«Nostro Natale». Lettera agli amici poveri.

«Nostro Natale».
Lettera agli amici poveri.
[Intro, «Magnificat]».

di Davide Maria Turoldo

«Miei cari, prima ancora che ai miei familiari, prima di pensare agli amici e ai benefattori, voglio scrivere a voi, in questo Natale, che forse è uno dei più tristi tra quanti ho trascorso finora.

E sarà triste proprio perché è il primo Natale in cui vivo lontano da tutti. Non dimentico mai la nostra vigilia, così serena e cordiale, quando voi venivate, gli altri anni, a ricevere il pacco, che non voleva essere soltanto «il solito pacco natalizio», spesso umiliante e offensivo verso la miseria che invece è di tutto l’anno, di tutto l’inverno, di tutta l’estate, di tutti i giorni.

Il nostro incontro era semplicemente una maggior carica d’amore, uno sforzo particolare della Messa della Carità, che ormai vorrebbe addirittura fare miracoli, pur di vedervi nella grazia di Dio, nella pazienza del vostro stato e nella fraternità di tutta la vostra piccola comunità, dove benefattori e beneficati devono sentirsi egualmente poveri, egualmente fratelli: perché il Signore rinasca in ogni casa e prenda corpo nella nostra modesta porzione di fedeli, che si amano nel nome di Dio e per amore della più grande Chiesa, la quale è lo stesso Gesù realizzato dentro il dramma degli egoismi, delle ingiustizie e degli interessi del mondo.

A voi, dunque, prima che a qualsiasi altro il mio augurio, dettatomi da una carità che addirittura mi fa soffrire; a voi, prima che agli altri, perché voi siete mio padre e mia madre, i miei fratelli, i miei amici, i miei padroni. Perché il sacerdote non deve avere altra amicizia e altra parentela che non siano quelle cristiane. Ora voi siete gli amici di Gesù, i figli della prima beatitudine: «beati i poveri, perché di essi e il regno di Dio».

Dunque, voi siete i nostri amici e fratelli. E questo non solo rispetto a me, ma anche al padre prevosto, che ora ha preso il posto della mia fatica, rispetto ai giovani, alle sorelle, che tutte le settimane e tutto l’anno pensano come meglio aiutarvi; e lavorano e faticano perché la nostra carità non vi offenda e le loro visite siano come di amici che si incontrano e si scambiano le proprie sofferenze.

Questo ritrovarci a Natale non è che la gioia di tutte le visite, la quale si fa più grande e sacra nell’imminenza della venuta del Signore, che per sé sceglie una stalla e vuol nascere da una donna più povera di tutti noi, in una famiglia che manca di tutto e dove, per vivere e crescere, lo stesso Signore avrà bisogno di lavorare con quelle sue mani che pure hanno creato il mondo.

Gli altri anni, quando vi parlavo, vi dicevo di come dovete amare la vostra povertà, la quale – appunto se amata – è il dono più grande di qualsiasi ricchezza, un dono che il Signore concede solo ai privilegiati, a quelli che egli destina figli del cielo, fratelli suoi sulla terra, in tutto simili a lui, il più grande povero che sia mai esistito!

Era questo il tema su cui sempre insistevo, perché è difficile capire cosa vuol dire essere poveri e sopra tutto amare la propria povertà, quando tutto manca in casa e i figli sono malati, e il marito non lavora; oppure, anche quel poco che avete, qualche volta viene sprecato, e i ragazzi hanno tante esigenze, e il marito, perché disperato, si butta al bere e la moglie non ha saputo risparmiare anche quel poco che aveva.

Come vi capisco! e come mi sembra di ricordare ancora tutti i vostri contrasti, le vostre lacrime, le pene che alle volte non volevate manifestare alla sorella e volevate invece parlare con me, e io, magari, vi maltrattavo perché fingevo di non avere tempo, anch’io colmo di pene come le vostre facce.

Come vi capisco e vi amo! E ogni vostra casa mi fa pensare alla mia famiglia, forse più povera di quella di alcuni di voi; ma avevo la fortuna di avere una mamma santa, parsimoniosa, che non si lamentava mai e teneva la casa pulita, benché fossimo in nove figli. E a noi, pur non avendo nemmeno il necessario per sfamarci, sembrava di vivere come in una reggia, perché la mamma era così buona e ci insegnava a pregare e, anzi, pure poverissima, andava qualche volta in chiesa a deporre una elemosina nella cassetta di S. Giuseppe, il Santo della Provvidenza. Ecco, io vi auguro che la vostra casa sia come quella di mia madre: di volervi bene così, di risparmiare e di credere nel Signore.

Vi dicevo anche, qualche volta, di non invidiare mai i ricchi, sopra tutto di non odiarli, perché nel senso spirituale sono più poveri di noi. Essi, per esempio, non hanno mai gustato il sapore del pane perché hanno tutto e sono troppo sazi; non hanno mai gustato il sapore dell’acqua – così buona, così rinfrescante e non fa mai male -, il sapore di un po’ di polenta e formaggio, sopra tutto quando è così poca rispetto alla nostra fame. Non invidiate e non odiate nessuno: lasciate al Signore fare giustizia, anche se è nostro dovere ricorrere a tutti i mezzi leciti per migliorare la propria condizione e ridurre gli stenti e le sofferenze dei figlioli.

Anche quest’anno, dunque, benché non sia presente personalmente, io sono con voi come nulla fosse successo. Prima con voi che con gli altri. E sappiate, anche se avevo così poco tempo per parlarvi, che tutta la mia vita era dedicata non alla vostra ricchezza (è un terribile augurio, questo, di desiderare che un uomo diventi ricco, è quasi un augurio certo di maledizione), ma alla vostra gioia, alla vostra concordia familiare.

Pensatemi così, sempre vicino e viviamo insieme il nostro Natale: io continuerò a ricordare, uno ad uno, i piccoli o grandi drammi di ciascuno. Cerchiamo dì essere poveri buoni, cristiani poveri, perché se c’è un Natale nel mondo, se cioè il Signore è venuto sulla terra, è solo per annunciare la lieta novella dei poveri.

Siamo, dunque, tutti insieme, benefattori e beneficati, i figli della lieta novella.»

 

Davide Maria Turoldo, «Nostro Natale», [Edizioni La Locusta, Vicenza, 2003]

La nuova innocenza.

La nuova innocenza.

«Conosci te stesso», diceva il frontespizio del tempio di Delfi. La frase poteva venire solo da un Dio. L’imperativo suppone che chi parla sappia che l’uomo non si conosce.

Ma solo un Dio sa che il comandamento è impossibile. Nessuno può conoscersi completamente. Il conoscente diventerebbe conosciuto,come ho spiegato tante volte. Sarebbe la morte dell’uomo. L’auto-onniscienza rappresenterebbe la distruzione della condizione umana e la perdita dell’identità dell’uomo, proprio con se stesso.

Se io sapessi tutto di me, se fossi trasparente a me stesso, se fossi come un angelo, se nessun motivo delle mie azioni mi fosse sconosciuto, se nulla di ciò che sono mi fosse oscuro, la mia vita non avrebbe rischio, non ci sarebbe nulla che mi sorprenderebbe, nulla che mi avvincerebbe, e che mi colmerebbe di stupore. Conoscendomi per quello che sono, avendo il mio essere nella mia mente, sapendo tutto quello che mi appartiene, né il futuro mi rivelerebbe nulla, né la vita mi mostrerebbe qualcosa di nuovo. Non avrei libertà.

Questa ignoranza però è feconda, come dai tempi del Tao-te-ching e delle upanisad si va ripetendo, apprezzando la “dotta ignoranza”, la “nuvola della non-conoscenza”, il «toda ciencia transcendiendo», ecc. Questa ignoranza è la porta per la nuova innocenza.

In effetti, se so che non mi posso conoscere pienamente, se ho riconosciuto il ruolo corrosivo dell’intelligenza senza amore, se so che ci sono interrogativi e ombre nella mia vita, se so che non ho né posso avere la certezza assoluta in nessuna cosa, allora incomincio a essere uomo e non angelo; incomincio a scoprire che mi devo fidare di qualcosa o di qualcuno che non sono io; incomincio a scoprirmi come una relazione costitutiva; incomincio a capire che, senza fede,moriremmo o non potremmo vivere, come già disse Isaia (7, 9) e la Gita (17, 3). Allora scopriamo che il lògos, anche il più potente e infinito, non è tutto, che c’è di più nelle nostre vite che solo razionalità e volontà, che il mistero divino è più del lògos.

 

Raimon PanikkarLa nuova innocenza», “3° vol., Lampi azzurri.”, [Sotto il Monte, Servitium editrice, 1996].

 

Spazio e linguaggio.

Spazio e linguaggio.

«[…] Ho scelto due interlocutori privilegiati: la cultura contemporanea e l’uomo. La cultura contemporanea, perché essa si trova intricata in una triade incommensurabile di conoscenze: l’infinitamente grande degli universi stellari, l’infinitamente piccolo degli universi sub-atomici, l’infinitamente complesso delle società post-industriali. L’uomo, perché gli interrogativi radicali si ripropongono oggi, a distanza di millenni, con una urgenza e con una contemporaneità convergente, mai prima sperimentate. Molti storceranno il naso etichettando di sincretismo intuizionista la trama del mio argomentare: riveleranno in questo modo di essere affetti da quell’antico morbo che va sotto il nome di accademismo, più o meno positivista.

Evidentemente, cercare di superare le barriere psicologiche e culturali che separano io e non-io, principio di oggettività e soggettività creatrice, analiticità logico-matematica e analogia immaginifica, costituisce una sfida e una provocazione come è d’uso dire.

Ma questa mia sfida contiene anche una lucida proposta, l’indicazione di una possibile linea di ricerca e di studio che esca dalle strade, battute a tappeto, della sperimentazione sistematica; e da aree settoriali e specialistiche, troppo rigorosamente delimitate.

Sono convinto che oggi il destino della ricerca e dell’evoluzione del sapere dell’uomo richieda una costante attività di smarginamento, di sconfinamento da un campo all’altro, da una disciplina all’altra.

È assolutamente necessario, per il superamento delle impasses conoscitive e progettuali in cui ci troviamo, eliminare il pudore-tabù che ci vieta di applicare contemporaneamente più metodologie, confrontando tra loro frammenti di conoscenze apparentemente — solo apparentemente — distanti e incomparabili. In questo libro vi sono accostamenti impensabili e usi davvero alternativi di metodi e di formalismi tratti dalle cosiddette scienze esatte.

In buona sostanza, mi sono sforzato di applicare all’oggetto di studio — lo spazio e il linguaggio — tre metodi di approccio, ma sempre contemporaneamente:

  • il metodo oggettivo — sperimentale di origine galileiana;
  • il metodo analogico che presiede all’elaborazione artistica;
  • il metodo rivelativo che ispira l’evoluzione spirituale e sviluppa
    l’intuizione umana.[...]».

 

Emo MarconiSpazio e Linguaggio», da “Prefazione (alla prima edizione)”, [Milano, IPL, 1990].

Forza della solitudine.

Forza della solitudine.

“Una vita che non conosca un luogo di solitudine, una vita, cioè, priva di un centro quieto, facilmente diventa preda di dinamiche distruttive. Quando ci aggrappiamo ai risultati delle nostre azioni facendone il nostro unico mezzo d’auto-identificazione, diventiamo possessivi, inclini a tenerci sulla difensiva, a considerare il nostro prossimo più come un nemico da tenere a distanza che come un amico con cui condividere i doni della vita. In solitudine, gradatamente acquisiamo invece la capacità di smascherare la natura illusoria della nostra possessività, e di scoprire, nel profondo del nostro essere, che noi non siamo ciò che possiamo conquistare, bensì ciò che ci è dato. In solitudine possiamo ascoltare la voce di colui che ci parlò prima che noi potessimo proferire una sola parola, che ci sanò prima che noi potessimo fare un solo gesto in aiuto degli altri, che ci liberò assai prima che noi fossimo in grado di liberare altri e che ci amò assai prima che noi potessimo amare chiunque altro. È in questa solitudine che scopriamo che essere è più importante che avere, e che il nostro valore risiede in qualcosa di maggiore dei meri risultati dei nostri sforzi. In solitudine, noi scopriamo che la nostra vita non è un possesso da difendere, ma un dono da condividere. È in essa che ci rendiamo conto che le parole benefiche che pronunciamo non scaturiscono da noi, ma piuttosto ci vengono date; che l’amore che riusciamo ad esprimere è parte di un amore più grande; e che la vita nuova che generiamo non è una proprietà gelosa a cui aggrapparsi, ma un dono da ricevere. In solitudine, noi maturiamo la consapevolezza che il nostro valore non coincide con la nostra utilità.”

HENRI J.M. NOUWEN, “Forza della solitudine” [Brescia, Queriniana, 1998].

L’innocenza dell’acqua.

L’innocenza DELL’ACQUA.

„Urkraft der Schöpfung

gebändigt

in Brunnen.

 Keiner wäscht seine Hände in Unschuld.

Nur das Wasser bleibt

unschuldig“.

 Rose MeierHofer, “Brunnen  in Regensburg”, Regensburg, 2001

 

  “Forza originaria dell’Universo

domata

nella fontana.

 Nessuno lava le sue mani nell’innocenza.

Solo l’acqua rimane

innocente”.

 Traduzione dal tedesco di EM

 

Op. Cit.

Op. Cit.

L’intelligenza generosa (open source?) di Isabelle Pariente-Butterlin continua ad offrire, quotidianamente, acuti scenari di riflessione, aux bords des mondes. Talvolta lascio modesti incisi a commento del suo pensiero, scandito spesso dal metronomo di un passo interiore profondo ed insieme lieve che apre orizzonti. Non di rado animati da una luce poetica che rischiara la sinopia dell’opera e splende nelle volte ritmate di un’architettura infine composta con rigore argomentativo e flessione lirica.

Spesso, le sue parole suscitano in me il riverbero di un’eco: una sapida condivisione, ecco, scandita da una silente riconoscenza. Talvolta, evocano suggestive aperture del cammino, affacciate verso nuove mete della ricerca. Qualche altra, mi tentano alla prova del fuoco di una citazione, la cui eleganza è minacciata dall’autoreferenzialità o, pur legittima, dal sempre delicato esercizio della citazione.

Mi è successo recentemente, in almeno due diverse occasioni.

Isabelle Pariente-Butterlin sta conducendo un bellissimo seminario digitale sul tema dell’identità. Circoscrivo lo svolgimento della sua ricerca in tale lemma, consapevole della sua limitatezza ed anche della sua insufficienza nel delineare con precisione e giusta visione l’intero orizzonte del suo lavoro. Una risposta data dalla stessa Isabelle ad un commento pubblicato su aux bords des mondes, in particolare, mi ha fatto ricordare di un testo prezioso ed intenso scritto dal filosofo Emanuele Severino, “TAUTÓTĒS”, Adelphi, 1995. Avrei voluto iniziare Op. Cit., il nuovo sentiero di senso che ho aperto il 29 gennaio, con una citazione tratta dal volume stesso.

Ho indugiato: l’estensione e la profondità del lavoro di Isabelle, la complessità del tema, mi hanno indotto a desistere.

Certo, una citazione priva di un commento, di una relazione critica argomentata con il testo stesso e con la fonte di ispirazione, non avrebbero impegnato me, che non sono un filosofo, lungo imbarazzanti spirali di pensiero. E la natura di Op. Cit. qualunque fosse il merito dell’opera scelta, vorrebbe essere, nelle mie intenzioni, proprio fedele a tale prassi: la riproposizione cruda del testo originale. Priva di riferimenti alla suggestione che ne ha ispirata la pubblicazione, e priva di commento.

Ho invece scelto di iniziare con Maria Zambrano. E devo sempre ad Isabelle, la seconda occasione, tale evenienza. Un mio commento, una sua risposta, ed ecco farsi avanti in me, limpida e superba, la figura di una filosofa che ho amato, Maria Zambrano. Nel cuore del tema che ha animato il nostro brevissimo dialogo in rete, quello tra Isabelle e me, si è fatta avanti la memoria spontanea e sorgiva di un libro che ho da poco terminato di leggere. Con quello ha esordito Op.Cit.

Certo, avrei voluto commentare più diffusamente, aprire la riflessione e proseguirla. Ho preferito tenermi per ora al testo solo ed integro di Maria Zambrano. Del resto, tutta la mia esperienza di poeta si è svolta al confine, se mai uno ve ne fosse stato nella post-modernità che ho abitato, tra poesia e filosofia. Inutile forse citare qui Giacomo Leopardi, che della Modernità, quella epocale e maiuscola e già tramontata, è stato padre. Spesso più citato che seguito e compreso nel cuore del pensiero. Certo, non sarà un autodidatta dilettante come me a mettere in discussione i fondamenti platonici di tale relazione, tra poesia e filosofia. Qualcosa però nella nostra epoca ha scosso alle fondamenta la struttura archetipale della conoscenza. Io non so bene cosa sia e come lo abbia potuto fare. So che nessuna inimicizia [Separazione? Frontiera? Confine?] ha mai abitato la relazione che ho personalmente vissuto tra filosofia e poesia. Tentando di farlo e di darne testimonianza nella vita e nell’opera, pur consapevole di tutti i miei limiti. Forse il passo estremo, l’ultima sintesi che in cima al mio cammino dovrei e vorrei svolgere attinge proprio tale relazione, quella per me apicale ed ineluttabile tra poesia e filosofia. L’ultima. Se mai dovessi tentare di vivere il passo estremo, nella sua sintassi teoretica, oltre e dopo la prassi poetica ed esistenziale, potrei partire [anche] da qui.

“Filosofia e poesia”.

“Filosofia e Poesia”

«[…] Perché il poeta non può sapere chi è e neanche cosa cerca. Il filosofo, al­meno, sa ciò che cerca e per questo si autodefinisce filo-sofo. Il poeta, poiché non cerca ma trova, non sa come chiamarsi. Do­vrebbe adottare il nome di ciò che lo possiede, di ciò che lo pren­de colmando la dimora della sua anima, dell’impeto che lo tra­scina. Ma non sarebbe facile, perché solo a volte si sente rapito, indiato; altre volte si sente afferrato, irretito in sogni informi pri­vi perfino di impeto, si sente vivere nella carne quando la carne è ancora opaca e non è stata resa trasparente dalla luce della bellezza. Come potrebbe chiamarsi il poeta? Perso nella luce, erran­te nella bellezza, povero per eccesso, folle per troppa ragione, peccatore in stato di grazia.

Il filosofo cerca sentendosi incompleto e bisognoso di completamento, sentendo che la propria natura è stata alterata e volendo riconquistarla. II poeta nuota nell’abbondanza e nell’eccesso. Forse è proprio questa sovrabbondanza che gli impedisce di scegliere. Vivendo inondato di grazia non può raccogliersi in sé, cercare di essere se stesso e neanche sa di questo “se stesso” che è invece l’ossessione del filosofo. Perso nella ricchezza, cieco nella luce, peccatore in stato di grazia, egli vive secondo la carne e secondo la carità.

Il percorso platonico è ben differente. Se pare sfiorare i bor­di della parola peccato e della parola carità senza cadervi, signifi­ca che non poteva farlo. Questa lieve distanza non attraversata è essenziale per tutta la sua filosofia. Se una simile cosa fosse acca­duta, tutto avrebbe dovuto essere riconsiderato dalla radice.

Se Platone vuole salvare le apparenze, non può rinunciare a salvare l’amore che nasce dalla carne, ma per farlo deve separarlo da questa. Tutta la teoria platonica dell’amore si fonda sul di­stacco dal corpo, inserendo il corpo stesso nel processo della dialettica, della conoscenza che conduce all’essere – all’essere che è e ad essere “io” con ciò che è. Parallelamente alla dialettica, vi è l’ascendere della bellezza. La bellezza ha il privilegio di essere in­teramente visibile. L’essere vero è occulto, l’unità e il bene, il di­vino, non sono visibili. Solo la bellezza ha il privilegio di manife­starsi sensibilmente senza per questo cadere nel non-essere. Si potrebbe dire che essa è l’unica apparenza vera.[…]».

Maria Zambrano, Filosofia e Poesia, a.c. di P. De Luca, Bologna,  Edizioni Pendragon, 2010