Prose basiche. 6

Prose basiche. 6.

18 Novembre 2014.

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«Armonie in equilibrio». Tieni nell’impervio futuro che nasce il filo d’oro di un passato felice. Il fascino vivo della sua linfa tenace.

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«Transiti epocali». Caos creativo. Angoscia esistenziale. Frugalità dei margini. Un futuro che rischia nel suo presente.

21 Novembre 2014.

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«If». Qualcuno riesce a trarre profitto da ogni alleanza. Altri sanno solo tutto perdere nell’infinità del sogno condiviso.

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«Nostalgia». Sfiorarsi da lontano, in una danza discreta di parole. La sola vera vita accesa in fondo al cuore.

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«Empatia». L’empatia si è subito sciolta. Neve al sole nell’inferno dei giorni. Lontananza, nel deserto e senza ritorni.

22 Novembre 2014.

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«Addii». Abbarbicati al potere. Compiaciuti di grette certezze. Sguardi ombelicali. Ai vertici dell’ego, tronfi al tramonto, morire.

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«Tu». Il Silenzio è colmo dell’eco flottante di parole amanti. La verità benevolente che da lontano e muta ci accarezza in eterno.

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«Lei.» Il tempo che ti diede è andato in fuga. Lontano è l’urlo e senza eco. Ma la parola nata è qui, viva in eterno, dentro.

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«Noi». Tieni il filo conciso del senso nella mano tremante di canto. La parola che inonda di luce il grembo del mondo.

23 Novembre 2014.

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«L’urlo del poeta». La sensazione strana di parlar spesso soli. Come un tempo i folli nelle piazze deserte. Viso a viso con Dio.

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«Afasia dei canti». La mendicanza d’ascolto in un assolo senza tempo e senza volto.

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«Comunione errante». Nella Babele dei messaggi, l’incantesimo pentecostale di un’intuizione solitaria che ci abbracci.

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«Sussurro di Dio». Poi, la dolce amata sera in quest’inferno di silenzi e di caduche parole ch’è stata, poeta, la tua vita intera.

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«Oh!». Pose a dimora forte il seme nel Silenzio. E piano e lento sussurrò il suo canto inginocchiato in grembo al cosmo.

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«Silenzi». Dolce il silenzio dei divini amanti. Crudele quello in cui muovono avvoltoi gaudenti.

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«Insieme». Lievi falde amanti disseccate, minuscole parole, in un solo istante di gelo o di sole. Eterna danza in cuore muta la Speranza.

2 Dicembre 2014.

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«Musica dal Silenzio». L’epica feriale è un’aspra sinfonia di Luce di cui il dolore spesso s’innamora.

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«Vigilie feriali». Il viaggio è un’attesa e un abbraccio che apre l’istante all’eterno in cammino. La mano dischiusa al divino.

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«Prega». Nell’anima tesa che prega la luce distesa del canto risuona di un’umile resa. La Vita che dolce dispiega il suo volto nel vento.

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«Sento». Angelo, al diapason del muto incontro, tutto è innocente. Anche il dolore cieco e sordo del rimpianto.

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«Tremo». L’occhio ferisce il punto aspro dell’avvento. Tu non sei più innocente, ora. Tu non sei più luce furente dell’Aurora.

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«Fiat Lux». L’intensa solidificazione di una desolazione epocale, spezza il filo del canto e tutto è sincope e umano frammento.

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«Spem». Vivi l’ultima infanzia di sogni degna, senza il trastullo dell’eco cara ai tempi. L’Eterno è solo luce davanti.

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«Esule». Amnesia disabitata di sè. Lo sguardo teso al nudo vuoto intorno. Il sole canta e muore in qualche ignoto altrove.

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«Posterità». Nell’affollata selva di rappresentazioni narranti [selfie?], di memorabile rimase solo il silenzio.

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«Storia». L’ansa ribolle d’incompiute. La spuma urla sulla rena dolce. Trema il futuro, dentro. All’orizzonte il nulla.

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«Epos». Spoglio e feriale, il tuo destino glabro. Sulla parete nuda il tempo disegna di rapina un arabesco e tace.

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«Osmosi». Fisiologia dell’inclusione. Comunione, intuizione dell’anima consapevole. Veglia la coscienza alle soglie.

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«Be&bit». Un abisso separa le parole e le cose. Il dire ed il fare. L’apparire e l’essere. Lo scarto digitale è un’opzione residuale.

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«Ipocriti». Cupio dissolvi… [l'innocenza crocifissa al Silenzio].

3 Dicembre 2014.

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«Se». La solitudine dei vinti è un’enclave dolorosamente resistente e felice, se intorno la terra è folla corrotta e criminale.

Prose basiche. 5

Prose basiche. 5.

29 Settembre 2014.
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«Tenerezza». La mano, rugosa di fatica di dolore di carezze e d’anni, stringe nell’ ombra del tempo alla deriva un sogno.

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«Infiniti». Sento tremare l’eco di remoti canti nell’orizzonte eterno che si apre muto, davanti.  

24 Ottobre 2014.
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Nella fucina interiore, l’io, al calor bianco del vero. L’ipocrita replicante, nascosto dietro un velo.  

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Indugiare fra predatori che si fingono colombe. Stolta ignoranza, beata ingenuità o santa innocenza?  

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«A mani giunte». Foste vite. Ora siete mute dentro carpette colorate. Stringerete mani, nel tempo bianco delle eternità future.
 
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«Eroi quotidiani». Ci abita una feroce pazienza orante.  

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«Anima e Corpo». Getti il tuo sasso muto nel tempo e la parola danza in eterno.  

25 Ottobre 2014.
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«Utopia_1». Il sogno che in nessun luogo si compie. L’attesa feriale senza fissa dimora. La vita che solo in Te si placa.

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«Utopia_2». Nel Tuo silenzio, il mio vivo e contemplante. Nel quotidiano ascolto, muto il cammino degli amanti.

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«Utopia_3». Libero, nel vento, lo sguardo umano d’una speranza senza tempo. Vivo nell’alba e nel tramonto.

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«Contemplare». Nella clessidra del mio tempo, rimane solo il silenzio. L’unico conforto. L’estremo memento.

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«Buridano». L’asino nella Modernità, tra Essere e Nulla.  

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«Epica». La narrazione, che fu etica, ha ceduto il passo alla libido dell’apparizione, l’estetica di un simulacro del reale.  

26 Ottobre 2014.
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«Superficialità». Parossismo della riproducibilità. Vuoto per pieno. Il senso. Il rispetto. Il profondo. Un tempo alieno.

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«Animebelle in similpelle». Stilla nel silenzio il veleno del non detto. La verità taciuta alla Bellezza.

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«Parole vere». Sublimi. Nessuno nega il loro valore. Rari le colmano con la verità di un’esperienza. Nella testimonianza.  

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«Parole vere». Una lingua forbita non redime una testimonianza eticamente claudicante.  

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«Clessidra». La clessidra dei poeti non strozza nel tempo i sogni. La rena sale senza rovesci nel cuore e s’apre al cielo.  

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«Dolore». L’altrui dolore è materia ardente che ho pudore e rispetto a toccare con parole. Solo il mio è testo incandescente.

27 Ottobre 2014.
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«Nemesi». Una feroce nemesi è in agguato, venduta l’anima al dio senza domani dei soli numeri.

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«Nostos». Un canto di sirene secolari nel tuo naufragio. L’Itaca che fu, piega la vela ai sogni, l’innocenza è vento senza ali.

30 Ottobre 2014.
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«Mistica aporia». Non abbiamo avuto che parole per dire il taciuto silenzio, vissuto contemplando l’amato.  

31 Ottobre 2014.
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«L’audacia della parola vera». Sussurri pudici tra dialoganti esibizioni testuali fra rispecchianti.

1 Novembre 2014.
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«Retori nudi e senz’ali». La via mistica del canto è un sentiero irto, di spoliazione reale ed interiore, prima che lessicale.

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«Brucia Troia». La cenere, che fu fuoco nella parola ardente, è quel che rimane del nostro cinico, sprezzante disincanto.

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«Futuro inverso». La storia piange a Occidente sulle spalle di Enea, il padre Anchise fatto niente.

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«Vili al tramonto». Ettore muore infinite volte trafitto, in un tempo orfano di eroi e saturo delle divinità feriali.
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«Luce». Canta sotto un lembo d’ali, morente, Orfeo. L’amante che invano un tessitor di nuova Luce attende.

4 Novembre 2014.
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«Libertà va cercando». La retorica del nuovismo è l’abito mentale dei reazionari e la prigione degli ingenui.

5 Novembre 2014.
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«Volti veri». L’eterno confronto fra verità e menzogna, si forgia nella forma dei tempi e si ripropone nei suoi nuovi volti.

7 Novembre 2014.
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«Zenit». Lo sguardo nell’orizzonte fiso. Al suo omebilco di narciso.  

9 Novembre 2014.
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«Vento». Vibra il Tuo canto estremo nella foglia d’autunno, che ebbra di luce danza nel preludio di neve.

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«Animus». L’amore in agguato ad ogni svolta d’istante e tu, uomo cieco, afflitto da un cuore perdente.

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«Anima». China su di me, genio del cuore, ombra di gioia feriale, di eterno canto, d’infinito ardore.

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«Caino moderno». Stai con finta indiferrenza, lesto nel silenzio, pronto, fratello, all’inganno.

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«[...] nel paese di Nod ad oriente dell’Eden [...]». Abele, sono senza pianto nè rimorso. La tua innocenza, un torto?

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«Generazione». Pur vivendo allo stremo, non siamo andati oltre la consapevolezza della fine di un’Epoca.

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«Oriente». Il solo Oriente era qui, al confine dell’io. Nato e non visto, sepolto sotto coltri di sogni smarriti.  

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«Ossessi». Dentro la sola soglia vana. L’ossessione del nome. L’etichetta che cancella e ci addita. La cifra.  

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«Solitudine». Tu non sai come duole il coro degli amanti, mentre vai solo in grembo a istanti ignoti.

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«Oh my sweet/rugged TL!». Fiume carsico? Rivo disseccato che lento muore? Un corso d’acqua che non sa dove sarà il suo mare?
11 Novembre 2014.
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«Entropia del cosmo». Il sarcasmo dei risentiti si spegne nella carità degli innocenti.

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«Tempo interiore». L’ala bianca del tuo silente respiro tesse l’eterno, umile filo.

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«Eterni». Danzano, presi nella stretta del Silenzio, gli amanti. Persi e lontani, nell’abbraccio del tempo.

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«Mistici». Dentro la fessura silente. Tesi amanti in ascolto. Vuoti dentro. Vivi in eterno del solo proprio niente.

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«La norma. Il genio». Tenere il punto fermo, l’orizzonte della norma. Sentir vibrare il genio, dentro il suo estremo teso.

12 Novembre 2014.
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«Stagioni/Estate». Frinisce il sole nell’infinita piana, la vita piena arde  nel tremulo presagio, futuro all’orizzonte.

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«Stagioni/Autunno». Il canto estenua e il giorno vibra nell’oro del tramonto acceso nel memento dei colori.

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«Cammino». Come se ancora dovessi andare lontano. Ma non c’è più strada davanti. Solo Tu, che mi prendi per mano…  

13 Novembre 2014.
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«Distanze interiori». Vivere il disagio dell’innocenza nell’inferno di un’ipocrita danza.

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«Stagioni/Inverno». Solo, in un sublime silenzio di neve e ricordo.

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«Stagioni/Primavera». La vita fiorisce di promesse il tempo del domani che già odora d’essenze sconosciute.

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«Omero». Cieco e senza nome, cantar gesta di tempi intorno. Ascoltando salire dentro il silenzio del tuo karma moderno.

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«Lo spirito e la legge». Essere una vocazione coerente, prima di diventare una rappresentazione della necessità.  

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«Poeti a comando». La messa in scena di un se stesso d’occasione. Come se la vita vera già non fosse canzone.  

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«Soli». I cinici hanno una riserva di ragionevoli ragioni per uccidere i sogni. I sognatori, solo se stessi per sostenerli.

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«Potere». Non c’è salvezza per i virtuosi per scelta, gli innocenti. Erode, il potere, li teme ed è un archetipo eterno.

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«Memoria». L’eco dei giorni mette al riparo dalla menzogna e dai servi, nei giorni indifesi dell’ineluttabile impotenza

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«Tace». L’indifferenza è la sola forma di ipocrita rispetto che viene spesso riservata ad una scomoda verità

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«Per sempre». Morire ai margini e nel silenzio. L’eletto destino dei liberi, dei giusti, dei miti, degli umili per vocazione.

14 Novembre 2014.
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«Lirica feriale». Vita in nulla memorabile. Solo un umile silenzio, che detta con passione affetti e sogni dentro.

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«Il troppo». [A]. Nulla di più penosamente feroce, in una vita, dello spaesamento consapevolmente esperito.

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«Il troppo». [B]. L’essere in esilio dal conformismo dei tempi. L’essere lontani dalla norma per eccesso di virtù.  

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«Il troppo». [C]. L’essere in anticipo sull’avvento dei tempi… e viverne in ritardo il compimento.  

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«Il troppo». [D]. Quella squisita forma d’impotenza che è la solitudine dei profeti, trova conforto in un Dio sconosciuto ai più.

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«Armonie». La contemporanietà cronologica è una illusione strumentale. La coscienza è il prisma armonico della Storia.

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«Appartenenze». Mini arche tribali nel naufragio della contemporaneità. L’etica vincente dell’autoreferenzialità.

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Le ancelle del canone digitale [ontologicamente inesistente] celano spesso una deriva intenzionale nel business model.

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«SN». TL Rette parallele che si incontrano all’infinito… [forse...].

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«Infanzie prossime e remote». Il sogno del poeta è l’eternità dell’innocenza. Non un’adultità infantile.

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«Stone and bit».Lo sciamano graffiva il Silenzio con la nuda selce. Così il poeta, con la sua lieve traccia di luce scolpita.

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«Canone Occidentale». Per lungo tempo di memorabile vi fu solo il silenzio.

15 Novembre 2014.
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«ɑ». Nella terra di nessuno della profezia, costruire diritti condivisi e rinunciare a privilegi singolari è vocazione da apatridi.

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«Riletture profonde». Nel grembo del tempo, la memoria attesta il senso, non ferma il vento del futuro.

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«Confido». Chi spera e crede non è mai solo. Almeno un Dio gli è sempre compagno ed amante nell’esilio.

Prose basiche. 4.

Prose basiche. 4.

28 Settembre 2014.

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«Battesimo». Impasto la mite sapienza del cuore. Con l’acqua sorgiva dell’ora feriale. Il pane innocente in frumento che dura.

2 Ottobre 2014.

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«Tentazione.». Quando il cuore mi stringe la mano nel gesto chiuso dall’impulso dell’ego, non essere piccolo dentro, ti prego.

3 Ottobre 2014.

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«Rivelazione». Nell’incantesimo della parola, la cosa si rivela.

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«Relazione». Nella pienezza sublime dell’ascolto, il messaggio rende il Silenzio e la comunicazione è comunione.

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«Vocazione». Nella densità evocativa della parola, la cosa splende in sé e di sé.

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«Rituale». Nella parola il desiderio della cosa si spegne o arde del silenzio che anima in origine il segno.

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«Volto». Amo la ruga che nel silenzio estremo dice l’eternità del Tempo. Amo il suo segno lento che dolce sale dentro.

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«Prego». Totem senz’anima, le cose, in bulimie di mondi infranti nella consumazione. In morti nell’istante senza fine.

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«Deriva». L’arte moderna, il selfie di Narciso specchiando l’io nell’ombelico osteso.

4 Ottobre 2014.

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«Tempo.» Lo sviluppo del tempo lineare attinge una nozione. L’eternità esprime uno stato di coscienza. Sono insieme, nella parola del canto.

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«Secolo.» La flessione secolare della Modernità indulge al tempo lineare. La coscienza è un incantesimo a margine.

5 Ottobre 2014.

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«Sincope interiore.» L’empatia, una sincope interiore sul sentiero della funzionalità razionale.

6 Ottobre 2014.

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«Parole mute». Cadono come sassi lanciati lontano in uno stagno senza rumore. Mute e distratte da un silenzio interiore.

7 Ottobre 2014.

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«Quotidiana.» L’epica danza feriale di un fiore di malinconia che canta nell’assenza.

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«Credere». Arde nel cuore di un’infinita solitudine l’ancestrale desiderio di varcare la soglia del Mistero.

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«Potere». L’esiguo scarto di un’ipotesi che atterra l’anima e mette l’ego senza ali in volo. “Umano, troppo umano…”.

19 Ottobre 2014.

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«Copia». I famosi si citano, gli sconosciuti si plagiano. Mantra nell’epoca dell’infinita riproducibilità.

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«Solitudine». Non si esce dalla solitudine tentando il dialogo con parole ipocrite.

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«Copia&Plagio». Ode festiva, ma non festosa, ai traduttor dei traduttor dell’altrui pensiero…

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«Anthropos». Trema nell’orma del silenzio l’infinito arcano dell’eterno e del tempo. Stella minuscola in fronte al vento.

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«Ipocrisia dei silenzi». L’ultima blanda resistenza fra tribali elenchi e scampoli di solipsistici infingimenti.

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«Imago, [ergo sum?]». Il dio dell’apparenza ha condannato i fatti, la verità, l’essenza.

21 Ottobre 2014.

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«Indifesa Innocenza». Varcare ventre a terra di se stessi il confine. Andare oltre sentimenti sepolti come mine.

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«Essere e Tempo». Sventola lieve la coscienza sulla collina del Tempo. Vessillo teso dell’essere veri dentro.

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«Contemplare». Con sguardo immobile, nel cavo di Luce accesa dell’io. Come se l’abitasse un Dio.

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«Altri verranno». Sarai in un Altrove, abitato dal Dio silente che qui ti pose, nell’Innocente rada senza tempo.

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«Soglia». Amo quell’invisibile confine interiore, il sottilissimo istante, in cui tutto accade e non so mai cosa e come.

22 Ottobre 2014.

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«Standard». L’eterna umana danza fra norma e Senso.

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«Profeti&Replicanti». Fra falsi profeti e ignobili replicanti, il giorno dopo sono tutti sapienti e santi.

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«Divino». Lasciami mio Dio sognare un puro amore senza norma, senza destino. Lo stesso che mi ha dato, il Tuo divino.

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«Santità». Tienimi dentro il Tuo divino vento, primo istante, e spargi intorno fiori, l’aroma intenso degli amanti.

23 Ottobre 2014.

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«Fast and Flou». #FF Isole di solitudine flottanti. Tribù di flussi appartenenti. Un rituale stanco, lungo il fiume del silenzio.

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«Istante». Scocca del tempo la freccia amante. Ingiunge l’ora, coglie l’istante. L’Eternità sublime dell’uomo orante.

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«Sogno». Dormo nella traccia silente del tuo canto, sogno. Sento il mormorare lento della vita dentro. E l’innocenza, ali nel vento.

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«Incontro».Ti attendo, nel fiume di un silenzio senza tempo. Alla tua foce muta in grembo. Nella speranza e dentro il senso.

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«Tu sei».Ti sento, cantare nudo lo sgomento. Qui, nella deriva senza scampo del mio tempo. Eppure, ancora un cenno attendo.

 

Prose basiche. 3.

Prose basiche. 3.

25 Settembre 2014.

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«Fondamenta». Il lampo di un istante accende la distanza. Il tempo brucia al fuoco dell’assenza. L’infondatezza arde la vita tutta.

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«Contraddizioni». Poeti punto com. Anime allo specchio.

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«Speranza». La perla nascosta tra le non dette. Nel silenzio, urlata tra parole sfatte. L’utopia giace e non vista sogna.

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«Amicizia rara». Così vicini, ad un solo click dalla confidenza e dal dono del silenzio. Così lontani, rattrappiti, dentro.

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«Zibaldoncino digitale.». Solitudine infinita. Nello spleen affollato di interazioni e povero di relazioni. Parce Domine.

 

26 Settembre 2014.

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«Fiori smemorati». I fiori di un oblio insipiente sbocciano presto e a mazzi nel parco brado della banalità contemporanea.

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«Rendite». L’arte del copia incolla con destrezza e dell’emulazione dissimulata lucra indistinta in rendite di posizione.

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«Cambiare dentro». Il mainstream lillipuziano delle tribù digitali.

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«Mezzi e messaggi». La natura dei mezzi non è taumaturga dell’anima dei messaggeri.

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«Creativi». Ridere? Sorridere? Forse piangere… Lo spietato cinismo di intellettuali a piede libero.

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«Selezione». Un silenzio senza apparenti intenzioni. Dissimulazione ipnotica.

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«Intoccabili». Dalla turris eburnea ai domatori piccoli e grandi di suk mediatici, poco è mutato.

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«Festival [s?]». All’infinita pletora dei festival, forse ne manca uno dedicato ai luoghi comuni. [O forse no…].

Prose basiche. 2.

Prose basiche. 2.

22 Settembre 2014.

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«Feriale». La dolorosa selce traccia il solco vivo. Dentro. Così, in eterno. La gioia del tuo sguardo amante e poi il silenzio.

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«Coerenza.» La sacralità dell’arte [Certo] Il valore iniziatico del canto [Certo] Il primo segno? Il costo dell’abbonamento!

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«Etica ed etichetta.» La traccia coerente di noi esiste e resiste nella vita e nell’opera, intatta e silente. L’etichetta cancella.

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«Breviario feriale.» Tra cinismo e terrore, tenere le fila di un mistico amore. Cantare. Ogni minimo gesto sentire.

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«Tu». Tu non sai nulla dell’intenso dolore che giace e freme nel silenzio del mondo e vai nella nuda notte del tuo cinico assolo.

23 Settembre 2014.

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«Tarde profezie». L’elzeviro dei retori è un tardo e fulminante a posteriori. Rivolto alla precoce profezia intuitiva dei persuasi.

 

Prose basiche. 1.

Prose basiche. 1.

20 Settembre 2014.

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“Regesto digitale”. La citazione avvince. Intorno, la tribù, ipse dixit, in estasi si stringe.

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“Solitudine”. Lontano, sull’orizzonte del proprio tempo. Nel silenzio. Pòstero di sé.

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“Coerenza”. L’idea trema nella parola in atto. L’estremo mistero avvince il corpo e il senso. Coscienza chiara del tempo.

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“Canti del tramonto”. Stessa stella ribelle. L’anacoreta, il poeta, il mistico. Sola resiste al canto la notte interiore.

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“Minuetto dei narcisi.” Frali legami. Murati vivi nella torre. Fessure, per taciti servili respiri. Solo ai sodali, dedicati sorrisi.

21 Settembre 2014.

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«Urbe». L’anonimo sedeva al margine. Fiore d’asfalto. Nella fessura dura del silenzio. Stava muto, dentro. Fu moderno.

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“Ribelle”. Sopra, solo un nudo canto di stelle. Dentro, tracce d’un sogno infranto. Nella mano, la sua. Solo e dolce vanto.

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“Mite”. L’accento ferito. La parola terrore andò deserta, sempre. Resistere, voce del verbo lottare coniugato al presente.

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“Identità”. Tautologia di un cammino. Origine e fine del solo destino. Teneramente adagiato in un grembo divino.

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“Ipocrisia”. La nuda distanza di una falsa presenza. Colma di un silenzio teso. La verità nella sua resa.

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“Amicizia”. Teneramente reso alla tua vita. Nella fiducia. Saper che nulla in te di me si spreca.

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“Poeti”. Non fummo noi gli autori del tuo canto. Solo i custodi vivi. La teca aperta di una parola in eterno accolta.

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“Tempus fugit”. Nell’istante, tutto il potere del tuo tempo [Memento...]. Quindi, sarai per sempre polvere nel vento.

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“Orazione laica”. La cella del monaco, nel cuore moderno. La sua parola batte il rintocco al senza tempo.

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“Teofania”. L’amante è solo al colmo dell’abisso, in volo. La Luce fende il suo silenzio. Tutto di lui è teso al vero.

 

Ermetismo mondano.

Ermetismo mondano.

Ora l’ermetismo si inerpica tra le pietre claustrali di una solitudine mondana. Tutto è detto. Tutto è dato. Solo il mistero (laico) è in agguato nei silenzi areligiosi di monaci dallo statuto interiore piegato nella promiscuità con le cose.

L’elevazione, spirituale, e l’astrazione, laica, sono divenuti sentieri impervi ed impraticabili nella modernità.

La solitudine è affollata dall’eco e dal riverbero di infinite disponibilità sedicenti inclusive. Spesso, solo  iniquamente onnivore. Affamate di segni e di anime.

Il sentiero etico viene percorso da figure ieratiche avulse dal principio di realtà o da obsolescenze claudicanti che agitano lo spettro di un moralismo di maniera o esercitano la sublime retorica dell’ipocrisia, della doppiezza, dell’ambiguità eretta a sistema.

Le pause di tempo sono espedienti dilatori. La coscienza fumigante di oltraggi non è all’altezza degli scarti temporali, che chiedono un sintagma interiore vivo, e si illude di avere abolito gli spazi.

La verità si brucia o meglio si consuma in attimi di evidenza. Il futuro è già qui per definizione, il passato è un inutile orpello. Ha già dato. La memoria innerva e rianima esercizi volonterosi di ricordo e spesso anche esibizioni scandalosamente infondate nel sé che si erge a testimone del rimpianto in un qui ed ora della storia che urla la contraddizione palese e patente.

Gli eroi, se ve ne sono, i profeti, i testimoni, vengono assunti quali efficaci esemplari d’antan. La retorica del bel tempo andato è lo strumento più raffinato di pallidi esegeti, afflitti da bulimia comunicativa.

I naufraghi della modernità cercano sempre nuovi approdi. Prossimi o remoti. Non importa. La terra sicura ed asciutta di un altrove storico degno del passato rimane però una promessa insoddisfatta. Vivere con pienezza ha ceduto il passo ad una sopravvivenza svuotata di tutto. La koiné dei tempi non perdona. Gli scampoli di coraggio e le nicchie estreme in cui l’etica sopravvive a se stessa in una declinazione all’altezza del sublime che fu, sono viatico per sicure derive. Verso quali approdi epocali non è dato qui ed ora sapere.

I due paradigmi sfacciatamente vincenti, dichiaratamente e conclamatamente con compiacente plauso da masse cosmiche fino all’altro ieri, si sono date alla macchia. Velocità e finanza, ampiamente sostenute dalla droga ancillare di una tecnologia estemporanea, onnipervasiva e spesso decorativa nella sua vocazione istantanea, hanno finto il passo indietro. Si sono opportunamente defilate per cedere il passo alla narrazione di una plastica evidenza: la dittatura della finanza e del mercato non ha fatto prigionieri. E continua a non farne. Agendo nel buio ed al coperto di tanta retorica salvifica, diversamente da quanto accadeva prima nel bel mezzo di una marcia trionfale durata qualche decennio. Almeno a partire dalla meta degli anni Ottanta del secolo scorso.

Il muro ed il silenzio.

La fessura e la comunione.

Affascinati e al tempo stesso angosciati dalla pagina bianca. Un mito e uno stigma. Disabitati da noi stessi. Affranti dal deserto interiore. Incapaci ed impotenti a tracciare un orizzonte che tenga la prova acuta del destino. Infrante tutte le tracce che conducevano all’origine. Nel grembo in cui la speranza nasce ed in essa il domani.

Schiavi. Soggetti al dominio imperscrutabile delle cose, la cui essenza ontologica ci è sfuggita di mano. Dominati dalla necessità della funzione. Sedotti dalla viralità ineluttabile dell’apparenza. Corrotti dal demone dell’appartenenza. La solitudine è un karma che chiede statuti identitari riconoscibili. Prima di tutto da se stessi ed in se stessi.

Solo un Dio, uno qualsiasi, anche il Senza Nome, ci salverà.

Siamo soli, affacciati sull’abisso di Luce del nostro cammino. Soli, incapaci della muta preghiera che abita ogni istante del tempo ogni spazio del mondo, un afflato fraterno, amico e divino.

Siamo attratti dal Silenzio, di cui temiamo spesso l’imperscrutabile fondamento. Anche nella sua essenza ristoratrice di assenza del rumore.

Trascorriamo gran parte del nostro tempo a produrre frastuono, nella forma che indica una responsabilità singolare ed in quella rilevante di un’attività plurale.

Un rumore di fondo dentro il quale scagliamo un brusio d’infinite parole, spesso orfane di profondo ascolto. Lanciate nel vuoto pneumatico di un’assenza che è la cifra interiore di un’altra esistenza. Aggrappati come naufraghi nel mare tempestoso del nessun ascolto. La siepe leopardiana era una carezza tra il Sé e l’Infinito se correlata al muro di incomunicabilità che si erge tra l’Io ed il Mondo nella società della comunicazione di massa, dell’infinita replica dei messaggi e della smisurata quantità dei mezzi.

Lo sferragliare continuo di una civiltà in moto perpetuo, che ha fatto del movimento e della velocità due caratteri primari e vincenti nel qui ed ora della storia, minaccia il baricentro dell’attesa contemplante. Il nomadismo è (anche) uno statuto eccellente dell’antropologia meditativa, non (solo) una qualità dei corpi in movimento.

Ci salverà il Silenzio dei monaci. Un catalizzatore di comunione. Un mediatore essenziale fra le necessità interiori dell’uomo e le finalità esteriori che sembrano dominare il suo presente storico.

Una dimensione contemplativa che non è assenza di rumore o di parola, ma pienezza di un’anima incantata, muta ed orante davanti al mondo.

Mentre la ruminazione dell’infinito e dell’eterno nell’anima e nel pensiero costruisce un altro, il nuovo sentiero.

Lì, muovono dall’origine e verso il proprio destino i miei passi di uomo e di poeta. So dove condurranno ed è la sola certezza che ho. Non giungerò da solo perché nessuna creatura è mai sola. Perché nessuno si incammina da solo. Perché nessuno si salva da solo. E la prima nota amica che risuona nell’anima in ascolto è la voce di Dio. Sua la prima mano che guida. Sua la Parola che anima il canto. Sua, sempre anche quando la paratia stagna dell’incredulità scese convincendomi che Egli fosse un’Assenza.

Tu puoi lasciare solo il Tuo Dio, ma Egli non ti lascerà mai.

Quanti altri fratelli si agitano dietro lo schermo muto del Silenzio?

Quanti pensieri che non so di fraterna comunione sostengono l’arduo cammino della mia solitudine apparente?

La pena derisoria del Nulla abita per brevi istanti le tue corde interiori, uomo.

Il tuo sogno di armonia dentro e fuori i mondi che abiti o che non conosci non ti abbandona mai.

E’ il sale della terra, la musica del vento. Anche quando tutto intorno è solitudine e silenzio.

 

 

 

 

Evo.

Evo

Rendimi ancora la nuda parola. Dimmi, infinito silenzio, la nota più sola. La sorella dell’ora incantata che tace e che vola. Rendi tutte le cose più belle che  ai confini del tempo ho sognato, più vicino alle stelle.  Sai, quando il primo mattino d’inverno, camminavo sognando il presente e cantando l’eterno. Ero, dentro il muto confine, una traccia del dono sublime. Mi chiamasti dondolando fiorita quasi in cima allo stelo. I colori dell’infanzia dorata sospesi dietro la tua quieta bellezza, il tuo velo. Dimmi, fosti tu l’innocenza che smarrita ora tenta la redenta pazienza? Dentro l’orma silente di tutti i miei passi, ora vedo i ricordi sbocciare e li sento un po’ scossi. Forse è stata la storia che ha piegato nell’imo del giorno la mia lenta memoria? Forse è stato un fratello cui negasti la gioia del suo giorno più bello?

Ti levasti nell’alba nel profumo dei tempi. La fragranza di cose smarrite mi posasti, davanti. Lenta e dolce mi staccasti dal seno dell’origine strana. Come fanno le madri, con le mani più ferme nella grazia sovrana. Sospingesti i miei passi dentro il nuovo cammino. Fosti il bimbo che ero nell’ignoto destino. Quanto costa alla vita il mio canto, quanto vale, o parola, la sua nuda passione?

Sì, o poeti, dolce stigma del nulla infinito. Testimoni silenti del rischio patito. La salita alla soglia dell’estremo mistero dove danza ai confini solo l’orma del vero.

Dimmi, quanti secoli dura la sua gioia più pura?

Dimmi, sai tu forse dove ancora risuona la parola sovrana?

Io, che porto nel grembo il mio canto mendico, chiedo a Te o mio invitto Signore: sai quale terra conforta il disperso mio ardore?

Tu che posi la luce e la pace nel cuore dormiente di ogni tua creatura, mi sai dire dove, in quale radura, si è smarrita l’arcana sostanza, la parola, la vera, la mia sola speranza?

Non rispondi, lo so, sotto il cielo d’inverno di questo estremo mio tempo. Io non temo il mio ultimo inferno.

La Storia che ho amata era al colmo di grazia e di boria. Ho cercato di tenere nella libera mano senza stringere il pugno la promessa soltanto di un domani senza volto né tempo. Ho cercato come un monaco strano, senza credo né velo, la dimora più chiara dell’ardito Silenzio. Ho cercato nell’abisso di Luce il segreto al mio tempo.

Vedo polvere qui ai miei piedi caduta.

Forse il sangue di te, mia parola ferita?

Forse il pegno, la mia dura condanna…

Io lo so. Già lo sento che tu intoni nell’alba a me ignota di un ignoto destino il mirabile canto del tuo nuovo Osanna.

Me ne vado, con passo leggero.

Cerco il varco. Il pertugio. Il sentiero.

La tua nota confitta nel cuore mi sostiene e risuona luce azzurra di senso che si accende come un faro lontano, al naufragio scampata nell’Europa che ho vista morire. Alla soglia di un evo nascituro e remoto nella piccola mano. 

Esili

Brucia sulla pelle l’urticante cinismo dell’ipocrisia normata dall’opportunismo. Della normalità apparente, che condanna l’eccesso ribelle dei giusti. La “banalità del male”, ha spesso il volto perbene di chi sfrutta la norma per mascherare l’abuso con una sapiente regia dei legulei. Priva del preciso riscontro interiore dei testimoni.

(L’esilio continua. E’ continuo, nella vita di un poeta).