unico linguaggio assente, o marginalissimo, è quello dell’anima profonda del mondo, l’umano. Quello che, solo, restituirebbe sfondo, e dunque comprensibilità condivisibile fino alla comunione, a tutti gli altri assunti nell’unicum della vanità. Il mirabile assolo inudibile dei mistici. La soglia vibratile del suo diapason non è percepita dall’angusta distrazione, frammentata e discontinua, dei consumatori seriali di segni, analogici o digitali. Talvolta, replicanti di maniera si rispecchiano nelle parole dei giusti per lucrare l’istante invisibile che mai hanno vissuto. Nessuna simulazione emana il soffio vitale. Murare le parole nelle celle anguste della menzogna non libera nessuno: illude gli stolti e impanca la vanità dei tiranni a potere pro tempore [fake news?: l’eterna tentazione dei falsi].

Le ali spezzate del sogno laico tengono il volo nel vento sacro della preghiera. L’ontologia degli ultimi e dei marginali non sprezza il consenso. Lo eleva nella nicchia spirituale, priva della necessità imperativa del numero.

L’ebbra vocazione al Cielo, che tenne il cuore originale dell’inizio, innocente, è tuttora lì. Intatta. Ferita, ma non vinta nel suo pianto impotente e senza denti. Pronta, con l’ansia dolente dei cercatori di senso, dei mendici d’amore e di ascolto. Ogni nuovo inizio palpita e trema nelle solitudini di chi ha abbracciato un credo e ha rifiutato l’opportunismo di una mediocrità sempre ripiegata dalla necessità di qualcosa. I giusti non cedono al rancore, non troverebbero motivo fondante nella propria istanza interiore. Gli uomini liberi non conoscono il risentimento: sarebbe un insulto troppo grande al dolore esperito nella tenacia con cui hanno testimoniato un valore ed un credo. Le diminuzioni a cose fatte e a pancia piena, la tardiva declinazione downshifter di una vita vissuta altrimenti e talvolta goffamente dissimulata nel ripiego dell’ultima sera, non seducono l’amante appassionato del vero. Solo la stanchezza conseguente la devastazione dell’anima umana potrebbe fare qualche volta premio, come nel Pierre di Vercors, quando l’orizzonte pervicacemente vessatorio piega le umanissime gambe della speranza nelle creature mai prima perdute a se stesse.

Le torsioni della coscienza che abitano gli uomini giusti e liberi non hanno nulla a che vedere con il falso pentimento dei sazi di tutto ed ormai irrimediabilmente disabitati dal se stesso che immolarono sull’altare dell’ego, dell’apparenza e del possesso.

L’uomo affidato traccia nella notte dei tempi una minuscola luce il cui riverbero non conosce l’oltraggio dell’apparenza. La sua cura non è stata per il dominio dello stile e per gli imperativi della forma, sebbene abbia stimato l’uno e l’altra nella diuturna dedizione alla dissepoltura del talento, senza mai indulgere alla dissoluzione del dono ricevuto dal Dio silente di sempre. Lo scarto dell’istante decisivo è la cruna d’ago del destino e della provvidenza: la sua punta disegna a sanguigna la sinopia dell’eternità che permane in lui e nella sua personale storia dall’Origine nascente.

Il suo posto è stato sempre, per vocazione e per scelta, nel margine. L’arbitrio del sì e del no costituisce l’unica istanza responsabile, di qui e di là dalle soglie alte ed elette della misericordia e della carità: la lezione agostiniana è ben presente nella vicenda degli uomini liberi. La fragilità del proprio limite non è mai un alibi per l’uomo libero. Solo in tale consapevolezza egli si cerca e si vive alla soglia dell’Infinito.

Così, quando l’uomo libero si incammina verso gli ultimi istanti del Dio che chiama tutte le particelle del corpo alla convocazione estrema, egli sente nascere in sé non la diminuzione di una privazione, ma l’ultima, in ordine di tempo, vocazione al dono di sé. Alla restituzione. Così l’uomo che ha amato tutto e tutti prima di sé, cercando sempre di amare per primo, sentirà il canto caro della comunione salire con l’intonazione della nota perfetta, come mai prima aveva avuto la gioia di sperimentare.

La felicità dolente degli esclusi da tutto pare ad alcuni una maledizione, nella sua condanna feriale alla povertà, alla fatica, alla solitudine, alla sconfitta, al sacrificio. Talvolta è invece uno scelto osanna di Luce nella cui piega silente riposa e vive la speranza di tutti i destini. Una sorgente laica di libertà in cui germoglia e sboccia non visto il fiore di un inatteso domani. Di uomini liberi, giusti, più uguali ai se stessi che il Dio della gratuità e del dono aveva pensati in Origine, ciascuno vero della verità singolare di sè.

L’infinità e l’eternità sono i fondamenti ontologici che invitano al superamento del limite. Di sé, dell’ego. I mistici coniugano nella tensione spirituale l’avvento della libertà. Il canto della nuda cosa sulle labbra del poeta è un’antifona alla sinfonia del cosmo.

Desiderare, consumare, possedere, stare proni nell’orizzonte secolare senza lievito interiore che affacci all’infinità ed all’eterno, significa abdicare alla concezione di un giorno che muore con noi. Una visione ombelicale che ha afflitto tanta parte della contemporaneità ed ha spesso spento sul nascere il domani. Cercare tra i cascami ed i frammenti del passato prossimo lacerti di senso, immolandoli nella retorica e trattandoli dunque come sarcofagi vuoti di Spirito ed orfani di senso, tentare di modulare la speranza affidandosi all’interesse immediato sprezzando l’ideale che attinge la durata è stato, ed è, il placebo assiduamente offerto dai dominatori dell’istante. Imbonitori del consenso, profeti del giorno dopo, narratori dei luoghi comuni, teorici della banalità. Situazionisti del conformismo, lesti a cogliere la cresta d’onda dell’inconfutabile evidenza.

Preferisco da sempre l’inutile canto dei poeti, l’eretica asimmetria silente dei profeti, la taciturna dissonanza dei mistici. La voce di chi solitario muove nel coro d’Infiniti senza tempo. Dentro l’orma della loro assenza dalla scena è a dimora il seme del domani.