Da Leopardi a Santiago. [Il Silenzio d’Europa].


Da Leopardi a Santiago. [Il Silenzio d’Europa].

L’epica, uno stato di coscienza inconsapevole e sconosciuto. La storia che vive al margine e da lontano non ignora il filo teso che congiunge i punti estremi della vita. I fatti accadono secondo una scansione situazionista. I cinici, anche quelli dal profilo minuscolo che affollano la normalità feriale del nostro quotidiano, attendono il momento opportuno. Ed è lì che collocano il gesto. L’anima è un’opzione a loro sconosciuta. L’esule e l’orfano di ideali, pienamente ed in sé vissuti da persuaso, balbettano in un codice sconosciuto e futuribile della profezia. Ignota, la nuova lingua, al canto secolare di chi vive nella rendita di posizione ed erige muri. I primi, interiori, alla frontiera di sé, per difendere l’ego da pericolose relazioni con l’alterità. Tutto procede per accumulo. La sintesi è un magazzino di umane memorie sempre più sature ed inutilizzabili, prive delle tracce che segnano la via, i distinguo. L’attimo scaccia l’attimo. La frazione è il metronomo interiore della durata. Un solipsismo asettico scongiura il contagio dell’empatia. Godere l’attimo e dimenticare scampa dal principio di non contraddizione. “A” potrà essere domani “B”. L’intercambiabilità di un mondo liquido e senza fondamenti, che procede per accumulo e per osmosi relazionale, non lascia tracce. L’etica è un confine ed insieme un baluardo, statuita da un brand. L’ora vincente purchessia. Il credo è dissimulato dall’appartenenza. L’etichetta garantisce il contenuto. La scatola vuota è la migliore e la più efficace tra le promesse. Qualche sparuto eroe resiste nella profonda convinzione che la verità sia un esercizio di testimonianza che ha in se stesso il primo garante del vero. La perfettibilità dell’umano è diventata un alibi. Non più un orizzonte che tenta le anime elette. L’epica nostalgia dell’origine, che è in fondo la mirabile traccia di un Dio, anche se fosse Nessuno il suo nome, è travolta dall’urgenza desiderante. Che impone il ritmo infernale dell’avverarsi, subito, qui ed ora. Certificata e documentata, subito, presto, adesso, dalla infinita rappresentazione degli istanti. Resa, finalmente!, possibile dall’infinità dei mezzi atti alla replica. La nostalgia, quel bellissimo ed intatto lembo di noi che ci sconvolge fino alla lacrime, quando in essa e per essa affiorano un lacerto del tempo o uno scampolo esistenziale, è scacciata con protervia dalla necessità di possedere l’istante. E di annullare in esso il passato, senza essere il presente. Senza alcuna attesa del futuro. L’orizzonte finito, l’estremo godimento del nostro ultimo e più vero naufragio! Ah, l’Europa, quel sogno impossibile che ha calcinato in sé la figura arsa di un umanesimo sconfitto dalla bruttezza etica, si rifugia nei propri simulacri. Sarcofagi vuoti, devastati dall’orgia pop di un consumismo sterile che tutto ha sacrificato sull’ara del mercato.

Il monaco siede a finis terrae e scruta oltre l’orizzonte del proprio naufragio. Al margine e nel silenzio, la luce esile di un faro, che, tetragono alla solitudine, resiste e sommessamente canta. E, mentre canta, prega. E, quando prega, ama. E, nel tempo a lui generosamente donato da un Dio sconosciuto e silente, mentre ama piange, con l’anima e con il corpo. Nell’unità spirituale di Sè.

Prego in Silenzio.


Prego in Silenzio.

La preghiera colma di Luce il Silenzio. L’anima, fatta cava dalla solitudine, si protende dalla propria origine innocente fino all’estremo mormorio dell’infinito, dove l’eternità sussurra la sua nenia senza remissione. Il corpo si flette dolce dentro il grembo dei ricordi, dove giovane fioriva un tempo la speranza. La memoria, che abita ora con discrezione il destino, si dischiude nell’altro volto di sé e la comunione tra presente, passato e futuro non conosce rimpianti e non indugia nel rimorso. La ferita aperta nel profondo di sé ha germinato sogni. Nessuno ha colto i fiori sbocciati e non visti. Il Signore sì. Egli si è chinato nelle miti sere d’estate dentro l’aura luminosa dell’orante sconfitto e, come una madre, come una sorella, come un’amante, gli ha carezzato furtivo e lento un lembo di vita. Sussurrando…

Gli anni tessono rughe nel cavo dove furono tempeste. L’uomo siede, identico al giovane che fu, alla mensa povera di tutto e indugia verso le mani tese che vede sorgere dall’epica dei giorni vissuti. Gli sguardi sono veri ed accesi, come un tempo. Non è il triste rituale della conta degli assenti. E’ un rito animato e vivo di vere presenze. Tutte intorno, a cingerlo in vita, come nell’abbraccio che insieme lodarono anche nei giorni feroci della lotta. L’uomo prega nella tregua senza fine di un tempo senza tempo. Nessuno più ne turba il segno. Il teatro del mondo che fu agone è una minuscola cattedrale a cielo aperto, dovunque e sempre. Il libro non serve, non serve più. Le parole vengono sole da dentro una compostezza colta che è infusa dalla sorgente.

L’uomo attende. Qualcosa o Qualcuno. Come sempre. Più di sempre. Le palpebre si chiudono lente al sonno o forse più intensamente aperte al sogno. L’ora estrema che verrà lo coglierà così. Intento come un bimbo al gioco e come un uomo adulto alla speranza. Vecchio di nessuna età. Antico, come la Verità che anima in eterno l’uomo.

Il Silenzio dei giusti.


Il Silenzio dei giusti.

In un diluvio di retoriche parole, di ipocrite rappresentazioni di sé, permane, silente e remota nel cuore dei tempi, l’indefettibile Speranza. Un accento coerente che sparge luce intorno, anche quando non vista rischiara lembi marginali ed emarginati della ferialità.

La tracotanza verbosa dei prepotenti e dei bugiardi forse vincerà la prova nel qui ed ora delle circostanze. Quelle in cui la pigrizia dei pavidi aggiusta le cose alla misura minoritaria del proprio sguardo. Solo l’autorevolezza dei miti snuda la verità dei fatti sulla scena lunga del Tempo. L’unica in cui la vita attinge e dona senso.

Il grido nichilista e secolare della contemporaneità scorre nelle vene della quotidianità. Le sorgenti interiori pure attingono altre fonti. I servi ed i conformisti provocano i giusti. La folla plaudente, chiusa in una bolla di autoreferenziale autostima, proclama sempre l’innocenza di Barabba. Giuda Iscariota è al lavoro e spesso ha il volto noto di colui che sospetti.

La mano tesa del fratello ed il suo abbraccio sono l’irresistibile sogno che ti fa compagnia sin dalla prima giovinezza. Lo sai da sempre tale, un sogno. E sai che l’utopia è un non luogo dell’anima che non ha patria né bandiera. Non possiede nulla ed abita sempre da precaria un sito incerto ed insicuro. Sei nato nudo e nomade. Ed ora che ti accingi a restituire al generoso Signore della Vita almeno il corpo che ti fu dato in dono, sai che di te resiste e solo esisterà per sempre lo Spirito. Quella faccia bella che ai tremebondi appare incomprensibile. Perché non parla il dialetto degli accenti ombelicali ed ha qualcosa di aristocratico e fiero, di sempre dolorosamente vero inaccettabile nella lingua meschina del calcolo. La misericordia sospinge l’onda della pace dentro il Silenzio. E’ lì che la giustizia degli uomini veri lavora e talvolta riposa.

Il Silenzio [Per sempre].


Il Silenzio [Per sempre].

Il Silenzio, quello tendente all’Assoluto, di cui ciò che sperimentiamo nelle pause musicali e nel bianco tra le parole e nella zona muta nascente tra le voci è solo una minuscola parte, la flessione terrena e secolare della sua visione eterna e adulta, ha la sapida bellezza della libertà.

Il Silenzio è un presagio dell’Eternità. E’ una scintilla dell’Infinito. L’indicibile, che è per il poeta l’indecidibile, ne tenta una traccia, alla soglia estenuata in cui si incontra confidente il Mistero.

Quando ti avvicini all’Inattingibile, senti crescere in te uno dei paradossi più significativi e rari, tra quelli che abitano l’umano. Taci, in ascolto del suo mormorio. Ti pieghi dentro come un giunco, per fare spazio alla sua inestinguibile ed inestimabile voce. Tutto è più chiaro. Tutto è chiaro. Il brusio ininterrotto cessa. La brezza lieve di un vento che distingue viene avanti piano nella radura dell’incontro. E’ lì che sai che cosa è vero e che cosa è falso. E’ lì che apprendi per lievi scarti di senso o nell’attimo della folgorazione chi mente, anche a se stesso. E’ lì che la traccia del bene sfugge i profili manichei di giudici vindici e spesso corrotti e quella del male si mostra, nella sua impietosa valenza di ottusa condanna.

E’ lì che l’arbitrio apparente si mostra per quello che davvero è, un sintagma di libertà che il divino ha posto in te, l’accento sublime della Libertà. Quello che ti fa responsabile, anche di te stesso, davanti a te stesso, un accento d’Eterno.

Tu hai fretta ed il Silenzio è solo un olocausto di buone intenzioni, per te che corri nella deriva della vanità e del potere.

Tu sei avido ed il Silenzio è una sequela di maschere alle quali ti affidi, istante dopo istante, in un’opportunistica e sgangherata danza che è solo una parodia dell’Umano.

Lo so. Anche la Misericordia, la Carità, la Pietà abitano il Silenzio e ne sono parte integra e pervasiva. Lo so, l’ultimo Requiem ha sulle labbra una parola sola, sussurrata, perdono. I pallidi fiori tremuli delle tue infanzie dimenticate ti lasciano un residuale surrogato dell’innocenza. E’ una cosa triste. Per questo, quando la incontri, tenti di suggerne il sangue. Cancellandola. Uccidendola. Sovrascrivendola. Ignorandola. Tentando di occuparne l’anima, il suo Silenzio. Come se la sopraffazione e l’abuso potessero avere lo stesso sapido gusto del dono. Te lo devo dire, mio carissimo fratello ostile per vocazione: sei anche ottuso. La Libertà è un dono che ti abita nel Silenzio. E’ lì che devi scoprirla. E’ lì che devi guadagnarla a te stesso. Lascia stare gli innocenti. Il loro sangue non ti farà risalire di una sola iota nella scala interiore che devi ascendere da te stesso, compiendo i feriali esercizi spirituali che hai dimenticato da tempo e forse per sempre.

 

 

 

«Ho ascoltato il Silenzio». [Primavera].


«Ho ascoltato il Silenzio». [Primavera].

Il ricatto silente ma non muto dei vivi morti dentro si affaccia alla tua soglia. Nei giorni in cui la Bellezza sembra un delirio insensato sulla minuscola soglia del tuo infinitesimo mondo, si affacciano. Nascosti in una flessione ipocrita dell’innocenza pentecostale, armati di uno stile sublime, la verità di sé in similpelle, ti tendono una mano. L’altra già impegnata a trascinarti a terra, quando saprai, secondo loro troppo tardi, che il fine dell’abbraccio non è stato mai per loro la comunione.

Devi attraversare molto silenzio ed una lunga notte interiore, devi indugiare ben più dei quaranta giorni nei deserti orfani di una profonda speranza. Non devi desiderare più nulla, essere casto come nell’infanzia eroica dei bimbi consapevoli di tutto e felici solo del fiore che sboccia, nella tenue carezza amante di chi li accudisce per sempre.

Sic transit gloria mundi. La fotografia intatta della felicità persuasa che hai vissuto, ti sorride come da una lapide dei giorni. Allora ascolti il palpito, il muto respiro che sale dal prato del tuo silenzio e ti inginocchi, al margine della vita e preghi nella solennità di un tempio senza confine ed il nome del cui Dio non ha alcuna importanza. Potrebbe chiamarsi Nessuno, mentre le trombe discrete dell’Eternità intonano in te il più puro, il più alto degli Osanna. Mentre l’Infinità si apre come un oceano di canto e si posa sulla tue palpebre, quasi a chiuderle, affinché la troppa Luce non ti accechi. E come un manto si stende fresca sulla tue ali, perché il sole non le disciolga, come già fu nel mito. Rimani a lungo così, mentre in te stesso il Tempo sussurra. Sì, siamo eterni ed infiniti, dentro il piccolo guscio di noce di un corpo che sconta il limite nella temperie dei tempi. E sente con Nostalgia l’Origine e vive con Speranza il Destino. Unito, dentro, non divaricato dall’Alfa e dall’Omega della vita intera e qualche volta miracolosamente intonsa. Illesa o risorta nelle ferite inferte dalla ingenuità del male.

Fessura di Silenzio.


Fessura di Silenzio.

Se la parola, l’arte, la religione, la scienza, la cultura, se la vita che ne è testimone e garante sono straniere, esiliate dalla sterminata potenza di un mondo in armi. Dalla sconfinata violenza del terrore che ne dissemina il mondo. Dall’ingiustizia e dall’iniquità che la menzogna ed il privilegio spandono a piene mani. Dal cinismo che irride l’innocenza e la disperde ai margini dei tempi.

Se l’uomo è straniero a se stesso, all’io profondo che sostiene il dialogo e attinge la Luce interiore.

Se il canto del poeta è una nota la cui eco giunge da un remoto universo di speranza perduta alla ferialità ed alla Storia.

Se tutto è in armi e la belluina diuturna fatica dei vincenti sopravanza di tanto e annichilisce la voce degli ultimi e dei vinti.

Tu, senti, come dolce azzurro sale dentro dal confine silenzioso l’insensato grido. La felicità del canto. Scampato al terrestre naufragio, abbracciato all’incantesimo celeste. Non può piegare a terra lo sguardo accampato nella tragedia. Il dolore ha consumato tutte le fibre del giorno. Solo questo Silenzio, che tu ascolti da una Fessura  intonsa, così intenso e profumato d’eterno, ti scampa al giogo estremo.

I parassiti esistenziali ed intellettuali sono sempre all’opera, nel tentativo di degradare l’innocenza. Gli innocenti non sono utili idioti e sono al servizio di nessuno. Gli opportunisti, gli attendisti di ogni genere e latitudine, lavorano indefessamente nel tentativo di derubricare le scelte etiche consapevoli a semplici accidenti della storia individuale e collettiva. I giusti non sono ingenui attori di un’equità inconsapevole di sé.

E tu che tremi nell’infanzia dei tempi nascenti, guardi incredulo l’orizzonte. Quante morti hai vissuto prima che il gioioso osanna ti risuonasse dentro? Quante sconfitte hai scontato perché l’alba fosse almeno un’ipotesi, oltre la tua di sempre speranza, un vivo virgulto? Sei solo. Sei nudo. Sei una parola ed un corpo, forse un nome soltanto, sulla riva del tuo tramonto. Eppure sei vivo, esile e solitario, sei, come fosti all’origine del canto, unicamente un sussurro.

«Fata Morgana. [Buon Anno]».


«Fata Morgana. [Buon Anno]».

Nel Silenzio illimite e profondo che circonda l’aura ardente di una solitudine scelta ed amata quale omaggio alla verità delle relazioni, scopri spesso che alcune di esse sono state illusioni, miraggi di Fata Morgana. Giochi, induzioni talvolta astute e perverse, finzioni e menzogne atte a lucrare per sé l’istante senza profondità e senza durata, senza destino e dunque senza senso, che sublima l’ego e ne suggella una piccola fama nel qui ed ora dell’apparenza. La legge senza scampo e senza sconti cui sono assoggettati nella contemporaneità due stati antropologici che dominano e campiscono la scena narrata del mondo, il cinismo ed il terrore. Nella tua meditazione a Cielo aperto, pecchi anche tu, tentato di non adempiere il comandamento, Amare: amare per primi, è la sua giusta coniugazione, il solo modo di amare senza calcolo e senza attesa di riscontro. Quando la Grazia si spegne, la generosità, questo minuscolo talento umano che dell’umano vive oltre che la potenzialità anche il limite, tutti i fuochi fatui delle relazioni d’occasione, funzionali e/o utilitaristiche, si spengono intorno, ed il Silenzio, quell’intensa infinità che postula orizzonti eterni, diviene una cosa muta. Ostinatamente arida di sé ed ottusa.

L’esercizio della lontananza, dell’esilio, contiene in sé un universo sapido di promesse mancate. Di pause astute che lucrano il vantaggio della prigionia, di cui l’illuso rimane ostaggio in attesa. La rena, le rive ai bordi del mare, pullulano di schiume senza vento, che si impaludano in un tempo breve, dentro gli angusti anfratti dell’ego. L’origine, non ha alcun destino.

Non indulgo mai alla contabilità, alla sintesi statistica eloquente che disegna la sinopia della vita. Dice come essa sia stata e come essa avrebbe potuto [dovuto?] essere, in proiezione futura. Sconto intuitivamente, con la sola intelligenza del cuore, le assenze e le ferite, spesso sono le stesse, le loquaci promesse e le origini mute. I senza destino sono spiaggiati. I molluschi giacciono inerti sui fondali della vanità esibita nella composta forma di uno stile perbene. La malìa di incantamenti letterari, sa esercitarsi in modo eccellente nelle forme retoriche che appagano sé e gli astanti d’occasione. Quando il sipario scende, la recita lascia lacerti d’identità, scampoli di fugace condivisione. L’umanità non appagata dall’istante, ha raccolto le sue cose in modo frugale e, come un mendicante d’amore, è già altrove. Il tempo dell’Assoluto risuona al diapason di una sinfonia mistica, spesso reietta, nei tempi dell’umano dall’umanità stessa. Betlemme è ancora e sempre una grotta ai margini del cosmo. E l’Innocenza, l’ospite inatteso, un misconosciuto cantore della Luce per la sororità e la fraternità a lui contemporanee. Vox clamantis in deserto. Il margine, che minuscolo e ardente, sostiene il centro e per sempre lo redime dall’oscurità. Lo fa risalire dall’abisso che abita, ispira e guida la sua notte interiore.

L’arte, progetto e metafora, si sfarina in rappresentazioni situazioniste. La parola orfana volteggia inerte fuori contesto. L’opportunismo di un’intuizione sfarfalla lontano dalla propria genesi originale. Separato dalla scena che lo vide nascere, brilla per un istante, come una paillette incidentalmente ed inconsapevolmente rischiarata da un taglio di luce. Splende di un chiarore riflesso. Lo stato nascente delle origini ha acceso altrove la propria fiamma. La storia duratura e profonda sorride, mentre di nuovo nasce in un fulgore arcano ed ignoto all’evidenza conclamata del presente. Che, accecata da se stessa, dall’ambizione, dal potere, non sa più ascoltare il margine e vedere la cometa silente.

Il silenzio di Dio. [Un'orazione laica].


Il silenzio di Dio. [un'orazione laica].

Tu mi attendevi, all’altro capo del canto. Alla parola andata in fuga nel silenzio, chiedevi un volto. Che fosse stella accesa nel muto firmamento. L’anima arresa alla folgore, al lampo della storia brillato in un nuovo sgomento. Il margine era fiorito dai ricordi. Nessuno. Nessuno più abitava la sorgente. Eri un uomo solo e vinto ai confini del tuo smarrito niente. L’invincibile armata dei bisogni, quell’indole guerriera che avevi cancellata dal millenario cromosoma del quale fosti erede, si vendicava cinica, nella tua ultima sera. Povero sì, miserabile mai.

L’incedere solenne degli sconfitti che, redenti a se stessi, per una intera vita ti avevano camminato al fianco, tendeva la mano, ora.

Sorridere, quel privilegio ardente caro agli amanti, è una grazia, quando il nulla degli eventi incalza l’uomo, dentro. La parola è andata troppo avanti, vestita soltanto della sua nuda profezia. Nel corpo della forma, sola. L’anima la guarda da lontano. L’estrema gioia ha mancato l’appuntamento. L’hybris dell’infinito godimento l’ha per sempre spenta, dentro. Ed ora che il vento caldo della smarrita profezia l’avrebbe abbracciata, scaldata ancora come un tempo, ora la lingua è per sempre smarrita dalla meditazione e nel silenzio.

La balbettante retorica dei padri, ormai proni e spenti dalla lunga frequentazione con le istanze secolari, armata fino ai denti nella guerra dei media, lanciava il suo stentoreo: “Vinceremo!”. Rispondeva un’eco lamentosa, sparsa nei frammenti di voci claudicanti, abbarbicate a se stesse, al piccolo ombelicale privilegio di esistere senza passione. Priva di persuasione.

Una luce spirituale, un’esile traccia, si accendeva al confine dell’orizzonte, come nelle pianure dell’infanzia, quando la nebbia cancellava il profilo alle cose.

Un solo tepore ardeva, ancora, nell’imo del cuore. L’uomo guardava là, fisso lo sguardo nell’oltre che sempre aveva amato. Solitario e solo, sino all’argine del ruscello. Dove il gelo già aveva fermato l’acqua. Il suo per sempre era un seme di canto sotto la neve. Nessuna follia l’avrebbe potuto estinguere. Nessuna violenza uccidere. Nessun cinismo cancellare. La vita era a dimora nel silenzio. Non vista. Ignota. L’Eterno respirava, ancora. In cammino, verso l’Infinito. A tutti aperto nel sintagma oblativo. Il poeta si inginocchiò nella notte e pianse. Chiese in un’ultima, estrema, inedita preghiera, una quiete contemplante, il Silenzio e l’Assenza al Nome e al Volto, alla vera Presenza in sé. Di cancellare, per il tempo che fosse servito, il Suo nome, il suo volto, il soffio in cui percepiva dal varco aperto, una fessura di Silenzio, l’Essere nel suo infinitesimo, ma non infimo, essere. Da se stesso il Nome, il Volto, la Presenza avvertita di Dio. Per continuare ad essere la verità dell’Essere nella sola responsabile solitudine di sé. Fedele nella fedeltà all’umano che tutto aveva scontato. Tutto perduto. Tutto pianto. L’uomo avrebbe eletto la sua piccola dimora interiore a minuscolo e ardente testimone della Luce. Nessuna chiesa più, l’organizzazione della comunità, avrebbe avuto vanto sull’organismo vivente di chi solo soffre, spera, crede, ama. Nessuna religione costituente avrebbe avuto più vanto sullo statuto interiore costituito. L’appartenenza denotata da etichette e brand cancellata dalla comunione ispirata alla condivisione sororale ed amante. Spoglio, come un albero d’inverno. Nudo, come i folli di Dio e gli anacoreti nel gelo dell’opulenta incredulità che li circonda. Solo, come i monaci contemplanti quando il fuoco interiore riduce al silenzio ogni refolo di vita, fatti tutti nella trasmutazione dei metalli, un unicum orante. Monos. Un piccolo accento, ma tenace, nella notte del cosmo. Un esilio profano, ma sacro, nell’incredulo incedere di una Storia che, tremante, non sapeva tracciare più alcun orizzonte futuro. Inchiodata a se stessa, allo sguardo involuto che lucrava il consenso e il potere terreno declinando a piacere ogni nome divino. L’assoluto qui ed ora. Per diritto d’erede di millenni di fede e di credo. Il poeta in ascolto chiese infine a se stesso pregando che l’antica sua accusa al Silenzio di Dio diventasse nelle sorde parole dell’uomo moderno il silenzio su Dio.

Vorrei darti la mano, sorella, fratello, chiunque tu sia. Porla nella tua con la confidente fiducia di un bimbo innocente che si affida totalmente, senza remissione, all’altro di cui infinitamente conosce il volto, intuisce nel profondo il senso. Di cui sa il nome. Abbandonato. E così camminare con te lungo il sentiero della vita, al margine del fiume, nella luce del sole che filtra tra gli alberi. Nell’ora immensa in cui l’origine ancora non interroga il proprio destino con l’ardita domanda, perché non siam tutti fratelli?, che incombe impellente quando la coscienza dell’uno che siamo piano piano stacca la mano dal dolce sogno, dall’estremo sonno?, e ci scioglie, ognuno incontro ad un diverso cammino, tutti dentro uno stesso orizzonte. Vorrei parlarti così in silenzio ed ancora pregarti come nell’ora incontaminata del gioco di svelarmi il tuo segreto, la curiosa evidenza del tuo nome e del tuo volto così diversi dai miei che senza alcuna malizia così fermamente e fortemente mi attraggono… Vorrei… Vorrei che questo nostro viaggio non finisse mai. Che fosse tutta e per sempre dentro noi la bellezza adamantina di questo istante puro, che non ci lascia mai. Che riposto nel cuore riposa sotto una coltre di giorni fino all’ultimo respiro quando dagli anfratti carsici del dolore ancora sboccia in forma di rosa, sbocciano insieme il tuo nome ed il tuo volto e le nostre mani fatte anziane e raccolte nelle infinite grinze che raccontano memoria di noi e si cercano, di nuovo, come un alito di vita residua. Vorrei pregarti, e con te pregare insieme, come si prega un dio. Ed allora forse il Silenzio divino si interromperebbe. Ed io revocherei la mia preghiera adulta… Vorrei, questa sera, fratello, sorella, con te, con voi che fossimo insieme, oltre il Nome, oltre il Volto, oltre il respiro silente del Mistero. Oltre Dio stesso… nei primi passi di quest’infanzia che è la vita tutta davanti all’Eterno.

Una sinfonia di giorni vissuti. [Un coro di cicisbei]. [Due]


Una sinfonia di giorni vissuti. [Un coro di cicisbei].[Due]

Si spengono ad una ad una le stelle amiche. La notte rimane, la sola compagnia. Anche la luna, calda di luce e solitaria, scompare piano e lenta alla vista. L’alba è una promessa lontana. Tu tieni il viaggio stento. Stai sulla soglia. Al limite, al confine. Sogni passi d’addio. Congedi dal qui ed ora, promesse di domani.

Quale cammino, ancora, prima dell’Aurora?

I tempi ad Occidente reclamano tutto il futuro. Soli nel margine sussurrano i poeti. I maledetti, prima. I decadenti, poi. I balbuzienti all’infinito, l’anima segnata e vinta dalle contraddizioni, ostentano vessilli di parole. Effimeri gadget di solerti comunità nella contemporaneità d’intenti. Così lontani, tutti, dalla comunione.

Quando verrà la tua stretta di mano, in un futuro che sai lontano?

Celan s’inabissa nella Senna. La sua parola apre tempi nuovi in cui resiste, lacerto di una Bellezza che fu, alta. Qualcosa… Oltre il nome e la cosa. Creatrice, ancora.

Tu caracolli sul ciglio del fiume, ubriaco di profezia. C’è sempre uno scarto fra il tuo tempo interiore ed i tempi che vivi. Lo spaesamento è una luce che affiora, nitida in te e ferma sull’orizzonte.

Quando si compirà l’amato canto nelle feriali ore?

Ti abbracciano profonde certezze sorelle. L’effimero canto delle sirene risuona lontano, alla foce del fiume. L’eletto consesso dei vinti è un amico fraterno, un seme di luce nel campo, sotto tutta la neve del tuo fremente inverno. La linea retta avuta in eredità dai tempi, l’Epoca morente, sembra frangersi in infinitesimi frammenti. Il fiume perdersi in rivoli senza destino.

Chi terrà il filo d’oro della memoria teso e vivo nella speranza, nel domani?

Il secolo stende un manto d’oblio. La realtà trova rifugio nella fiaba. Idoli di cartapesta campiscono la scena. Una invisibile resistenza mormora, come un giunco nel vento. L’impossibile ha teso un agguato all’utopia. La ferialità, l’altare di ogni sacro compimento, pare un inutile orpello. Nel teatro della menzogna. La rappresentazione annichilisce ogni forma di messaggio. Un incantesimo, la comunicazione, rende di pietra le coscienza. Una foresta inane ed inerme.

Come la storia avrebbe trovato ancora il rivo innocente?

La realtà, il sacro destino di ogni parola, atterra l’ala del poeta che, solo, s’invola.

Dove, dunque, il varco?

L’anima mormora nel silenzio contemplante.

C’è stato un giorno in cui l’alleanza trinitaria tra io, parola, mondo, sembrava essere l’eco dell’istanza divina. In cui camminare, minuscole creature, felici e definitive come solo sanno essere le ipostasi del cielo.

Come era bella quell’ora e come giovane di speranze e non più di anni risuonava nel cuore di tutti la voce!

Poi abbiamo perduto l’innocenza. Abbiamo d’improvviso saputo che ciascuno ha un proprio impotente dolore che schiaccia sulla soglia dell’ego le promesse oblative di sé.

La menzogna ha tessuto nuove sante alleanze.

Le piccole tribù degli uguali a se stessi, degli uguali fra loro, hanno costretto all’esilio di nuovo, dopo un breve soliloquio tra pari, gli umani senz’ali, il poeta.

Le parole incollate al vetro freddo del reale come promesse e delizia, appannato dal fiato di corto respiro, aggrappato il tempo, allo spettro di un sogno smarrito. A un inane silenzio.

Mentre un coro di cicisbei regge l’ombra del giorno a madama. O forse a quel che ne resta nell’occidente secolarizzato e postmoderno, rotto a tutte le rappresentazioni e a tutte le eccellenze performative, fra panel et circenses. Un retorico esercizio di ambiziose pratiche della vanità.

 

Una sinfonia di giorni vissuti. [Uno]


Una sinfonia di giorni vissuti. [Uno]

L’ora s’apriva nell’inusitata Luce del presente. Il passato, l’orma dolente del giorno, saliva, in alto, verso un cielo senza ritorno. Era l’autunno, una sinfonia di giorni vissuti, nell’imo del cuore sonante.

Tu, stavi dolce, nell’azzurro, in agguato, non visto in uno scampolo di memoria. Non avevi che parole e canto, un grembo fiorito d’istanti e di speranza.

Andavi così, incontro all’orizzonte casto, sul volto solo un sorriso mesto.

Nessuno sapeva di te. Invisibile al presente. Sconosciuto alla memoria dei compagni in cammino. Ignaro di ogni possibile futuro.

Lei stava in alto, la parola, nascosta in grembo a Dio, in una nicchia di Silenzio.

Verrà mai, chiedevi, il mio tempo?

La levità, pensavi, era forse il solo dono per gli assenti.

La Vita, quella che fu detto essere sueño, stava serrata dentro la morsa del reale.

Al suo confine rinterzato dalle prove, al calor bianco dell’errore, sapevi, si temprava il racconto, nasceva il pensiero, sgorgavano sorgive e mute le parole.

Ci sarà mai, chiedevi, nel qui ed ora della Storia un vero Altrove?

I poeti, i primi, ti tenevano per mano. Un’infanzia provata, e non più già innocente. Ungà, l’amatissimo, tesseva la sua rete fraterna di parole. Pareva che il suo strazio sul Carso fosse, ed era!, immenso, dentro la tua piccola solitudine, affacciata sui primi scorci dell’alienazione incipiente.

Verrà mai, chiedevi, la mano sorella che tutte le feroci cancella?

Stavi all’ombra ed al riparo del mondo, anche se il fiume, non più dolce nell’ansa e petroso, scomparso il verde felice dei ricordi, già ribolliva dentro. Sognavi e tremavi. Sognavi nell’ora calda dell’aurora un Dio che ti abitasse con dolce passione. Lontano dal giorno furente. Sognavi che la parola animasse la cosa, che la facesse viva, come una canzone. Che in essa fosse vero tutto. Il pensiero. Il silenzio. L’azione. Che la vita trovasse presto il suo corso, nel letto ampio della contemplazione. Che lo sguardo andasse lento verso la foce. Che un giorno sussurrasse sulle sponde più care la pace.

 

[Uno.]