Parole nomadi/1. [L’urlo e il sussurro].

Parole nomadi/1. [L’urlo e il sussurro].

Il 24 Marzo, nel pomeriggio, sono salito sulla metropolitana di Brescia, in compagnia di Candida, degli attori del C.U.TLa Stanza”, Centro universitario teatrale, e di Pepa, la fisarmonicista che, generosa ed instancabile, ha accompagnato le letture poetiche.

Sono stato con loro, insieme ad Elena ed Evelina, durante un’ora e mezza, in attento ascolto. Condividendo[tentando di condividere...] la performance itinerante alla quale hanno dato vita, dentro luoghi feriali a me familiari. La parola poetica, sparsa con sapido acume di scena, con umanità partecipe e consapevole del contesto.

Ho ricordato qui la genesi per me felice di un evento. Cercherò ora di evocarne il ricordo, il mio grazie a chi mi ha invitato e a coloro che hanno portato il canto dei poeti nel vivo di una quotidianità talvolta impervia.

Il mio statuto interiore di esordiente perpetuo [o di “poeta adulto che traccia le aste con l’arte e con la vita”, come scrissi nel 1999 in occasione dell’esordio in scena in nome e per conto della mia poesia, a 46 anni] non offre appigli critici significativi. Non avevo mai vissuto prima un’esperienza poetica così, in fieri. Non ho confidenza alcuna con i talenti performativi dell’arte, in qualunque format declinati. Non avrò che le mie nude parole di poeta e la mia elementare vita singolare, dunque, priva di accrediti critici esperti, per testimoniare del canto, del suo porsi in essere ed in movimento lungo una traccia affollata della modernità. E a quelle unicamente mi affiderò, per raccogliere il filo teso di una poetica disseminata lungo un’esperienza che è stata, almeno per me, a tratti commovente e fortemente condivisa.

Le mille fitte che dritte sento al cuore,/

sì, sei Tu, mio Signore, che bussi agli occhi/

rovesciati intorno, per imbarazzo/

o per disprezzo , mentre io fisso/

la chiara ombra di Te stesso e senza/

orgoglio, in qualche modo fiero, spero./[...]”.

Lei ha fatto il vuoto del silenzio teso nell’ascolto intorno. Ha generato, con il linguaggio dell’arte, lo spazio dell’attenzione, accordando la nota interiore del canto alla verticalità. Ha suscitato il tempo della durata, il solo in cui si può svelare la profondità del senso. Nei pressi, sulla piattaforma, sciama il movimento dei corpi, il brusio ininterrotto delle parole che non si spegne mai del tutto compiutamente. Lei ha generato la sospensione spazio temporale in cui la parola poetica alberga con dignità. Chi vuole, può, se lo vuole, lasciarne scendere le risonanze in sé, attenderne gli esiti, lasciarsi abitare dalla parola, portando con sé un lacerto di senso o l’eco di una minuscola rivelazione. Entrare in dialogo ed in relazione con un mondo altro, eppure né straniero al luogo né estraneo alla contemporaneità dolente dell’umano, che prende forma, suscitato dalla voce che intona il canto.

Ho impiegato più di qualche istante per ricompormi, disunito dall’improvviso straniamento, che i versi appena ascoltati mi hanno fatto riverberare intensamente dentro. Li ho dapprima subito riconosciuti, emergendo dall’inatteso. Poi, sono stato provvidenzialmente vuoto di me stesso e ho sentito vivere le parole di una vita altra. Come se io stesso fossi convocato di nuovo dal canto a vibrare della dolorosa eco che, tanti anni prima, aveva ispirato in me quelle parole. Le parole del poeta, come i figli nel canto di Gibran, non sono del poeta. [Le vostre parole, non sono parole vostre... sono le parole della forza stessa della Vita, è la mia libera parafrasi]. E, come un padre, ho amato questo loro andare via, questo loro tornare nel mondo, nella voce, nel corpo, nella vita di un’altra persona, e ho contemplato la scena, il vederle vivere, di un’esistenza altra dalla mia, fatta presenza vera dalla voce, nella vita intorno… Ho tentato di intuire il riverbero di altri ascolti, presenti nei pressi della voce che stava incarnando spiritualmente ora le parole nate allora. Di immaginare come si componesse di nuovo il senso esistenziale, in quella minuscola traccia. La vivezza o l’eco residuale di un’esperienza…

Ho chiuso gli occhi, commosso, e l’ardore del ricordo mi ha acceso dentro, come nel giorno in cui quelle stesse parole, appena ascoltate di nuovo, mi erano nate dentro, dettate dall’impeto misterioso della Vita nella gestazione di lunghi silenzi e di un dolore intenso e duraturo. Era una mattina di febbraio del 1999. Come ogni giorno, e per alcuni anni, ero sceso in stazione Centrale, a Milano. Quando raggiungevo via San Giovanni sul Muro, avevo già almeno due ore di viaggio alle spalle. Un pullman, il treno, la metropolitana. Non di rado, riuscivo però a ritagliarmi un esiguo scampolo di contemplazione, nell’intatto silenzio di una piccola chiesa, della quale non ricordo il nome, all’angolo con via Meravigli. Lì, appena entrato, sulla sinistra, mi attendeva una minuscola oasi spirituale. La prima cappella ospitava un bellissimo crocefisso ligneo. Ai suoi piedi, una modesta sedia in legno invitava alla sosta ed alla preghiera. Io stavo lì, quanto potevo e più che potevo. In quell’enclave di raccoglimento a pochi passi dal cuore pulsante della città. Il luogo non era particolarmente luminoso: ricordo però che nelle giornate di sole un riverbero di luce scaldava ed illuminava il Crocifisso, ed il mio cuore insieme. Stavo spesso in piedi. Pregavo, sussurravo e parlavo, non di rado piangevo. Quello era il mio quinto anno di disoccupazione. Non è mai stato facile esserlo, ma, in quel decennio, quando ancora la promessa consumista [l’illusione?]di un’opulenza diffusa era l’orizzonte illimite e insieme la meta attesa della gran parte delle persone, esserlo era anche uno stigma ancor più difficile da sostenere. Ho un ricordo bello e terribile di quei mesi, di quegli anni. Che mi hanno segnato dentro irrimediabilmente, lasciandomi la traccia di una Luce inestinguibile che tutto rischiara. Anche le più cupe tra le zone d’ombra. Essere fratelli e figli del Crocefisso, non mi è sembrata mai una evidenza così prossima al mio essere umano, come mi accadeva allora. Restavo là, nel tempo sospeso della gioia latente che mi abitava, come una nota del canto eterno e della verità infinita di cui l’uomo ha sempre sete. Poi uscivo, incontro agli impegni che mi avevano, durante quegli anni, atteso: ne ho accennato qui e qui.

Un’epoca non tramonta quando gli effetti sono visibili ad un occhio umano altrimenti distratto. La storia accade assai prima nel grembo delle cause, le ineffabili. Le faglie profonde che annunciano il sisma, la rottura della continuità che rassicura nel presente, rilasciano spesso segnali. Segni dal margine, pensieri a latere rispetto ai luoghi comuni che dominano l’immaginario collettivo e potente. Molto di ciò che è accaduto nell’ultimo ventennio, era già bene a dimora. Una crisi profonda aveva già frammentato l’unità interiore dell’uomo contemporaneo. Il cinismo belluino dei dominus dissimulava con successo l’evidenza del naufragio spirituale, dando un diverso ed alienato nome alle cose. Nessuno mai, se non il poetico ed inascoltato idiota, avrebbe dato voce, in quegli anni, all’evidenza di una deriva valoriale ormai da tempo in atto.

Tra le stelle rare che ho avuto per guida durante la notte dell’interminabile transito epocale in cui ho vissuto, ha brillato anche questa: “Le idee valgono per quello che costano, non per quello che rendono ”. Sono parole di un sacerdote bresciano, padre Giulio Bevilacqua, pensate durante gli anni del fascismo. La coerenza è una virtù resistenziale sempre rara, in ogni tempo, e impervio l’esercizio dei testimoni, quando la rinuncia è il solo viatico. L’orizzonte valoriale in tempi di profondo mutamento ha un assetto ontologicamente variabile, che rende inquieto per vocazione e per necessità l’animo dei contemporanei. Ciò che già era attestato scompare e lo stato nascente è sempre un non ancora dal profilo precario. L’etica situazionista degli opportunisti ha campito quasi interamente l’antropologia dei miei tempi di transito. Le verità rassicuranti sono state quelle vincenti nel qui ed ora della storia. Sono state spesso gemelle omozigoti degli interessi, istantanei e sempre di parte, di una sola parte, la propria. Appartenenza ed apparenza hanno ispirato l’ontologia esistenziale delle maggioranze variabili, prone al mercato dei luoghi comuni. Da blandire, da inseguire, da promuovere. Lo scarto ideale conosce la solitudine e non la teme. Gli interessi hanno soffocato sul nascere le profezie testimoniate da soggetti confinati a margine. Coloro che hanno invece cercato l’orizzonte della durata. Stare stretti in quella morsa tenendo il punto interiore a scapito della propria fama, e non di rado della fame stessa, non ha avuto alcun appeal mediatico, nell’epoca della rappresentazione perpetua e di massa, in cui ciò che non appare non è. Gli ideali sono divenuti icone vintage da ostentare se profittevoli. L’arcaismo del bel tempo andato, opportunamente confezionato a sostegno del nuovo che avanza. Chi ha avuto la presunzione di tentare di vivere nel segno di una profonda continuità valoriale, l’identità ideale non vive d’altro, ha pagato duramente la sete di una verità fondata interiormente, che attinge l’orizzonte senza tempo.

Anche quella mattina, come ogni mattina, avevo incontrato almeno un cantore della propria disperata solitudine, nella metropoli distratta, in corsa e forse già in fuga dall’evidenza e da se stessa. Quella mattina però non avevo davvero potuto lasciar cadere la moneta povera del mio obolo di sempre e nemmeno quella dell’ascolto, dell’accoglienza interiore. Teso come ero io stesso sotto il peso di un indicibile e non condivisibile fatica. Di un dolore trattenuto. Così avevo lasciato che il Signore mi dettasse dentro le parole del mio pianto vivo. E, proprio in metropolitana, il 2 febbraio di quell’anno, le avevo trascritte. “ELEMOSINA METROPOLITANA (AMORE IN METRÒ…)”, è nata così, quel giorno.

Sabato 24 marzo Monica Minoni ha fatto dono della sua preziosa lettura in un’altra metro. Ripresomi dal gioioso stupore, l’ho ascoltata e, con tutta la residua intensità di cui sono ancora capace di presenza al reale,mi sono guardato intorno. Per tentare di capire come e se lo sguardo dolente e consapevole sul mondo potesse trovare accoglienza, vent’anni dopo, in un’altra città, su di un’altra metropolitana.

Nel mezzanino di Bresciadue [stazione annunciata come tutte con tempestiva voce registrata durante il viaggio: la realtà è sempre l’implacabile unità di relazione del poeta. Alzare lo sguardo all'asimmetria distonica del Cielo per tentare di abitarli insieme, realtà e cielo, è vocazione del poeta...] loro ci hanno regalato uno scampolo di Bukowski, [riproposto più tardi qui in metro], prima di ritrovarci tutti insieme in una rara pausa.

Per lunghi tratti ho ascoltato le loro voci farsi largo con smagata sapienza d’artista, senza mai declinarsi nel tono impositivo e declamante di chi reclama attenzione. Li ho ammirati nell’evoluzione lieve che li animava, mentre i pur eleganti e silenziosi convogli della metro ne minavano il tratto delicato e l’interpretazione accurata. In piedi, ben dissimulando l’attenzione al traffico umano che li insidiava sulle piattaforme sempre pronte ad accogliere i nuovi e a lasciar defluire i vecchi passeggeri a bordo.

Credo sia stato più o meno in questi istanti che lei, Caterina Reoletti, ha iniziato “CYBERLOVE”, l’altra mia poesia, tratta da “Luce d’Abissi”, che ho avuto la gioia di ascoltare in metro. “Mi piace”. E’cominciata così, con le prime parole del primo verso, con il giusto accento ironico, che prende ed insieme sottolinea la distanza dal vero apparente.

“Mi piace. Lo dissi al computer. Non pone

domande e davanti al dolore che incombe

non piange. Un vero signore. Affronta

il destino sicuro. Sta muto. Non ama

il passato, non presenta questione

al silenzio, ma tace. Mi piace. […]”.

L’ho seguita, attento, fino all’acuto con cui ha scandito, con verve decisiva del senso e del significato del canto, il vocativo auto referenziale e insieme straniante dei due protagonisti [chi?] di quello strano amore, o di quella nuova forma strana d’amore, in similpelle, si sarebbe forse detto, quando i corpi erano ancora sede consapevole di qualche spirito: “due nobili idioti,[…]”.

“ […] Nell’oceano

sperduta con te, mio oscuro mentore,

soli a navigare, nell’etere stretti,

lontani ed ignoti, due nobili idioti,

principe delle mie rotte, ogni notte,

mio cyberamore, senza nulla rischiare,

mio alienatore”.

Mentre lei sta dando nuova vita alla parola del canto, qualcosa sta accadendo vicino a lei. Qualcosa che ha suscitato poco prima in me un interesse latente. Una ragazza, seduta accanto ad un’altra in ascolto dall’auricolare, sta protesa per non perdere una parola, sorride a tratti, o così a me sembra, manifestando apertamente una curiosità partecipe. Quando l’attrice ha concluso la poesia, la ragazza si è alzata. Dopo uno scambio di frasi delle quali mi è sembrato di intuire il senso, ha fotografato la pagina letta, un gesto abbastanza familiare per chi conosce la comunicazione estemporanea ed in vivo diffusa sui social network. A quel punto ho ascoltato le parole rivolte anche a me : “Posso presentare l’autore…”. Mi sono proteso verso la ragazza, ci siamo stretti la mano e non ho potuto non pensare, animato da una indicibile ed irriducibile speranza, che le parole del canto fossero passate in lei secondo la poetica celaniana che sempre ho amato: “Solo mani vere scrivono poesie vere. Io non vedo alcuna differenza di principio tra una poesia e una stretta di mano [...]”.

E’ scesa poco dopo: sorrideva e salutava con gesti ampi e ben visibili delle mani. Ho creduto si fosse generato per lei un minuscolo istante di felicità, una sospensione del tempo nell’ascolto del canto. Ho sperato fosse stato così…

Ho viaggiato per lunghi tratti nei pressi di Tiziano Terraroli. Non perché sia un cultore del dialetto bresciano, la cui conoscenza è per me ben al di sotto del profilo canossiano maccheronico. E’ stata un’esperienza vivace e sapida. Il suo dialogo con i passeggeri, fitto di coinvolgimenti animati dalle parole ed ancor più sostenuti da sguardi, ha aperto generosi varchi di ascolto tra i passeggeri. Ho visto qualche volto canuto perdersi dietro chi sa quale memoria sognante, familiare nell’idioma di casa e nella consuetudine del corteggiamento giovanile, quando la traccia remota si è riaccesa nel canto arguto e complice dei poeti dialettali. Ho visto volti giovani forse sospesi tra curiosità e condivisione. Io stesso ho avuto un piccolo sobbalzo, quando la morettina [lo scrivo così, in italiano, per scampare il monito dei puristi, che conoscono gli accenti corretti], soggetto di un corteggiamento piuttosto insistente, viene geolocalizzata dal poeta nei pressi di un classico della brescianità, la Pallata. Lo spasimante, o l’aspirante tale, protagonista e vittima in un corteggiamento arcaico e d’altri tempi, in bicicletta! La bicicletta e la Torre simbolo della città medievale, convocate insieme, e non importa in quale lingua, non possono non scuotere l’immaginario di un ultrasessantenne, qualunque fosse stata la sua personale vicenda urbana.

Lei e lui danno vita, ad un tratto, ad una esperienza di inclusione, che mette in scena l’alto potenziale maieutico della poesia, quando ad animarla sono sentimenti aperti all’incontro. A metà strada tra due coppie recitanti, sto seguendo gli altri, quando la mia attenzione è attratta dal vociare assai poco poetico che si alza dagli ultimi sedili di una carrozza. Lei e lui sono alle battute conclusive di un duetto poetico mi par di capire amoroso. Il chiassoso gruppo dei troll metropolitani, vittima di un immaginario collettivo abitato da luoghi comuni che si pensano originali, lancia le proprie rumoreggianti sfide. Gli attori, incuranti delle provocazioni, rispondono con l’elezione dell’arte, sfiorandosi infine lievemente le labbra, in un atto di perfetta coerenza del corpo con il dettato testuale. Il maleficio infantile e falsamente trasgressivo della sfida, ha trovato nell’improvviso creativo il gesto salvifico dell’incantesimo. La poesia è un sussurro dall’eco inestinguibile, nell’antro in cui si leva l’urlo impotente della modernità. La mitezza erode con persuasione interiore la retorica dell’urto. Non ha bisogno di escludere con la forza. Di condannare con il divieto. Di espellere con la normalizzazione della legge imposta: “L’amor che move il sole e l’altre stelle [...]” ha fiato per includere i turbamenti minoritari, per spegnere i fuochi effimeri dell’esibizionismo di maniera.

Lo so, non c’è lei nella mia memoria itinerante al seguito della parola poetica in metro. Solo cercando il filo dei ricordi sparsi, ho colto l’ormai incolmabile lacuna nell’ascolto.

Il diapason della comunione è, ed è stato, in ogni tempo e luogo, un vertice sublime atteso. La sua sempre latente incompiutezza, l’orizzonte destinale dei poeti. Lo è anche, se non soprattutto, nella modernità. Animata sin dall’origine dall’iperbole della velocità. Insidiata dall’infinità di mezzi e messaggi sempre in agguato alle soglie di ogni più composto silenzio. Frastornata, talvolta, dall’iperbole cool dell’epopea digitale in corso.

La parola dei poeti sgorga, sempre indifesa e quasi sempre inattesa, dal cuore pulsante dell’umanità. E sale a bordo della vita, straniante e non di rado straniera alla ferialità dirompente, da una stazione all’altra dell’umana e divina avventura. Amor, ch’a nullo amato amar perdona […]”.

 

Parole nomadi. [Elemosina metropolitana].

 

Parole nomadi. [Elemosina metropolitana].

Parole nomadi. [Elemosina metropolitana].

Sabato, il 24 Marzo, sono tornato a casa. Nella città in cui nacqui, decenni orsono. Credo che l’uomo vocato alla poesia sia a casa in ogni luogo e che il poeta viva in esilio ovunque e sempre. Dunque, non avrei dovuto registrare che una lieve increspatura con il sismografo dell’anima.

Invece, quella fessura di luce aperta in un incontro dall’apparenza fortuita, si è lentamente divaricata, fino a farsi torcia ardente, la stessa che riverbera il monaco, quando si accende nella parola della propria libera salmodia. Il canto del poeta. Un minuscolo accento di Luce acceso nel foro interiore, che traccia la speranza dell’attesa e dell’incontro, della condivisione, su, fino al diapason celestiale della comunione, quando accade.

La condivisione della poesia è, secondo la mia poetica, il gesto celaniano per eccellenza: la stretta di mano, antifona laica alla sacralità della comunione tra gli umani.

Sono tornato con un lacerto poetico della mia minuscola creatura, la poesia. Sono tornato nel modo che prediligo, in un luogo [su di un mezzo che attraversa il luogo…] che l’epica feriale, in me non mai disgiunta per scelta dal canto, mi ha reso familiare. Sono tornato condotto per mano da una sensibilità condivisa fin dall’origine. I nostri primi passi, così diversi nella forma scelta e così divaricati destinalmente lungo l’intera vita, mossero in parte su di un sentiero condiviso, sotto l’ala magistrale di Emo Marconi.

Sono tornato fedele ad uno statuto interiore che è stato metafora di una condizione umana e poetica, la mendicanza , di senso e d’ascolto.

Tutto si compone da sè, quando le tracce giungono a destino nella mente del Signore infinito, di tutti e di ciascuno.

Accanto e dentro ognuna delle parole e delle frasi che ho scritto qui, si annida un legame reso esplicito dall’ipertesto, che scioglie l’enigma ermetico della narrazione in una danza di rimandi e di letture che compongono lo spartito su cui muove l’evento. Per dare un volto più definito alla sinopia che ne ha annunciato l’affresco. Per mostrare lo sfondo della scena, così inconsultamente provvida, priva di segni e di segnali, di consuetudini e di frequentazioni. Disarmata a tutto, come deve essere la messa laica del poeta, quando intona il karma delle propria vocazione, ricevuta in dono e restituita nella vita. Gratuita. Libera. Aperta. Nomade. Fedele ad una sorgente interiore ineffabile, il cui solo confine lecito è il Mistero che la abita e che la pone dentro il solco vivo dei tempi.

Era un giorno di gennaio. Elena ed io camminavamo in città, nei pressi di una delle stazioni centrali della metropolitana. Lei era seduta dentro un locale, imbacuccata e resa quasi irriconoscibile negli abiti invernali. Eppure un tratto del suo volto me l’aveva resa familiare: avevo indugiato, tornando sui miei passi. Una, due, forse tre volte. Elena mi aveva raggiunto. Allora lei si era alzata: ci eravamo riconosciuti. Eravamo entrati nel locale anche noi ed avevamo iniziato una di quelle conversazioni un poco precarie e molto fervide che non ti inducono a sedere e nemmeno ti lasciano la briosa fretta dei rapidi congedi. Come accade quando non ci si frequenta da anni, ma la memoria attinge esperienze intense e condivise, se pure remote, le cui risonanze interiori rimangono vive, pronte a sgorgare nella forra carsica degli incontri casuali e sporadici.

Non ho mai voluto nominare con precisione di senso il caso, definirlo univocamente tale, perché il suo nome altro e più accurato è ed è sempre stato per me estraneo ad una estemporaneità priva di qualche fondamento esoterico. L’Invisibile che ci abita e che campisce l’orizzonte delle nostre vite, ha attitudini nascoste per convocarci al compimento dei nostri cammini.

Fino a quando Candida non aveva sorriso verso qualcuno che stava giungendo alle nostre spalle. Era la persona che lei stava attendendo. Con nostra reciproca sorpresa,tutti ci conoscevamo, ciascuno a proprio modo ed in circostanze diverse. L’avevo incontrata una prima volta anni prima. Suonava, seduta su di uno sgabello, lungo la via che percorrevo spesso al mattino per entrare in città. Avevo iniziato allora un dialogo sobrio con lei, che nel tempo si era esteso ad Elena. Sostavamo insieme ad ascoltarla, talvolta a lungo: amavo le sue note nomadi, come sempre mi accade, con chi risponde al dono del talento con l’estremo esercizio della restituzione libera e gratuita, non di rado al margine dei tempi, scampando così lo spreco di chi lo custodisce seppellendolo. Un giorno, tempo dopo, avevo scritto brevemente di lei, senza che lei stessa, assente per un lungo periodo, ne avesse mai saputo nulla.

Quel pomeriggio d’inverno, Candida ci aveva rivelato il nome della fisarmonicista sconosciuta: la protagonista del mio modesto cammeo in prosa si chiamava Pepa. Le legava una certa consuetudine artistica. Non potevo immaginare né sapere che Pepa sarebbe stata tra i protagonisti del mio ritorno poetico in città.

L’altro siamo noi, scrissi una prima volta venticinque anni fa per una collega impegnata in una iniziativa di accoglienza, che mi aveva chiesto qualche pensiero dedicato al tema. La singolarità dell’essere straniero è un’esperienza che ognuno può fare ogni giorno, a partire dal confronto con l’io più profondo di sè, nel dialogo assiduo con il Mistero che lo abita. Sono stato contento di sapere che la mia poesia esule in patria sarebbe tornata a casa in compagnia di una straniera ormai a dimora nella Brescia in cui sono nato.

Qualche tempo dopo, Candida mi aveva inviato un inatteso e breve messaggio. Mi informava dell’iniziativa chiedendomi se avessi avuto piacere di partecipare con una mia poesia da leggere nel contesto.

Le avevo risposto una prima volta, felice dell’invito, inviandole alcune poesie, introdotte dalla breve nota seguente.

«Come.1. I testi che propongo per una tua ulteriore scelta sono in totale otto. Nessuno è inedito: sono tutti tratti da una stessa opera, “Luce d’Abissi”, raccolta di poesie del 1999, accompagnata da un saggio critico che scrissi io stesso, in un secondo volume, pubblicato contemporaneamente con il titolo “Pensiero Nomade”.

Alcune poesie, quelle che fanno parte degli “Euforismi”, furono lette da “Scena Sintetica”, la sera dell’esordio in pubblico in nome e per conto della mia poesia,in San Desiderio, il 21 Marzo 1999 alle ore 21.00, all’età di 46. Fu la prima e credo terz’ultima volta.

Nel programma di sala che scrissi e preparai per la serata, raccontai la genesi del lavoro ed il suo significato. Ne trascrivo qui alcune righe.

Ho scritto questi trentatré brevi componimenti, secondo una misura, un ritmo, una cifra poetica per me insolita, in quarantacinque giorni, nel periodo compreso fra il 15 Gennaio scorso ed il 1° marzo. Non avevo alcuna intenzione progettuale, alcuna idea di opera complessiva. [..] Ho deciso di dare un titolo a questa breve raccolta. Euforismi. Una parola che svela un’assonanza e compendia una sintesi di contenuto fra Aforismi, Epigrammi, Eufemismi. E’ un segno euforico del naufragio riconosciuto e della albificazione che la consapevolezza postula. Un inizio, un nuovo inizio… Testimoniato nell’esperienza, la cui gioia suscita una distanza critica, figlia, naturalmente, dell’etica.”

Gli Euforismi costituiscono insieme a Minima umana, Aprile ed Aurore le parti di “Luce d’Abissi”, dalle quali ho tratto i testi che ti invio.

Perché.2. Negli anni successivi ho scritto e pubblicato altro. L’ultima opera in tre volumi è del 2017. Ho scelto “Luce d’Abissi” perché è uno dei miei testi più drammaticamente contemporanei all’epoca che ho vissuto, nel transito apicale già bene a dimora in quegli anni, per me dolorosamente provati e così intensamente vissuti per scelta consapevole nel cuore più cinico del tramonto.[...]

Infine, una minuscola nota di merito. Ho inserito anche Elemosina metropolitana [Amore in metrò]. [...] Il testo è stato scritto in metropolitana, a Milano… Scrivevo spesso all’impiedi, sostenuto da un’urgenza interiore incontenibile ed appassionata. Quando non sapevo dove appoggiarmi o non riuscivo a recuperare la carta, tentavo di imparare a memoria i versi che mi nascevano dentro. I luoghi ed i tempi dichiarati raccontano con precisione e puntualità tale condizione creativa. In particolare, le persone di cui scrissi in questo canto erano essi stessi musici: ne ho incontrati tanti in quegli anni nomadi! Ne accennai altrove, un giorno, ricordando come spesso salissero sui mezzi pubblici accompagnati e preceduti dalla litania dolorosa della mendicità, con il bicchiere di plastica per la colletta successiva in mano: “sono una dona povero…”.

La singolare coincidenza del nostro incontro in Piazza Vittoria, mi ha invitato a cogliere il segno di una presenza in qualche modo destinale/provvidenziale. Il nome del Caso è assai più preciso e giusto di quanto la creatura umana sia disposta spesso a pensare o a credere.[...]».

Qualche giorno dopo, Candida mi aveva chiesto di scrivere alcune righe di presentazione della poesia, un incipit contestuale e di senso per il canto prescelto. Le avevo risposto inviandole un sintetico introito e alcune altre poesie tra le quali scegliere, in sostituzione, se avesse ritenuto, delle precedenti. Motivando, in parte, anche così la mia decisione.

«Ho cercato di tenere il fuoco della mia poetica e di porlo in armonia con la natura del contesto. Uno scenario assai contemporaneo, feriale ed insieme avanzato, nel quale l’irrompere della parola, così come della musica [insomma, dell'arte...] genera [dovrebbe generare...] la mirabile sospensione del tempo interiore che restituisce o rivela alla vita la propria essenza. Uno scenario che mi è fisicamente e spiritualmente assai familiare, sebbene non abbia mai esercitato in alcun modo la poesia in senso performativo. Insomma, è la vita, almeno la mia…

Proprio sollecitato dalle osservazioni che hai fatto oggi al telefono, raccontando la tua e vostra precedente esperienza, sono stato aiutato a rovesciare lo sguardo, che è quello di una persona abitualmente dedita all’ascolto dell’altrui opera in fieri, per esercitarlo secondo la declinazione attiva che da poeta ho vissuto scrivendo. I tempi scandiscono la drammaturgia della rappresentazione, mi pare di avere capito, ed io, pur con i miei poveri rudimenti di totale analfabeta della rappresentazione, ho cercato di assecondarli. Sostenendo il merito: così ho scelto io stesso, come tu mi avevi invitato a fare, il testo. Anzi, i testi. La loro brevità sopporta bene le sincopi del viaggiatore che sale e che scende ed il merito appunto tiene e sostiene il filo della continuità, della durata.
Le cinque poesie sono scelte nell’ordine in cui le ho poste. Se decideste di leggerne solo una, sarebbe la prima, la prescelta, “Elemosina metropolitana (Amore in metrò…)”,eliminando quindi in successione le altre.».

Ed ecco il breve introito:

«Stazioni [Nicchie contemporanee di senso].

Amore. Misericordia. Contemplazione. Il Silenzio!

Lo spazio dell’eccellenza performante ed il tempo lento della meditazione,nel moto perpetuo di una mobilità senza requie, si incontrano, non più stranieri. Le solitudini distratte e quelle consapevolmente dolenti, insieme, al diapason di una Modernità sublime.

Una minuscola eternità feriale irrompe, in forma di parola, evocata nel canto del poeta. Vibrano risonanze estreme all’unisono,l’umanissimo limite e l’Infinito della tacita speranza.

Due attese si danno silenti la mano. Convocate qui, dove la corsa si ferma, per un lungo istante, mentre il Viaggio, incessantemente, divarica e converge gli infiniti sentieri interrotti del giorno.

Le singole vite, accese di Luce e di senso singolari, invitate dal canto alla pluralità ardente della comunione.».

Il ritorno a casa si è compiuto, quasi vent’anni dopo,nel segno poetico dello stesso esordio, quegli Euforismi che di “Luce d’Abissi” furono embrione e fondamento. In mezzo, qualche quasi clandestina incursione poetica, due, forse tre, ospite marginale nel cuore della mia città.

Mater dolorosissima, origine del microcosmo del mio canto, non sono nato a primavera, il 21 marzo, ma nell’inverno del tramonto che, da contemporaneo ai tempi, ho vissuto. Nel resistente esilio, nel margine resiliente. Sotto il cui gelo ho messo a dimora semi di tempi che non ho goduto, se non nel poetico sogno, e che mai vedrò. Che per sempre sentirò vivi nel cuore del canto. Accesi in eterno. Di Luce postuma. Nel paradiso muto della speranza senza tempo. La sola che dura e resiste.

 

 

Parole nomadi/1. [L’urlo e il sussurro].

 

[6] L’Idiota contemporaneo.

La resa di Natale.[6]

L’Idiota contemporaneo.

All’orizzonte di tale sconfinato deserto, la prudenza del non accaduto e la discrezione del non visibile erano le uniche tracce di un futuro possibile. Al fondo dell’ignoto palpitava un tempo risorto la cui indicibilità era impraticabile all’estemporaneità dei funzionari di Babele. La sua lingua pentecostale chiedeva l’innamorata dedizione dei mistici, dei poeti, degli esuli, degli eretici. Degli impotenti a tutto e poveri di tutto. Di coloro che erano stati stranieri in ogni tempo ed in ogni luogo a qualsiasi potere. I senza traccia e senza nome di ogni religione e di ogni culto di una modernità asservita a se stessa, prodiga nel confezionare la resa di tutti i natali nella sfavillante corazza della propria impietosa onnipotenza.

Rivoluzionari in servizio permanente effettivo, ora di lotta, ora di governo, più spesso entrambi i ruoli contemporaneamente, stavano sulle barricate il necessario per vedere soddisfatto il proprio interesse di parte. Per gli ideali ci sarebbe stato tempo, li avrebbero onorati le generazioni future, se ancora ci fosse stato qualche futuro possibile.

Terroristi dalla incerta origine finanziaria e dalle improbabili identità, praticavano il culto tribale di una ferocia senza limiti. Sedicenti adepti di una religione devota alla sola violenza, e dunque, inevitabilmente senza alcun dio.

La Bellezza, quella che avrebbe dovuto salvare il mondo, era da tempo in vendita. I giacimenti culturali, ipse dixit, dall’inestimabile valore economico, dovevano pur essere messi a profitto. Sul mercato del mondo della modernità, tutto aveva un costo e, dunque, tutto aveva un prezzo. Capolavori nati nel seno della libertà e della gratuità, in quelle pensati e per quelle creati, venivano custoditi in dorate teche, polifunzionali e performanti.

Un idiota, il sorriso delicato di una grazia incomprensibile alla contemporaneità, sulle labbra rese intonse da un dolore acuto e duraturo, stava nel margine dei tempi. In silenzio. Raccolto su di sé. Un Dio benigno lo abitava, ma nessuna lingua sapeva pronunciarne correttamente il nome e nessun comunicatore esperto ne aveva prevista la presenza e riconosciuto l’ambito di sopravvivenza estrema. I convenevoli di una conflittualità binaria di maniera, erano estranei alla sua ontologia esistenziale. La sua antropologia era straniera a qualsiasi essenza conflittuale. I cluster d’identificazione probabile manifestavano tutta la propria impotenza ed insufficienza nell’analisi della evidenza profetica. L’idiota stava nella piega ripida e silente di un domani già dato e non ancora vissuto. Come un Cristo ferito, già presago della terribile salita promessa dalla storia ad ogni ora innocente. Nell’alba di un cosmo sconosciuto, insalutato ospite, sconfinatamente alla vita rideva.

 

 

[5] La livella della visibilità.

La resa di Natale.[5]

La livella della visibilità.

La bolla mediatica era esplosa, intossicando irrimediabilmente, con il precipitato, tutto lo spazio vitale. Nessuna certificazione del vero, la latitanza dei fatti stessi nella loro completa sintesi di evidenza, era più in grado di offrire i meridiani che conducessero a sorgenti di pura e comprensibile informazione. I segnavia di senso erano passaggi clandestini, lungo cui muovere con rischio estremo, auto consegnandosi spesso alla cancellazione di sé, ad un oblio senza destino alcuno. Essere abitati da un Dio senza telecamera e privo di microfono, sfornito di un pulpito mediatico, influente e quanto più possibile broadcasting, dotato della sola parola marginale, non era più possibile, nemmeno ai contemplativi per vocazione. La cometa dei Magi era accesa sul margine di una profezia in fieri, frequentato unicamente dalla genia delle creature un po’ folli, quelle che già sapevano il domani, ma non disponevano ancora dei dati a conforto e sostegno. Non conoscevano e disertavano per vocazione e per scelta il centro della scena, illustrato ed abbagliante nella spettacolarità dei luoghi comuni. Dove trionfava, in una complicità omologante, tutto ciò che era bene documentato, prove alla mano, perché già interamente dato. L’istante privo di una traccia riproducibile era destinato alla perdizione, qualunque fosse la sua natura etica e qualsivoglia fosse la sua densità spirituale.

La vita dell’uomo contemporaneo era stata affidata ad una rappresentazione perpetua di sé, addestrata al surfing sulle profondità dell’io interiore e del reale esteriore. Un selfie sconfinato, che registrava ogni micro evento, deponendolo nella culla sterile di un archivio infinito. I data base destinati ad una nuvola ospitale per l’eternità.

Il navigatore dei Magi puntava su di una culla vuota. I pastori erano animati da rancorosi risentimenti. Attendevano una legge umana che facesse giustizia dei torti subiti: ciascuno ne aveva uno proprio da denunciare ed ognuno sapeva dettare con precisione il testo che stabilisse il nuovo diritto. Tutti cercavano di rubare all’altro la scena. L’uguaglianza era stabilita dalla livella della visibilità, l’unico garante riconosciuto di quel che rimaneva del merito, un criterio distintivo da decenni in via d’estinzione. La comunità dello spirito di condivisione aveva ceduto il passo alla sentenza tribale dell’immagine vincente. I più ambiziosi tra loro si erano garantiti una posizione privilegiata sulle modeste alture di qualche reality, uno tra i fori mediatici riconosciuti per emettere sentenze di valore. I profeti del secolarismo moderno si agitavano isterici sulle poltrone dei talk show, in attesa che la Verità si accomodasse nella modesta declinazione della loro superba abilità performativa. Guardavano verso la capanna con l’occhio cinico di un disincanto rotto a tutto, non alieni da una devozione strumentale da senza Dio devoti. Nessuno ascoltava nessuno, nell’apoteosi del nulla sorgivo che mulinava le parole come armi, corpi contundenti, strumenti sempre di tentata imposizione, mai di comunione.

6. L’Idiota contemporaneo

 

[4] Monasteri di Senso.

La resa di Natale.[4]

Monasteri di Senso.

La democrazia ridisegnata nella modellazione di narrazioni sempre incalzanti soffriva l’afasia dei miti. La fragile malinconia dei vinti, resistente nella parola vera, generava nicchie di vita, nuovi monasteri di senso ai margini della barbarie. I ribelli raccoglievano lacerti di coscienza e portavano con sé i residui brandelli della conoscenza, il nuovo lievito del futuro cancellato pro tempore dall’urgenza, veloce ed incalzante nell’invasione pervasiva di ogni rivolo feriale, dei dominus finanziari e tecnologici. Un’antropologia reticolare sostenuta da astrazioni ben radicate nel presente e devote allo spirito secolare di un mondo al tramonto, dimentico di sé, del proprio passato, e prossimo da tempo al naufragio in un imprevedibile futuro.

I Conducătores dell’apparenza, dispensando briciole di benevola condivisione, guardavano magnanimi gli orizzonti conquistati. Era il solo istante in cui il loro sguardo ombelicale si alzava per ammirare compiaciuto la terra di una rappresentazione di sé sulla quale non tramontava mai il sole. La comunicazione globale perpetua risuonava lontana, un fastidioso brusio, all’orecchio del vinti dentro. Nessuno tra loro avrebbe mai potuto accettare la sola verità che li avrebbe scampati alla sola guerra che avevano perduta. Quella combattuta dentro se stessi, contro se stessi. Dove avevano sterminato fino all’ultimo cromosoma del fenotipo umano. Sacrificato sull’ara onnipotente di sorti non più da tempo magnifiche, e ormai, la crisi disse, nemmeno più progressive.

5. La livella della visibilità

6. L’Idiota contemporaneo

 

[3] Etica ed etichetta.

La resa di Natale.[3]

etica ed etichetta.

L’appartenenza era divenuta il lavacro di ogni responsabilità civile. Era sufficiente disporre di un’etichetta ben posizionata, stabile e dominante, nel mercato di riferimento per poter abdicare a qualsiasi prospettiva etica. Un ipocrita poteva benissimo essere acclamato sotto l’ombrello garante e confortevole di una legittimante scelta di parte. Anche un mediocre prosseneta seriale dell’impegno e della parola, aveva imparato ad allontanarsi con discreta, feriale disinvoltura dissimulante lungo i limiti delle diverse appartenenze, scostandosi piano dall’una all’altra apparenza. Con un semplice, elementare switch, nel trionfo di simulacri di valore ridotti a slogan.Una sempre più folta schiera di fregoli mediatici si muoveva con abilità comunicativa parossistica ai confini del senso.Indossando le parole necessarie, spesso i luoghi comuni, malgrado fossero state fino a poco prima quelle distintive di una diversa appartenenza.Il potere dell’apparenza e l’apparire per lucrare altro e sempre maggiore potere avevano sterminato la prospettiva residuale dei principi condivisi. Nella identificazione del bene comune, se ne adottava una forma liofilizzata per statuire l’assetto variabile utile a difendere sempre e comunque il proprio interesse nel qui ed ora della storia. Una forma degradata del relativismo etico, che attingeva, al contrario, il fondamento ideale di una comunità, attestato in un credo partecipato da tutti e da ciascuno testimoniato.

4. Monasteri di Senso.

5. La livella della visibilità

6. L’Idiota contemporaneo

 

 

[2] L’epica dei testimoni.

La resa di Natale.[2]

L’epica dei testimoni.

La lettura pentecostale era stata spazzata via dall’abilità retorica della comunicazione. Un sorriso istantaneo, ardente nella sua solarità in favore di inquadratura, campiva con violenza tutto il qui ed ora, trasformando la mirabile ferialità dell’epica in un campo di battaglia privo di argomenti. L’istante, la velocità bruciante dell’azione, del dire invasivo, umiliavano la profondità del senso, relegandola nel magazzino digitale della libertà impotente. Un ossimoro nuovo in cui la proliferazione bulimica dei mezzi dissimulava la profilazione di nuove, insospettabili ed insospettate gerarchie. L’occupazione era cosa fatta. Il demone di una comunicazione assertiva vincente, costituiva l’asset di ogni forma di rappresentazione. Una menzogna ben confezionata con il packaging seducente di un annuncio complice del destinatario, aveva molte più probabilità di essere creduta, rispetto al messaggio discount del portatore sano di una verità interiormente fondata.L’apoteosi dei testimonial aveva soffocato la rara epica dei testimoni. Il brand usava strumentalmente qualsiasi persuasione esistenziale per accreditare con enfasi retorica la propria prospettiva d’interesse. Pronunciare parole prive di fondamento interiore, che non appartenevano dentro, non aveva alcun rilievo etico nella belluina contesa per l’affermazione di un sé ben rispecchiato nell’immagine desiderata. La coerenza avrebbe chiesto fondamenti di senso radicati dentro, nell’essere, e testimoniati fuori, nell’apparire. In un anello etico virtuoso praticabile a condizioni durissime, nella brevità performativa della necessità di imporsi blandendo con smagata efficacia gli ascolti in attesa di una sempre risolutiva e felice destinazione personale. Il sacrificio non aveva avuto alcun appeal mediatico. Anche il Bene maiuscolo aveva trovato da tempo una sua più accogliente e bene accetta declinazione nella minuscola ma irrinunciabile evidenza del benessere. La spontaneità dei buoni privi di iscrizione in qualche apposito registro degli aventi titolo e diritto alle definizioni di portatori di virtù, non aveva alcuna dimora. La verità non documentata non esisteva nella società della informazione permanente e pervasiva ,se non nella forma residuale di un accidente marginale. Conseguiva statuto di fatto realmente accaduto o l’accredito di una valenza identitaria, unicamente ciò e chi che veniva rappresentato nella forma comunicativa di un potere impositivo.L’esposizione responsabile di sé e l’ostensione spirituale di un vissuto non godevano di alcun accredito originariamente fondato, e dunque originale, nelle società della rappresentazione perpetua di massa. La bulimia informativa e la prestanza comunicativa, bene garantite al di fuori dell’universo dei segni,concedevano il diritto residuale dell’insignificanza espressiva agli altri da sé, ai non appartenenti. Coerentemente con una tradizione analogica bene attestata, il microcosmo informativo e comunicativo dei liberi e marginali costituiva il plancton inconfessabile ed inconfessato con cui si alimentavano non di rado i pescecani digitali. L’antropologia reticolare della condivisione, già ampiamente anticipata nel fallimento da una cooperazione analogica degradata e da modelli di collaborazione dilaniati dall’imperativo della competizione, era stata presto risucchiata nel vortice di una verticalità cara al potere di ogni tempo ed in ogni luogo.

3. Etica ed etichetta

4. Monasteri di Senso.

5. La livella della visibilità

6. L’Idiota contemporaneo

 

[1] La strage dell’Innocenza.

La resa di Natale.[1]

La strage dell’Innocenza.

L’orda devastata dei vinti dentro si preparava all’ultimo, al feroce, al mediatico assalto. Esperta nell’esercizio della falange compulsiva, pronta alla battaglia multi fronte, dedita al moto perpetuo della funzionalità consacrata alla religione del sempre nuovo purchessia, muoveva lungo l’orizzonte cieco dell’eterno presente. Senza profondità. Senza durata. Senza speranza e senza memoria, dunque. All’apice di sé, dedita all’etica dominante, la coerenza situazionista dell’istante, guidata dai geni militanti dell’opportunismo, con scelta di tempo precisa, aveva annichilito lo spirito profetico. La sua indole relazionale coglieva, pur nel buio indistinto del naufragio identitario, il sicuro destino del proprio messaggio, colpendo il bersaglio come fosse l’interlocutore vittima, e non soggetto prediletto di ascolto. La strage dell’innocenza, il capolavoro degli Erode nella modernità. I canti del margine muovevano senza scampo lungo gli ultimi orizzonti di resistenza umana. Una nube letale di silenzio era scesa, come un venefico manto, retaggio dell’afasia interiore dei potenti. Il mezzo, la sua pervasiva opulenza onnipresente, aveva annichilito ogni messaggio. Gli ultimi virgulti di verità persuasa, sbocciati non visti sul ciglio dei tempi, ripiegavano gli steli, nell’indolente primavera dei signori della scena. La loro inutile e poetica bellezza a nulla serviva, quando i bengala del mercantilismo, l’ultimo degli ismi dell’Occidente contemporaneo, tracciavano nel cielo cupo del presente la parabola vincente dei target. Qualche brandello di parola vera osava alzare la testa, mentre la finzione, un parossismo diffuso dell’ipocrisia sempre latente, occupava manu militari le anime. Colonizzate, con le stesse parole elette dai portatori sani di bellezza, violate nell’esercizio della menzogna. Disconnesse da qualsiasi verità interiore in chi le pronunciava, alate dall’onnipotenza dei mezzi schierati a difesa del nulla che li abitava.

 

 

* I corsivi in lingua straniera non sono uno sberleffo all’indole provinciale di un’antropologia del declino e nemmeno il sarcastico sprezzo di un poveretto esiliato in Patria al solo diritto del registro anagrafico, il nome. Sono un sincero omaggio all’ontologia dei vinti dentro.

2. L’epica dei testimoni.

3. Etica ed etichetta.

4. Monasteri di Senso.

5. La livella della visibilità

6. L’Idiota contemporaneo

 

Canto di Primavera [Testamento].


Canto di Primavera [Testamento].

Ho disarmato l’anima, dal primo giorno adulto e responsabile. Nel grembo di un silenzio indifeso, la coscienza un fiore sbocciato non visto sugli argini ai margini dei tempi, la parola ha dismesso ogni forza latente, ogni ansia desiderante, ogni atto in potenza volto alla conquista e non all’ostensione. Il monaco, monos, la singolarità dell’essere è uno, teso sempre all’innocenza contemplante. Attento, nell’istante decisivo, a non mai occupare spazio, a non mai ostentare il linguaggio di una narrazione astuta. Indifeso a tutto e senza frontiere interiori a protezione del proprio confine. L’essere, a immagine e somiglianza del dono originale ricevuto, non ha confini.

Non andare mai lungo i sentieri interrotti della menzogna, della ipocrisia, della violenza. Non indulgere mai in cinismo e terrore.

Infinite volte rimarrai solo nel canto di vigilia dell’eterno, nell’esule vita. Solitario, con il Dio del Silenzio, del sussurro e dell’ascolto. Solo, ai margini dei tempi. Infinite volte riprenderai il cammino della parola. Muovendo a tentoni nell’innocenza, salirai l’erta che conduce alla promessa di comunione.

Non perdere il tuo tempo umano. Non sprecarlo nell’ansia vanesia del consenso. Non attendere mai la parola che ti elegge nella spoglia etichetta di un nome. Non appartenere mai: sii. Non reagire: agisci, dunque, sii te stesso soltanto.

Infinite volte sentirai pulsare il tremore dell’incontro, la prossimità di una relazione nascente nell’armonia.

Non stendere la mano per stringere, non chiudere, per serrare nel pugno ciò che desideri, ciò che puoi, ciò che è lecito prendere. Lascia stesa la tua mano per sempre. Infinite volte rimarrai povero di tutto, nel residuo del tuo minuscolo niente. Infinite volte il Dio del dono, provvido di eternità incompiute, si poserà sulla tua mano, mendica d’amore per colmarla con la manna misericorde di un’altra speranza. Per issarti ancora nel cielo del sabato, l’attesa feriale. Tu non dimenticare la grazia domenicale dei compimenti: verranno, un giorno, forse quando sarai la tabula rasa dei bisogni e ti ergerei luminoso come sole sanno essere le sinopie dei profeti. Le narrazioni del sogno quando giunte alla meta, finalmente compiute, con il realismo dei santi, diranno le cose. I nomi, le forme, abitate, esse sì, e non le parossistiche icone del consumo, dall’anima. Sii grande, nel tuo minuscolo io, quando il pianto di tutte le sconfitte eleggerà la deriva quale tua sola dimora. Alzati, allora, sul cuore di te, come nell’infanzia, quando la carezza della madre ti faceva per sempre innocente.

Non accogliere mai l’animale in libera uscita che giace e dorme in te, dal tempo antico e originale della resurrezione. Un canto umano e divino di inenarrabile speranza e di domani ti sostiene. Infinite volte cadrai nella tentazione di essere la parte peggiore di te per lucrare le effimere conquiste feriali e durature nel tempo secolare. Infinite volte il volto della bellezza ti rialzerà sulle rovine delle tua minorità, facendoti acceso e splendente, nel volto e negli occhi.

Non avere fretta.

L’incantesimo finisce presto, visto dal pertugio della tua minuscola proporzione interiore. Alza lo sguardo, alto sopra la soglia pigra della tua indolenza, dell’io minore. Guarda l’eternità divina che ti abita. Sii, almeno per un istante sublime. Infinite volte l’umanità migliore, non vista, ti soccorre. Non hai motivo di dubitare, se il tuo corpo che muore all’ora del proprio destino, torna, nella parola, all’amata sorgente, che hai sentita nel giorno per sempre vibrare.

Non temere, il tuo dio, dagli infiniti nomi ed anche nessuno, ti cingerà svelto per issarti ancora in cima all’ora sorella degli amanti.

Primavera ride negli occhi dei vinti d’amore: tu lo sai con esperta e dolente, con duratura sapienza. L’esperienza del giorno è il solo orizzonte celeste: non dimenticare che ogni istante è abitato dal Dio eterno e silente che condusse i pastori alla grotta innocente.

Non importa, di nuovo, il Suo nome. Non importa che il sacro indossi nel rito paramenti sovrani. Basta un lieve giungersi delle nostre, delle fraterne mani. Basta questa parola incorrotta che hai portato nel grembo come madre di un tempo nascente. Basta questa realtà resa ancora sublime dal canto. Basta all’uomo. Basta, certo, al poeta.

Manufatti. [«La Luce postuma del Canto»].


Manufatti.[«La Luce postuma del Canto»].Il cofanetto con i tre volumi de "La Luce postuma del Canto".

 

Quando, in un pomeriggio d’inverno, sono entrato alla TipolitoTAS per vedere la prima copia del lavoro ultimato, il cofanetto de «La Luce postuma del Canto» sembrava sorridermi, nel chiarore delle ore pomeridiane. L’immagine si è fissata indelebile nella memoria. Solo le epifanie di senso hanno tale potere, delicato e maieutico, durevole e rivoluzionario. Sigillano, insieme e per sempre nel ricordo, nostalgia e speranza, nell’ora redenta di ciò che accade scandito da un passo interiore innocente. Così, quando ho deciso di dedicare un post alla cosa in sé, al libro, che è l’opera, il testo messo in forma, non ho avuto alcuna esitazione. Avrei utilizzato la stessa foto, la prima e la sola, che, pochi istanti dopo averlo visto, dopo i saluti ai presenti e ripresomi dal felice stupore, avevo scattato. Avrei potuto mettere in posa il lavoro nella quiete esperta di qualche altrove, affidarlo a mani di più sicura efficacia estetica nella ripresa. Di più ferma competenza, nell’esercizio sapiente del ritrarre le cose. Ho preferito così. Ogni volta che riguardo e rivedo quella prima fotografia, la stessa che ho pubblicato qui sopra, un tumulto di sensazioni intatte, di volti e di esperienze vissute, mi nasce dentro e sale fino a ricomporsi nell’unità glabra, spoglia e dimessa di quell’immagine che, a me, dice tutto: del testo, del libro, dell’ambiente in cui insieme abbiamo lavorato per trasfondere il senso dell’opera in una sua forma compiuta.

“… Per ambiente intendo qui quel contesto produttivo che ha connotazione primariamente umana, di esperienza e di valore, di continuità e di qualità. La memoria, anche quella di se stessi, può essere talvolta ostacolo all’innovazione [stilema magico che qualsiasi cosa significhi non ho mai amato troppo, nella sua convenzionalità rivelatasi spesso sterile, quando non anche reazionaria]. A me serviva la mano sicura di chi parlava del lavoro tipografico, pur esperendolo ora nella sua modalità più avanzata del digitale, con cognizione di causa e con fondamento nella propria dimensione cognitiva. C’è stato e c’è molto fumo nell’avventura del transito. C’è stata è c’è un’indole vocata all’apparenza priva di sostanza, che ha mietuto tante vittime, professionalmente parlando, negli ultimi anni.

A me premeva chiudere la mia vicenda poetica nell’alveo sicuro di una artigianalità capace di tendersi fino all’arte, dove la riproduzione multipla dell’opera sapesse coniugare e conservare con pazienza il valore della singolarità. Solo chi come te ha respirato l’atmosfera del piombo in un ambiente sapido di pazienza creativa, può guidare il mutamento verso l’avvento pieno del digitale senza dissipare l’anima di una poetica. Senza dissipare la poetica dell’avventura editoriale.”.

Mi sono permesso di attingere queste poche righe al testo che ho scritto per Roberto Colosio, il titolare della TipolitoTAS, dedicandogli una copia de «La Luce postuma del Canto», perché non avrei saputo esprimere meglio i sentimenti e le convinzioni che hanno ispirato la mia scelta di tornare da lui, a distanza di undici anni dal mio ultimo libro, pubblicato altrove. Roberto Colosio ha realizzato gran parte dei miei libri di poesia: il primo, trent’anni fa, fu «Il viaggio di Sisifo». Insieme a lui, ho cercato di mantenere vivo un profilo esperienziale che ho molto amato nella sua essenza professionale, quello del tipografo, tentando fino all’ estrema possibilità. «Vigilie in esilio» è l’ultimo libro che, nel 1996, Roberto Colosio realizzò per me, utilizzando la linotype e stampando in tipografia, con macchina piana, credo. Gli devo qualche scelta di merito che, anche in quest’ultimo lavoro, ha permesso di dare vita al cofanetto nella forma in cui poi è nato. Solo un occhio innamorato del proprio lavoro, sa vedere prima l’aspetto che sarà poi, l’anima viva della cosa in sé. E solo una mano esperta sa scegliere le sfumature di colore e la consistenza di una carta, scampando le insidie, le tentazioni seduttive delle molteplici possibilità che si aprono davanti al profano.

L’ardente fervore operoso che stabilisce l’ora artigiana, è potentemente dissimulato [forse artatamente nascosto o più semplicemente inconsapevolmente ignorato, anche quando viene sparso con generosa e muta abbondanza] dalla scansione all’apparenza dimessa dell’ambiente. Non c’è la fascinosa eleganza della bottega d’antan, magari ricostruita con smagata sapienza da un progettista d’interni. Non c’è l’ossatura rustica, risuscitata in un surrogato di maniera, fra vintage ed iperrealismo tecnologico, che tenta di restituire per sottrazione un’asettica cifra dall’apparenza semplice. Un simulacro spesso spalmato di bianco, sugli eccessi del formalismo. C’è la verità snudata di una fatica esperta, sapiente ed antica, c’è la spoglia evidenza della tecnica sparsa un poco ovunque.

La trama dell’esperienza sorveglia ogni spazio e ispira ogni gesto, restituendo a tutto l’anima non vista di una calda e duratura competenza, che è la cifra distinta del lavoro artigianale silenziosamente trasmutato nell’avvento di un’altra sintesi produttiva. Un’alchimia difficile sempre, al limite dell’impossibile, in un’epoca di tumultuoso ed interminabile transito quale la nostra è stata e spesso tuttora è. Ci sono l’essenziale ed il necessario.

Non si tratta solo della pur rilevante rivoluzione funzionale, che l’avvento della sintassi digitale ha comportato. Uno sconquasso antropologico l’aveva preceduta, per qualche verso anticipata, in un certo senso postulata. Quando la forma dell’umano tracima l’orizzonte storico in cui è nata, è cresciuta, si è diffusa, è maturata sino al compimento nel proprio tramonto, la sua onda dilaga nell’ampio orizzonte del futuro ignoto. Conoscere il punto fermo delle idee, delle cose, della forma dentro tempi che si compiono fra tramonto e gestazione è, più di sempre, un’aporia destinale del limite umano. Non v’è che cercare, la ricerca, camminare senza conoscere il sentiero. E così tracciarne uno che sarà segno e guida, ricompreso dagli stati nascenti del domani.

Beppe Comelli, con il quale ho lavorato alla conclusione tipografica de «La Luce postuma del Canto», come di altre mie opere precedenti, è al desk digitale di TipolitoTAS. Sa cos’è un font, ma ha studiato sulle pagine dei suoi antenati, i caratteri tipografici. Impagina con la più evoluta sintassi digitale del DTP, ma sa cos’è un punto tipografico, il suo occhio non si lascia ingannare dall’apparenza. WYSIWYG è un acronimo insidioso, per chi non ha mai visto un pantone e non ha mai conosciuto la sua esigente evidenza. Beppe sa che cosa davvero succederà sulla carta e sa metterti in guardia prima che la seducente illusione visuale, a schermo, ti restituisca la propria forma talvolta diminuita ed impoverita nella stampa, digitale, su carta. Se serve, come un proto attinto all’epica di un giornalismo tramontato, ti risveglia all’evidenza di un allineamento sfuggito, sul filo millimetrico di un’attenzione sempre pronta. E se la scelta dei caratteri, tipo e corpo, si è presa qualche licenza di troppo, proprio come faceva un tempo il titolista con caratteri a mano in tipografia, distoglie lo sguardo dal monitor e, con accenti interrogativi sul volto, ti fissa fino al tuo risveglio consapevole dell’errore. Aiutandoti con qualche insinuazione dubitativa, se proprio vede che resisti nella tua ostinazione errante.

Un testo si può, e forse si deve, scrivere da soli, in solitudine. Un libro, l’opera, ha bisogno di sguardi esperti e di mani artigiane sapienti per nascere nella forma attesa. Talvolta, ammirevole oltre la stessa bellezza immaginata. Così nasce lo stupore incantato della prima vista, appena dentro la soglia della tipografia,in un pomeriggio d’inverno. “Abbiamo bisogno l’uno dell’altro”. Nessuno si salva umanamente da solo. Nessuno avanza da solo nella temperie della storia, che sconvolge l’umano nel transito. Avanzare è la sintesi di un coro armonico delle diversità. Anche quelle delle diverse competenze esperite e vissute. L’anima digitale del tipografo artigiano, dispone di un’antica sapienza, attinta all’arte della forma nascente.