Olismo singolare. Comunità sistemica./1.

Nota politica.
Olismo singolare. Comunità sistemica./1.

 

Alla fine, quando renderemo i conti, scopriremo che quello che di meglio e di più vero rimane sono le nostre speranze. Dite pure i nostri sogni. “, Mino Martinazzoli, in “La politica possibile”, Milano, 2000

 

Il testo che inizia oggi, “Olismo singolare. Comunità sistemica”, avrebbe potuto a buon titolo essere pubblicato nel Diario inutile. Lì infatti è nato. Nell’alveo e nello spirito di quei giorni. Dal dialogo con Nino che mi ha coinvolto in riflessioni altre, di sicura valenza politica, malgrado vissute in ambiti affatto diversi. Stimolandomi sino al punto di rinverdire un pensiero che avevo da tempo abbandonato, almeno nella sua forma più strutturata e meno occasionale, soprattutto destinata alla pubblicazione.

Qualche tempo fa, avevo fatto leggere ad Elena alcune piccole osservazioni di paziente, fatte ad un testo che Nino mi aveva inviato.Le avevo intitolate “Olismo singolare. Comunità sistemica”. Le avevano ricordato un mio testo di tanti anni prima, “Persone civili”.

Persone civili è il titolo di un documento che avevo scritto per un amico, candidato sindaco in un paese della provincia in cui vivo, 24 anni fa. Ci conoscevamo da almeno altrettanti e ci eravamo frequentati per un lungo periodo, condividendo anche qualche passaggio non banale delle nostre minuscole storie. Ci eravamo persi e poi ritrovati, come spesso accade lungo i sentieri, non di rado interrotti, della vita.

Un giorno, mi aveva chiesto di mettere per iscritto alcune idee, che avrebbe condiviso con il suo gruppo impegnato nella campagna elettorale. Lo avevo fatto, in modo libero e gratuito. Non ero impegnato ad alcun titolo.

Sentivo allora, con la stessa intensità di oggi, la necessità di porre a fondamento di un autentico mutamento della società un cambiamento radicale della sua unità minimale. La persona. Naturalmente, il mio documento non era stato adottato. Il gruppo, che pure aveva apprezzato al pari dell’amico candidato sindaco le piccole idee da me proposte, aveva scelto diversamente. “Troppo avanti”, era stato il commento.Avevano mantenuto un profilo più consono al contesto, ai tempi direi, vincendo le elezioni.

Oggi la persona al centro sembra essere divenuto un irrinunciabile preludio per qualsiasi ambito, naturalmente relazionale [anche tale evidenza si è fatta d’incanto negli ultimi anni il sale di ogni comunità, almeno negli esercizi retorici dei tanti nuovi adepti].

Nell’epoca dei monoliti ideologici che avevano a lungo dominato la scena della storia, prossimi ad essere surrogati da altri dominus di ancor più secolare fondamento, la persona era ritenuta una flessione individualista e la singolarità una dannazione. Anche se gratificata da accenti civici, del resto poco a dimora in quagli anni, dominati dalla prevalenza di istanze che conferivano statuti etici d’eccellenza , spesso unicamente in virtù della giusta appartenenza, non di rado una denotazione nominale priva di approfondimenti personali.

La coerenza fra l’essere e il fare, fa l’esser colui che si dice di essere e la rappresentazione che di sé si offre e che viene garantita dal nominalismo collettivo e più conviene, in favore di consenso. Conquistare il favore della scena, valeva, e ancor più oggi vale, in un presente che di quegli anni è erede, assai più che essere se stessi lontano dalle ossessive rappresentazioni mediatiche. Spesso le due dimensioni non rispondono di un identico statuto interiore, quando pure ne abitino uno coerente e resiliente.

Costruire la miglior rappresentazione di sé in favore di chi vede, di chi legge, di chi ascolta. In media stat virtus. Anche quella, soprattutto quella, utile, necessaria ed indispensabile a lucrare l’accredito del consenso. Spesso priva di fondamenti altri che non siano quelli di un’abilità strumentale e comunicativa atta a sedurre. Un ossimoro etico. Un paradosso sociologico.