Estrema Luce. [Fiat Lux].

Estrema Luce. [Fiat Lux].

Dal margine del mondo. Dall’ultima, l’estrema, la resistente frontiera del Cosmo. L’impertinente Ignoto che si mostra alla dolce tempra del mistico prossimo al Mistero.

Dall’infanzia innocente del bimbo che fu, in tempi lontani.

Dall’alba adolescente dell’uomo che avrebbe voluto diventare e che mai fu.

Dall’imo di sé, nella solitudine e nel silenzio dei tempi vinti che visse, a tutto dispersi.

Dal vile rintocco della fuga quando il suo dono divenne domanda, dopo i giorni dell’incontro e dell’impegno generosi di sé.

Dalle mediocri identità dei rotti a tutto, maestri felici del piccolo quotidiano inganno.

Dal trono dell’ego impietrito dall’uomo smarrito a se stesso.

Dai giorni feriti abitati dalla menzogna.

Dalla lunga deriva della riconoscenza smarrita.

Dalla solitudine interiore degli sconfitti senza colpa.

Dalla vetta solenne e sublime degli amanti che credettero al mistico mistero dell’incontro perpetuo.

Dall’ordalia che scosse con diuturna applicazione la ferialità incolpevole degli ultimi indifesi a tutto e ignari della prova e del duello.

Dalla giustizia sfatta che lesse un giorno e per sempre sul volto bellissimo degli umili.

Dalla voce inesausta che sussurra nei tempi la storia.

Dal canto senza voce dei reietti.

Dai volti soffocati dal pianto nell’ingiusta sanzione di una vita inadatta a tutto.

Da tutto il dolente oblio del mondo, dall’indefessa solitudine, dall’irredento Silenzio,

io, tuo diletto nessuno, ti prego,

Dio dal volto ignoto e sconosciuto nei miei tempi deserti di Senso.

Io, tuo smarrito nessuno, ti chiedo

vieni o Senza nome.

Vieni, o Dio di un credo senza appartenenza e senza umani confini, con la gioia intatta del Tuo eterno dono, vieni, ancora una volta.

Vieni con la Tua Luce dell’origine e incontra, Ti prego, il cuore duro mio e dei fratelli dormiente.

Vieni, per aprirmi di nuovo e per sempre al canto della Vita sorella.

Vieni, ed intonami dentro l’inno che accoglie ogni forma diversa da me, quel Tuo dono, così caro e affidato, della vita e del mondo.

Dalla ruga di cinismo dolente che ha segnato la mia vita e i miei tempi, che disegna sui volti la tela sconfitta delle amare feriali bestemmie nel diniego d’Amore, vieni, Ti chiedo, e risveglia nella grotta interiore, senza forma e destino, sconosciuta al Potere, la precisa coscienza singolare di Luce. Traccia ancora, Ti prego, nel silenzio sconfitto di me, la scintilla Tua eletta, che, mentre nasce, piega il Secolo al divino sapere che solo redime l’umano. Togli insegne ed orpelli: lascia che sola risplenda la grazia della mia nuda Vita. Rendi bella per un’ultima volta la Tua storia risorta, da ribelle e ferita.

Tu che nasci soltanto in silenzio nel margine estremo del mondo, nel profondo del cuore dell’Uomo più vero. Vieni. Io Ti attendo così, nella piega scomposta dei tempi, in ginocchio sulla riva sfiorita dei giorni.

 

 

Distinguere.

Distinguere.

I ricordi tengono al caldo la vita, nella tempesta fredda del presente. L’anima claudicante, ferita a morte ma non vinta, riposa nel tepore dolce della memoria. Le storie personali hanno nicchie, vaste concrezioni di terre amate e delicate, sconosciute ai più e spesso ignote anche ai prossimi più prossimi. Il coraggio di amare, quella passione folle che non conosce l’esile titubanza degli opportunisti, apre come una lama la dignitosa fessura dei distinguo. Distinguere è un atto d’amore che si deve prima di tutto alla Sorgente e poi in ogni istante della ferialità a se stessi. La pratica coerente della distinzione è secondo alcuni solo una deriva aristocratica e decorativa. La sincerità ruspante degli omologanti di professione sprezza la delicatezza delle visioni profonde. Non c’è scampo per chi non vive con le mani in pasta la brevità degli istanti, la scorciatoia funzionale. L’ottusità dei bari compensa la splendida intelligenza di chi fa Luce davanti. L’inciampo della menzogna tenta di trascinare al fango anche l’elezione degli umili servi del vero, almeno in se stessi. Perciò la distinzione è il primo passo verso la forma piena del rispetto.

Gli scherani agitano l’acqua già torbida dei profili confusi. Erigono quindi confini di cartapesta, muri di cartongesso, persino, ad uso e consumo degli adepti dell’ultima ora. Il seguito si misura con l’ampiezza dei “mi piace” ma dura meno dello spazio di un mattino, non avendo fondamenti interiori. Fondamenta di senso. Confondere la lingua, l’Atto originario e sacro della fondazione della diversità e dunque dei distinguo, è diventato oggi un esercizio secolare da dilettanti, quando i megafoni dell’iterazione assertiva urlano ossessivamente il proprio mantra. La piazza, analogica o digitale, reale o virtuale, vive di rendita sulle vestigia della sintassi broadcasting che ha colonizzato i tempi, dando a ciascuno l’illusione che il singolare possa ergersi nell’istante stesso del suono pronunciato a torre di Babele. L’esercizio di convergere dai diversi punti della terra interiore alla Terra promessa della comunione è una fatica ignota agli imbonitori del like. Il Fiat lux dei divini dilettanti.

Gli eroi sconfitti li tiene al caldo il Dio del Silenzio, in un grembo senza tempo in cui il volto è giovane per sempre.

E’ lì che sbocciano i fiori silenti dei ricordi. Ai margini. Sui cigli di strade neglette e distratte. Sugli argini dove placida scorre la pace muta del tempo andato. Lì, rannicchiati nell’ombra indifesa dell’innocenza che li ha partoriti, i fiori fragili dell’alba rendono bello l’incantesimo del domani che nasce. Pochi li scorgono. L’attenzione non è mai stata una virtù e la grana grossa di certi sguardi contemporanei setaccia il paesaggio con indolente tensione sempre viva al profitto. L’ombelico dell’interesse personale è l’unico orizzonte noto. Se più oltre vi siano oasi di Bellezza ignota non importa.

Il Dio di sempre chiamerà per l’ultima volta anche quei suoi figli che caracollano a pancia piena, vinti dal peso ormai insopportabile delle stanchezze effimere che li hanno saturati. L’oboe del richiamo risuonerà nell’enfasi stordita dell’indistinto. Allora, forse e di nuovo, come all’origine i cromosomi identitari si raduneranno inconsapevoli intorno al nome, per dare un volto al poco scampato all’orgia omologante. L’ansia reticolare di creature divenute ameboidi e senza centro verrà redenta dalla pietas che chiama. Il sonno del cuore ha generato mostri, in grado di percepire unicamente rumori e nessun suono. La relazione funzionale non ha bisogno dei sottili distinguo per sbocciare, per nascere, per crescere. Il suo braccio meccanico, pur se declinato nella forma digitale, è necessario e sufficiente per comporre qualunque distanza. Tranne quella, ad essa sconosciuta, fra Terra e Cielo, affidata unicamente ad una divina ed innocente religazione.

I ricordi scendono lenti nella profondità dei tempi. La nostalgia serra in una morsa la narrazione eletta. I fatti si stagliano dentro inusuali azzurrità. Rari. Invincibili dall’usura del tempo. Quasi perfetti. Frammenti. Lacerti. Mozziconi di parole. Il monito di un padre. La cura accogliente di una madre. La fraterna e complice stretta di un attimo giocoso. Dio ride in silenzio oltre la cortina fumogena degli infiniti scatti. Tutto è documentato e nulla rimane. La pietas si traccia sul rigo sublime e il diapason che intona la comunione è uno strumento accordato con sapienza dimenticata.

Tu ti raccogli nella finestra spoglia dell’infanzia, nella struggente adolescenza. Nella mirabile prima età adulta. Ora sai che potresti morire, dietro l’anta che spegne l’ultimo sole del tramonto. Ricordare è un atto per spiriti nobili. La volgarità della smemoratezza affiora dovunque. Aggrappata come un ricco naufrago al book d’immagini di una vita. Distinguere chiede la profondità del cuore. L’indistinta sequela degli istanti bruciati nel qui ed ora di un surfing banale al traino dei giorni non dice più nulla agli indolenti sfogliatori del proprio dimenticabile passato. La carità del nome è un esercizio scomparso. Ci sono agende, regesti di estemporaneità avvilenti e subito svanite dall’orizzonte chiaro delle promesse. La vita ha mani rugose e nodosi appigli per cuori forti. L’indolenza degli avventizi non ne conosce la gioia. Requiem. Ora prego in silenzio e sono solo. Con tutti i volti dei cari scomparsi ben disegnati nella profondità di me. Scolpiti con la grazia michelangiolesca della sottrazione. Amen.

Tutti i morti [Nel Coro silente di tutti i Santi].

Tutti i morti [Nel Coro silente di tutti i Santi].

Se tu ancora vivi tra le righe silenti dell’Eterno. Se tu per la grazia del dono stai nel coro degli infiniti. Se tu inesausta mi attendi nel tempo murmure di una speranza senza tempo. Se tu… Tu sola sai che io cammino nella mia sempre aperta ferita, la mai redenta, fino all’istante estremo dell’incontro. Verrai, tu, con la mano lieve della preghiera che congiunge la finitudine del giorno al per sempre del Mistero, la cui soglia frequento, il cui segreto non conosco?

Portami via, nel tempo breve di un istante: negami l’incedere lento di un nuovo tormentato argomento. La risposta sei tu, oltre il velo silente che sempre ha abitato gli istanti sublimi della vita, quando l’ora innamorata del canto mi ha reso cieco a tutto il destino del corpo.

Tu sognasti l’attimo solenne degli addii, per dirmi tutto di te, i segreti riposti del giorno, le attese quiete della pace grande dentro.

Tu tenesti la mia piccola mano come una reliquia di futuro, la profezia di un tempo felice, l’avvento promesso nell’istante in cui nascevo alla forma compiuta di un disegno divino singolare. Forse solo Dio, uno qualunque, tu sai che il nome e la forma del rito possono non dire nulla dell’Assoluto, della essenza del Vero, conosceva intera la traccia incompiuta. Tu sei lì, nell’aurora e nell’ora notturna, quando il sole nasce e mentre tutto il cosmo pullula di luci lontane. Tu sei lì, come fonte di una sola, dell’unica Luce. Dici tutto e nulla del tempo passato e vissuto, sai quello che rimane e muovi il metronomo del per sempre, nell’ora innocente che ti abita. Contempli ad occhi aperti la comunione vivente, ora, ed io mi so con te. Prossimo, presto.

Tu sai che la piega dolente non si è mai schiodata dal mio presente: forse attendeva Te, la pienezza inginocchiata della preghiera muta, forse la sola vera, in un qualsiasi camposanto delle terre senza più promessa secolare alcuna. La forma del divino è bellissima sempre e la tentazione che la tiene prigioniera nel conformismo gretto mi allontana da Lei.

Solo tu sei la fessura da cui la Luce filtra e cui attinge con la devozione il mio ultimo atto di fede. Abiti il loculo minuscolo che la storia degli uomini ti ha riservato, ma la preghiera ti estende immensa sull’Orizzonte del senza tempo.

Siamo ciò che fummo: unicamente le creature libere vivono lo scarto verticale, che le conduce dall’origine cromosomica all’elezione fenotipica di un altro sé compiuto, nel qui ed ora della storia quotidiana. La santità feriale è un inno all’epica della gratuità, il solo gene vero della libertà.

Ti lascio, ora, nel tuo riposo eterno, con questo mazzo di parole che qui depongo. Sei [tutti] i miei morti. So che riposi nella quiete dolcissima di [tutti] i Santi. Da lì mi vegli. Mi incoraggi. Mi sostieni: sai che sono ancora e solo la fragile creatura nella teca del corpo. Un’esile promessa di quello che tu già sei, la santità dell’anima compiuta, in cammino, ora, nel pellegrinaggio eterno ed infinito. Guardarti è struggente, un’ultima volta. Vedere ancora il tuo sguardo così felice, come quando lo fosti, in un tempo innocente e lontano, l’eterna infanzia del cosmo. Tu, l’innocenza, la vocazione, l’esilio. Tu che sei stata, che sei e che sempre sarai l’inizio e la fine di un infinito Silenzio. L’orma di te rimane per sempre. Per sempre rimane. Sublimata, la forma di te che fosti minuscolo accento nei tempi, dalla Luce del Tempo.

 

 

Da Leopardi a Santiago. [Il Silenzio d’Europa].


Da Leopardi a Santiago. [Il Silenzio d’Europa].

L’epica, uno stato di coscienza inconsapevole e sconosciuto. La storia che vive al margine e da lontano non ignora il filo teso che congiunge i punti estremi della vita. I fatti accadono secondo una scansione situazionista. I cinici, anche quelli dal profilo minuscolo che affollano la normalità feriale del nostro quotidiano, attendono il momento opportuno. Ed è lì che collocano il gesto. L’anima è un’opzione a loro sconosciuta. L’esule e l’orfano di ideali, pienamente ed in sé vissuti da persuaso, balbettano in un codice sconosciuto e futuribile della profezia. Ignota, la nuova lingua, al canto secolare di chi vive nella rendita di posizione ed erige muri. I primi, interiori, alla frontiera di sé, per difendere l’ego da pericolose relazioni con l’alterità. Tutto procede per accumulo. La sintesi è un magazzino di umane memorie sempre più sature ed inutilizzabili, prive delle tracce che segnano la via, i distinguo. L’attimo scaccia l’attimo. La frazione è il metronomo interiore della durata. Un solipsismo asettico scongiura il contagio dell’empatia. Godere l’attimo e dimenticare scampa dal principio di non contraddizione. “A” potrà essere domani “B”. L’intercambiabilità di un mondo liquido e senza fondamenti, che procede per accumulo e per osmosi relazionale, non lascia tracce. L’etica è un confine ed insieme un baluardo, statuita da un brand. L’ora vincente purchessia. Il credo è dissimulato dall’appartenenza. L’etichetta garantisce il contenuto. La scatola vuota è la migliore e la più efficace tra le promesse. Qualche sparuto eroe resiste nella profonda convinzione che la verità sia un esercizio di testimonianza che ha in se stesso il primo garante del vero. La perfettibilità dell’umano è diventata un alibi. Non più un orizzonte che tenta le anime elette. L’epica nostalgia dell’origine, che è in fondo la mirabile traccia di un Dio, anche se fosse Nessuno il suo nome, è travolta dall’urgenza desiderante. Che impone il ritmo infernale dell’avverarsi, subito, qui ed ora. Certificata e documentata, subito, presto, adesso, dalla infinita rappresentazione degli istanti. Resa, finalmente!, possibile dall’infinità dei mezzi atti alla replica. La nostalgia, quel bellissimo ed intatto lembo di noi che ci sconvolge fino alla lacrime, quando in essa e per essa affiorano un lacerto del tempo o uno scampolo esistenziale, è scacciata con protervia dalla necessità di possedere l’istante. E di annullare in esso il passato, senza essere il presente. Senza alcuna attesa del futuro. L’orizzonte finito, l’estremo godimento del nostro ultimo e più vero naufragio! Ah, l’Europa, quel sogno impossibile che ha calcinato in sé la figura arsa di un umanesimo sconfitto dalla bruttezza etica, si rifugia nei propri simulacri. Sarcofagi vuoti, devastati dall’orgia pop di un consumismo sterile che tutto ha sacrificato sull’ara del mercato.

Il monaco siede a finis terrae e scruta oltre l’orizzonte del proprio naufragio. Al margine e nel silenzio, la luce esile di un faro, che, tetragono alla solitudine, resiste e sommessamente canta. E, mentre canta, prega. E, quando prega, ama. E, nel tempo a lui generosamente donato da un Dio sconosciuto e silente, mentre ama piange, con l’anima e con il corpo. Nell’unità spirituale di Sè.

Prego in Silenzio.


Prego in Silenzio.

La preghiera colma di Luce il Silenzio. L’anima, fatta cava dalla solitudine, si protende dalla propria origine innocente fino all’estremo mormorio dell’infinito, dove l’eternità sussurra la sua nenia senza remissione. Il corpo si flette dolce dentro il grembo dei ricordi, dove giovane fioriva un tempo la speranza. La memoria, che abita ora con discrezione il destino, si dischiude nell’altro volto di sé e la comunione tra presente, passato e futuro non conosce rimpianti e non indugia nel rimorso. La ferita aperta nel profondo di sé ha germinato sogni. Nessuno ha colto i fiori sbocciati e non visti. Il Signore sì. Egli si è chinato nelle miti sere d’estate dentro l’aura luminosa dell’orante sconfitto e, come una madre, come una sorella, come un’amante, gli ha carezzato furtivo e lento un lembo di vita. Sussurrando…

Gli anni tessono rughe nel cavo dove furono tempeste. L’uomo siede, identico al giovane che fu, alla mensa povera di tutto e indugia verso le mani tese che vede sorgere dall’epica dei giorni vissuti. Gli sguardi sono veri ed accesi, come un tempo. Non è il triste rituale della conta degli assenti. E’ un rito animato e vivo di vere presenze. Tutte intorno, a cingerlo in vita, come nell’abbraccio che insieme lodarono anche nei giorni feroci della lotta. L’uomo prega nella tregua senza fine di un tempo senza tempo. Nessuno più ne turba il segno. Il teatro del mondo che fu agone è una minuscola cattedrale a cielo aperto, dovunque e sempre. Il libro non serve, non serve più. Le parole vengono sole da dentro una compostezza colta che è infusa dalla sorgente.

L’uomo attende. Qualcosa o Qualcuno. Come sempre. Più di sempre. Le palpebre si chiudono lente al sonno o forse più intensamente aperte al sogno. L’ora estrema che verrà lo coglierà così. Intento come un bimbo al gioco e come un uomo adulto alla speranza. Vecchio di nessuna età. Antico, come la Verità che anima in eterno l’uomo.

Il Silenzio dei giusti.


Il Silenzio dei giusti.

In un diluvio di retoriche parole, di ipocrite rappresentazioni di sé, permane, silente e remota nel cuore dei tempi, l’indefettibile Speranza. Un accento coerente che sparge luce intorno, anche quando non vista rischiara lembi marginali ed emarginati della ferialità.

La tracotanza verbosa dei prepotenti e dei bugiardi forse vincerà la prova nel qui ed ora delle circostanze. Quelle in cui la pigrizia dei pavidi aggiusta le cose alla misura minoritaria del proprio sguardo. Solo l’autorevolezza dei miti snuda la verità dei fatti sulla scena lunga del Tempo. L’unica in cui la vita attinge e dona senso.

Il grido nichilista e secolare della contemporaneità scorre nelle vene della quotidianità. Le sorgenti interiori pure attingono altre fonti. I servi ed i conformisti provocano i giusti. La folla plaudente, chiusa in una bolla di autoreferenziale autostima, proclama sempre l’innocenza di Barabba. Giuda Iscariota è al lavoro e spesso ha il volto noto di colui che sospetti.

La mano tesa del fratello ed il suo abbraccio sono l’irresistibile sogno che ti fa compagnia sin dalla prima giovinezza. Lo sai da sempre tale, un sogno. E sai che l’utopia è un non luogo dell’anima che non ha patria né bandiera. Non possiede nulla ed abita sempre da precaria un sito incerto ed insicuro. Sei nato nudo e nomade. Ed ora che ti accingi a restituire al generoso Signore della Vita almeno il corpo che ti fu dato in dono, sai che di te resiste e solo esisterà per sempre lo Spirito. Quella faccia bella che ai tremebondi appare incomprensibile. Perché non parla il dialetto degli accenti ombelicali ed ha qualcosa di aristocratico e fiero, di sempre dolorosamente vero inaccettabile nella lingua meschina del calcolo. La misericordia sospinge l’onda della pace dentro il Silenzio. E’ lì che la giustizia degli uomini veri lavora e talvolta riposa.

Il Silenzio [Per sempre].


Il Silenzio [Per sempre].

Il Silenzio, quello tendente all’Assoluto, di cui ciò che sperimentiamo nelle pause musicali e nel bianco tra le parole e nella zona muta nascente tra le voci è solo una minuscola parte, la flessione terrena e secolare della sua visione eterna e adulta, ha la sapida bellezza della libertà.

Il Silenzio è un presagio dell’Eternità. E’ una scintilla dell’Infinito. L’indicibile, che è per il poeta l’indecidibile, ne tenta una traccia, alla soglia estenuata in cui si incontra confidente il Mistero.

Quando ti avvicini all’Inattingibile, senti crescere in te uno dei paradossi più significativi e rari, tra quelli che abitano l’umano. Taci, in ascolto del suo mormorio. Ti pieghi dentro come un giunco, per fare spazio alla sua inestinguibile ed inestimabile voce. Tutto è più chiaro. Tutto è chiaro. Il brusio ininterrotto cessa. La brezza lieve di un vento che distingue viene avanti piano nella radura dell’incontro. E’ lì che sai che cosa è vero e che cosa è falso. E’ lì che apprendi per lievi scarti di senso o nell’attimo della folgorazione chi mente, anche a se stesso. E’ lì che la traccia del bene sfugge i profili manichei di giudici vindici e spesso corrotti e quella del male si mostra, nella sua impietosa valenza di ottusa condanna.

E’ lì che l’arbitrio apparente si mostra per quello che davvero è, un sintagma di libertà che il divino ha posto in te, l’accento sublime della Libertà. Quello che ti fa responsabile, anche di te stesso, davanti a te stesso, un accento d’Eterno.

Tu hai fretta ed il Silenzio è solo un olocausto di buone intenzioni, per te che corri nella deriva della vanità e del potere.

Tu sei avido ed il Silenzio è una sequela di maschere alle quali ti affidi, istante dopo istante, in un’opportunistica e sgangherata danza che è solo una parodia dell’Umano.

Lo so. Anche la Misericordia, la Carità, la Pietà abitano il Silenzio e ne sono parte integra e pervasiva. Lo so, l’ultimo Requiem ha sulle labbra una parola sola, sussurrata, perdono. I pallidi fiori tremuli delle tue infanzie dimenticate ti lasciano un residuale surrogato dell’innocenza. E’ una cosa triste. Per questo, quando la incontri, tenti di suggerne il sangue. Cancellandola. Uccidendola. Sovrascrivendola. Ignorandola. Tentando di occuparne l’anima, il suo Silenzio. Come se la sopraffazione e l’abuso potessero avere lo stesso sapido gusto del dono. Te lo devo dire, mio carissimo fratello ostile per vocazione: sei anche ottuso. La Libertà è un dono che ti abita nel Silenzio. E’ lì che devi scoprirla. E’ lì che devi guadagnarla a te stesso. Lascia stare gli innocenti. Il loro sangue non ti farà risalire di una sola iota nella scala interiore che devi ascendere da te stesso, compiendo i feriali esercizi spirituali che hai dimenticato da tempo e forse per sempre.

 

 

 

«Ho ascoltato il Silenzio». [Primavera].


«Ho ascoltato il Silenzio». [Primavera].

Il ricatto silente ma non muto dei vivi morti dentro si affaccia alla tua soglia. Nei giorni in cui la Bellezza sembra un delirio insensato sulla minuscola soglia del tuo infinitesimo mondo, si affacciano. Nascosti in una flessione ipocrita dell’innocenza pentecostale, armati di uno stile sublime, la verità di sé in similpelle, ti tendono una mano. L’altra già impegnata a trascinarti a terra, quando saprai, secondo loro troppo tardi, che il fine dell’abbraccio non è stato mai per loro la comunione.

Devi attraversare molto silenzio ed una lunga notte interiore, devi indugiare ben più dei quaranta giorni nei deserti orfani di una profonda speranza. Non devi desiderare più nulla, essere casto come nell’infanzia eroica dei bimbi consapevoli di tutto e felici solo del fiore che sboccia, nella tenue carezza amante di chi li accudisce per sempre.

Sic transit gloria mundi. La fotografia intatta della felicità persuasa che hai vissuto, ti sorride come da una lapide dei giorni. Allora ascolti il palpito, il muto respiro che sale dal prato del tuo silenzio e ti inginocchi, al margine della vita e preghi nella solennità di un tempio senza confine ed il nome del cui Dio non ha alcuna importanza. Potrebbe chiamarsi Nessuno, mentre le trombe discrete dell’Eternità intonano in te il più puro, il più alto degli Osanna. Mentre l’Infinità si apre come un oceano di canto e si posa sulla tue palpebre, quasi a chiuderle, affinché la troppa Luce non ti accechi. E come un manto si stende fresca sulla tue ali, perché il sole non le disciolga, come già fu nel mito. Rimani a lungo così, mentre in te stesso il Tempo sussurra. Sì, siamo eterni ed infiniti, dentro il piccolo guscio di noce di un corpo che sconta il limite nella temperie dei tempi. E sente con Nostalgia l’Origine e vive con Speranza il Destino. Unito, dentro, non divaricato dall’Alfa e dall’Omega della vita intera e qualche volta miracolosamente intonsa. Illesa o risorta nelle ferite inferte dalla ingenuità del male.

Fessura di Silenzio.


Fessura di Silenzio.

Se la parola, l’arte, la religione, la scienza, la cultura, se la vita che ne è testimone e garante sono straniere, esiliate dalla sterminata potenza di un mondo in armi. Dalla sconfinata violenza del terrore che ne dissemina il mondo. Dall’ingiustizia e dall’iniquità che la menzogna ed il privilegio spandono a piene mani. Dal cinismo che irride l’innocenza e la disperde ai margini dei tempi.

Se l’uomo è straniero a se stesso, all’io profondo che sostiene il dialogo e attinge la Luce interiore.

Se il canto del poeta è una nota la cui eco giunge da un remoto universo di speranza perduta alla ferialità ed alla Storia.

Se tutto è in armi e la belluina diuturna fatica dei vincenti sopravanza di tanto e annichilisce la voce degli ultimi e dei vinti.

Tu, senti, come dolce azzurro sale dentro dal confine silenzioso l’insensato grido. La felicità del canto. Scampato al terrestre naufragio, abbracciato all’incantesimo celeste. Non può piegare a terra lo sguardo accampato nella tragedia. Il dolore ha consumato tutte le fibre del giorno. Solo questo Silenzio, che tu ascolti da una Fessura  intonsa, così intenso e profumato d’eterno, ti scampa al giogo estremo.

I parassiti esistenziali ed intellettuali sono sempre all’opera, nel tentativo di degradare l’innocenza. Gli innocenti non sono utili idioti e sono al servizio di nessuno. Gli opportunisti, gli attendisti di ogni genere e latitudine, lavorano indefessamente nel tentativo di derubricare le scelte etiche consapevoli a semplici accidenti della storia individuale e collettiva. I giusti non sono ingenui attori di un’equità inconsapevole di sé.

E tu che tremi nell’infanzia dei tempi nascenti, guardi incredulo l’orizzonte. Quante morti hai vissuto prima che il gioioso osanna ti risuonasse dentro? Quante sconfitte hai scontato perché l’alba fosse almeno un’ipotesi, oltre la tua di sempre speranza, un vivo virgulto? Sei solo. Sei nudo. Sei una parola ed un corpo, forse un nome soltanto, sulla riva del tuo tramonto. Eppure sei vivo, esile e solitario, sei, come fosti all’origine del canto, unicamente un sussurro.

«Fata Morgana. [Buon Anno]».


«Fata Morgana. [Buon Anno]».

Nel Silenzio illimite e profondo che circonda l’aura ardente di una solitudine scelta ed amata quale omaggio alla verità delle relazioni, scopri spesso che alcune di esse sono state illusioni, miraggi di Fata Morgana. Giochi, induzioni talvolta astute e perverse, finzioni e menzogne atte a lucrare per sé l’istante senza profondità e senza durata, senza destino e dunque senza senso, che sublima l’ego e ne suggella una piccola fama nel qui ed ora dell’apparenza. La legge senza scampo e senza sconti cui sono assoggettati nella contemporaneità due stati antropologici che dominano e campiscono la scena narrata del mondo, il cinismo ed il terrore. Nella tua meditazione a Cielo aperto, pecchi anche tu, tentato di non adempiere il comandamento, Amare: amare per primi, è la sua giusta coniugazione, il solo modo di amare senza calcolo e senza attesa di riscontro. Quando la Grazia si spegne, la generosità, questo minuscolo talento umano che dell’umano vive oltre che la potenzialità anche il limite, tutti i fuochi fatui delle relazioni d’occasione, funzionali e/o utilitaristiche, si spengono intorno, ed il Silenzio, quell’intensa infinità che postula orizzonti eterni, diviene una cosa muta. Ostinatamente arida di sé ed ottusa.

L’esercizio della lontananza, dell’esilio, contiene in sé un universo sapido di promesse mancate. Di pause astute che lucrano il vantaggio della prigionia, di cui l’illuso rimane ostaggio in attesa. La rena, le rive ai bordi del mare, pullulano di schiume senza vento, che si impaludano in un tempo breve, dentro gli angusti anfratti dell’ego. L’origine, non ha alcun destino.

Non indulgo mai alla contabilità, alla sintesi statistica eloquente che disegna la sinopia della vita. Dice come essa sia stata e come essa avrebbe potuto [dovuto?] essere, in proiezione futura. Sconto intuitivamente, con la sola intelligenza del cuore, le assenze e le ferite, spesso sono le stesse, le loquaci promesse e le origini mute. I senza destino sono spiaggiati. I molluschi giacciono inerti sui fondali della vanità esibita nella composta forma di uno stile perbene. La malìa di incantamenti letterari, sa esercitarsi in modo eccellente nelle forme retoriche che appagano sé e gli astanti d’occasione. Quando il sipario scende, la recita lascia lacerti d’identità, scampoli di fugace condivisione. L’umanità non appagata dall’istante, ha raccolto le sue cose in modo frugale e, come un mendicante d’amore, è già altrove. Il tempo dell’Assoluto risuona al diapason di una sinfonia mistica, spesso reietta, nei tempi dell’umano dall’umanità stessa. Betlemme è ancora e sempre una grotta ai margini del cosmo. E l’Innocenza, l’ospite inatteso, un misconosciuto cantore della Luce per la sororità e la fraternità a lui contemporanee. Vox clamantis in deserto. Il margine, che minuscolo e ardente, sostiene il centro e per sempre lo redime dall’oscurità. Lo fa risalire dall’abisso che abita, ispira e guida la sua notte interiore.

L’arte, progetto e metafora, si sfarina in rappresentazioni situazioniste. La parola orfana volteggia inerte fuori contesto. L’opportunismo di un’intuizione sfarfalla lontano dalla propria genesi originale. Separato dalla scena che lo vide nascere, brilla per un istante, come una paillette incidentalmente ed inconsapevolmente rischiarata da un taglio di luce. Splende di un chiarore riflesso. Lo stato nascente delle origini ha acceso altrove la propria fiamma. La storia duratura e profonda sorride, mentre di nuovo nasce in un fulgore arcano ed ignoto all’evidenza conclamata del presente. Che, accecata da se stessa, dall’ambizione, dal potere, non sa più ascoltare il margine e vedere la cometa silente.