Contraddizioni. [Modernità. Etica ed essenti.]

Contraddizioni. [Modernità. Etica ed essenti.]

1.

Intellettuali che difendono la gratuità della cultura a gettone di presenza.

2.

Una strenua difesa della propria privacy. Un’esuberante ed invasiva esibizione di tutta la propria vita.

3.

La (giusta) ed ostinata rivendicazione del libero accesso ai testi (alle opere) in un contesto di lettori debolissimi (meno di un libro/anno).

4.

L’invocazione di una nuova legge per ogni controversia irrisolta. Poco o nessun rispetto per la legge vigente.

5.

Legati al culto del finto antico, delle cose di una volta. Travolti da una superficiale e parossistica ansia della novità purchessia.

6.

Un’inflazione di mezzi. L’infinità dei messaggi. Un’estrema povertà comunicativa e relazionale.

7.

Antagonismi rivoluzionari perfettamente integrati nel sistema che combattono a suon d’irate parole.

8.

I sempre nuovi e numerosi Dante (“o il più grande poeta vivente”), contemporanei in una folla di epigoni.

9.

Gli eremiti che gridano la propria solitudine dall’affollato cenobio dei media di massa che ne esaltano le frequenti performance pubbliche.

10

I volontari che esercitano lo spirito di gratuità essendo perfettamente inquadrati nel ruolo e ben retribuiti.

11.

Gli indignati censori pubblici che godono tranquillamente in privato dei privilegi denunciati.

12.

I moralisti della domenica, che indossano un simbolico cilicio solo quando lo prevede il codice dell’opportunismo.

13.

…[?]…

Quale fondamento di valore (etica, ontologia degli essenti) resiste al principio di non contraddizione nella Modernità?

 

 

 

 

 

 

 

Pietra tombale.

Pietra tombale.

Solstizio d’Inverno.

Pesa, come un macigno sul cuore, l’ego. Pietra tombale del sogno, l’umano. Sarcofago irredento del divino. Pesa il silenzio, l’eco che torna muta dall’agone. Pesa il torto sul dono del vinto. Il suo sussurro è triste, naufragio malinconico di un giorno estinto. Pesa la gloria trionfale del corrotto. Pesano menzogna e ipocrisia che sostengono il pegno del futuro con ingiustizia estorto. Stordito dall’inganno, l’animo che fu si cela, lontano dal suo centro. Resiste qualche ardito frammento. E si inabissa, lacerto di visione, o solo permane nella sua vieta rappresentazione.

A margine del prato, qualche seme scampato erge il suo stelo quasi fiorito. Una mano rapace guida l’occhio che non vede. La voce di chi crede mormora, lontana, e accende incandescente la luce di una fiamma arcana. Seguono tracce empie gli scherani. Giuda consegna l’innocenza a ignote mani. Tutto è mutato, la terra ed il suo frutto. L’uomo sussurra un canto estremo. Chi sa se mai altri fratelli uguali ascolteremo. Pronti al volo alto, l’animo pacificato. Renderanno puri i tempi che hai sprecato. Serpi annidate guatano la preda. Fanghiglia e mota, l’identità in poltiglia. Batte il suo passo ancora, l’ultimo poeta verso l’attesa aurora.

L’alba che nasce smemora i vili e irradia l’innocenza. Solo chi sa ricorda ed il coraggio raro è parco di tesori. Ieri è presto inghiottito dal presente opportuno, in tempi di incertezze, in tempi di declino. Chi sa del vero, chi visse la coerenza? Chi, tra gli interiori vinti, disarma la veggenza? La tristezza, orfana, abbraccia la vedova speranza. Figlia e madre, sono parole sole. La vita duole in grembo al giorno nuovo, la doglia del domani è ricercata dal vivido cinismo che scorre nelle vene agli scherani.

L’ansia moderna appaga il suo tramonto. Il conto è chiuso. Il conto torna. La poesia innocente alberga il Tempo, nuda e disadorna. L’aura sublime che fu, mai più ritorna. La terra dei padri intona il suo lamento, canto d’addio, saluto dell’incombente sera. Estrema. Ultima, ultimativa voce. Addio per sempre, antica bella prece. Sparso il veleno nel cavo della vita. Cinismo, atroce svolta d’orizzonte, flesso lo sguardo sopra il proprio naso. Bene comune, benessere incipiente. Del resto nulla importa, il sale dell’amore sulle ferite sparso. Le luci dell’interiore spente. Più nessun canto vero. Più nessun gesto caro. Niente, oltre lo stigma di quell’ontos primo. Ad altri volti sorgenti la linfa del divino consegna il Suo fresco incanto, il Suo originario manto. Mai più qui. Non certo ora. Anime altre rischiara il sole della dolce aurora. L’eco riflessa del passato consuma il suo tesoro. Dilapida la dote. Sparge e consuma, danzando, talvolta forse ignara, sulla propria morte.

La lingua che fu madre, si è fatta gabbia atroce. Non libera parole, l’anima non traduce. Ostesa nel silenzio la ferita addita altri destini. Gli scriba e i farisei, cloni dei tempi. A denti stretti, vanno i liberti verso la Terra Nuova. Da schiavi colti e ardenti. Un dio minore innerva anche i contagi. Nelle sue secche plaghe, nidificano i plagi. L’anima sola interpreta il destino. Aruspice silente del Divino. Incontra cuori e vite, si apre al solo cielo in comunione. A tutto crede, a nulla serve nel suo coro la ragione. Sillaba amore dentro un’eterna lallazione. Nell’Energia, l’olismo asperge nuova redenzione. L’orma composta che non sa di ieri. Che nasce  e non ripete altri pensieri. Che a mani nude ride il giorno più normale. Il segno che risuona, primitivo ed epocale. I barbari disegnano la storia. Il bardo intona compunto il suo ritardo. In limine si muove anche il passato. La forma, il vento libero, schiude l’accento allo Spirituale. Nessuno più appartiene. Nessuno sa ciò che più conviene. La religione è un’eco dell’Assenza. La creatura muove incontro con arcana riverenza.

L’anima della legge.

Quello che segue è uno dei testi disseminati in rete, che negli anni scorsi ho scritto, ospite di siti o di blog diversi. “L’anima della legge”, è il commento che motiva l’adesione ad un appello sottoscritto qui il 22 Gennaio del 2010. Questa sera torna (anche) a casa, ospite mio…

L’anima della legge.

[...] Sottoscrivo l’appello con persuasione interiore. Convinto altresì che nessuna costituzione (legge) salva un popolo (nazione) da se stesso se la sua anima è corrotta. Nessun fondamento teorico della convivenza civile può salvarne forma e sostanza, se la prassi egemone è quella di disattendere ogni patto non scritto di reciproca lealtà e di eludere con disinvolta arroganza il dettato legislativo che regola la comunità, quando l’interesse personale deve sacrificarsi al bene comune. Credo che il fondamento della Legge debba confidare, prima di tutto, nella coscienza responsabile di ogni singolo soggetto della comunità. Il primo modo di onorare la volontà, lo spirito e la lettera, del Padre Costituente, e soprattutto la memoria di chi ha pagato con la propria vita un sogno di libertà realizzato nell’avvento della democrazia, è dunque quello di celebrare ogni giorno nel segno di una personale coerenza, dedita al rispetto delle persone e dei principi che ne fondano le relazioni. Nessuna legge, per quanto eccellente nella lettera, può restituire a uomini corrotti l’integrità profonda di uno spirito che li renda capaci di seguire un ideale sacrificando se stessi, invece di cercare un interesse personale sul cui altare immolare la comunità. Non è necessaria alcuna revisione del dettato costituzionale. Serve invece, prima, una riforma dei cuori e delle menti, la sola che possa restituire un’anima condivisa alla comunità ferita. Solo poi, uomini credibili potranno porre limpida mano, se mai i tempi chiedessero, alla revisione di una costituzione che fu, è stata e ancora è espressione alta di un sogno di libertà e giustizia condivise. Non la si può ridurre ora alla modesta rappresentazione (spettacolo indecente?) di un breve anelito di vanità personale o di pochi, orfana di qualsiasi afflato ideale.

La parola, un minuscolo accento di luce.

La Parola, un minuscolo accento di Luce (La cecità del poeta).

Ci si sente minuscoli davanti all’infinità dello spazio, all’eternità del tempo. Si comprende che il proprio sguardo umano è ontologicamente miope. Lo è strutturalmente e per destino. Ci si rende conto che, tanto più l’anima tende verso orizzonti lontani, l’ignoto laico, il mistero della religio, l’incognita della scienza, tanto più ci conforta la stabilità interiore dell’occhio minuscolo. Quello che sembra stabilire, cogliere ed insieme carezzare il confine del mondo a noi conosciuto, quello cui è possibile accedere, e invece ci offre una miniatura del cosmo aperta a tutti i possibili sogni. L’infinitesimo per l’Infinito. L’istante per l’Eterno. L’impercettibile per l’evidenza estrema…

L’epica feriale, sabbia dei giorni poeticamente posata sulle dita della nostra quotidiana esperienza. Ai bordi di un mare che, ora dolce e sommesso, ora spumeggiante ed irato, depone il suono e l’acqua e il tempo sulle rive del nostro silenzio. Vediamo con occhio interiore un presagio dell’infinità che pare lontana e sfocata e che a tratti, nelle epifanie più intense, è così presente al nostro reale, così viva! Allora il balocco divino posato per incanto nel grembo del nostro giorno, è una geniale struttura di minuscoli presagi. Un’intuizione impercettibile che apre il caos delle cose alla sinfonia del Cosmo. Un istante che, commosso, traccia la linea dell’eterno per infinitesimi scarti di senso e ci detta, ora con gioia ora con stupore sgomento,  la nota interiore del nostro essere vivi. Il quotidiano metronomo, che scandisce la minima nella composta musica di un’armonia senza confine e senza tempo. La Luce dentro.

Il poeta è cieco. L’aedo, il mistico ed il profeta attestano l’oltranza di una miopia di sguardi che risuona dell’incantesimo di un Altro sguardo. Di uno sguardo altro sul mondo. Nella silente duna dell’arenile. Nella ferialità scandita dal suono di una moltitudine di esotericamente inutili, e perciò poetiche, cose.  Cieca a se stessa. Chiara al poeta. Un grano di sabbia. Un seme sparso nel vento. Un lacerto di silenzio. Un lampo nello sguardo di un fratello vinto. Un furtivo gesto di speranza, quando una mano si stende protesa al conforto, al saluto, all’abbraccio. Quando la parola, un minuscolo accento circonflesso di luce cosciente sul buio del mondo, accende di luce e di senso la notte del giorno.

PS Ho scritto questo testo in risposta a ed ispirato da questo post

Sosta. Contemplare.

…peripatetikos (Peripatos)…

Il sublime: luce, dunque, e verità. Solo Bellezza, quindi? E solo la bellezza abita il Silenzio e la Sosta? E la natura del contemplare è forse unicamente possibile nella sospensione, nel ritorno dell’energia nel grembo dell’atto in potenza?

Il Mistico, giunto alla soglia estrema che tali domande postulano, non risponde. Non rispose Cristo interrogato da Pilato. Non rispose il Budda. L’Iniziato non risponde. Tutto dell’oscurità è detto e svelato. L’estrema evidenza del reale non significa piena nudità dei cuori. Quali lembi sono sottesi, ancora, alla certezza delle forme? La chiarità e la limpidezza attingono anche la persuasione della forma, ma sono risposta mutila e fissità senza l’abisso di luce che abita il silenzio. E se nessuna luce abita l’abisso di chi interroga, inutile, essotericamente, è anche la risposta. Vale più dunque un esoterico silenzio?

Noi ci muoviamo lungo i sentieri incerti della vita e a tratti dentro l’Oscurità del non senso senza scorgere mai la luminosa torcia accesa nel cuore silente degli Iniziati. Ci affidiamo ingenuamente alla superstizione e temiamo la libertà degli innocenti. Ciò che davvero scompagina il reale, inferendo crepe, varchi entro i quali fluisce sia pur fievole la Luce e dai quali, – se solo prestassimo orecchio con attento ascolto,- anche la Voce nasce,  è la purezza di un cuore che respira in sé l’Eterna verità dell’intero e di ogni cosa.

Eppure tutti, per qualche istante soltanto o per lunghi tratti del nostro cammino, abbiamo certamente sperimentato e conosciuto l’Una e l’Altra, e siamo abitati dalla Terza, malgrado alcuni tra noi non ne siano consapevoli. Il nostro esserne ora orfani e digiuni non significa che ne ignoriamo la profonda essenza. Essa, però, è sepolta sotto la coltre inanimata dei nostri “no”. Vestita di tutti i paludamenti dei quali non abbiamo saputo o voluto spogliarci.

Dovremmo tornare ad esercitare l’orecchio interiore, certo ad un livello antropologico consono ai tempi che viviamo, e senza farisaiche nostalgie della forma che non muore mai secondo gli stilemi del nostro pigro conservatorismo conformista. Udiremmo allora con maggior nitore l’eco del Tempo che risuona in noi. Dovremmo tornare a compiere il duro esercizio della sosta per vedere il mondo con occhi disabitati da noi stessi e liberi dunque di cogliere le cose nella loro nuda, primordiale essenza.

Entrare in relazione profonda con il Silenzio e con l’Immobilità è sempre, e ancor più nei tempi del rumore e della velocità, l’unico modo per ritrovare la via di una relazione vera con il Mistero. Con noi stessi.

Allora potremo tornare a camminare e a parlare con occhio vivo di un’innocenza nuova. A contemplare.

PERIPATETIKOS (PERIPATOS)

Camminare, parlare. Due movimenti, uno del corpo, uno dell’anima. Camminare parlando. Parlare camminando. Non di rado i pensieri si muovono in armonia con i passi. Anzi, talvolta ne sono incoraggiati, forse ispirati. Fermarsi e  tacere: ogni verbo d’azione, ne ha uno di segno uguale e contrario che denota per ciascuno due condizioni opposte, e non necessariamente oppositive, dell’essere in azione. Lo stare nell’essere.

C’è un verbo, però, che sembra poter contenere in sé, senza alcuna distinzione, entrambe le condizioni dello stare nell’essere, e forse anche quelle dell’azione: contemplare. Il movimento sublime, che, paradossalmente, si esercita unicamente in uno stato di quiete. Di fissità apparente. E’ uno dei misteri più grandi tra quanti abitano l’uomo, e in un certo qual modo è il solo che fra tutte le creature lo distingue. O quello che ne rende più evidente la specificità. L’azione del contemplare è quella che sospinge la creatura nella più alta prossimità intuitiva del Mistero. Più vicino alla percezione del Suo senso, ed anche del senso delle cose.

La parola (il pensiero, il sentimento) che tace se stesso, che si tace, apre il varco del Silenzio e avvicina alla soglia estrema della condivisione. Rende intensa l’attenzione, sospingendo la creatura alla più alta profondità di sé. Libera tutto lo spazio interiore affinché la prossimità con la luce apicale possa lasciarsi visitare dalla più vasta eco del Mistero.

Il passo che ferma se stesso, che si arresta, lascia fluire intera l’energia di sé e sospinge la creatura alla tensione più accesa, quella che il corpo avverte quale atto in potenza, non consumato. Rende ancora più acuta la percezione del possibile, di un andare composto e disteso dentro il profilo delle cose. Cumula la resistenza del corpo affinché la visione circostante compaia in tutta la sua verità al vertice di un gesto compiuto, la cui vis attiva rimane come sospesa, risonanza inavvertita, nella circostanza, la vita intorno.

 

Opus justitiae pax.

La prima e più grande forma di violenza è quella perpetrata con la menzogna. La menzogna, è l’arma con la quale i bari cercano di sopraffare nascostamente i puri. La relazione armonica tra i pari, le persone, portatrici tutte e ciascuna dell’inalienabile diritto al rispetto di sé, in sé e per sé, donne e uomini, cittadini e governanti, lavoratori ed imprenditori, s’infrange a causa dell’ingiustizia posta in essere da chi mente. L’ipocrisia è un atto vile, compiuto da persone impotenti ad esercitare il diritto di essere se stesse nella pienezza del rispetto di sé e degli altri. Chi mente apre un vulnus anche nell’integrità di sé.

La condizione asimmetrica che scaturisce dalla menzogna segna l’inizio della guerra provocata dagli impostori. Il loro prevalere si spinge sino alla cancellazione degli innocenti, la cui sconfitta non genera la pace, ma un silenzio immobile, carattere primario di tutti gli assolutismi (dittature militari, mediatiche, economico/finanziarie). Non v’è alcuna intesa possibile quando il fondamento dell’accordo risiede nella menzogna, nell’ipocrisia. Che è la sorella omozigote del cinismo.

Ogni azione compiuta nasce prima di tutto nel cuore e nella mente degli uomini. E’ indice e frutto di un pensiero, di un’intenzione, di una condizione interiore. Per comprendere chi per primo e più di altri arma la mano, si deve distinguere, nel frastuono delle grida mediatiche  come nella prassi feriale,   la verità delle persone in sé. La guerra finisce, e la pace si ristabilisce, quando  la persona restituisce dignità alla verità dei testimoni. Coloro che coniugano indissolubilmente le parole pronunciate con i fatti accaduti e con l’esperienza di sé. Praticando l’ontologia del vero, che è il fondamento del rispetto. Anche quello di se stessi, prima di tutto.

Abbattere le soglie della coscienza, praticare un confine elastico in cui la menzogna rimbalzi, agire scientemente nel paradosso continuo di un’ipocrisia spacciata per normalità, non compone il conflitto. Al contrario, lo accende, lo suscita, lo rinfocola. Lo provoca. Il primo atto di ogni relazione degenere è (quasi) sempre una menzogna. In pubblico, come in privato. Non c’è giustizia senza verità. Senza giustizia non c’è pace. Piano piano, anche la libertà fa la sua scomparsa.