La Via. [La Vita].

La Via. [La Vita].

Il testo che segue,riassume in sé i caratteri di due diversi Sentieri di Senso. Quelli del Convivio e quelli di Op.Cit. Avrei potuto, come sempre in passato, pubblicare il mio scritto in Convivio, e le citazioni dal libro di cui scrivo in Op.Cit. Il testo mi è venuto così, in forma di dialogo tra parole nate talvolta in seno a tempi lontani e scaturite quasi sempre in luoghi diversi e distanti. Come lontani, certamente nello spazio, siamo stati sempre e siamo Lan Lan ed io. Così come è nato, ho deciso di lasciare questo lavoro, suscitato dalle parole dell’autrice, Ly-Thanh-Huê, e dedicato al suo ultimo libro pubblicato, “La voie est sous vos pieds”, St Ouen, Les éditions du net, 2020.

 

Ho trovato la porta d’accesso, o forse la minuscola chiave che apre la soglia interiore, così evidente nella sua Bellezza da sembrare nascosta all’occhio pigro dell’indugiare feriale. Priva talvolta, nella fatica e nella prova, di vocazioni verticali accolte.

Me l’ha data lei, l’autrice.

Scrivo raramente, ed ancor più di rado ho scritto, dell’opera altrui, di libri pubblicati. Per un’indole poetica cui sono fedele da sempre, nella scrittura come nella lettura. Per una forma di rispetto della verità di me, di chi scrive, della nostra più viva e veritativa relazione. L’ipocrisia e la convenienza dell’opportunità critica o dell’opportunismo che cerca una improbabile elevazione di sé nelle asimmetrie dell’incomunicabilità, o dell’incomprensione più diffusa e probabile, conducono solo al delitto: lo spreco della Parola. Il seme inutile disperso e la generosità della parola in atto, il canto è gesto, sono nella sua origine e nel suo destino. A tale assioma etico sono fedeli, nella mia visione, il lettore ed il poeta.

L’opera in sè può essere un universo compiuto in attesa e può dischiudere mondi in chi lo scopre nella ricerca di rivelarlo a se stesso. Essere letti, forse essere amati… E, reciprocamente, in una relazione che attende la comunione, leggere con uno sguardo amante. La composizione della figura interiore che nasce da tale incontro, è la presenza al reale dell’opera.

Toccare con lo sguardo dell’anima la profondità di chi ha scritto, è un esercizio impervio. L’intuizione, simile alla folgorazione che accende il cuore nell’atto di fede, è un dono da custodire con cura ed attenzione. L’altezza della comprensione raggiunta è il sentiero al termine del quale la mente sussurra l’incipit dell’incontro, il proprio “Eureka”. Non sempre la meta è data, ed anche quando lo è, talvolta non è data per sempre.

Da alcune settimane ho concluso la lettura del libro di Lan Lan, ma Sœur du Nord.

Da tempo l’ho lasciato in un sonno vigile ed attivo, fedele all’esergo, una nota iniziatica della mia minuscola storia creativa. L’ho posta in apertura del blog: Scrivo quando posso. Posso quando devo. Devo quando sento.

Da tempo, il libro stesso mi guarda ed insieme mi chiama a raccogliere la sintesi del nostro incontro. Lo vedo e lo ascolto ogni volta che scorgo i segnalibri fare capolino dalle sue pagine. Sono i segnavia di passo che ho posto, le tracce di una memorabilità della relazione fra le parole scritte da Lan Lan e la mia lettura.

E’ seguendo tali tracce e citando i suoi passi, che avrei voluto scrivere della sua opera. Come in un dialogo ininterrotto in cui la parola di chi scrive suscita una risonanza interiore. Talvolta il ricordo di altre parole che egli stesso scrisse. In una conversazione oltre lo spazio tempo delle contingenze, che reca in sé gli accenni dell’infinità e dell’eterno. Come è dell’amicizia e della fedeltà che, anche nella parola, dura.

Più volte ho esitato: ogni punto di intersezione e di accesso, tra quelli evocati dai miei segnalibri, mi è sembrato adeguato e bello.

Infine, nei giorni scorsi, è venuta lei, con la consegna dirompente e decisiva, con la chiave d’accesso alla soglia. Ecco dunque il fiume, quella mirabile metafora del tempo, la porta d’accesso, la chiave del senso. Di un possibile inizio nella narrazione dell’incontro.

Le fleuve est la métaphore du temps, de son flux, de son impermanence. Ici, impétueux torrent, là, calme et étale, telle la vie changeante sans cesse, jamais sans douleurs ni tracas, il s’écoule. Il est peinture, poème, koan peut-être, énigmes sans fin, qui inspirent l’âme humaine. Alors, méditons-nous le fleuve ou le fleuve nous médite-t-il ?“. Quel tempo che è la Vita stessa, scandita dal metronomo interiore della Coscienza [La Coscienza è il Tempo, in Exsultet, 1990].

Inizia qui la restituzione nel dialogo, costellato dagli accenti dei segnalibri, della Via che Lan Lan ha segnato con il suo passo. Quel Tempo, che è la Vita stessa.

Con una domanda che forse è preludio alla sinfonia cosmica il cui unico Cantore è il solo Autore ignoto. “Alors, méditons-nous le fleuve ou le fleuve nous médite-t-il?”. Nella Parola [o nel segno: il Poema o il Dipinto, che importa…], l’enigma senza fine. Senza il Fiume, nessun Canto. Senza il Canto, nessuna rivelazione dell’Essere del Fiume sarebbe possibile. In mezzo, l’uomo, creatura divina, medita ed è meditato, nell’icona ultima e decisiva del Segno. Che rivela e snuda l’Abisso e la Luce. La calma pienezza del Tutto, al colmo della rivelazione. Che è, prima di tutto, Relazione fra la Cosa, il Mondo, e l’incantesimo dell’Essere che nella Parola eternamente canta. Il poetico istante in cui tutto è Chiaro e l’uomo vede l’Essere in sé e la Natura stessa vede nel suo esistere l’uomo.

[…] Conta l’informale, inteso così tutto ciò che si considera naturale, cioè non manipolato dall’uomo, ma soprattutto non rivelato, non reso cioè da esso in qualche modo intelligibile alla vita. Interessa tutto ciò che esiste prima che nel pensiero di qualche creatura sia stato pensato, cioè fondato a oggetto di relazione, rivelato. Tutto ciò che preesiste, preesisteva all’uomo, ad ogni uomo, in ogni tempo, e alla sua capacità e possibilità di nominarlo.[…]

Nello zero assoluto è, oggi, l’ispirazione del poeta, la sublimazione di un incontro tra un uomo in esilio nel grande silenzio e ciò che accade.

Compito del poeta non è quello di ordinare le cose, ma quello di vivere nella consapevolezza estrema, e mai abbandonata, che esse sono in quanto diamo loro un nome. L’albero è di per sé già cosa. Ma senza l’ideogramma primitivo che lo definì, senza il più raffinato fonema, forse senza la forza di una simbologia trasmissibile domani nel e con il solo pensiero (una sublimazione di cui l’intuizione non sarebbe che il fondamento primo), l’albero non entra nel cono di luce della vita, non si rivela.” [in Exsultet, poema.1990].

Il fiume contempla l’uomo da un ineffabile indizio di perennità. C’era prima, ci sarà dopo l’uomo. Il poeta scandisce nella parola il canto dell’Essere, che intuisce, presente, vivo, infinito ed eterno nel fiume. Il quale, mentre gli detta dentro i caratteri del mistero primordiale, viene letto nella parola estrema del poeta, alla soglia dell’indicibile che abita la meditazione e prelude l’avventura mistica. Una relazione incantevole in cui l’uno rivela l’altro a se stesso. Nel divino scenario del Silenzio. Il Fiume pensa l’uomo o il poeta canta il Fiume? Nella Relazione tra il Fiume ed il poeta si rivela l’incantesimo del Mistero. L’anima meditativa del Mondo. Che tutto precede, da cui tutto procede, che tutto segue.

Dire l’Ineffabile, tentare di dirLo, è un esercizio estremo. Del quale Ly-Thanh-Huê, nel suo libro, ci offre più di una traccia e numerosi indizi.

Ly-Thanh-Huê è, fin dalla biografia, una creatura di confine, inteso come apertura di orizzonti di condivisione. Ly-Thanh-Huê sembra amarne la porosità [cit.], qualità che sospinge la conoscenza oltre l’angustia dei luoghi dati e comuni. Le origini, la nascita ad Oriente, ed il destino, l’esperienza in Occidente.

Ne La voie est sous vos pieds”, se ne colgono ampie tracce interdisciplinari, interculturali, interreligiose. Che lei tratta con discrezione esistenziale e con competente, umana cura, sebbene con l’indispensabile audacia di chi cammina davanti. Sarebbe sufficiente l’icona di un titolino da lei dato ad alcuni paragrafi del suo testo, per rendere l’accento sapido che distingue la Via di Lan Lan. “Un jour la parole délivre du langage, dit la psychanalyse après Lacan. Un autre jour le silence délivre de la parole, dit le zen”.

C’è la religione, [e vedremo poi con quale profondo sguardo interculturale], c’è la scienza, [Ly-Thanh-Huê è psichiatra e psicanalista e Lacan scandisce spesso la messa a fuoco del pensiero di Lan Lan, nelle sue pagine]. C’è l’arte: Huê scrive poesia, il suo blog ne offre ampia testimonianza ed il libro stesso, con puntuali citazioni, da Bachelard a Omero, a Dante, disegna un cammino singolare e profondo nel confronto con la parola poetica. Senza dimenticare il fondamento haiku del canto di Lan Lan, che ha in Basho ed Issa due sicuri custodi della sua avventura creativa.

La meditazione, nutrimento e stilema centrale dell’universo esistenziale e creativamente generativo di Lan Lan, attraversa, sostiene ed unisce tutto il suo cammino, nelle diverse declinazioni interdisciplinari. In una sintesi intuitiva, direbbe forse Emo Marconi. Nello sguardo di monos, il monaco, sostiene il poeta, che ha accettato, nella lezione di Raimondo Panikkar, la sfida di scoprirsi tale.

La forte tensione spirituale che ne anima e ne distingue il passo, allontana l’eco temibile di un sincretismo citazionista e colto. Il tratto discreto dell’umiltà si respira in ogni pagina e mette al riparo da improvvisazione ed al sicuro rispetto ai dettami di una superficialità indotta dalla devozione all’apparenza.

C’è, in apertura del volume, una riflessione che precede il cammino: “Avant le chemin”, Qui, il vaso di Pandora [cit.] sprigiona tutte le domande, e le risposte che sembravano sicure, la via è sotto i vostri piedi [cit.], divengono incerte, fragili, precarie. Come sempre è nel destino dell’uomo, anche quando egli lo ritiene compiuto. Ed altre domande si aprono dentro di lui e davanti a lui. Gli haikus, questi infiniti stupori [cit.], è un pensiero iniziale [iniziatico?] di Lan Lan, elogio del minuscolo qui ed ora, ne accompagnano il cammino [in cerca di risposte?]. Di nuove risposte. Perché il destino dell’uomo, qualsiasi possa essere il vero significato del compimento, il Koan?, non è mai dato per sempre. Per sempre compiuto.

Basho è, nella sua prima citazione, il distico che introduce il cammino, “Pour introduir le chemin”. Con chi? Verso dove? Con lui, Basho, verso le grand nettoyage [de ce bas monde]”. “Il y a d’abord marcher”, scrive Lan Lan. E, all’inizio del paragrafo successivo, “Il y a ensuite et insensiblment, méditer”. Compare qui decisivamente il fiume, la Via e, quindi, la Vita. “Le fleuve a souvent servi de métaphore du cours de la vie”, prosegue Lan Lan. “Marcher et méditer au quotidien.

Camminare e meditare nella vita quotidiana, sono esercizi che lei introduce con una figura enigmatica ed insieme icastica della modernità. Il protagonista di un viaggio senza origine e senza destino. E’ il camminatore di Giacometti. “in movimento verso dove, verso cosa, nessuno lo sa…. Lo sguardo dello spettatore rimane sospeso al suo solo movimento.”. [cit.]. Sembra di cogliere qui l’insensato ipercinetismo di un’epoca smarrita. Un muovere fine a se stesso. Di cui nessuno, a partire dal camminatore stesso, comprende più il senso. Se mai più uno ne avesse. Infinitamente lontano dal lento pellegrinaggio interiore che la meditazione ispira. Il viaggio dentro se stessi in presenza del quotidiano. Il sorriso silente di statuari Buddha dagli occhi semichiusi, che sembrano essere ormai tutt’uno con la natura che li avvolge, si erge, nelle immagini calme di visi scolpiti nella pietra: pare un esoterico contrappunto, se dressent les images tranquilles [cit.], ed insieme un conforto ed una consolazione per i viandanti. “… se dressent [...] face à elle”, la statua dell’uomo spoglio di tutto di Giacometti, la cui unica dimensione percepita, nella sua nudità sgomenta, è, appunto, il muovere. Muoversi purchessia.

Tutto potrebbe finire qui dove inizia. Il La, nota d’avvio del cammino, è dato. La religione del Silenzio contemplativo, è già in embrione nella pietra immobile, in faccia all’uomo nudo di una dissacrante frenesia senza meta, ma in atto. Un terribile destino senza requie, nella contemporaneità.

Un’odissea di freschezza [cit.] tende, invece, dolci agguati nella prossimità feriale [purché essa sia vissuta “…tout le long le fleuve…”, con indole meditativa...]. Perché l’orizzonte della meditazione non ha unicamente lo sguardo ampio dell’epoca. Al contrario, si muove ed attinge, proprio perché la via è sotto i nostri piedi, anche la bella seppur insospettabile e talvolta faticosa prossimità feriale. “Une odyssée de fraicheur”, scrive Lan Lan. Alla quale ci guida ed introduce con Issa:

La meditatione est ce chemin...le long du fleuve.”. Un orecchio bene esercitato alla preghiera laboriosa, all’orazione meditativa del corpo dedito alla vita semplice,non può non sentire in queste pagine, sin dai primi passi, “faire la vaisselle, le jardin…”, l’eco feriale dello spirito benedettino. Ora et labora. Quando il gesto del canto feriale è anche l’atto del corpo quotidiano che canta. L’Armonia spesso dolente del cosmo, si conforta, si consola e rischiara nella minuscola preghiera senza remissione, di tutti e di ciascuno. La meditazione contemplante della compostezza. Al soffio [le souffle?, cit. ] di un Dio nascosto o misconosciuto, sempre presente. Anche in chi crede di non credere e lo chiama con uno dei nomi prediletti della modernità in perpetuo movimento nell’estimità: Nessuno.

Lungo la via, sul cammino, lo sguardo meditativo del pellegrino interiore si apre da una finestra [forse una delle tante che si dischiudono dentro e sulle Anime?…]. Lo soccorre, dopo l’esordio con Buddha, una memoria cristica, tutta occidentale. Fenêtres sur âmes?”, si interroga Lan Lan. Si capisce che ha trovato una sua risposta. Finestre sulle anime?,ce château est l’âme…”. E si comprende che il paesaggio sul quale si posa lo sguardo dell’autrice è quello, inevitabilmente familiare per uno spirito meditativo, di Teresa D’Avila, con la sua esaustiva metafora del castello interiore.

Thérèse d’Avila parlait du château de l’âme, dans lequel se déploient les chambres de l’âme. Si la mème métaphore pouvait être utilisée ici, il serait possible de se représenter les langues et les cultures comme des fenêtres différentes s’ouvrant sur l’intérieur du château de l’âme. Elles n’ouvrent pas toutes sur la même chambre. Ce en quoi, elles ne sont pas la même expérience. Mais elles ouvrent certes sur la même maison, le même château de l’âme, soit l’expérience intérieure. […] La méditation en ce sens, ne serait pas une chambre particulière de la maison, chambre monacale de recueillement, singulière et unique au sein de l’être. Elle est partout, habitant toutes les chambres de l’âme, tous les moments possibles de la vie, elle est légère, fluide, polymorphe, circulant comme un souffle, elle est respiration entre les différentes chambres de la vie. Méditer serait tout simplement ce souffle qui traverse la vie intérieure [...]».

Lan Lan offre uno sguardo oltre l’orizzonte della modernità, composto ed atto a ricomporre un dialogo fra diversi e lontani. L’incontro, lo sguardo dell’alterità , le diverse culture: un punto di sintesi e di condivisione. Il castello dell’anima. Assai prima che lo spazio ed il tempo sembrassero convocati in un’unica [quanto spesso fittizia ed illusoria!] dimensione dai prodigi digitali, lo sguardo interiore, aggettato da finestre intemporali [preludio d’Eternità?], convoca nella compresenza del dialogo essenze umane in apparenza lontane [prossimità degli Infiniti?] ed affatto diverse. Un invito senza tempo a riconoscere [conoscere? Approfondire, scendere con Luce dello Spirito nell’umano abisso fino allo scrigno in cui un Dio ci veglia ed assiste?], prima di tutto nel sé dove già ci abita, il luogo, l’Anima. In cui sono custodite la Bellezza, l’Amore. Il linguaggio comune nella Babele contemporanea [o forse oltre il suo incerto balbettio, babil [cit.]?]. Il Linguaggio? Le souffle [cit.], che è respiro dell’Anima. Intuito nel suo più intimo e riposto recesso, perché, come scriveva Teresa d’Avila, C’è un cuore del castello che è abitato. C’è un cuore del castello dove abita Dio. C’è un cuore del castello dove Dio vuole parlare e intrattenersi con noi. Noi possiamo esserne fuori, ma Egli è là, al cuore del nostro cuore”.

La parola estrema del poeta ed il silenzio del mistico attingono la soglia dell’Indicibile e del Mistero, in prossimità del cuore del castello interiore che è la loro anima stessa [Le souffle, linguaggio ed insieme anima mundi?]. Per questo, forse, come Lan Lan ha scritto,La méditation […] Elle est partout […]. Lo Spirito, [le souffle? [cit.] infatti, soffia dove vuole, e l’umana creatura lo ascolta, lo accoglie quando può e dove vuole. Ne è abitato sempre.

Il libro di Lan Lan è un breviario laico per l’uomo in cammino. Nella ricerca della meta più negletta alla contemporaneità. Lungo il corso del più ineffabile dei cammini, nel deserto secolare dei nostri tempi: quello di un pellegrinaggio interiore sostenuto dall’umile passo della nostra viandanza, che segna ed insieme compie e distingue l’originalità di ogni singolo incedere. La Via è sotto i nostri piedi. Se sappiamo alzare lo sguardo al Cielo, in alto, nel profondo, dentro, e tutto intorno dovunque, lasciandoci guardare dalla Vita, il Fiume, che eternamente scorre.

Potrei, e avrei potuto, proseguire nell’affascinante ricognizione dialogica, parola su parola, dentro il testo di Lan Lan. O cercando di camminare con lei, accanto, lungo la via che è sotto i miei piedi. Tentando di cogliere altre chiavi che introducano all’intimità meditativa del viaggio, mentre l’estimità  del paesaggio richiama l’attenzione sulla Bellezza delle forme e/o sulla Semplicità degli istanti. Che divengono, nella relazione che una all’altro rivela, chiare di una Luce altra.

Il mio passo non è stanco di seguire, fedele alla propria cadenza, speranzoso nell’affidamento della viandanza ad un destino di comunione, la Via che Lan Lan ha tracciato: altri scorci e nuovi accessi non mancano. C’è Sant’Agostino, la cui esegesi del tempo interiore, così lontana dalla pervasiva e feroce partizione cronologica della contemporaneità, ho sempre amata. Mi fermo qui.

Lascio, lungo questi Sentieri di Senso, in Op. Cit., qualche altra traccia del viaggio che ho compiuto nei passi di Lan Lan. Scorci del Fiume aperti su visioni a me sempre care, quali, tra tutte, il Silenzio.

Un sublime lacerto del cammino, che è viatico e destino di una poetica meditativa, ed è un universale dell’umano. “Le silence comme fond de l’expérience humaine”, intitola un suo capitoletto Lan Lan. Poche righe più avanti, Angelus Silesius irrompe con la perfezione della Bellezza, la risposta dell’arte: “La rosa è senza perché”. La Poesia [e la mistica, con l’Angelo della Slesia...], che non si è mai interrotta, può iniziare. Ed in lei e con lei la contemplazione.

[…]Alors peut surgir la paisible et sereine contemplation de la fleur, de la lune, de la nature, en son éphémérité et impermanence, en son silence immense, pur être là, contemplation dépouillée du brouhaha du monde, universelle, accueille sans fin l’immensité du monde a travers ses détails infimes.[…]; le silence vibre de ce lointain murmure des affects qui le colorent. Les silences contemplatifs se font sur ce socle premier du langage.Ils surgissent entre les mots, découpent les phrases et font réapparaître l’oxygène d’origine qui a fait naître les mots, leur souffle premier.[…]”.

Ed un’altra traccia, quella della parola  vissuta, che dal Silenzio nasce, tra Vita, lettura e scrittura e poema.

[…] La parole trouve sa véritable valeur a partir de son socle de silence. Et c’est dans le silence, a partir de ce silence, que le retour a l’origine amène a la nature, a la vie. Devenir la montagne, l’arbre, la fleur est alors ce vécu d’évidence d’un être dans le monde qui se retrouve en solidarité avec tous les autres êtres au monde. Se mettre alors a l’écoute, en silence. Et ce n’est qu’ensuite que les mots viennent témoigner de ce partage, de cet être au monde, en ramenant une parole délestée, allégée,libérée, vivifiée par le silence. […]”.

Un fitto canto di risonanze interiori ed echi si leva qui, lungo il fiume della generatività creativa, che entrambi, Ly-Thanh-Huê ed io, pur lungo cammini così lontani e forse anche affatto diversi, abbiamo, per vocazione o destino, entrambi percorso. Qualche volta, condiviso.

Une pratique d’écriture qui est exercice spirituel.

Retenons ce premier point. L’expression peut faire penser aux exercices d’Ignace en un tout autre contexte. Exercice est en tout cas le maître mot, il est cet entraînement au quotidien, il n’est pas seulement gymnastique de l’esprit, en sa mécanique formelle et technique. Il est d’abord et avant tout posture de l’être. Et cette posture est en communion avec les autres êtres de la nature. Un trait, une couleur, un parfum, et tous peuvent pousser a une expérience qui dépliée majore un être au monde, dans ce monde où nous ne sommes qu’invités de passage […]”.

Forse, non fu dunque un caso [e chi sa mai quale sia il nome preciso e proprio del Caso nelle vicende umane] che, poco o nulla conoscendo di lei, tanti anni fa, invitassi proprio Lan Lan, tra i pochi e rari, a tentare di vivere l’avventura creativa cui stavo cercando di dare vita, quella delle Relazioni Spirituali.

Sono solo minuscoli accenti di una sintesi esistenziale che è anima, spirito, corpo.

En guise d’étape, conclude o forse inizia di nuovo e per sempre, il suo cammino Lan Lan. “II y a-t-il un bout du chemin ? Voyager en impermanence, en sa voie ou ses voies, en sa voix ou ses voix, est peut-être le propos de la méditation, comme celui de la marche et de la respiration, comme aussi celui de la poésie et du chemin de l’analyse, tout le long du fleuve de la vie. La voie me suis-je dit, n’est peut-être finalement que le nom donne a la vie, et elle ne peut être que profondément marginale car les voix qui peuvent s’en élever ne sont que celles qui se sont élevées en chacun, singulières réponses a différents temps de sa vie, pour tenter de la dire justement, au plus près, éthique d’un bien-dire qui se cherche tout le long du chemin. […]”.

E, infine, giunta in prossimità della fine del Viaggio, il lascito Elle peut des lors servir a d'autres, ou non, librement.»] ed i sogni […]. Discreti, come tutto nel libro di Lan Lan, ed infinitamente chiari: […]Marcher, méditer, écrire, recueillir les mots sur le chemin. «Le monde est notre représentation», disait Schopenhauer, cueillant l’essence d’un bouddhisme que l’occident avait importé en son temps. Ce monde est construction, facticité, regards, fenêtres sur un réel. Il est possible alors de se distancier de ses représentations, de s’en détacher même s’ils nous ont été utiles en une vie. Laisser la barque qui a aidé a traverser le fleuve sur le rivage. Elle peut des lors servir a d’autres, ou non, librement.[…]”.

[… ]Les mots sont simples métaphores, barques arrimées sur le rivage du langage commun, que même le simple d’esprit peut entendre. Certainement pas dogmes, ils servent juste a maintenir la vigilance dans ce voyage de la vie que nous savons tous, être vallée des songes.[…]”.

Qualche eco parafrastica della preghiera, la “valle di lacrime”, diviene ed è, nella declinazione laica e professionale di Lan Lan, la valle dei sogni. Qualche accento esistenziale, con l’ineluttabile metafora del Fiume, con le sue barche, forse anche quelle vere che ondeggiano discrete nell’orizzonte di Port Thibault. Da cui Lan lan firma e data la conclusione del libro [forse del Viaggio?].

 

 

Note.

1. Quando scrivo di Arte, Religione e Scienza, mi riferisco alla lezione del mio indimenticabile ed indimenticato maestro, Emo Marconi.

2. Quando cito intercultura e visione interreligiosa, mi riferisco al dialogo di Raimondo Panikkar, di cui ho più volte scritto sul blog.

3. Le citazioni dal libro di Ly-Thanh-Huê sono in corsivo ed in lingua originale. Quelle da me tradotte e/o introdotte nell’intercalare parafrastico ed argomentativo, sono contrassegnate con [cit.], anche quando si tratta di una sola semplice parola.

 

«Nostro Natale». Lettera agli amici poveri.

«Nostro Natale».
Lettera agli amici poveri.
[Intro, «Magnificat]».

di Davide Maria Turoldo

«Miei cari, prima ancora che ai miei familiari, prima di pensare agli amici e ai benefattori, voglio scrivere a voi, in questo Natale, che forse è uno dei più tristi tra quanti ho trascorso finora.

E sarà triste proprio perché è il primo Natale in cui vivo lontano da tutti. Non dimentico mai la nostra vigilia, così serena e cordiale, quando voi venivate, gli altri anni, a ricevere il pacco, che non voleva essere soltanto «il solito pacco natalizio», spesso umiliante e offensivo verso la miseria che invece è di tutto l’anno, di tutto l’inverno, di tutta l’estate, di tutti i giorni.

Il nostro incontro era semplicemente una maggior carica d’amore, uno sforzo particolare della Messa della Carità, che ormai vorrebbe addirittura fare miracoli, pur di vedervi nella grazia di Dio, nella pazienza del vostro stato e nella fraternità di tutta la vostra piccola comunità, dove benefattori e beneficati devono sentirsi egualmente poveri, egualmente fratelli: perché il Signore rinasca in ogni casa e prenda corpo nella nostra modesta porzione di fedeli, che si amano nel nome di Dio e per amore della più grande Chiesa, la quale è lo stesso Gesù realizzato dentro il dramma degli egoismi, delle ingiustizie e degli interessi del mondo.

A voi, dunque, prima che a qualsiasi altro il mio augurio, dettatomi da una carità che addirittura mi fa soffrire; a voi, prima che agli altri, perché voi siete mio padre e mia madre, i miei fratelli, i miei amici, i miei padroni. Perché il sacerdote non deve avere altra amicizia e altra parentela che non siano quelle cristiane. Ora voi siete gli amici di Gesù, i figli della prima beatitudine: «beati i poveri, perché di essi e il regno di Dio».

Dunque, voi siete i nostri amici e fratelli. E questo non solo rispetto a me, ma anche al padre prevosto, che ora ha preso il posto della mia fatica, rispetto ai giovani, alle sorelle, che tutte le settimane e tutto l’anno pensano come meglio aiutarvi; e lavorano e faticano perché la nostra carità non vi offenda e le loro visite siano come di amici che si incontrano e si scambiano le proprie sofferenze.

Questo ritrovarci a Natale non è che la gioia di tutte le visite, la quale si fa più grande e sacra nell’imminenza della venuta del Signore, che per sé sceglie una stalla e vuol nascere da una donna più povera di tutti noi, in una famiglia che manca di tutto e dove, per vivere e crescere, lo stesso Signore avrà bisogno di lavorare con quelle sue mani che pure hanno creato il mondo.

Gli altri anni, quando vi parlavo, vi dicevo di come dovete amare la vostra povertà, la quale – appunto se amata – è il dono più grande di qualsiasi ricchezza, un dono che il Signore concede solo ai privilegiati, a quelli che egli destina figli del cielo, fratelli suoi sulla terra, in tutto simili a lui, il più grande povero che sia mai esistito!

Era questo il tema su cui sempre insistevo, perché è difficile capire cosa vuol dire essere poveri e sopra tutto amare la propria povertà, quando tutto manca in casa e i figli sono malati, e il marito non lavora; oppure, anche quel poco che avete, qualche volta viene sprecato, e i ragazzi hanno tante esigenze, e il marito, perché disperato, si butta al bere e la moglie non ha saputo risparmiare anche quel poco che aveva.

Come vi capisco! e come mi sembra di ricordare ancora tutti i vostri contrasti, le vostre lacrime, le pene che alle volte non volevate manifestare alla sorella e volevate invece parlare con me, e io, magari, vi maltrattavo perché fingevo di non avere tempo, anch’io colmo di pene come le vostre facce.

Come vi capisco e vi amo! E ogni vostra casa mi fa pensare alla mia famiglia, forse più povera di quella di alcuni di voi; ma avevo la fortuna di avere una mamma santa, parsimoniosa, che non si lamentava mai e teneva la casa pulita, benché fossimo in nove figli. E a noi, pur non avendo nemmeno il necessario per sfamarci, sembrava di vivere come in una reggia, perché la mamma era così buona e ci insegnava a pregare e, anzi, pure poverissima, andava qualche volta in chiesa a deporre una elemosina nella cassetta di S. Giuseppe, il Santo della Provvidenza. Ecco, io vi auguro che la vostra casa sia come quella di mia madre: di volervi bene così, di risparmiare e di credere nel Signore.

Vi dicevo anche, qualche volta, di non invidiare mai i ricchi, sopra tutto di non odiarli, perché nel senso spirituale sono più poveri di noi. Essi, per esempio, non hanno mai gustato il sapore del pane perché hanno tutto e sono troppo sazi; non hanno mai gustato il sapore dell’acqua – così buona, così rinfrescante e non fa mai male -, il sapore di un po’ di polenta e formaggio, sopra tutto quando è così poca rispetto alla nostra fame. Non invidiate e non odiate nessuno: lasciate al Signore fare giustizia, anche se è nostro dovere ricorrere a tutti i mezzi leciti per migliorare la propria condizione e ridurre gli stenti e le sofferenze dei figlioli.

Anche quest’anno, dunque, benché non sia presente personalmente, io sono con voi come nulla fosse successo. Prima con voi che con gli altri. E sappiate, anche se avevo così poco tempo per parlarvi, che tutta la mia vita era dedicata non alla vostra ricchezza (è un terribile augurio, questo, di desiderare che un uomo diventi ricco, è quasi un augurio certo di maledizione), ma alla vostra gioia, alla vostra concordia familiare.

Pensatemi così, sempre vicino e viviamo insieme il nostro Natale: io continuerò a ricordare, uno ad uno, i piccoli o grandi drammi di ciascuno. Cerchiamo dì essere poveri buoni, cristiani poveri, perché se c’è un Natale nel mondo, se cioè il Signore è venuto sulla terra, è solo per annunciare la lieta novella dei poveri.

Siamo, dunque, tutti insieme, benefattori e beneficati, i figli della lieta novella.»

 

Davide Maria Turoldo, «Nostro Natale», [Edizioni La Locusta, Vicenza, 2003]

La nuova innocenza.

La nuova innocenza.

«Conosci te stesso», diceva il frontespizio del tempio di Delfi. La frase poteva venire solo da un Dio. L’imperativo suppone che chi parla sappia che l’uomo non si conosce.

Ma solo un Dio sa che il comandamento è impossibile. Nessuno può conoscersi completamente. Il conoscente diventerebbe conosciuto,come ho spiegato tante volte. Sarebbe la morte dell’uomo. L’auto-onniscienza rappresenterebbe la distruzione della condizione umana e la perdita dell’identità dell’uomo, proprio con se stesso.

Se io sapessi tutto di me, se fossi trasparente a me stesso, se fossi come un angelo, se nessun motivo delle mie azioni mi fosse sconosciuto, se nulla di ciò che sono mi fosse oscuro, la mia vita non avrebbe rischio, non ci sarebbe nulla che mi sorprenderebbe, nulla che mi avvincerebbe, e che mi colmerebbe di stupore. Conoscendomi per quello che sono, avendo il mio essere nella mia mente, sapendo tutto quello che mi appartiene, né il futuro mi rivelerebbe nulla, né la vita mi mostrerebbe qualcosa di nuovo. Non avrei libertà.

Questa ignoranza però è feconda, come dai tempi del Tao-te-ching e delle upanisad si va ripetendo, apprezzando la “dotta ignoranza”, la “nuvola della non-conoscenza”, il «toda ciencia transcendiendo», ecc. Questa ignoranza è la porta per la nuova innocenza.

In effetti, se so che non mi posso conoscere pienamente, se ho riconosciuto il ruolo corrosivo dell’intelligenza senza amore, se so che ci sono interrogativi e ombre nella mia vita, se so che non ho né posso avere la certezza assoluta in nessuna cosa, allora incomincio a essere uomo e non angelo; incomincio a scoprire che mi devo fidare di qualcosa o di qualcuno che non sono io; incomincio a scoprirmi come una relazione costitutiva; incomincio a capire che, senza fede,moriremmo o non potremmo vivere, come già disse Isaia (7, 9) e la Gita (17, 3). Allora scopriamo che il lògos, anche il più potente e infinito, non è tutto, che c’è di più nelle nostre vite che solo razionalità e volontà, che il mistero divino è più del lògos.

 

Raimon PanikkarLa nuova innocenza», “3° vol., Lampi azzurri.”, [Sotto il Monte, Servitium editrice, 1996].

 

Spazio e linguaggio.

Spazio e linguaggio.

«[…] Ho scelto due interlocutori privilegiati: la cultura contemporanea e l’uomo. La cultura contemporanea, perché essa si trova intricata in una triade incommensurabile di conoscenze: l’infinitamente grande degli universi stellari, l’infinitamente piccolo degli universi sub-atomici, l’infinitamente complesso delle società post-industriali. L’uomo, perché gli interrogativi radicali si ripropongono oggi, a distanza di millenni, con una urgenza e con una contemporaneità convergente, mai prima sperimentate. Molti storceranno il naso etichettando di sincretismo intuizionista la trama del mio argomentare: riveleranno in questo modo di essere affetti da quell’antico morbo che va sotto il nome di accademismo, più o meno positivista.

Evidentemente, cercare di superare le barriere psicologiche e culturali che separano io e non-io, principio di oggettività e soggettività creatrice, analiticità logico-matematica e analogia immaginifica, costituisce una sfida e una provocazione come è d’uso dire.

Ma questa mia sfida contiene anche una lucida proposta, l’indicazione di una possibile linea di ricerca e di studio che esca dalle strade, battute a tappeto, della sperimentazione sistematica; e da aree settoriali e specialistiche, troppo rigorosamente delimitate.

Sono convinto che oggi il destino della ricerca e dell’evoluzione del sapere dell’uomo richieda una costante attività di smarginamento, di sconfinamento da un campo all’altro, da una disciplina all’altra.

È assolutamente necessario, per il superamento delle impasses conoscitive e progettuali in cui ci troviamo, eliminare il pudore-tabù che ci vieta di applicare contemporaneamente più metodologie, confrontando tra loro frammenti di conoscenze apparentemente — solo apparentemente — distanti e incomparabili. In questo libro vi sono accostamenti impensabili e usi davvero alternativi di metodi e di formalismi tratti dalle cosiddette scienze esatte.

In buona sostanza, mi sono sforzato di applicare all’oggetto di studio — lo spazio e il linguaggio — tre metodi di approccio, ma sempre contemporaneamente:

  • il metodo oggettivo — sperimentale di origine galileiana;
  • il metodo analogico che presiede all’elaborazione artistica;
  • il metodo rivelativo che ispira l’evoluzione spirituale e sviluppa
    l’intuizione umana.[...]».

 

Emo MarconiSpazio e Linguaggio», da “Prefazione (alla prima edizione)”, [Milano, IPL, 1990].

Forza della solitudine.

Forza della solitudine.

“Una vita che non conosca un luogo di solitudine, una vita, cioè, priva di un centro quieto, facilmente diventa preda di dinamiche distruttive. Quando ci aggrappiamo ai risultati delle nostre azioni facendone il nostro unico mezzo d’auto-identificazione, diventiamo possessivi, inclini a tenerci sulla difensiva, a considerare il nostro prossimo più come un nemico da tenere a distanza che come un amico con cui condividere i doni della vita. In solitudine, gradatamente acquisiamo invece la capacità di smascherare la natura illusoria della nostra possessività, e di scoprire, nel profondo del nostro essere, che noi non siamo ciò che possiamo conquistare, bensì ciò che ci è dato. In solitudine possiamo ascoltare la voce di colui che ci parlò prima che noi potessimo proferire una sola parola, che ci sanò prima che noi potessimo fare un solo gesto in aiuto degli altri, che ci liberò assai prima che noi fossimo in grado di liberare altri e che ci amò assai prima che noi potessimo amare chiunque altro. È in questa solitudine che scopriamo che essere è più importante che avere, e che il nostro valore risiede in qualcosa di maggiore dei meri risultati dei nostri sforzi. In solitudine, noi scopriamo che la nostra vita non è un possesso da difendere, ma un dono da condividere. È in essa che ci rendiamo conto che le parole benefiche che pronunciamo non scaturiscono da noi, ma piuttosto ci vengono date; che l’amore che riusciamo ad esprimere è parte di un amore più grande; e che la vita nuova che generiamo non è una proprietà gelosa a cui aggrapparsi, ma un dono da ricevere. In solitudine, noi maturiamo la consapevolezza che il nostro valore non coincide con la nostra utilità.”

HENRI J.M. NOUWEN, “Forza della solitudine” [Brescia, Queriniana, 1998].

L’innocenza dell’acqua.

L’innocenza DELL’ACQUA.

„Urkraft der Schöpfung

gebändigt

in Brunnen.

 Keiner wäscht seine Hände in Unschuld.

Nur das Wasser bleibt

unschuldig“.

 Rose MeierHofer, “Brunnen  in Regensburg”, Regensburg, 2001

 

  “Forza originaria dell’Universo

domata

nella fontana.

 Nessuno lava le sue mani nell’innocenza.

Solo l’acqua rimane

innocente”.

 Traduzione dal tedesco di EM

 

Op. Cit.

Op. Cit.

L’intelligenza generosa (open source?) di Isabelle Pariente-Butterlin continua ad offrire, quotidianamente, acuti scenari di riflessione, aux bords des mondes. Talvolta lascio modesti incisi a commento del suo pensiero, scandito spesso dal metronomo di un passo interiore profondo ed insieme lieve che apre orizzonti. Non di rado animati da una luce poetica che rischiara la sinopia dell’opera e splende nelle volte ritmate di un’architettura infine composta con rigore argomentativo e flessione lirica.

Spesso, le sue parole suscitano in me il riverbero di un’eco: una sapida condivisione, ecco, scandita da una silente riconoscenza. Talvolta, evocano suggestive aperture del cammino, affacciate verso nuove mete della ricerca. Qualche altra, mi tentano alla prova del fuoco di una citazione, la cui eleganza è minacciata dall’autoreferenzialità o, pur legittima, dal sempre delicato esercizio della citazione.

Mi è successo recentemente, in almeno due diverse occasioni.

Isabelle Pariente-Butterlin sta conducendo un bellissimo seminario digitale sul tema dell’identità. Circoscrivo lo svolgimento della sua ricerca in tale lemma, consapevole della sua limitatezza ed anche della sua insufficienza nel delineare con precisione e giusta visione l’intero orizzonte del suo lavoro. Una risposta data dalla stessa Isabelle ad un commento pubblicato su aux bords des mondes, in particolare, mi ha fatto ricordare di un testo prezioso ed intenso scritto dal filosofo Emanuele Severino, “TAUTÓTĒS”, Adelphi, 1995. Avrei voluto iniziare Op. Cit., il nuovo sentiero di senso che ho aperto il 29 gennaio, con una citazione tratta dal volume stesso.

Ho indugiato: l’estensione e la profondità del lavoro di Isabelle, la complessità del tema, mi hanno indotto a desistere.

Certo, una citazione priva di un commento, di una relazione critica argomentata con il testo stesso e con la fonte di ispirazione, non avrebbero impegnato me, che non sono un filosofo, lungo imbarazzanti spirali di pensiero. E la natura di Op. Cit. qualunque fosse il merito dell’opera scelta, vorrebbe essere, nelle mie intenzioni, proprio fedele a tale prassi: la riproposizione cruda del testo originale. Priva di riferimenti alla suggestione che ne ha ispirata la pubblicazione, e priva di commento.

Ho invece scelto di iniziare con Maria Zambrano. E devo sempre ad Isabelle, la seconda occasione, tale evenienza. Un mio commento, una sua risposta, ed ecco farsi avanti in me, limpida e superba, la figura di una filosofa che ho amato, Maria Zambrano. Nel cuore del tema che ha animato il nostro brevissimo dialogo in rete, quello tra Isabelle e me, si è fatta avanti la memoria spontanea e sorgiva di un libro che ho da poco terminato di leggere. Con quello ha esordito Op.Cit.

Certo, avrei voluto commentare più diffusamente, aprire la riflessione e proseguirla. Ho preferito tenermi per ora al testo solo ed integro di Maria Zambrano. Del resto, tutta la mia esperienza di poeta si è svolta al confine, se mai uno ve ne fosse stato nella post-modernità che ho abitato, tra poesia e filosofia. Inutile forse citare qui Giacomo Leopardi, che della Modernità, quella epocale e maiuscola e già tramontata, è stato padre. Spesso più citato che seguito e compreso nel cuore del pensiero. Certo, non sarà un autodidatta dilettante come me a mettere in discussione i fondamenti platonici di tale relazione, tra poesia e filosofia. Qualcosa però nella nostra epoca ha scosso alle fondamenta la struttura archetipale della conoscenza. Io non so bene cosa sia e come lo abbia potuto fare. So che nessuna inimicizia [Separazione? Frontiera? Confine?] ha mai abitato la relazione che ho personalmente vissuto tra filosofia e poesia. Tentando di farlo e di darne testimonianza nella vita e nell’opera, pur consapevole di tutti i miei limiti. Forse il passo estremo, l’ultima sintesi che in cima al mio cammino dovrei e vorrei svolgere attinge proprio tale relazione, quella per me apicale ed ineluttabile tra poesia e filosofia. L’ultima. Se mai dovessi tentare di vivere il passo estremo, nella sua sintassi teoretica, oltre e dopo la prassi poetica ed esistenziale, potrei partire [anche] da qui.

“Filosofia e poesia”.

“Filosofia e Poesia”

«[…] Perché il poeta non può sapere chi è e neanche cosa cerca. Il filosofo, al­meno, sa ciò che cerca e per questo si autodefinisce filo-sofo. Il poeta, poiché non cerca ma trova, non sa come chiamarsi. Do­vrebbe adottare il nome di ciò che lo possiede, di ciò che lo pren­de colmando la dimora della sua anima, dell’impeto che lo tra­scina. Ma non sarebbe facile, perché solo a volte si sente rapito, indiato; altre volte si sente afferrato, irretito in sogni informi pri­vi perfino di impeto, si sente vivere nella carne quando la carne è ancora opaca e non è stata resa trasparente dalla luce della bellezza. Come potrebbe chiamarsi il poeta? Perso nella luce, erran­te nella bellezza, povero per eccesso, folle per troppa ragione, peccatore in stato di grazia.

Il filosofo cerca sentendosi incompleto e bisognoso di completamento, sentendo che la propria natura è stata alterata e volendo riconquistarla. II poeta nuota nell’abbondanza e nell’eccesso. Forse è proprio questa sovrabbondanza che gli impedisce di scegliere. Vivendo inondato di grazia non può raccogliersi in sé, cercare di essere se stesso e neanche sa di questo “se stesso” che è invece l’ossessione del filosofo. Perso nella ricchezza, cieco nella luce, peccatore in stato di grazia, egli vive secondo la carne e secondo la carità.

Il percorso platonico è ben differente. Se pare sfiorare i bor­di della parola peccato e della parola carità senza cadervi, signifi­ca che non poteva farlo. Questa lieve distanza non attraversata è essenziale per tutta la sua filosofia. Se una simile cosa fosse acca­duta, tutto avrebbe dovuto essere riconsiderato dalla radice.

Se Platone vuole salvare le apparenze, non può rinunciare a salvare l’amore che nasce dalla carne, ma per farlo deve separarlo da questa. Tutta la teoria platonica dell’amore si fonda sul di­stacco dal corpo, inserendo il corpo stesso nel processo della dialettica, della conoscenza che conduce all’essere – all’essere che è e ad essere “io” con ciò che è. Parallelamente alla dialettica, vi è l’ascendere della bellezza. La bellezza ha il privilegio di essere in­teramente visibile. L’essere vero è occulto, l’unità e il bene, il di­vino, non sono visibili. Solo la bellezza ha il privilegio di manife­starsi sensibilmente senza per questo cadere nel non-essere. Si potrebbe dire che essa è l’unica apparenza vera.[…]».

Maria Zambrano, Filosofia e Poesia, a.c. di P. De Luca, Bologna,  Edizioni Pendragon, 2010