Il silenzio di Dio. [Un'orazione laica].


Il silenzio di Dio. [un'orazione laica].

Tu mi attendevi, all’altro capo del canto. Alla parola andata in fuga nel silenzio, chiedevi un volto. Che fosse stella accesa nel muto firmamento. L’anima arresa alla folgore, al lampo della storia brillato in un nuovo sgomento. Il margine era fiorito dai ricordi. Nessuno. Nessuno più abitava la sorgente. Eri un uomo solo e vinto ai confini del tuo smarrito niente. L’invincibile armata dei bisogni, quell’indole guerriera che avevi cancellata dal millenario cromosoma del quale fosti erede, si vendicava cinica, nella tua ultima sera. Povero sì, miserabile mai.

L’incedere solenne degli sconfitti che, redenti a se stessi, per una intera vita ti avevano camminato al fianco, tendeva la mano, ora.

Sorridere, quel privilegio ardente caro agli amanti, è una grazia, quando il nulla degli eventi incalza l’uomo, dentro. La parola è andata troppo avanti, vestita soltanto della sua nuda profezia. Nel corpo della forma, sola. L’anima la guarda da lontano. L’estrema gioia ha mancato l’appuntamento. L’hybris dell’infinito godimento l’ha per sempre spenta, dentro. Ed ora che il vento caldo della smarrita profezia l’avrebbe abbracciata, scaldata ancora come un tempo, ora la lingua è per sempre smarrita dalla meditazione e nel silenzio.

La balbettante retorica dei padri, ormai proni e spenti dalla lunga frequentazione con le istanze secolari, armata fino ai denti nella guerra dei media, lanciava il suo stentoreo: “Vinceremo!”. Rispondeva un’eco lamentosa, sparsa nei frammenti di voci claudicanti, abbarbicate a se stesse, al piccolo ombelicale privilegio di esistere senza passione. Priva di persuasione.

Una luce spirituale, un’esile traccia, si accendeva al confine dell’orizzonte, come nelle pianure dell’infanzia, quando la nebbia cancellava il profilo alle cose.

Un solo tepore ardeva, ancora, nell’imo del cuore. L’uomo guardava là, fisso lo sguardo nell’oltre che sempre aveva amato. Solitario e solo, sino all’argine del ruscello. Dove il gelo già aveva fermato l’acqua. Il suo per sempre era un seme di canto sotto la neve. Nessuna follia l’avrebbe potuto estinguere. Nessuna violenza uccidere. Nessun cinismo cancellare. La vita era a dimora nel silenzio. Non vista. Ignota. L’Eterno respirava, ancora. In cammino, verso l’Infinito. A tutti aperto nel sintagma oblativo. Il poeta si inginocchiò nella notte e pianse. Chiese in un’ultima, estrema, inedita preghiera, una quiete contemplante, il Silenzio e l’Assenza al Nome e al Volto, alla vera Presenza in sé. Di cancellare, per il tempo che fosse servito, il Suo nome, il suo volto, il soffio in cui percepiva dal varco aperto, una fessura di Silenzio, l’Essere nel suo infinitesimo, ma non infimo, essere. Da se stesso il Nome, il Volto, la Presenza avvertita di Dio. Per continuare ad essere la verità dell’Essere nella sola responsabile solitudine di sé. Fedele nella fedeltà all’umano che tutto aveva scontato. Tutto perduto. Tutto pianto. L’uomo avrebbe eletto la sua piccola dimora interiore a minuscolo e ardente testimone della Luce. Nessuna chiesa più, l’organizzazione della comunità, avrebbe avuto vanto sull’organismo vivente di chi solo soffre, spera, crede, ama. Nessuna religione costituente avrebbe avuto più vanto sullo statuto interiore costituito. L’appartenenza denotata da etichette e brand cancellata dalla comunione ispirata alla condivisione sororale ed amante. Spoglio, come un albero d’inverno. Nudo, come i folli di Dio e gli anacoreti nel gelo dell’opulenta incredulità che li circonda. Solo, come i monaci contemplanti quando il fuoco interiore riduce al silenzio ogni refolo di vita, fatti tutti nella trasmutazione dei metalli, un unicum orante. Monos. Un piccolo accento, ma tenace, nella notte del cosmo. Un esilio profano, ma sacro, nell’incredulo incedere di una Storia che, tremante, non sapeva tracciare più alcun orizzonte futuro. Inchiodata a se stessa, allo sguardo involuto che lucrava il consenso e il potere terreno declinando a piacere ogni nome divino. L’assoluto qui ed ora. Per diritto d’erede di millenni di fede e di credo. Il poeta in ascolto chiese infine a se stesso pregando che l’antica sua accusa al Silenzio di Dio diventasse nelle sorde parole dell’uomo moderno il silenzio su Dio.

Vorrei darti la mano, sorella, fratello, chiunque tu sia. Porla nella tua con la confidente fiducia di un bimbo innocente che si affida totalmente, senza remissione, all’altro di cui infinitamente conosce il volto, intuisce nel profondo il senso. Di cui sa il nome. Abbandonato. E così camminare con te lungo il sentiero della vita, al margine del fiume, nella luce del sole che filtra tra gli alberi. Nell’ora immensa in cui l’origine ancora non interroga il proprio destino con l’ardita domanda, perché non siam tutti fratelli?, che incombe impellente quando la coscienza dell’uno che siamo piano piano stacca la mano dal dolce sogno, dall’estremo sonno?, e ci scioglie, ognuno incontro ad un diverso cammino, tutti dentro uno stesso orizzonte. Vorrei parlarti così in silenzio ed ancora pregarti come nell’ora incontaminata del gioco di svelarmi il tuo segreto, la curiosa evidenza del tuo nome e del tuo volto così diversi dai miei che senza alcuna malizia così fermamente e fortemente mi attraggono… Vorrei… Vorrei che questo nostro viaggio non finisse mai. Che fosse tutta e per sempre dentro noi la bellezza adamantina di questo istante puro, che non ci lascia mai. Che riposto nel cuore riposa sotto una coltre di giorni fino all’ultimo respiro quando dagli anfratti carsici del dolore ancora sboccia in forma di rosa, sbocciano insieme il tuo nome ed il tuo volto e le nostre mani fatte anziane e raccolte nelle infinite grinze che raccontano memoria di noi e si cercano, di nuovo, come un alito di vita residua. Vorrei pregarti, e con te pregare insieme, come si prega un dio. Ed allora forse il Silenzio divino si interromperebbe. Ed io revocherei la mia preghiera adulta… Vorrei, questa sera, fratello, sorella, con te, con voi che fossimo insieme, oltre il Nome, oltre il Volto, oltre il respiro silente del Mistero. Oltre Dio stesso… nei primi passi di quest’infanzia che è la vita tutta davanti all’Eterno.

Una sinfonia di giorni vissuti. [Un coro di cicisbei]. [Due]


Una sinfonia di giorni vissuti. [Un coro di cicisbei].[Due]

Si spengono ad una ad una le stelle amiche. La notte rimane, la sola compagnia. Anche la luna, calda di luce e solitaria, scompare piano e lenta alla vista. L’alba è una promessa lontana. Tu tieni il viaggio stento. Stai sulla soglia. Al limite, al confine. Sogni passi d’addio. Congedi dal qui ed ora, promesse di domani.

Quale cammino, ancora, prima dell’Aurora?

I tempi ad Occidente reclamano tutto il futuro. Soli nel margine sussurrano i poeti. I maledetti, prima. I decadenti, poi. I balbuzienti all’infinito, l’anima segnata e vinta dalle contraddizioni, ostentano vessilli di parole. Effimeri gadget di solerti comunità nella contemporaneità d’intenti. Così lontani, tutti, dalla comunione.

Quando verrà la tua stretta di mano, in un futuro che sai lontano?

Celan s’inabissa nella Senna. La sua parola apre tempi nuovi in cui resiste, lacerto di una Bellezza che fu, alta. Qualcosa… Oltre il nome e la cosa. Creatrice, ancora.

Tu caracolli sul ciglio del fiume, ubriaco di profezia. C’è sempre uno scarto fra il tuo tempo interiore ed i tempi che vivi. Lo spaesamento è una luce che affiora, nitida in te e ferma sull’orizzonte.

Quando si compirà l’amato canto nelle feriali ore?

Ti abbracciano profonde certezze sorelle. L’effimero canto delle sirene risuona lontano, alla foce del fiume. L’eletto consesso dei vinti è un amico fraterno, un seme di luce nel campo, sotto tutta la neve del tuo fremente inverno. La linea retta avuta in eredità dai tempi, l’Epoca morente, sembra frangersi in infinitesimi frammenti. Il fiume perdersi in rivoli senza destino.

Chi terrà il filo d’oro della memoria teso e vivo nella speranza, nel domani?

Il secolo stende un manto d’oblio. La realtà trova rifugio nella fiaba. Idoli di cartapesta campiscono la scena. Una invisibile resistenza mormora, come un giunco nel vento. L’impossibile ha teso un agguato all’utopia. La ferialità, l’altare di ogni sacro compimento, pare un inutile orpello. Nel teatro della menzogna. La rappresentazione annichilisce ogni forma di messaggio. Un incantesimo, la comunicazione, rende di pietra le coscienza. Una foresta inane ed inerme.

Come la storia avrebbe trovato ancora il rivo innocente?

La realtà, il sacro destino di ogni parola, atterra l’ala del poeta che, solo, s’invola.

Dove, dunque, il varco?

L’anima mormora nel silenzio contemplante.

C’è stato un giorno in cui l’alleanza trinitaria tra io, parola, mondo, sembrava essere l’eco dell’istanza divina. In cui camminare, minuscole creature, felici e definitive come solo sanno essere le ipostasi del cielo.

Come era bella quell’ora e come giovane di speranze e non più di anni risuonava nel cuore di tutti la voce!

Poi abbiamo perduto l’innocenza. Abbiamo d’improvviso saputo che ciascuno ha un proprio impotente dolore che schiaccia sulla soglia dell’ego le promesse oblative di sé.

La menzogna ha tessuto nuove sante alleanze.

Le piccole tribù degli uguali a se stessi, degli uguali fra loro, hanno costretto all’esilio di nuovo, dopo un breve soliloquio tra pari, gli umani senz’ali, il poeta.

Le parole incollate al vetro freddo del reale come promesse e delizia, appannato dal fiato di corto respiro, aggrappato il tempo, allo spettro di un sogno smarrito. A un inane silenzio.

Mentre un coro di cicisbei regge l’ombra del giorno a madama. O forse a quel che ne resta nell’occidente secolarizzato e postmoderno, rotto a tutte le rappresentazioni e a tutte le eccellenze performative, fra panel et circenses. Un retorico esercizio di ambiziose pratiche della vanità.

 

Una sinfonia di giorni vissuti. [Uno]


Una sinfonia di giorni vissuti. [Uno]

L’ora s’apriva nell’inusitata Luce del presente. Il passato, l’orma dolente del giorno, saliva, in alto, verso un cielo senza ritorno. Era l’autunno, una sinfonia di giorni vissuti, nell’imo del cuore sonante.

Tu, stavi dolce, nell’azzurro, in agguato, non visto in uno scampolo di memoria. Non avevi che parole e canto, un grembo fiorito d’istanti e di speranza.

Andavi così, incontro all’orizzonte casto, sul volto solo un sorriso mesto.

Nessuno sapeva di te. Invisibile al presente. Sconosciuto alla memoria dei compagni in cammino. Ignaro di ogni possibile futuro.

Lei stava in alto, la parola, nascosta in grembo a Dio, in una nicchia di Silenzio.

Verrà mai, chiedevi, il mio tempo?

La levità, pensavi, era forse il solo dono per gli assenti.

La Vita, quella che fu detto essere sueño, stava serrata dentro la morsa del reale.

Al suo confine rinterzato dalle prove, al calor bianco dell’errore, sapevi, si temprava il racconto, nasceva il pensiero, sgorgavano sorgive e mute le parole.

Ci sarà mai, chiedevi, nel qui ed ora della Storia un vero Altrove?

I poeti, i primi, ti tenevano per mano. Un’infanzia provata, e non più già innocente. Ungà, l’amatissimo, tesseva la sua rete fraterna di parole. Pareva che il suo strazio sul Carso fosse, ed era!, immenso, dentro la tua piccola solitudine, affacciata sui primi scorci dell’alienazione incipiente.

Verrà mai, chiedevi, la mano sorella che tutte le feroci cancella?

Stavi all’ombra ed al riparo del mondo, anche se il fiume, non più dolce nell’ansa e petroso, scomparso il verde felice dei ricordi, già ribolliva dentro. Sognavi e tremavi. Sognavi nell’ora calda dell’aurora un Dio che ti abitasse con dolce passione. Lontano dal giorno furente. Sognavi che la parola animasse la cosa, che la facesse viva, come una canzone. Che in essa fosse vero tutto. Il pensiero. Il silenzio. L’azione. Che la vita trovasse presto il suo corso, nel letto ampio della contemplazione. Che lo sguardo andasse lento verso la foce. Che un giorno sussurrasse sulle sponde più care la pace.

 

[Uno.]

«Dubito, ergo sum.»

«Dubito, ergo sum.»

«[…] je n’ai que des questions [...]»: ho creduto di poter raccogliere in tale sintesi, con un tweet, il testo che Isabelle Pariente-Butterlin ha pubblicato ieri, «Ruine (4)». Poco dopo averla letta, quasi subito, ho scritto “Dubito ergo sum”, in forma di tweet. Dire che è una potenziale risposta al suo testo, od anche semplicemente un tentativo, sarebbe presunzione. L’estensione e la profondità, il senso e la qualità delle sue domande, postulano altro impegno. E, del resto, non era nelle mie intenzioni rispondere ad alcuno. Il suo scritto mi ha però indotto a qualche riflessione ed ha suscitato qualche ricordo.

Credo che vi sia anche qualche eco leopardiana nell’immensità, il Mistero, di cui risuona [vorrebbe...] il mio minuscolo incipit in forma di tweet. Credo però che solo la verticalità della Luce, l’ascesi, scampi l’umano dal naufragio cui sembra condannato nella poetica della modernità al tramonto, sia pure nel mare che si apre dolcemente all’Infinito. Non abbiamo risposte. Abbiamo infinite domande. Non abbiamo certezze. Solo lacerti e frammenti. La composizione della narrazione in un affresco privo di sinopia interiore è orfano di fondamenti, senza una visione. Nessuna visione è possibile se si rinuncia alla sete di assoluto. Nessuno ha né può avere il bandolo del filo che conduce all’Eternità, nel qui ed ora che ci è contemporaneo. Nessuno ha l’acqua sorgiva che spegne l’umana sete d’infinito. Abbiamo solo domande… Ed una inesausta sete di Assoluto, quello maiuscolo, sì, che ci abita come un cromosoma divino, o come uno stigma fenotipico. Proprio mentre la ferocia dell’assolutismo secolare urla nel presente storico la sua chiamata impositiva alla negazione di qualsiasi altro da sé, nell’esercizio del terrore e del cinismo spinti entrambi ad una prassi assolutistica, l’esercizio del dubbio, praticato fino alla sua estenuata evidenza, la domanda all’Assoluto, apre una via salvifica. Non esiste alcuna umana affermazione che rinterzata alla prova del silenzio interiore non rimandi l’eco di un più alto e più vasto Silenzio. Il Mistero. Lo sanno i Mistici. Lo dovrebbero sapere i poeti. In quella soglia, all’irta della Luce, si affacciano tutte le nostre risposte, che proprio lì, insieme alle nostre certezze, si fanno di nuovo domande. Restituendoci di nuovo a noi stessi innocenti, o laicamente, alla primordialità di noi. Che è diversa dalla primitività. All’umiltà: che non è un indecente orpello per impotenti, ma una nobile attitudine a fare spazio alla propria consapevolezza del limite. Dentro di noi. In noi stessi. Il nostro limite. Non quello delle siepe leopardiana all’orizzonte. Quello dell’umano davanti e dentro il Mistero. Fra tante tentazioni di assolutismo, che sono tutte la degenerazione secolare della legittima sete di assoluto che abita l’umano, una sola è la via dell’Assoluto. E inizia proprio lì, dove le nostre certezze e le nostre risposte si aprono come fiori di loto alla soglia del Mistero. Dove la vita, curiosa ed amante e non solo di sé, di nuovo si dischiude e sboccia. Per questo il futuro o sarà dei mistici, e di tutti i generosi cercatori di Assoluto, o non sarà.

 

Non conoscevo Sant’Agostino, quando lo scrissi una prima volta. La mia superba ignoranza, frutto della temperie sessantottesca, che aveva lambito, o forse colpito in pieno anche me, uccidendo in culla la promessa borghese che albergava nella mia breve esperienza di vita, ed in essa anche il sapere di cui si riteneva ormai illegittima erede, mi aveva impedito di accedere alle fonti. Una violenza che avrei scontato duramente ed a lungo nella vita. Senza memoria non c’è speranza. Fra tante orfanezze che un transito epocale non mai concluso mi aveva imposto, quella culturale non fu certo tra le marginali e meno significative. La tabula rasa e la crisi hanno i propri punti di forza da offrire all’intelligenza del cuore che vuole, può e sa farne ancore nella deriva. L’irata cesura imposta dagli eventi, pur amata ed accolta con sintonico spirito ribelle, è altro dalla mutazione anche profonda nella continuità Questa tiene viva in alto e nella Luce dell’amore tutta la conoscenza esperita. La violenza, che non è solo fisica, della cancellazione impone esercizi di approssimazione a se stessi talvolta impossibili. Chi sa quale Dio davvero tiene nelle Sue mani alate la nostra piccola, povera, minuscola storia quando la vela si apre al vento di una deriva che sembra a noi senza scampo e che certamente sarebbe tale senza il Suo abbraccio!.

Quando scrissi dunque, una prima volta, un testo e lo intitolai «Dubito, ergo sum.»1, non conoscevo quasi nulla di Sant’Agostino [al quale viene attribuita una formulazione argomentativa in tal senso, non so se anche e quanto letteralmente attestata, nel testo originale di riferimento: “De civitate Dei”. Non è questa la sede, e non sarei del resto all'altezza del compito, per compiere una ricognizione sull'originale e svolgere un'esegesi: «Si enim fallor sum. Nam qui non est, utique nec falli potest, ac per hoc sum si fallor»: così, comunque, l'immenso Agostino, De civitate Dei, Liber 11, 26]. Avevo quasi venticinque anni, ne erano trascorsi dieci dalle vicende sessantottine. Stavo piano piano e lentamente uscendo dalla superba ignoranza nella quale mi ero arroccato, in gran parte assecondando una forma di reazione che all’epoca malintesi quale rivoluzione e/o ribellione, per approdare ad una più rassicurante ignoranza consapevole di sé. Da pochi mesi, forse poco più di un anno, lavoravo nella redazione del giornale in cui ne avrei trascorsi 16 della mia vita. Ero pieno di gioia, di entusiasmo, di curiosità. Disordinatamente onnivoro, nella mia sete di conoscenza, e generosamente improbabile nell’esercizio del dono di me. Così, l’ebrezza di una ritrovata confidenza con quella cultura dalla quale mi ero da me stesso strappato, non risparmiava niente e nessuno. A Natale di quell’anno, tra i tanti auguri che avevo scritto, ricordo in particolare quelli pensati per il direttore di allora. Un sacerdote singolare, la cui vicenda post-conciliare ed il cui talento giornalistico costituivano, e forse tuttora sono nei lacerti della storia locale, una leggenda, di quelle che solo la Provincia è in grado di generare e che solo lei dunque conosce. C’era forse anche qualche accento d’ironia nello scritto, uno strumento di difesa, il solo che abbia sempre esercitato attivamente durante la vita, ed in quegli anni in particolare. Una forma di resistenza all’incalzare di una stagione a suo modo impositiva ed in certa misura reazionaria, che culminò nell’antropologia, per me devastante, degli Anni Ottanta [al tramonto, inteso come diapason epocale, non c'è mai, non c'è mai stata fine: sorprende talvolta la non so quanto ingenua ed autentica sorpresa di qualcuno davanti all'inarrestabile deriva dei tempi presenti]. «Dubito, ergo sum.», che non era in alcun modo per quanto ne sapevo tributaria di alcunché verso Agostino, [ma era, nella mia intenzione incolta, una semplice parafrasi da orecchiante: credevo di citare a modo mio, parafrasandolo appunto, Cartesio], fu, è stata, ed è la mia minuscola nota interiore, l’accento di una resistenza che presagivo senza fine, e così è stato. Resistenza a cosa? All’epoca, all’incipiente ed incalzante arroganza di un potere [minuscolo, nella sua essenza] che non dubitava di nulla, a partire da se stesso, non per virtù di conoscenza. Non dubitava, semplicemente perché non poteva più farlo. Non credendo più a nulla. Se non alla prepotenza di sé, nell’accumulo e nell’esercizio di un potere privo di qualunque visione storica, ma ben deciso a mantenersi, fine a se stesso, e ad accrescersi. Il potere come fine ultimo e supremo e mai come strumento di servizio per un fine più alto. E’ una storia vecchia. Almeno per chi ha sessanta e più anni come me.

Il direttore era un uomo intelligente e dotato di una sensibilità particolare, un’intuitività rara. Sapevo che non c’era molto campo, nemmeno presso di lui, sebbene fosse estremamente cólto, e a suo modo, per i tempi e per il contesto, estremamente aperto, per gli esercizi spirituali di un giovane poeta esordiente nel giornalismo. Allora le gerarchie erano dure e chiare e la fatica dell’apprendistato era qualcosa che non ammetteva deroghe né ribellioni gratuite. L’ho scritto: fui a lungo [forse sempre] assai improbabile nei miei comportamenti. Chiusi la porta della direzione alle mie spalle e gli consegnai la busta con il testo di “Dubito ergo sum”. Egli finse sorpresa, mentre ascoltava le mie poche parole di augurio, che gli consegnavo frugalmente insieme alla copia di un libro [Ricordo perfettamente anche il titolo: ma non è il caso qui…]. Mi congedò svelto e quasi bruscamente, come era nel suo stile, e come soprattutto faceva quando non voleva lasciar trasparire sentimenti. Come tutti i timidi. Anche se nessuno, o pochi, credo, l’avrebbero mai sostenuto a proposito di lui.

Si comportò come sempre: per restituire a quell’eccesso di confidenza, gradito, lo so e lo sapevo nel cuore, il suo giusto ambito relazionale, approfittò dell’occasione a suo modo giusta, giusta per lui, per ringraziarmi. Con quell’ironia che talvolta sconfinava nel sarcasmo e che gli era propria, quando voleva dissimulare un sentimento che sembrava non volersi permettere, o non potersi permettere davanti al giovane che io ero, qualche giorno dopo approfittò della circostanza. Mi trovavo nel suo studio, ammesso non so più per quale circostanza di lavoro. Davanti a lui sedeva non ricordo quale eminenza, non credo locale, con la quale il direttore era in rapporto di estrema confidenza, amicale. Era lì per lo scambio degli auguri, e gli avrebbe fatto compagnia fino al pranzo, al quale il mio direttore lo aveva certamente invitato. Dopo avere risolto il problema di lavoro per cui mi trovavo davanti a lui, estrasse da un cassetto i miei foglietti: “Dubito ergo sum”, il mio testo. Con quel tono di cui solo lui era capace, vagamente irrisorio nei confronti del potere, e mai offensivo, si rivolse all’amico. Dopo averne elencate gran parte delle autorevolissime cariche , lo apostrofò dicendo: “Dimmi se a te succede mai di ricevere auguri in forma di poesia…”. Rideva ed ora sconfinava in una retorica volutamente ampollosa, mentre, per sminuire l’evidenza, decantava le mie virtù di poeta. L’amico dovette ammettere che si trattava di una circostanza singolare, e che no, non c’erano poeti intorno a lui che affidassero alla virtù del dubbio un lirismo benaugurale. Forse è a causa di quello scambio di cui fui involontario protagonista che non mi sono dimenticato mai di “Dubito ergo sum”. All’epoca non esisteva il parossismo archivistico, forse indotto e/o facilitato dagli strumenti digitali, che sostiene, e talvolta affligge nella sua dismisura, il presente. Credo di avere però da qualche parte riposta la bozza del canto ispirato alla virtù del dubbio. Avevo, ed ho, all’atto della prima stesura, una scrittura impossibile anche per me. L’urgenza del dettato ha sempre fatto premio in me su ogni altra necessità, compresa quella di leggere. E dunque sono sempre stato costretto a stendere almeno un’altra versione presentabile, anche graficamente, dopo la prima. Andò certamente così anche quella volta, e, dunque, in qualche cartelletta, riposa un lacerto di memoria.

 

 

1Nel 1996, quasi vent’anni dopo, fu una persona estremamente colta, alla quale avevo affidato la revisione del testo in bozze proprio per evitarmi penosi strafalcioni relativi a lingua latina e citazioni, che mi trasse dall’ignoranza. Quando passai a ritirare il testo, scambiammo qualche considerazione. In “Vigilie in esilio”, quello il titolo del libro in corso di pubblicazione, avevo inserito tre canti, che costituivano il cuore del lavoro e lo snodo di senso. “Dubito ergo sum”, “Dubito ergo sum II”, “Dubito ergo sum III”. Quando sfogliando giungemmo a quelle pagine, alzò il viso dal lavoro, mi sorrise: “Sant’Agostino…”, disse. Allora le chiesi, e lei, preoccupata e scrupolosa, verificò di nuovo [e chi sa quante altre volte lo avrà fatto e quanti testi avrà compulsato, lei, frequentatrice di “Certamen” ed appassionata e scrupolosissima insegnante di Latino e di Greco], dubitò [lei! Dubito, ergo sum…], argomentò, precisò… natura letteraria e sostanza del pensiero e dei riferimenti. Quando pochi mesi dopo pubblicai, la prima persona che ringraziai, nelle pagine dedicate, fu naturalmente lei.

«Mistici. Terroristi. Cinici».

«Mistici. Terroristi. Cinici».

Questa volta non ho lasciato che le parole mi trovassero. Che l’io profondo si presentasse all’appuntamento nella sua forma aperta di sempre. Non che abbia opposto alcuna resistenza all’epifania del compiersi del testo. Semplicemente, la vita, la feriale intera, coscienza, corpo, memoria e speranza, è stata a lungo un minuscolo lacerto di luce librato sull’onda di una notte in tempesta. Talvolta in balia di emozioni empatiche. Talaltra incapace di cogliere il punto profondo delle verità in essere, di renderlo nella luce alta della consapevolezza. In qualche istante vacillando, quando la coscienza sembrava smarrirsi dentro i paradigmi esistenziali di una narrazione ignota. Epifenomeno nella continuità di un dramma storicamente già in gran parte dato. La dissoluzione e la nascita non sono più ormai da tempo, nel qui ed ora che mi è stato dato di vivere, ispirate alla profezia e fondate in una visione che aggetta ponti sul domani. La Storia che si sta compiendo, qui ed ora, era già nei prodromi di un’angoscia che da lunga data ha sospinto la mia esistenza al margine. Posto che un centro davvero esista, nell’Occidente interiore che ho amato, ed al cui diapason vidi la luce adulta, nella temperie di un’infinita transizione.

Ieri sera la fortuita [?] mano della Grazia mi ha ricordato che oggi, il 15 Gennaio, sarebbe stato l’anniversario della morte di uno dei rari maestri che ho incontrato, e dei quali ho tentato, certo indegnamente, e forse invano, di seguire la testimonianza, don Zeno Saltini.

Da giorni cercavo in me tracce fedeli e profonde di Raimondo Panikkar. Uno dei passi più significativi di una delle sue opere per me più profeticamente ispirate, mi incalzava. Non so più quante volte ed in quali diverse occasioni la sua visione, ontologicamente fondata in tre diverse declinazioni [“...mistico, terrorista, cinico...”, cit] dell’umano sentiero lungo il futuro della contemporaneità, mi ha sostenuto ed aiutato a comprendere.

Ho preso dalla libreria i tre volumi de «La Nuova Innocenza». Piluccando. Compulsando. Riflettendo. Ho scritto un breve testo in cui, insieme a don Zeno e a Raimondo Panikkar, c’era anche l’altro, forse il più propriamente tale tra i miei maestri, Emo Marconi. Tra le righe, ma nemmeno troppo, Emanuele Severino, la cui opera ha avuto, pur nella mia grande ignoranza, parte non irrilevante nel mio cammino adulto, tra gli Anni Ottanta e Novanta. L’ho intitolato: “Tecnica. Un assoluto. Ontologia della Modernità”. L’ho letto. L’ho riletto. L’ho posato. Ho saputo fin da subito che non l’avrei pubblicato sul blog.

Stamani, per riporlo dentro la carpetta dedicata, ho dovuto affrontare le dune cartacee che affliggono quel che resta del mio presunto studio. Un ambiente affollato a dismisura da cumuli di portaprogetti, di giornali, di raccoglitori, sempre più alti ed imponenti. Mi circondano ed hanno un che di insopportabile per uno che mal si adatta al disordine e paiono persino minacciosi nella precarietà dell’equilibrio instabile che sempre più l’accumulo rende evidente. Alla fine ho trovato la carpetta blu. Dentro, c’era anche lo scritto che segue. E’ del 28 Maggio 2008. L’ho letto, incuriosito, e smemorato del contenuto. Ho subito deciso che l’avrei pubblicato. Non credo di averlo pensato con particolare riferimento alla ricorrenza. Eppure, singolarmente, il 28 Maggio è l’anniversario della strage di Piazza della Loggia.

Dentro il testo non ci sono tutti i miei maestri.

C’è però tutto il o gran parte del vento che ha soffiato sulla mia epoca, o almeno tutto quello che mi ha mosso dentro e mi ha dettato poesia, anche in quest’ultima settimana. E tutto, credo, si tiene. Non solo nell’anima e nella coscienza. Nel corpo vivo. Nella carne dei giorni che, nella parola, nel segno, nel gesto, ha cercato lungo una vita di farsi Senso.

«Vincere, perdere, vivere.

(né servi né padroni)».

Spesso confortano e salvano le vie di una vita e di una narrazione della stessa, di un canto esteso ad essa affidato. Fidi compagni del racconto esistenziale sono il grottesco, l’ironia, il sarcasmo; o forse è meglio dire erano, pensando ai giorni in cui la loro aria fine non era ancora stata contaminata dal tossico miasma della rappresentazione mediatica, in cui ogni barlume di verità sotteso al fenotipo diviene clone di una menzogna interiore sapientemente orchestrata per l’inconfessabile fine dell’imposizione di sè. Talvolta è (era?) il basso sublime che ci accompagna nella nota feriale, nella sua prosa di fatica, di rassegnazione, di sorda ribellione spinta fino ai confini di una violenza che rapisce l’io a se stesso, stremandolo nella fuga da sé; una nota che invita e che stempera il vero nella vena ispirata e dolente del popolare grottesco. Un sorriso venato di pianto che copre le pudende dell’orgoglio ferito. Oppure ci inerpica (inerpicava?) il civile incantamento dell’ironia, che ci trae da qualche impervio dirupo del reale. O, ancora, lo scarto del sarcasmo denota (denotava?) il margine dell’eccellenza e scosta in alto le intelligenze dei suoi portatori sani; quelli che vivono senza particolare interesse per le conseguenze dei propri gesti, intimamente preoccupati di porre in essere e di preservare il vantaggio dell’acume, un talento anch’esso, certo.

Pochi scollinano (scollinavano: il dramma è qui, e la forma dubitativa patisce l’eco della cancellazione. Il dramma è qui: scollinano, dunque…) la vetta impervia data ai rari, il dramma. Stanno sopra ed oltre il suo orizzonte, inesplicabilmente uniti e sigillati dal Mistero, dannati dal Destino o incantati dalla Grazia. Per questo i Santi e i Maledetti si guardano con frequenza, e non di rado con frequentazioni nella storia, che paiono essere all’occhio inesperto dell’uomo feriale ambigue contaminazioni. Invece, secondo la cifra più alta dicibile dalla filosofia che ha anticipato il nuovo evo non ancora nato, sono al di là del bene e del male (Friedrich Nietzsche). O sono, nella visione religiosa del più profetico fra i teologi della modernità (Raimondo Panikkar), mistici che salveranno il mondo, unici a salvare se stessi fra cinici e terroristi che infestano il presente ed hanno da tempo ipotecato un futuro frutto di una rappresentazione senza apparente scampo, senza vie d’uscita. Senza alternative. Oppure, ancora, saranno, dentro la declinazione antropologica, ma non secolarizzata, di un santo contemporaneo (Don Zeno Saltini), né servi né padroni.

L’arte, la poesia in particolare, quella del domani, sta lì. Oltre il grottesco, abitata talvolta dall’ironia, scampata alla tentazione letale dell’intelligenza che si apre un varco col fiele della sprezzatura, il labbro piegato nella forza irridente, abbracciata, sì!, la poesia, al dramma, ora risolto nella Luce, che l’ha tratta dall’Abisso. Una flessione mistica abitata dalla luce che ha frequentato l’abisso del margine storico. Nel dolore, ha conosciuto il dramma. Lo ha vissuto e accolto e stemperato. Ha sempre cercato di vincere la battaglia condotta contro il proprio signore interiore, l’ego, ha talvolta amaramente sorriso velata di malinconica ironia, ha saputo consapevolmente perdere tutte le guerre che le sono state dichiarate dalla verità della realtà, l’ora quotidiana del potere, del successo, della ricchezza, della centralità mediatica, della rappresentazione vincente di sé. Ha tentato di vivere. Ed è viva nelle parole del canto che hanno il sapido fervore del domani e il mistico raccoglimento di se stessa. Della cifra interiore che è uno stilema della necessità e della sufficienza di sé, unite in simbiosi nella gratuità dell’oblazione, senza lucrare mai e senza remissione. Solitaria, forse e talvolta, quasi sempre, nel corpo. Riunita nel coro armonico di vicinanze invisibili e di comunioni insospettabili, all’occhio speculativo del cinico ed a quello impaziente del terrorista. Fondata nell’io osteso del poeta, ieri, nella memoria, oggi, nel presente feriale, domani, nella speranza della nascita. Organismo vibratile vivo e vitale, senza necessità esteriori a se stesso, esotericamente colmo del pane dell’interiorità di sé. Quel corpo gruppale e mistico che sarà domani organizzazione, una volta giunto al diapason del proprio compimento (Organismo e organizzazione, Raimondo Panikkar). Quando la profezia del canto, fondata nell’impeto valoriale di un’intuizione che è stata manna nella traversata del secolo e nell’ esilio, incontaminata ed invitta malgrado le scaltrezze dei mercanti e le aggressioni dei violenti, sarà viva forma nella storia, il poeta sarà giunto. Con lui, riverbero dei giorni ed eco dei sentimenti, le voci e le storie del coro degli amanti. Dati per sempre, insieme ed in eterno. Vivi.

28 Maggio 2008

Windows. [Sguardi latenti dal pertugio].

Windows. [Sguardi latenti dal pertugio].

Stamani mi sono affacciato, dal minuscolo pertugio dell’io, il mio sguardo sul mondo. Ho una piccola finestra, la mia TL di Twitter, forse un orizzonte estremo e sensibilmente limitato.

Ed ho iniziato io stesso a twittare. So come accade. So cosa mi succede dentro. Lo so per lunga esperienza. Quando il silenzio ribolle di pensieri che non tendono all’estasi del Silenzio, quando le parole non cercano la compostezza contemplante. Quando l’abisso interiore manda lampi, e non solo di luce che fa chiaro dentro e davanti, o non sono fuochi che scaldano il cuore, significa che la civitas estesa e senza quasi apparenti confini [di spazio? di tempo? di senso?], la vita che scorre e che passa sotto la mia finestra, ha echi e risonanze forti in me. Non placate dentro. Non composte nell’armonia di un senso compiuto o dato. Non giunte al porto sacro di una comunione attesa, forse da me soltanto.

Allora scrivo. Come già feci un tempo sui taccuini. Come negli anni dentro quaderni o su fogli sparsi. Scrivo. In forma di appunto, quasi, o di lacerto di senso e di me. Mi è accaduto già, più di una volta. Non penso che ciò che scrivo possa avere in sé qualche significato armonico o finito, se mai un’opera, in qualsiasi forma data, potesse darsi compiuta in sé.

Ora dispongo anche di una finestra, alla quale mi affaccio, come se fossi davanti ad una piazza o in mezzo ad una strada. Come spesso feci in passato, scrivendo su fogli di fortuna, appoggiato ad un muro, nel frastuono di una città sconosciuta, nel mezzanino di un metro. Appeso allo scampolo di vita che mi aveva ferito dentro o che mi aveva commosso, o, semplicemente, incuriosito. O aveva suscitato in me qualcosa di profondo e di remoto che affiorava, in forma di pensiero argomentato o di canto. “Luce d’Abissi”, un libro di poesia che ho pubblicato nel 1999, nacque in gran parte così. Soprattutto gli “Euforismi”, brevi sintagmi poetici, antesignani per me dei tweet.

Non tutto ciò che scrivo mi nasce scientemente e consapevolmente dentro in risonanza allo sguardo o in eco a ciò che leggo. Talvolta vi sono sincopi interiori, qualcosa che, lo scrivo con l’umiltà dell’analfabeta musicale, mi fa sentire sulla pelle il brivido della modernità performativa, degli improvvisi, come se scrivessi jazz e il mondo intorno suonasse con me, ciascuno la propria nota interiore, e tutti insieme in un eterno assolo che sempre attende e sempre spera l’incontro, il dialogo, la comunione. Quando la tromba struggente dell’io ripete ossessiva una nota che è incantesimo di Dio e che nessuno ascolta. Come quando al rullare smagato della batteria l’urlo gioioso del suono dice l’infinità verita di un sé che canta e di un pezzo di mondo. Fra sincopi estreme, sfioramenti di suono, sublimi incontri al diapason della musica amante…

Allora il mondo che colgo dal piccolo pertugio dell’io affacciato sulla finestra della TL è lontano, remoto a me stesso. E unicamente la profondità del sé, a viso a viso con Dio, o con l’Infinito e l’Eterno, la grazia della loro eco in me, canta solitaria, in un solipsismo che solo la comunione attesa nel divino spezza e talvolta esulta nel grembo espanso del Mistero. Non sono mai solo, quando mi lascio andare allo sguardo ed all’ascolto.

Quando tutto finisce, io lo sento dentro, io so che finisce e come finisce e quando finisce, raccolgo metaforicamente tutto. Potrei scrivere, se non millantassi un talento che non ho, che al pari del pittore chiudo la tavolozza e depongo i pennelli. Tolgo i cavalletti, non ho astanti curiosi, e mi incammino, appagato dell’opera. Di nuovo, chi sa se finita, certo non compiuta in sé.

Ho con me una sinopia di sguardi, forse irrelati. Oppure una partitura, non certo una sinfonia, di note dissonanti che attendono che io vi metta mano, ora sono un musicista, per renderle armoniche in un brano eseguibile. Che intervenga sullo spartito e faccia di un accozzaglia informe di suoni un’opera dignitosa. Il cantabile piano e discreto di un’eco feriale.

Oppure sono il sarto che cuce la trama del silenzio e l’ordito di parole e ne trae l’abito, o l’artista del ricamo che orna la trina di un disegno di senso.

E se fossi il cronista, che giustappone i fatti ai commenti, l’accaduto osservato e l’improvviso di pensieri ardenti per narrare la storia di qualche istante trascorso alla finestra digitale aperta sul mondo? Per raccontare la succinta trama dei fatti ed annettere argomentando i pensieri alla loro origine, la scaturigine osservante dell’io che guarda e che ascolta.

Invece sono solo il poeta, che stava alla finestra, e non ho che l’ermetismo dell’intuizione, per mettere l’uno accanto all’altro i pensieri. Potrei dare la nota, se fossi musico, il colore, se pittore, il racconto se fossi un cronista. Argomentare la vita se fossi l’osservatore esperto di alcunchè. Invece sono solo un marginale poeta, raccolto nel grembo del Mistero, come un bimbo nella gestazione, o come l’innocenza ferita ai margini della barbarie che incalza. E non ho che parole per tentare di connettere i pensieri sparsi che lo stare un’ora alla finestra ha suscitato in me. Che cos’è l’intuizione? Che cosa quel qualcosa che detta dentro, che non è nota, che non è colore, che non è fatto, che non è argomento, ma è solo voce, parola pura, eco d’eterno e d’infinito? Che cosa quel Qualcosa che si tenta in te nella maiuscola di una coscienza aperta ed in volo?

Certo, ho visto una parte di mondo, l’ho guardato venire avanti nella luce della finestra, l’ho ascoltato salirmi dentro. E quel prima, l’incantesimo addolorato di quella coscienza del Tempo che non mi offre tregua interiore nei tempi, come si chiama? Perchè vibra così forte l’eco del disagio al solo sfiorare delle parole che narrano fatti? Cosa e perchè ribolle al fondo di me? La musica? La pittura? La cronaca? La storia? O non è forse la voce di Dio e del Mistero soltanto che mi detta dentro, cui tutto si tiene, a cui tutto si riconduce in un’orma lieve ed incantata di senso?

Allora prendo i miei lacerti, i miei tweet, così nudi ed apparentemente avulsi come sono nati. Non sono musica. Non saprei farlo. Non sono sinopia di un quadro d’insieme. Non ne ho talento. Non sono la narrazione in cronaca di un giorno pur ricco di eventi. Non sono il saggio breve che profila il mondo in un’ipotesi di senso.

Sono lacerti di me, vivi nella mia storia piccola, nella mia carne d’uomo, nell’epica feriale e consapevole del mondo. Sono sbocciati in me, questo almeno sì, anche se fiori di dolore a tratti, in un’ora di sole alla finestra luminosa che ho aperto stamani sul mondo. Li metto qui, nel vaso della forma, come faccio con quelli bradi e spontanei di prato che amo tanto. L’imperfezione, lo so, è cara a Dio e il suo talento nel dono della gratuità è il seme che più tento, indegnamente, di mettere a dimora. Anche in questa forma di parole.

Non ho nulla da aggiungere. L’intuizione è un’ala sospesa sopra e dentro la sequenza dei tweet.

Li leggo, in successione e a mazzo li lascio sul desk della vita. Dati per sempre nella forma in cui sono nati e so che non sfiorirannno fin quando altri sguardi daranno loro nuova vita e nuova luce e nuovo senso. Nell’eterno, infinito, divino ed umano racconto.

—————-

1.

Un Paese ripiegato su se stesso, certo. Talvolta, però, costretto in un’etica marginalità da corruzione ed immoralità diffuse.

2.

Vi fu un tempo in cui risparmiare fu virtù consapevole del proprio limite. [#Etica: il limite del lecito, la tentazione del possibile].

3.

Talvolta, il solipsismo è il correlativo interiore del silenzio che abita chi ascolta.

4.

Talvolta chi sprezza il dialogo con il proprio assiduo silenzio, è abitato dalla contraddizione con cui denuncia gli assolo in 140 caratteri.

5.

In filigrana, sempre, la sinopia dell’umana creatura. Limite e dono. Talento e meschinità. L’uomo [l'Eterno in lui] è il solo vero messaggio.

6.

Lo sgomento e l’impotenza nella denuncia quando sai che le stesse guardie sono i ladri raffinatamente dissimulanti.

7.

I più pericolosi, sono gli ipocriti inconsapevoli, che avanzano indice in resta nell’accusa, sprofondati in un vuoto di coscienza.

8.

La smemoratezza può essere balsamo per il singolo che soffre, ma è una minaccia per la costruzione di senso condiviso.

9.

Ah, la «verità» cabriolet dell’ego, così impudicamente offerta allo sguardo dei surfer! Nell’estremo godimento dell’effimero vano.

10.

Godot non arriva mai per i persuasi innocenti. Coloro che tentano il linguaggio interiore nella comunione.

11.

Solo le relazioni dallo sguardo ombelicale hanno un destino nel tempo del cinismo, in cui la profondità è solo assenza ed attesa.

12.

Vi furono forse un tempo ed un luogo [il qui ed ora dell'Eden?] in cui il villaggio potè vivere la gioia del Sabato…

13.

Ora il delirante orgasmo di una perenne domenica desiderante [festa secolare e feriale] ha sepolto la Bellezza.

14.

Non illuderti, ciò che vedi dal pertugio del tuo sguardo interiore, è sempre e solo il tuo mondo. Essendo il Mondo assai più vasto.

15.

La nota che ascolti, teso nell’anima alla Fessura del Silenzio, è la sola che sa espandere la coscienza nell’Armonia celeste.

16.

Il dialogo! Questo miraggio atteso, stordito spesso da loquacissimi mutismi urlanti.

 

L’Ora estrema, mia dolce sorella.

L’Ora estrema, mia dolce sorella.

Venivo verso te, Signore, con distratta e dolente fatica. Poi mi hai chiamato con voce più chiara nel destino del canto. Ho ascoltato con sempre più intensa attenzione il Silenzio. Ho sentito farsi tutto il mio tempo danza estrema di senso.
Sono andato come un folle d’amore solitario nel grembo del giorno. Mi hai dettato le più dolci parole, nel sentiero più aspro, quello senza ritorno.
Ora muovo i miei passi ai confini del viaggio.
Sento forte la mano. Il Tuo muto richiamo.
Sento ardente il tremore farsi estremo fratello.
E rivedo il cammino. I miei passi. Provvidenza e Destino.
Sento l’Ora che traccia il confine, sorella.
Nella polvere d’oro di deserti cammini, scorgo mani ferite. I ricordi. Lacerti. Sento care le voci dei miei vivi e dei morti.
Come già Simeone sulla scala celeste sento nascere dentro l’estremo Tuo canto. Vedo un giglio sbocciare, il mio “lasciami andare”.
Oh, fratelli pensieri, oh sorelle incantate d’istanti solenni. Oh sublimi ed intatte visioni, dei composti dentro ore terrene promesse.
Come eterna risuona la voce di tutti gli amanti!
Io volevo sapere!
E si ergeva il mio sguardo sopra il casto orizzonte.
Presumevo il mio vero.
Mi hai sedotto con il canto più vivo del Tuo eterno Mistero.
Sono stato un viandante aggrappato al mio Niente.
Ora tutto è più vero, sulla soglia di un tempo sconfitto, sul mio nulla perdente.
Dico a voi, mie creature innocenti. Carità degli istanti.
State quiete nel grembo di un Dio sconosciuto.
Non importa il Suo volto.
L’ira scaltra di chi invoca in Suo nome la legge non ha nulla del sublime suo ardore.
La canzone che intona il Suo alto mistero è soltanto una resa all’Amore infinito. Lì soltanto si accende nella mente dell’uomo una luce di vero.
A ciascuno secondo il suo passo e la sola misura è l’esser di ognuno se stesso.
Come presto per Grazia, nella vita disfatta, Ti ho subito amata Bellezza!
Già nascosta nell’orma della Sua più umile brezza.
Nel presagio dell’Ora sorella che riposta nel cuore mi è stata per sempre compagna.

Epistole. Epistolari. [Pubblico. Pubblicato].

Epistole. Epistolari. [Pubblico. Pubblicato].

E’ lo sguardo degli altri posato sulla nostra più profonda e vera soglia di rivelazione a noi stessi che ci rischiara dentro, ci aiuta a crescere e ci conforta nel cammino non sempre facile della Vita. Ed è uno sguardo raro, che di rado incontriamo e che spesso non sappiamo vedere, presi come siamo nel ripiegamento sul piccolo io che talvolta ci abita e ci conduce sino alla più povera sostanza del sé, l’ego. Quando abbiamo la Grazia di incontrane di tale natura, delicati, alti e profondi, non possiamo che ringraziare la Vita ed in lei coloro che essa ci ha donati, per averceli donati e per averci essi stessi aiutato ad immeritatamente accoglierli nella modesta prospettiva del nostro personale orizzonte.

Quando si apre il dialogo con loro, e posso dunque continuare nel cammino di riflessione condivisa, le mie non sono, non saranno mai, e mai hanno avuto la pretesa di essere, risposte complete ed esaustive, nel senso di risolutive rispetto alla profondità delle domande che gli interlocutori spesso postulano. Io stesso sento precisamente la intensità dei miei limiti personali: mi sento minuscolo davanti all’Infinità degli orizzonti che alcuni interrogativi aprono. Sono e so di essere talora ignorante di fronte alla vastità delle loro personali conoscenze. Dunque, quale dialogo, allora e perché tentarlo? e che cosa sono o che cosa possono significare gli scritti che nascono in me in eco alla vastità ed alla intensità dei loro stimoli, pur consapevole di non esserne talvolta all’altezza?

Il merito.

Cosa sono e che cosa possono [potrebbero] significare le mie risposte. Sono innanzitutto e prima di tutto il tentativo di esprimere gratitudine nei confronti della Vita e loro, dei miei interlocutori, per la bellezza di un dono ricevuto. L’offerta del dialogo, la proposta di condivisione di un pensiero nella reciprocità di una relazione, sono beni preziosi e rari. E come tali vanno considerati e, se possibile, vissuti. Tentando di esserne appunto all’altezza nel dialogo. Nel merito, sono e vorrebbero essere solo ed unicamente, per parte mia, espressione di una testimonianza. Non ho risposte: come spesso ho scritto, ho dentro me l’eco di tante umane sconfitte. Non ho nulla da proporre di esemplare, men che mai da insegnare. Ci mancherebbe che mi dichiarassi con presunzione atto a rispondere in qualche modo delle istanze alte che talvolta chi mi corrisponde pone. Ho però un bene prezioso, quello che evangelicamente si direbbe un talento [e non considerato tale nella laica visione di un giudizio di merito: so che non mi compete e non sarei mai tanto stupido da affidare a me stesso il giudizio su me stesso]. Di quello ho sempre sentito tutta la responsabilità. Nel rispettarlo, nel coltivarlo, nel donarlo, qualunque fosse l’entità ed il valore, che ignoro entrambi. Nell’onorarlo, prima di tutto davanti allo Spirito, che me lo ha posto dentro in origine, e davanti alla Vita che tanta gioia mi ha dato per suo conto ed in suo nome. Perciò, come una madre, l’ho tenuto in grembo, crescendolo e nutrendolo, sempre tentando di portarlo alla Luce e nella sua luce umanamente migliore, quella a me possibile, naturalmente. E’ di tale sostanza delle cose che sempre scrivo, solo di tale dono, ed unicamente di quello sono capace, se di qualcosa sono stato ed ancora sono capace. La mia parte nel dialogo con loro, se essi concedono e quando lo vogliono, si affida a quel fondamento: di vita, interiore, che ho tentato di tenere coerente nella testimonianza del sé alla luce dei giorni vissuti. E solo quello è, può essere e vuole essere, il mio dialogare con loro, il tentare di farlo. Senza limite nell’offerta del dono, perché tutto quel che siamo è dono ricevuto e nulla è nostro e nulla e mio. Le mie lettere elettroniche, gli scritti che ho indirizzato e che indirizzerò loro nel dialogo, sono, per quel che valgono, unicamente il distillato di tale orizzonte. Interiore. Di umana esperienza. Aperto sempre allo Spirito, all’umano, all’Infinito ed all’Eterno. In ascolto dell’alterità. Dell’altro di me e da me. Loro, qui, nel nostro dialogo, prima di tutti. E’ in eco ad essi che la mia vita “risponde” in forma di epistola. Con la sua nota interiore e certamente con la proprietà singolare di quella altrui che la ispira. Nella Luce della terzietà, sempre.

Il metodo.

Naturalmente è variato e potrà variare a secondo dei desideri di chi mi corrisponde e delle esigenze contingenti del dialogo stesso. Il dialogo nasce tuttora e da sempre nella sua forma per me ontologicamente eccellente, dia-logos [nella luce persistente di mythos, certamente]. Una persona scrive, un’altra legge e a sua volta scrive in eco alla prima, sino alla nascita, quando nasce, della terzietà di una relazione sublime nel testo. Quando l’eco interiore dell’una risuona al diapason di sé nel testo dell’altro. Accade di rado, però con coloro con cui inizio e proseguo una corrispondenza è accaduto e accade sempre. E quello è stato ed è il sintomo significativo di una relazione nel testo che ha per me spesso il carisma della comunione.

Nessuna tra le esperienze artistiche che ho condotto, al di fuori degli epistolari aventi per tema l’arte e/o la poesia più in particolare, si è spinta comunque alla condivisione nella scrittura. Ho vissuto sperimentazioni con artisti impegnati in ambiti diversi, mai con poeti, con scrittori, con filosofi, con persone insomma il cui talento fosse affidato alla parola, in primis, ed alla sola parola soprattutto. La parola è sempre stata il mio unico accento identitario strumentale denotativo in ciascuna di tali esperienze e comunque non sono mai voluto andare, nel vissuto, oltre l’incontro di talenti diversi tra loro. Forse proprio in virtù della capacità di dialogo nel profondo rispetto che i miei interlocutori hanno di volta in volta manifestato, che nasce non solo dalla diversità dei carismi intellettuali e o artistici impegnati, ma da una loro raffinata qualità interiore, mi sono sempre sentito a mio agio e privo di quei timori [ne ho tantissimi: nessuno sa quante e quali esitazioni umane mi diminuiscono nella vita, di poeta e feriale, che poi sono una, nella landa dei giorni inquieti...] che spesso mi fanno ingombrante compagnia.

Il rispetto dell’identità autoriale, e non solo nominale, è ed è sempre stato per me un fondamento della poetica. Ne ho scritto spesso. Perciò, anche e soprattutto nel dialogo, nemmeno le affinità più alte e più profonde che il testo rivela nell’eco della reciprocità motivano e giustificano l’assenza del distinguo. Se mai dal dialogo epistolare fosse nata un’opera, o un embrione legittimamente destinato a diventare tale, insomma, non vi sarebbero due nomi ed un testo, ma due testi distinti in uno ed a ciascuno il proprio nome.
Naturalmente, il metodo vale soprattutto se non solo per l’epistolario che nasce ed è nato per mantenere vivo il dialogo tra me e coloro con i quali è nato. La sua natura estemporanea e di bozza, per quanto ciascuno di noi rifletta o abbia riflettuto ad alta voce, come mi sembra e mi è sembrato sempre in modo quasi ultimativo anche negli scritti personali e comunque non destinati alla pubblicazione, ha fatto sì che, salvo diversa intenzione di ciascuno, esso non sia stato mai in alcun modo e in alcuna forma pubblicato. Fatte salve alcune rare eccezioni, legate a particolari contingenze e comunque tali da non violare mai e per nessun motivo il rispetto della riservatezza nei confronti di alcuno dei dialoganti. Essendo il merito, spesso se non sempre, quasi esclusivamente costituito da una flessione argomentativa ispirata da poesia e letteratura. Mai da qualcosa di squisitamente personale, in senso stretto e proprio, legato cioè al vissuto dei singoli soggetti che corrispondono.
Spesso, quasi sempre, è stata l’amicizia, il filo duro e tenace che ha tenuto, l’una all’altra unite in comunione, le epistole. La vita stessa, prima e certamente. Il filosofo direbbe il “sostrato”. La nota interiore che caratterizza pause e silenzi nella relazione digitale, come del resto in quella analogica, è ed è stata quella che ci ha resi e che ci rende l’uno all’altro riconoscibili, che ci espone [in senso celaniano] uno all’altro nella speranza di una comunione che l’esistenza postula e che l’epistola sigilla. Nella verità di sé, per quanto precario sia il cammino identitario, la disgiunzione dei sensi è letale.

Lo iato dell’inganno, quella ferina e feroce flessione dell’incoerenza che apre vulnus e ferite nel profondo di sé prima ancora che minacciare la relazione, apre incolmabili abissi. Non solo, però, tra l’io che scrive e l’io che vive. Tra i due soggetti della relazione epistolare, che, quando impegna parole alte, e amicizia certamente lo è, chiama anche l’ineffabile verità del proprio essere, e della propria esistenza, a testimonianza della sua essenza ontologica ed alla autenticità di sé. L’amicizia, anche quella digitale, impegna molto più di un like e chiede prima di tutto il fondamento di sé. Non si può rispettare nessuno, e senza rispetto non c’è alcuna amicizia, se non si rispetta prima di tutto se stessi. Qualunque cosa significasse “essere se stessi”, o “conoscere se stessi”.

Consapevoli sempre del fatto che lo statuto ontologico di un testo che, per esplicita intenzione dell’autore, attende l’accoglienza interiore e l’ascolto singolare dell’amicizia e null’altro che quelli, è l’impubblicabilità.

I testi che nascono nella fedeltà ad un destino di silenzio senza eco nell’anima altrui, posto che ve ne siano di siffatti in assoluto, amano la certezza, inquieta ma irrevocabile, dei cassetti in cui vengono riposti [in qualsiasi forma declinati]. Con la discreta mano autoriale, che distingue in origine un silenzio amante da un Ignoto il cui possibile destino è, nella temperie dei tempi, un silenzio inerte.

 

il 22 ed il 31 Agosto 2014

 

 

Aporia. [La minuscola nota di una speranza senza requie].

Aporia. [La minuscola nota di una speranza senza requie].

La cruda essenzialità del gesto, l’atto che snuda l’incertezza vaga del pensiero che lo tiene in grembo in potenza e dirime la vita. Genera il fatto ed in esso il reale. Se non la stessa verità, che mette ali alla narrazione, al canto, alla rappresentazione. Il cerchio si chiude.

L’orizzonte decisivo non è necessariamente cruento, sebbene si riveli spesso determinato e determinante senza margine né scampo per chi sceglie di stare al margine della sua virulenta pienezza che campisce la scena, quasi la cancella.

Il sofisma interiore che precede il fatto o l’indulgenza dubbiosa che lo interpreta in seguito, non hanno campo. Il nodo gordiano è sciolto, la storia muove.

L’enigma perfetto, l’aporia, sembra oziosa perifrasi dell’anima. L’incalzare dell’accadere ha una sua necessità ontologica cogente. La domanda, il dubbio, spazzati via. Anche l’essenza poetica del reale, cui spesso l’occhio mistico attinge, si sfalda nell’urgenza secolare che non conosce la sintassi del divino. La performance domina la scena.

Gli interrogativi che hanno impegnato generazioni, e che forse pertengono un arco di tempo amplissimo, la sequela tutta dell’umano?, sfumano nella smagata contingenza di ciò che appare. La rappresentazione è tutto. E non importa se spesso è solo un surrogato cabriolet dell’esistente, accuratamente svuotato di ogni traccia dell’Essente. Gli imperativi dell’epoca che, nell’Occidente europeo, è già oltre il tramonto, sono tiranni. La povertà e l’urgenza si placano solo nella consumazione senza requie dei fatti sussunti nella loro istanza minore, la rappresentazione comunicata con eccellenza. L’eccellenza della comunicazione è il magistero dell’essere performativo.

La sete di Infinito. La tensione all’Assoluto. Il viatico dell’Eterno. Si accartocciano nella istanza minoritaria della necessità. Talvolta svolazzano, foglie di fico su indegne pudenda, a coprire l’ipocrisia, ad aiutare i moralismi di circostanza e di maniera. Spesso surrogano la più alta apologetica e vengono impugnati per difendere l’estremo baluardo dell’apparenza. La cosa in sé. Il potere. Non quello maiuscolo, che sarebbe una manifestazione dell’arte di vivere, sublime al suo diapason. Quello d’accatto, che serve a conservare il privilegio evidente, di piccolo o grande cabotaggio. Allora non è la tensione al Vero, antropologicamente attestata nell’ontologia dell’umano, a subire lo scacco di un relativismo comunque eccellente quando si spinge fino alle vette della consapevolezza di sé [e di se stessi in chi lo abita]. E’ la minorità degli attori assetati di nuovo purchessia, che cercano attestazione e garanzie nel consenso a colpi di numero. Incuranti del senso, del prima e del dopo, del dubbio, delle domande che invitano l’anima alla radicalità della risposta: non perché presenti al reale. Perché disposti ad abbracciare e a favorire qualsiasi flessione dell’esistente, fino a seguire la deriva dei luoghi comuni, se genera placet. Una prassi diffusa che non attinge alcun relativismo storico, ma si ubriaca nell’indulgere ad una evidenza qualsiasi, purché legittimi se stessa nella forma del consenso, uno qualsiasi.

La domanda [le domande?] sospesa sugli abissi di Luce dell’Infinito e dell’Eterno, non interessa quasi più nessuno. Se non poche, rare, solitarie e sole, marginali creature spirituali. La domanda [le domande?] non hanno alcun appeal mediatico nel corpo [letteralmente parlando] della rappresentazione. Della spettacolarizzazione di massa dove il Senso si riduce esso stesso a senso [dunque, prossimo al luogo comune]. Nel territorio della comunicazione efficace, dove l’efficienza ha mutuato stilemi vincenti ereditandoli dalla leggenda mediatica broadcasting. Una sostanza antropologica dalla quale è difficile liberarsi, posto che i protagonisti, legittimanti e legittimati, se ne vogliano davvero liberare.

L’eccellenza del numero è un imperativo dirimente. Il numero di scuola eccellente che sancisce il primato in scena è tutto. La virtù dell’eccellenza, quello scarto di senso che si manifesta prima nelle pieghe del silenzio e della solitudine, e che non è e non può essere funzione di alcuna forza indotta, men che meno di quella dei numeri, per approdare poi, se e quando vi giunge, alla consacrazione del merito, è nella propria origine connaturata all’evidenza solitaria dell’uno, la sorgente in cui nasce e cui attinge. Solo poi, per lievi scarti di inclusione, che nell’accentuazione sublime del cammino si dicono comunione, il suo fiato diviene respiro incluso e condiviso.

La poetica ribellione dell’uno è una via mistica e rivoluzionaria. Il suo sentiero si inerpica lungo il crinale che separa due abissi, tra la Modernità alle spalle ed un tempo futuro nascente ancora senza nome e senza volto.

L’essere autodidatti o intellettuali ortodossi legittimati dall’accademia. L’essere eretici o affiliati alla organizzazione legittima incarnazione di un credo. L’essere persone civili prima ed oltre la legge o l’essere militanti esemplari di un’istituzione di governo. L’essere creature solidali per vocazione o l’essere appartenenti ad enti il cui statuto norma le pulsioni caritative.

L’essere al margine, il muoversi nel cuore dell’aporia per tentare il varco in cui le apparenti contraddizioni tendono a cedere, divengono impercettibili forme di esistenza, e ancor più di resistenza, quando la dirompente evidenza del reale reclama la rappresentazione dei fatti così come sono. Quando gli interpreti puri dei caratteri performativi non conoscono esitazioni.

L’essere e lo stare sulla soglia nella temperie dei tempi, fra la forza dirimente di un relativismo affidato all’opinione garantita dalla forza dei numeri e la sete di assoluto che è nell’ontos dell’umano, è una vocazione ed insieme una chiamata. Un destino e al tempo stesso una grazia. Una scelta laica in affidamento al dubbio o un atto di fede nel mistero.

Non c’è una Troia da espugnare e non vi sono guerre da combattere e/o da vincere purchessia quando l’orizzonte da raggiungere o cui almeno tendere è l’Infinito. Non serve e non giova l’astuzia di Ulisse quando la navigazione ha quale approdo cercato ed atteso l’Eterno.

L’uomo è questo. L’uomo è anche questo.

La sua Solitudine è gioia immensa di singolarità: perché anche in tale consapevolezza, in tale sua declinazione dell’attesa senza requie ci sono la speranza senza tempo dell’incontro e la certezza dell’abbraccio.

Non vi sono [unicamente] risposte nell’orizzonte della storia. Vi sono [anche] domande che tentano di interrogarne il senso oltre il suo [ed il nostro] sguardo.

La contraddizione non nasce fra flessione relativista del secolo e sete d’assoluto del religioso. Nasce nel limite antropologico che ripiega, anche laicamente, su se stesso e crede e pensa e vive come se la forza dell’istante fosse legittimazione della verità del Tutto. Ci sono sempre un varco aperto, un’alterità, un’altra verità, un altro da me, un altro di me, un altro che [mi?] attende. Io ho sete d’Infinito e se il grido della Modernità è stato di angoscia ed incline alla disperazione, coniugato in un orrore informe fino alla mutezza, il grido di uno stato nascente non può che essere sia pure sussurrato la nota minuscola di una speranza senza requie.

Quando il pensiero trema nel vento di tempi altri e la coscienza si stende dentro il limite angusto dell’evidenza per respirare attraverso una fessura di Luce la sete di Assoluto, allora è giunto il tempo di mettersi in cammino. Verso un altrove di Senso che ancora non c’è. Con l’umile pazienza del pellegrino che ha per sola casa l’imo del cuore abitato dall’ininterrotto canto della vita nascente. Felice di tutto. Nel desiderio di niente.

 

O Tu, Tu stella di luce furente.

O Tu, Tu stella di luce furente.

Ora ridi, tu, stella di luce furente, splendida e accesa sopra il casto orizzonte di tempi. Entro un arco di cielo presente. Oltre i monti coronati dal sublime del tempo moderno. La fugace comparsa del suo sapido niente. Ti ho veduta che ero bambino farti prossima al mio sguardo incantato. Vicino. Ti ho inseguita, nel grembo dei giorni. Con coraggio addestrato da secoli stanchi a lenire il mio grande spavento. Ho sperato nell’attesa. Negli eterni ritorni. Ho scandito con passo di danza la tua mite, gioiosa sequenza.

Ora giunto al confine di questo Mistero, sopra il ciglio di abisso e di luce del vero, non avverto più salda la soglia. Trema e indugia il mio passo. Io non so se devo o se posso. Inoltrarmi ancora con te nella vasta avventura che fa lieve il mio canto. Lo sigilla in un tempo che dura. O se devo abbracciato al mio ego svanire, fra le cose del mondo contrite e solenni come un segno qualunque sfumare.

Sento il morso degli anni che mi stringe con passione accanita sul cuore. Sento il mite richiamo di tutti gli amanti sussurrare nell’imo delle più caste ore. Sento te. Luce arcana e divina che mi chiama con voce suadente dalla prima mattina.

E mi chiedo se il monaco folle che sempre ha abitato il mio corpo stregato da te, nel poeta come in cella di cenobio murato, non mi chiami a tacere per sempre. Dentro l’eco del mondo che risuona dell’eco infinita ed eterna di ogni estrema parola. Dove l’io che s’intona ha una sola armonia, la sua nota solitaria e più casta. La tua musica indifesa di cui tutto il creato risuona.

Io ti prego, in quest’ora solenne, o mia stella di luce furente, torna ancora a guidare la mia fronte scomposta nella luce cosciente che innamora la vita e le cose. Torna ancora a brillare. Nella quiete che fa bella la notte, tu, o stella di tutte le rotte, torna ancora il silenzio invocare. E sussurra nell’azzurro del buio le parole che sai più composte e sagaci. Spargi dentro l’inane fatica dell’uomo le più intatte tue luci. Fa che siano ancora ogni gesto e ogni nota piene della silente bellezza che inonda le preci!