La Luce postuma del Canto


La Luce postuma del Canto.

Da qualche giorno, la legatoria ha terminato il suo lavoro. Ora, il mio ultimo scritto, «La Luce postuma del Canto», è un’opera pubblicata in tre volumi, raccolti in un cofanetto: «La Luce postuma del Canto», «Salmodia digitale», «Epica laica», [Brescia, 2017]. Tra pochi mesi, in Aprile, saranno trascorsi quarant’anni dall’uscita del mio primo libro di poesia. Ho tentato di raccogliere, qui di seguito, il filo dipanato da un capo all’altro degli anni. Facile intuire il nome che più di tutti ne abita la memoria. Cronos ha, nella prosa e nel canto, nel racconto dei fatti e nella poetica invenzione della Vita, che è rivelazione nella relazione tra parola e realtà, i suoi indiscutibili meriti, i quali sostengono e talvolta ispirano la scansione puntuale, le date, precisa, i fatti, e drammatica dell’accaduto. Sono sempre stato affascinato dal tempo interiore agostiniano, uno scarto che è scelta volontaria, risposta fiduciosa, empatico afflato con lo spirito di gratuità e di dono che è la vita ricevuta. Ed è attingendo la sua sintassi esistenziale, che ho cercato di tenere il filo d’oro della poesia lungo gli anni. Le date e le ricorrenze intessono talvolta bellissime sequenze di commossi ricordi. Solo la profondità del Senso compone la sinfonia sublime dei giorni e ci sospinge alla prossimità, attesa ed accolta, del nostro più alto compimento.

Stare con la faccia al vento, dalla prima adolescenza fino a quest’ultima soglia che accede all’estrema chiamata terrena, è stato il dono che la Vita mi ha fatto, offrendomi la consolazione irrevocabile della Poesia. Una vocazione bella e terribile, che mai ho rinnegato ed alla quale ho risposto subito e sempre di sì. Per sempre, sì.

Non c’è spazio per esercizi vanesi e non si ha tempo per rinterzare con qualche tipo di forza l’amabile fragilità che ogni poeta sin da subito riconosce e distingue in sé. Il limite e la sua consapevolezza sono doni e linfa di una poetica che sia davvero tale. La verità dell’inutilità, la gioia e la fatica di una ferialità indifesa a tutto, sono viatico a sostegno della testimonianza e spirito vivo nella parola vera. Lo sono, per me, da sempre e lo sono stati per sempre.

Quando il giorno terreno inclina al tramonto e il filo d’oro del canto si scioglie lieve e lento nelle mani sempre aperte, e aperte per sempre, non c’è che una nota di gratitudine ad accompagnarne gli esiti. Il vaso spirituale dell’anima, che ha accolto durante una vita le parole, tracima al colmo dei tempi. Non di sé. Di una gratitudine che sempre più somiglia nel suo Destino ultimo alla sapida e dolce essenza dell’Origine. La Grazia. Non importa il nome di chi ce la concesse in un istante per noi decisivo della venuta in Luce. Potrebbe essere, quel nome, anche nessuno. Il Suo Amore per noi è assai più vasto della nostra pur nobile ed umana capacità di nominazione. È a tale vastità nello spazio e a tale durata nel tempo, qualcuno le chiama Infinito, altri Eterno, altri con nomi ancora diversi, che il poeta attinge la parola del canto ed il senso del Silenzio.

La Luce postuma del Canto.

Il silenzio e la solitudine sono stati compagni fedeli lungo tutta l’avventura umana e durante l’intero esercizio della sua testimonianza, la scrittura, quella poetica in particolare.

Lo sono stati anche e soprattutto nei decenni in cui essi sembravano costituire, ed in realtà spesso erano, uno stigma. Proprio allora li ho accolti sempre più come un dono e li ho coltivati con volontà ed attenzione. L’Attenzione, ho scritto un giorno, a metà degli anni Novanta del secolo scorso, in uno dei miei testi riposti forse per sempre, è oggi il vero e unico stato interiore che ci avvicina ad un nome possibile del Dio probabile [forse il Suo nome stesso...]. “L’attenzione – scrisse Cristina Campo ne Gli Imperdonabili è il solo cammino verso l’inesprimibile, la sola strada al mistero”.

Con uno di quei rivolgimenti, spesso nemesi feroci ed inattese, dei quali la Storia è maestra, tanto più feroci quanto più inattesi dal conformismo pronto a condannare esuli, profeti, folli, marginali ed eremiti, in ogni tempo ed in ogni luogo, oggi silenzio e solitudine sembrano prossimi ad un destino opposto, che sconfina nel privilegio. In un universo costellato dalle parossistiche affermazioni di una socializzazione sempre più pervasiva e sempre meno interiormente fondata, la verità di una solitudine persuasa ed attestata sembra divenire una ricchezza insostenibile, uno status riservato e possibile a pochi. Il clangore ininterrotto della messe di suoni, messaggi, comunicazioni che affligge la contemporaneità, sembra indurre una flessione silenziosa dell’òikos. Quasi fosse, il silenzio, una fonte primaria di benessere, alla quale solo pochi privilegiati sembrano poter accedere, allontanandosi dalla scena del mondo senza rischiare di scomparire da uno statuto esistenziale riconosciuto, perché riconoscibile in qualche frammento udibile del frastuono cosmico permanente.

Nella deriva etica che tale scenario postula, in cui brandelli di speranza e lacerti di memoria sono dilaniati dalle incalzanti contraddizioni, il poeta, coerente con la scaturigine di Senso originaria ed originale che lo ispira, è un marginale resistente [Exsultet, 1990]. Vive e sta in ascolto dei tempi, responsabilmente presente al reale sempre, l’attenzione tesa dentro il Tempo.Posa il proprio sguardo ora nel foro interiore, ora sulla scena feriale del minuscolo o del vasto mondo, ora nell’Alterità e nell’Oltranza, che tutte le attinge, le sostiene e le ispira. Un esercizio diuturno di ascesi laica, che il poeta ha compiuto e compie al limite, se uno ne esiste, fra tempi e Tempo.

I primi rispondono a cronos, il secondo è scandito dal metronomo interiore agostiniano. Le date segnano lo spazio, tracciando sinopie della storia che solo l’intelligenza del cuore restituisce nella pienezza dell’opera compiuta. La coscienza è il tempo [Exsultet, 1990]: sottrae materia grezza allo spazio e scolpisce, così, la forma, dilata l’orizzonte del sogno e del pensiero, innalzandosi nel canto. L’utopia non si compie nella precisione della circostanza. L’insufficienza del calcolo che tesse l’opportunità, ed anche le sue più misere declinazioni nell’opportunismo, sconta l’afasia, quando il canto del reale stenta ed il poeta cede all’angustia della parola serva dei tempi. Solo l’anima mette le ali alla visione e guida l’uomo lungo il sentiero, spesso ancora nascosto ai suoi occhi, del Tempo. La libertà e la gratuità sono seducenti atti di fede: chi li compie, lo sguardo fisso nel reale e l’orecchio interiore esercitato all’ascolto dell’Alterità, segna un tratto del cammino poetico. La continuità e la durata conoscono sincopi estreme. La mano aperta e tesa del poeta si posa e giunge qui. Fra tempi e Tempo.

La Luce postuma del Canto, l’ultimo mio lavoro poetico compiuto e l’ultimo mio libro pubblicato, è nato così, ai confini dei tempi e nel grembo del Tempo. La memoria ha un lungo, e spero non sterile mai, accredito di date. La speranza si posa ora, come non mai e più di sempre, nell’Oltre della vita e attinge l’Alterità con la confidente empatia dei giorni vissuti. L’ascolto non ha saputo cogliere nella contemporaneità, e non saprà accogliere nella sua eco distesa, tutto l’immenso dolore che sale dalla prossimità e dai confini del mondo. L’uomo accetta tutta intera e di nuovo la limitatezza del suo minuscolo essere ed intona nel poeta un genuflesso osanna. L’ultimo, forse, che gli sarà dato in dono dalla divinità del canto. Lo spirito contemplante non coincide con un’assenza dalla storia e l’assenza non è una latitanza. Chi invoca o tenta la cancellazione di sé o dell’altro, non sa nulla della disperata speranza che agita il poeta nella prossimità al reale, con la consapevolezza della propria inutilità, con la pentecostale attitudine ad includere i volenti, con la lieve dimissione della parola dall’ascolto nolente. Ho cercato di scrivere sempre e solo parole ospiti, di attesa, inclusive. Non ho mai praticato, nemmeno nella pur legittima e discreta forma dell’esposizione di sè, la seduzione impositiva. La comunione è stata sempre il destino atteso di un io osteso nella diuturna ascesi che lo scampa all’ego. La grazia del canto, l’orizzonte ricevuto in dono. Conosco, ed ho sempre accettato, il limite, del cuore e della parola, a contenere, da testimone coerente e partecipe persuaso, i tempi ad essi contemporanei: forse solo una lieve eccellenza di Luce accarezza e redime l’istante che il poeta coglie, ma non ferma né trattiene, nell’esile virgulto dello stato nascente. Che è della poesia e di tutta l’arte. La retorica è un esercizio sterile, performativo nella comunicazione eccellente, insufficiente al lirismo spirituale che attinge il reale e ascolta l’oltranza del vero, che è il fondamento di ogni relazione.

I tempi di cronos scandiscono l’ora, insieme poetica e feriale, sottesa a questa mia ultima narrazione. Potrei tacerli o avrei potuto allinearli, orfani di qualunque altra prospettiva, in una sequenza esaurita in sé. Lasciandoli in attesa di una composizione piena nella profondità del senso. Dentro l’apparente aridità delle date, trema sempre il pulsare di una vita già data, nell’ora del proprio compimento e nella sequela di intenzioni o di inconsapevolezze che l’hanno preceduta, fra le indicibili speranze che l’hanno abitata e che saranno a dimora per sempre nel grembo dell’origine. Cronos ha una valenza drammaturgica ineluttabile. Le anime, il tempo interiore, offrono la profondità di campo, o l’aridità dei vissuti, in una relazione che è restituzione di vita alla biografia, al racconto, alla cronologia dell’opera. L’incantesimo pulsa intatto nella fissità della cifra, nella stabilità della ricorrenza. Lo spirito soffia leggero e un vento nomade percorre la storia, rianimata negli occhi di un pensiero altro. Curioso. Trepido anch’esso, forse, sul ciglio dell’attesa.

Il 21 giugno 2016, quando sono tornato in tipografia per iniziare il lavoro sull’opera conclusa, erano trascorsi undici anni dalla pubblicazione del mio ultimo libro, Canti primordiali. Era il 2005. Avevo scelto di affidarne la realizzazione ad una delle rarissime tipografie che ancora utilizzavano la linotype per la composizione del testo. Sarebbe stata l’ultima volta che, in continuità con i tempi dell’esordio poetico, avrei potuto farlo. Per seguire il mio proposito, avevo cercato, durante quasi un anno, qualcuno in grado di comporre a caldo e di stampare con macchina piana. Lo avevo trovato a Dogliani.

Era il 2013, tre anni fa, quando iniziava a nascere La Luce postuma del Canto:Poesia in forma di tweet il suo titolo in embrione. Nelle vene del testo, ora concluso e pubblicato, corrono la vita, le esperienze ed il senso maturati a partire dal mio esordio su di un social network prima, nell’Ottobre del 2010, e sul blog, extemporalitas, poi, nel Marzo del 2013. Tre anni di scrittura, uno dei quali, l’ultimo, dopo il congedo da Twitter, quasi interamente trascorso nella rilettura e nella riflessione, sostenute da un editing intenso.

Quando a Settembre la tipografia è entrata nel vivo del lavoro, mi sono reso conto che la singolare coincidenza, già rilevata a Giugno, era sempre più prossima a diventare anniversario poetico per me significativo. Nel 2017 saranno trascorsi quarant’anni dal mio esordio poetico. Sussurri. Accordi nel mattino, il mio primo libro di poesia pubblicato, vide la luce nell’Aprile di quell’anno.

Virgulti di canto e di vita.

Una sera d’autunno inoltrato, anno 1976. Cammino, solo, lungo i portici della mia città. Mi sento chiamare. Davanti ad una di quelle magiche macchinette che rollano popcorn sospingendoli in aria, li vedo. Cartoccio fresco in mano, poco lontani dalla donna in grembiule che, come una fuochista, alimenta di continuo la colonnina, Paola1 e Renato sorridono. Entrambi indossano l’eschimo verde ed i blue jeans d’ordinanza in quegli anni. Come mi accade spesso nella mia contratta e provatissima giovinezza, incapace di esprimersi nell’esuberanza della gioia, non vado oltre il cenno di saluto. Eppure sono felice, felicissimo dentro di rivederli. Ci raggiungiamo, ci salutiamo. Sembrano passati decenni dall’ultima volta che ci siamo incontrati.

Quando si è giovani, quattro anni trascorsi paiono un’eternità. Le esperienze, la percezione che ne abbiamo, e soprattutto il salto interiore e di coscienza che non di rado esse implicano per noi o che ci impongono, portano con sé un senso forte di straniamento. Gli anni paiono secoli, i fatti nuovi di cui siamo stati protagonisti, ciascuno in proprio e da lontano, sembrano avere eretto muri. Le diverse consapevolezze sembrano sedimentare distinguo, cristallizzare distanze insuperabili. Forse così e solo così si diventa adulti: o forse solo più vecchi dentro. Renato mi fissa con l’intensità di uno sguardo, insieme sorridente ed interrogativo, che gli conoscevo come suo proprio distintivo interiore. Credo non ci siamo più visti, dopo l’inverno del 1972, quello in cui io dissi addio al gruppo con il quale avevo condiviso l’adolescenza. Ciascuno incontro al proprio destino, che subito aveva presentato, almeno a me, le sue più dure credenziali. Che sarebbero rimaste tali se avessi voluto, come ho voluto, rimanere fedele alla rinnovata coscienza che andavo ritrovando dentro me, memoria della purezza che fu mia durante gli anni della primissima adolescenza. Solo e solitario, così avevo fortemente voluto fosse. Quasi un’istanza sacrificale e purificatrice del cammino, cercata, con insistenza nel silenzio e nella lontananza.

Paola, Renato, io. Inizia qui, in questi istanti, la mia avventura di poeta in pubblico. Loro sono entrambi iscritti al neonato DAMS di Bologna, che porteranno a termine in quegli anni. Io, in un impeto di umanesimo solidaristico, in un tentativo altro di salvare singolarmente quello che credo essere il meglio di me, l’attitudine alla gratuità del dono, ho iniziato a frequentare un corso per infermieri professionali. Il primo di una scuola appena nata anch’essa. Insieme, ci incamminiamo. Iniziamo una passeggiata che è metafora della memoria condivisa e della speranza cui, presto, reciprocamente ci affideremo, per costruire vita futura, almeno un tratto condiviso. Il primo approccio è sobrio, come suggeriscono le leggi del cuore, dopo una lunga assenza. Renato mi chiede all’improvviso: “Come va la poesia?”. Mi sorprende, perché, immagino nessuno sappia, tra i compagni di quegli anni, e certamente non lui, che io scriva, poesia in particolare. Lo stupore lascia spazio alla gioia contenuta. Dunque, non sono solo, non sono tanto solo come credo. Qualcuno sa e pensa, oltre a me stesso, al mio canto. Qualcuno giovane come me e che è stato compagno di tanti giorni intensi di una stagione burrascosa. Un’epoca, soglia del tramonto, la cui fine tutti denunciano, ma delle cui conseguenze nessuno pare voler assumere pegno nella sua ineluttabile essenza di vita vocata all’estinzione. Uno spegnersi nella forma tentando la difficile impresa di trasfondere l’essenza spirituale di sè già al diapason del proprio interiore compimento. Ma il Nulla, nichilista prima e secolare poi, pervade le coscienze e flette le volontà ad un orizzonte tetragono ad ogni ideale. Qui ed ora sembra essere l’imperativo. Chi vi si oppone, non ha che un destino di scomparsa, di margine, d’esilio. Un’epoca che si accende nell’alba nuova, i cui contorni nessuno vede. Pochi osano sperarla.

In questa sera d’autunno, si accende per me una stella, viatico e compagnia lungo l’erta che io solo conosco. Come non aprirmi all’abbraccio? Andiamo via, nella notte, con un impegno reciproco, con una tacita promessa per la speranza di domani che ancora alberga i nostri sogni. Qualcosa dei miei dieci anni di poesia potrà, se lo vorrò, vedere la luce in forma di libro, secondo la proposta di Renato. I popcorn sono terminati da un pezzo, i nostri ricordi fluiscono e il nostro tempo vorrebbe non finire mai, come solo accade quando si condivide speranza e insieme si guarda oltre la linea precaria di un presente senza approdi. Ciascuno va per la propria strada.

Nella casa in cui, ancora per poco, abito, ho raccolto tutte le mie carte ed i miei scritti dentro un baule. L’ho comperato un giorno, qualche mese prima, proprio per salvare qualcosa del mio lavoro all’intimità ed alla discrezione. Vi ho riposto i diari che iniziai a scrivere negli anni del collegio. Non scrivevo allora, e non di rado non scrivo ora, con l’intenzione di condividere le mie riflessioni con qualcuno. Talvolta, in quegli anni durissimi, era a Dio stesso che mi rivolgevo, come in una preghiera confidente e certo del Suo caro ascolto. Nella solitudine e nella povertà estrema di allora, la pagina scritta fu per me di grande aiuto, una ricchezza inestimabile che mi valse e mi fu necessaria più di quanto non avrebbe potuto alcuna compensazione economica. Le poche lettere che potevo scrivere nella rara corrispondenza, mantenevano vivo il filo degli affetti più cari e rari. Le incomprensioni, le durezze alle quali eravamo esposti, trovavano la confidenza di Dio ad accoglierle. Pregavo scrivendo e scrivevo pregando: la religio del e nel canto, la religazione fra la prosa feriale e la terra celeste del sogno, sorella utopia, è un atto di fede che si consolidò a partire da quei giorni, per non mai più abbandonarmi. Forse nascondo qualcosa anche a me stesso quando scrivo di solitudine e di silenzio come fossero dimensioni assolute e costituiscono esperienze integrali nella storia quotidiana. Chi crede non è mai solo ed abita nel Silenzio di Dio, per udire la cui voce basta mettere a tacere se stessi. Lo sanno i mistici, ed anche i poeti non possono non esperirlo, quando accettano che il canto detti dentro, invece e prima di impancarsi ad artefici unici della creazione. La creatività è un atto collaborativo che attinge e restituisce il talento ricevuto in dono, non un gesto egolatrico ed esclusivo.

Insieme ai diari personali, avevo riposto nel baule, in salvo dalle tempeste domestiche che assumevano contorni sempre più drammatici, fino alla mia ormai imminente uscita di casa nel mese di marzo del 1977, tutto quanto desideravo fosse sottratto alla promiscuità della povera condizione in cui ci trovavamo a vivere. Sempre più, la mia casa era stata il mondo fuori, e sempre più lo stava diventando. Al sicuro, nel baule, avevo messo dunque tutti i miei scritti, la mia prima corrispondenza, qualche biglietto di viaggio a me caro e tutta quella parata di accessori che ogni giovane tiene come reliquie di un tempo totalmente suo ed irripetibile. Scritti, libri e ammennicoli di quegli anni, sono ancora tutti lì, chiusi nel baule, che ha sempre seguito poi ogni trasferimento della mia vita. Quando a 23 anni appena compiuti me ne andai a vivere in un pensionato, chiusi a chiave un’ultima volta il baule, che lasciai intatto alle mie spalle.

Dopo quella sera, incontro più volte Renato. Ha inizio un lungo e confidente sodalizio amicale, che coinvolgerà aspetti diversi e significativi della vita di entrambi. Rifletto sulla sua proposta e ne discutiamo. Pubblicare può sembrare oggi il solo destino necessario ed irrevocabile per una parola scritta, ed il suo corollario l’affermarsi nel qui ed ora della storia, in un gioco di rispecchiamenti funzionali uno all’altro, che moltiplica il volume del consenso, allegato naturale dell’ego autoriale. Spesso, senza alcun riguardo particolare al senso.

Allora non era così, o almeno non lo era per me, non lo è mai stato e non lo è tuttora. Una verve impositiva e diffusa informava di sé la poetica del tramonto, ma lacerti di romantica esposizione di sé nel testo lasciavano un testimone di speranza nelle anime aperte e disposte all’avventura di una nuova visione ideale. La sacralità del testo permeava ancora, forse in modo residuale, per qualcuno solo in forma di reminiscenza degli arcani, la nostra (la mia?) genetica culturale. Il pudore e la responsabilità erano flessioni vive nel mio animo. Non c’era l’urgenza performativa di andare in scena e di occuparla per rimanervi, quella che sembra affliggere diffusamente il presente. La conquista della visibilità non aveva ancora fatto tabula rasa delle distanze che separano l’attesa di un destino di scrittura dal suo compimento. Avevo pazienza, rispetto, attenzione, desiderio di apprendere e di ascoltare. Tutte attitudini interiori che mi hanno dato gioia, nella vita, ma che, insieme, lo posso scrivere ora a cose fatte, mi hanno procurato, nel coerente rispetto che ne ho sempre avuto, dolore, emarginazione e sconfitte. L’anello di congiunzione che salda gli arcani è un filo spirituale sotteso ai tempi e spesso invisibile alla contemporaneità dei molti. L’enfasi cristica del sacrificio innocente e la laica pietas, che abita l’animo romantico, fanno compagnia sotto traccia. Di loro non v’è quasi più nulla nel presente contemporaneo ai brandelli dell’io frammentato che si presenta in scena quasi sempre disabitato da una coscienza di sé e integra in sè. Solo sigilli nominali, strumenti retorici in difesa di paludate oltranze conservatrici. Lacerti. I retori montano la guardia ai sarcofagi. Ma Cristo ha già divelto la pietra, l’Innocenza risorta al tempo nuovo è già lontana e non ancora visibile. E’ nel futuro Altrove.

L’io quale sorgente unitaria dell’opera era una dimensione poco frequentata e piuttosto ignota ai percorsi creativi accreditati e accreditabili. La scaltrezza consisteva nel sapere che il potere, qualunque esso fosse, primo fra tutti quello mediatico, che sempre più si andava affermando, avrebbe saputo digerire tutto, qualsiasi opposizione, purché pronta a condividere un frammento della scena ontologica. La moltiplicazione del consenso stava diventando il solo viatico possibile per l’affermazione del senso. Le verità marginali e solitarie, per quanto fondate nell’interiorità di un singolo e originali, non avevano scampo davanti alla centralità mediatica e al corollario, spesso ancillare, della massa. Così fu, così è stato per molti, così a lungo e così tuttora è al suo grado più alto, nel diapason di un’epoca che tramonta e muore nel suo più maturo compiersi. L’omologazione dovuta ai mass media ha reso le appartenenze denotative poco più che una questione di apparenza. Un’etichetta, una qualsiasi, purché fosse, sarebbe stata sufficiente a coprire tutto. Il nominalismo didascalico avrebbe campito di sé l’intera scena. Staccando l’io profondo dalla sua forma mediatica, dalla sua rappresentazione. L’antagonismo, se non la separazione ontologica tra le parole e le cose, era già nato. Forse non sapevo con chiara precisione molte di queste cose. Vivevo una prassi coerente con tale intuizione, credevo che le cose stessero il tal modo e sempre più si andasse affermando tale modalità di praticare l’arte, o quello che io ritenevo e ritengo essere un suo surrogato, la rappresentazione retorica di modelli privi di persuasione interiore.

Renato, la persona che sentivo più prossima a tale soglia intuitiva, mi ha teso quella sera una mano ed io l’ho stretta. Dapprima con scarsa convinzione: la scrittura si basta del dono d’essere venuta in luce. I diversi gradi di condivisione che ne accompagnano e ne compiono il cammino sono sempre stati il tema essenziale della relazione tra il mio canto, la mia parola poetica, ed un suo possibile destino. Ho sempre avuto piena consapevolezza e responsabilità del significato di tale relazione. Da qui, le mie esitazioni iniziali e tutto il successivo e conseguente poetico viaggio.

Spesso, dopo gli impegni quotidiani, nei mesi successivi a quel nostro primo incontro, ho raggiunto la casa di Renato. Nella sua grande sala, dove le piante che egli stesso accudisce e cresce costituiscono introito alle nostre conversazioni e muta compagnia al dialogo, viviamo più di una notte di intensa dedizione ai sogni condivisi. Il senso della pubblicazione: perché? Che cosa pubblicare, come pubblicare, dove e come diffondere la mia poesia. E poi: quali poesie? Renato è fermamente intenzionato a farsi editore, e lo farà. Sogni su sogni, notti su notti e lunghe camminate. Quando sarebbe l’ora di indulgere al sonno, ci alziamo. “Ti accompagno”, mi dice. Insieme giungiamo fino al centro della città, conversando, discutendo, camminando. Qui giunti, mentre egli si accinge al ritorno, a mia volta mi offro di fare un tratto con lui. Un pendolarismo infaticabile che si alimenta alla passione condivisa. “Sussurri. Accordi nel mattino”, il mio primo libro di poesie pubblicate, nasce così, nel grembo delle nostre notti giovani e appassionate, senza risparmio di noi e delle nostre vite.

Una sera giungo a casa sua con la cartella che contiene i canti. Sono il frutto del lavoro di quegli ultimi mesi: non ho attinto nulla al mio baule. Così come non ho mai riletto, allo stesso modo non ho mai riscritto. Ogni opera nuova è stata, sempre, anche in seguito, frutto di uno stato nascente. Non di estemporaneità o di immediatezza, ma di ruminazione creativa nel presente. Contemporanea a me stesso, anche in senso cronologico e non solamente nella coscienza. E’ una tradizione che, nata allora, non ho mai più abbandonata. Il libro sta nascendo. Renato porterà presto i canti in tipografia. Paola ha già disegnato il logo della casa editrice. Qualche tempo dopo, ecco le prime bozze. Le conservo tuttora. Formato e carta sono esclusiva di Renato, la grafica, oggetto di nuovo dialogo, sarà cura di Paola. Una mattina di primavera del 1977, vado in tipografia per l’ultimo riscontro. Nell’amabile frastuono che caratterizza il lavoro, immerso nell’odore tipico degli inchiostri, in quell’atmosfera indimenticabile che ho sempre amata, vedo le ultime bozze. Mi viene incontro un tipografo, camice nero e mani in tinta. “Lei è l’autore?”, mi chiede. “Venga”, replica ad un mio cenno affermativo. Sono emozionato e inebriato, piacevolmente frastornato dall’odore, dal rumore, dalla vista. Le macchine in piana vanno, è una piccola azienda artigiana. Io sono inesperto al sommo grado, il lavoro al giornale è di là da venire. “Ecco le bozze”. Riscontro lì, in piedi, come spesso mi accadrà anche in futuro, prima di conoscere, in anni successivi, il privilegio tardo della bozza “a domicilio”. Sono ebbro di canto: il libro uscirà con molti errori. Forse ne contiene da solo più di quanti ve ne siano in tutti i miei successivi. Renato, intenerito, si offrirà di rimediare chiedendo errata corrige. Non se ne farà nulla. Mi congedo, saluto ed esco, ubriaco di gioia. I miei passi sono alti sopra l’asfalto, la primavera inoltrata sembra voglia salutare e festeggiare con i suoi colori e la vita incipiente me stesso soltanto. Piango: serro le mani che hanno messo in pagina i miei pensieri e, lungo tutto il tragitto verso il pensionato in cui vivo, piango: sono le prime lacrime di gioia dopo anni. Deve essere Aprile. Per me, un giorno senza tempo. Un virgulto vivo dell’Eterno.

Tiratura, mille copie. Copertina in cartoncino nero lievemente goffrato. Stampa di copertina in colore argento, non uso agenda e lucente. Una tonalità calda, ma piana. Piatta, ma non spenta: di bacinella, credo. Poche pagine in carta dignitosa, composizione in linotype e stampa con macchina piana. Legatura modesta, con punto metallico. Nessun risvolto di copertina. Nessun frontespizio e nessuna controcopertina. Un’edizione semplice, potrei dire umile e al tempo stesso elegante. Di una sobria eleganza, tutta quella che la spesa sostenuta può consentire al senso estetico di Paola e Renato. Nessuna nota biografica. Nessun commento. Solo una breve introduzione, pensata insieme e firmata da Renato. Ecco “Sussurri. Accordi nel mattino”. Quarant’anni fa. Eccolo, tra le mie mani. Emozione e commozione congiuntamente. Sono felice.

Mi abitava la malinconia, in quei giorni fervidi di sogno e lontani. Come sempre mi avrebbe abitato in tutti i giorni futuri della mia vita. Dentro tempi in cui la nominazione di Dio è un arbitrio per imporre con la forza ed il terrore la propria visione, nei quali il cinismo abusa di tutte le fedi innocenti per costruire un mondo perduto, sempre più secolarizzato ed a-spirituale, credo di poter dire che quel sentimento è stato per me l’indizio più intenso, più accurato, più preciso di un’attenzione senza remissione all’Infinito. Alla nostalgia di ricongiungermi all’Origine che abita ogni istante della vita e del canto in un poeta. La malinconia è stata ed è l’approssimazione più bella, più forte e più vera che ha scandito ogni passo del mio cammino, in attesa del suo compimento ultimo. Nostalgia, memoria, e speranza, il sogno, che insieme mi hanno tenuto nella Fessura del Silenzio. Nella cesura umana dell’esilio in cui tempi e Tempo si compongono nel per sempre della parola. Spero che l’eco di tale coscienza, di tale consapevolezza, viva nel mio solo lascito, il canto. Che tremino e brillino sempre e per sempre l’Infinito e l’Eterno nella Luce postuma del Canto. Accesi dallo sguardo di un cuore amante, che dischiuda la parola nel suo destino a me ignoto, eppure, nel suo luminoso mistero, atteso.

 

1Paola, è Paola Danesi, Renato, è Sergio Bonometti: amici e compagni di viaggio per un tratto intenso e significativo della giovinezza. Inutile, qui, dire di più.

Poeti in compressa.[La luce postuma del presente].


Poeti in compressa.[La luce postuma del presente].

Quando la nuda profezia, vestita unicamente dei miseri panni che raccoglie mendìca nel margine dei tempi che ha vissuti, indosserà finalmente gli abiti dignitosi che le competono in punto di pace e di giustizia da sempre, il profeta sarà lontano dall’origine in cui mosse, solitario e solo, i passi originali della creatività e dell’invenzione.

A vent’anni, tanti ne ebbe un giorno quando mise a dimora sotto la neve d’inverno i semi innocenti del canto, la vanità rende pigra la mente e le piccole e grandi viltà inclinano i compagni di viaggio alla verità che più e meglio conviene nel qui ed ora della ferialità presente.

Quando i filologi solleveranno il mantello del tempo che come una polvere ha coperto le ignobili gesta di intellettuali a gettone, di plagiatori a mano morta, di rispecchianti e rentier dall’incerto ma scaltro potere, la sua solitudine splenderà della stessa intima luce che egli solo vedette un giorno lontano accendersi dentro.

Quella che i Pilato ed i Barabba sostenuti dall’imberbe teoria degli astanti, ipnotizzati dalla forza del numero e annichiliti dall’esercizio di un minutissimo potere nell’espressione di un consenso opportunista, non vollero riconoscere in lui. Crocifiggendo al silenzio il suo inutile canto e dividendosi le spoglie del mantello di parole che lo aveva avvolto, accolto, accarezzato. Che egli stesso aveva intessute, nascenti e non viste, ai propri tempi.

Troveranno dispersi qua e là lacerti di senso orfani di fondamento interiore, raffinate parole, citazioni indossate con l’arbitrio inelegante dei ladri timorosi di flagranza.

Solo rare creature amanti camminarono con lui e portarono la gioia della condivisione e la ferita del margine scosso.

L’impunità degli artefici copia incolla e degli occupanti abusivi dell’anima o di un’idea, è l’altare su cui officiando la parola si immolano i poeti, gli artisti innocenti.

Nel bru bru perpetuo dei replicanti e dei rispecchianti, gli artisti ed i poeti in compressa, la parola vera è un distillato originale di solitaria, aristocratica virtù e di nessuna apparenza e appartenenza.

L’Eterno e l’Infinito non conoscono la contabilità minoritaria. La porta temporale dei minimi si chiude sul loro cammino terreno e sulla vanagloria di cartapesta un istante dopo che essi l’hanno varcata.

 

«[…] e impara a vivere». [23/11, Paul Celan].


«[…] e impara a vivere». [23/11, Paul Celan].

Domani, il 23 Novembre, saranno trascorsi esattamente 95 anni dalla nascita di Paul Celan. Ho scritto spesso ed a lungo di lui e per lui. Il blog è disseminato del suo ricordo, così presente sempre alla mia vita, al cuore ed al pensiero. Nel suo nome ho scritto un lungo post per ricordarne, due anni fa, la scomparsa. Aggiungerò poco o nulla, questa sera, ai miei scritti. Non attingerò più la piccola antologia di canti che in due decenni ho dedicato a lui. Lascerò la parola a Paul Celan, alla sua poesia.

Potrei dire che non v’è alcuna particolare attenzione ad una continuità, ad una coerenza, ad un senso nella scelta dei cinque canti che mi sono venuti incontro nel ricordo. Non avevo pensieri e premesse. In un’epoca afflitta dalla verve analitica e sedotta dalla infinita e presunta potenza dei dati, tengo sempre l’una e l’altra a riposo. Mi lascio guidare dall’ipotetica certezza del rischio intuitivo, un ossimoro, forse una palese contraddizione. Per alcuni, non certo per i poeti, per i profeti, per i mistici, una patente aporia.

Poi, leggendoli una prima volta dopo averli scelti, balbettando nel mare grande della pervasiva inquietudine che si è distesa dentro ed intorno a me in questi ultimi giorni, qualcosa che somiglia sempre più all’incedere consapevole di un dolore empatico, ho sentito affiorare la brezza ben nota della epifania intuitiva che tiene insieme le cose in uno sguardo poetico dato a priori e i cui contorni critici si tracciano in un consapevole a posteriori.

E’ qualcosa che riguarda da vicino l’io poetico, il suo profilo e la densità interiore ed esistenziale di chi scrive. Qualcosa che non si limita ad alludere al dolore e lo rende esplicito nel canto. Qualcosa che rivela la resistenza del poeta nel canto. Dunque, l’uomo, il poeta, il suo dolente incedere nei tempi a lui contemporanei ed il suo essere una creatura durevole dentro tale scenario. Qualcosa, l’esegesi di una poetica tutta raccolta nelle poche righe di una sintesi estrema, il cui fondale celeste è campito dall’arte.E, quasi ineluttabile corollario, la solitudine, che fu nell’origine e che sarà nel suo destino. Su tutto e tutti, su tempi e Tempo, qualcosa, la parola, notazione e fondamento, il Vero. La strenua affezione del poeta alla libertà [dell'uomo e dell'arte], alla sua essenza, la sua ricerca e l’assidua testimonianza in lui.

Estrarre la continuità della storia da un’astrazione poetica potrebbe sembrare un atto ermetico, una recessione criptica rispetto al sogno di un umanesimo sorgivo e nascente,luminoso e trasparente. Eppure io sento, ho sentito qui come altrove in Celan, tutto il mio Tempo, quello che ho vissuto in relazione ai tempi che ho avuto il dono e la ventura di attraversare. Il Tempo che non finisce mai e che sola, la poesia, sa dire e la mistica fermare.

Le cinque poesie. Le ho cercate lasciandomi guidare dalla memoria del cuore. Mi sono venute incontro, attese e confidenti, come una stretta di mano. Proprio nel segno della poetica celaniana. Ho porto loro la mia, aperta ad un profondo ascolto, e le ho lasciate libere vagare lungo i sentieri dell’anima e dei tempi, quelli a me contemporanei.

Le ho scandite a voce alta e le ho sommessamente dette nel profondo di me. Mi hanno fatto compagnia, ancora una volta, come un tempo, come sempre. Non sono mai andato a Thiais per portargli un fiore, e non se nemmeno se mai più potrò permettermi di farlo. Lo depongo idealmente qui, ora, nella forma di minuscolo ricordo.

E’ un fiore semplice, il mio, come una margherita di campo. Come un fiore spontaneo, di quelli che nascono come vogliono, quando vogliono, dove vogliono in un prato brado, all’improvviso. Sbocciano inattesi e non visti. Come accade spesso alle parole dei poeti e nelle visioni dei profeti. Come sboccia in eterno e per sempre il tuo canto sublime, carissimo Paul.

 

1.

«L’arte paga il prezzo, l’uomo

non ne paga.

Voi siete per la libertà dell’arte,

dell’uomo

parlate solo sotto

questo

segno.

E tuttavia

è lo stesso

Dio in noi tutti, il Brutto-

Bello,

il Vero.»

Paul Celan

 

2.

«Questo è il momento in cui

i lupi mannari non

ce la fanno.

Nessuno

scherano piú

vive.

 

L’uomo, vero e solo,

va eretto in mezzo

agli uomini.»

Paul Celan

 

3.

«Non scriverti

tra i mondi,

 

tieni testa

alla varietà dei significati,

 

fidati della traccia di lacrime

e impara a vivere.»

Paul Celan

 

4.

«Soffiata-qui con il saluto

dell’avena delle dune, tutta sventagliata,

io non ci sarò,

quando tu fai la ruota del rendere felice, sotto il cielo,

la ruota verso il cielo,

che io da impensabile lontananza

afferro ai mozzi, io

un solitario, che scrive.»

Paul Celan

 

5.

«Frugati nel nonfrugato,

senti dire il dolore lí dentro:io

soltanto ero, io

sono,

sono il già stato,

 

afferralo per te come un fiocco,

non tenerlo,

lascialo essere,

 

sii il tuo stesso

mosso dall’alito,

controsapiente

inverno»

Paul Celan

 

[Le cinque poesie che ho scelto, sono tratte da “Sotto il tiro di presagi”, traduzione e cura di Michele Ranchetti e Jutta Leskien, pubblicato in Italia da Einaudi nel 2001].

 

α


Un piccolo aggiornamento.

@rosaturca ha aperto stamani l’orizzonte del ricordo in una memoria più ampia della mia singolare, condivisa. Lo ha fatto recando una piccola parte del mio minuscolo dono a Paul Celan in un suo spazio di scrittura. Come se anche lei avesse voluto posare un fiore semplice a Thiais. Un vento di brezza spirava intorno. I petali hanno ondeggiato di gratitudine, piano. La ringrazio infinitamente, soprattutto per averci lasciati “insieme”. Certo, in un’asimmetria interiore della quale sono ben consapevole, tutta in favore di Paul, ma talvolta l’amore colma distanze all’apparenza impossibili da comporre e genera forme ritenute ad uno sguardo di superficie improbabili.

GM

L’arte. La poesia. La mistica.


L’arte. La poesia. La mistica.

À Élaine, poète

Nella stagione storica della pienezza, dell’opulenza, di una bulimia antropologica esercitata senza dignità né remissione per decenni, suscitata e stimolata dall’idolatria dei consumi, la rinuncia e la spoliazione sono state dimensioni esistenziali quasi del tutto scomparse dall’esercizio di un atto volontario. Invisibili nello scenario dell’Occidente in corsa e quasi assenti persino nella loro flessione retorica. Nell’esercizio della nominazione. L’unica vera bestemmia, nella parossistica ebrezza areligiosa che ha guidato i destini di almeno due generazioni. Eppure la sola forma di leggerezza, il poeta direbbe meglio di levità, possibile e sostenibile nella verità del canto, quando la parola attinge la sorgente spirituale che rischiara l’umano, è quella della sottrazione. Persino la memoria è divenuta sede di uno stoccaggio compulsivo che non restituisce quasi nulla quando al dato congelato dalla storia si chiede di tornare ad essere senso nel presente vivo. Un’infinita teoria di archivi smemorati giace dimenticata ed inattingibile. Regesto di un’epoca afasica, seppure forse mai così satura di messaggi.

Il sentiero quasi impraticabile di una spoglia levità è il solo che possa restituire oggi il filo di una continuità interiore, lievito di un futuro possibile. La parola che lo anima, attinge l’estrema povertà del Silenzio. Vive del respiro che lieve come un vento d’annuncio solo si offre e si dona, accolto, all’udito innocente dell’arte. La croda mistica di un tempo nuovo è il sito in cui la poesia attinge ancora e di nuovo la parola estrema.

E’ il sentiero lungo il quale, sin dalla mia prima giovinezza, mi sono inoltrato. Chiamato dal Signore di tutti e di ciascuno, incurante del Suo Nome: l’avrei ascoltato ed amato anche se fosse stato Nessuno. E’ la chiamata alla quale ho risposto nel canto. La storia che ho accolto ed accettato, abbracciato nella vita. Scartando ogni frontiera, prima fra tutte la sola forse veramente tale, quella interiore. Escludendo così ogni profilo di appartenenza che rimandasse all’esperienza dell’orto concluso. Avendo quale unico, solo vero confine, l’ultimo, quello che attinge la stessa sorgente e che una volta incontrato si apre, ed apre il poeta, per sempre, infinito ed eterno. Preludio di vita alla Vita. Lo stesso che abita l’uomo, l’artista, nello stato nascente.

«Qualunque sia il significato del termine mistica nell’antico vocabolario cristiano o dei suoi usi correnti, dal XVII secolo in poi esso indica in verità una ricerca molto precedente. Si tratta del desiderio e dell‘esperienza, nella preghiera, di un’unione d’amore con Dio al di là delle parole, dei concetti, delle immagini e dei sentimenti, il che implica dunque uno spogliamento radicale della preghiera, persino dell’intera esistenza. Questo itinerario spirituale è nato, tanto nel cristianesimo che nel giudaismo e nell’islam, da un incrocio tra la fede monoteista e le religioni neoplatoniche, mediante alcune inflessioni imposte a queste ultime. Per mezzo di queste, essa può essere avvicinata a esperienze unitive presenti in altre religioni. Non è, dunque, sorprendente il fatto che alcuni attribuiscano alla vita spirituale un significato antropologico, o che si affermino la sua presenza e il suo carattere estatico al di fuori di ogni credenza religiosa. Mistica agnostica, in questo caso, ma che comporta ancora una trascendenza o piuttosto un atto del trascendere, foss’anche semplicemente dell’aprirsi all’«altro» in se stesso o ad un assoluto che non risplenderebbe se non nel qui e ora della bellezza.[...]», Jean-Pierre Jossua,«Forme di linguaggio mistico nella poesia», 2002.

 

Aedo.

Aedo.

Tutto si muove in questo tempo di infinito transito fra soglie e confini. Anche personali. Interiori soprattutto. L’urgenza d’essere, più ancora che quella inutilmente enfatizzata dalla contemporaneità d’essere presenti, incalza l’umano lungo sentieri stretti al limite della praticabilità. La tecnologia preme e spinge con un’infinita teoria di sempre apparentemente nuove invenzioni. Anche se i fondamenti ed il paradigma creativo sono quasi sempre da tempo identici a se stessi, le varianti pragmatiche e le variabili di scenario, sembrano postulare, soprattutto per il profano tra i quali certamente anch’io, necessità inderogabili e novità invitanti. Per non dire della scienza, un imperativo per chi volesse allungare il collo verso l’orizzonte del futuro. La poesia e la letteratura sembrano invece stentare. Paralizzate sulla soglia o calcinate sul confine. Gli sperimentalismi funzionali e le infinite varianti e variabili performative, che i mezzi non solo invitano a tentare, si affastellano e si cancellano l’una l’altra in una successione senza profondità possibile e dunque senza quasi storia. La contaminazione dei generi e più ancora la prossimità delle contingenze, l’utilizzo dei mezzi e l’oltranza dell’ispirazione, quando il dono permane e l’avvento del canto è ancora e come sempre urgenza di una parola e di un pensiero che nascono in noi, “dettati dentro”, possono generare nuove improvvise sorgive scaturigini. Una nuova consapevolezza su tratti di cammino già compiuti o un cambio di passo. Formale e/o solo strumentale. O tutte le cose insieme e ad un tempo.

Può succedere che un mattino la lunga ruminazione di una prassi da tempo esperita si manifesti in uno scarto di intenzionalità, forse di metodo, se non proprio di coscienza e di merito. Nascono allora piccole cose, come il gesto di uno scalpellino che piega la pietra ad una forma nuova ed indulgendo ed indugiando nel gesto, con tutta l’umiltà dell’anonimo, traccia un’ancóra inconsapevole sintassi della forma. Una traccia, una scintilla , “sfulingo”, direbbe il poeta. Un accento d’eternità. O forse un’epochè, nell’instancabile diuturna fatica del poeta. Forse un preludio ed una premessa. Certo, non ancóra una consapevole promessa. Perché gli scarti ontologici, le mutazioni antropologiche, pur debitrici spesso di tante anonime infinitesime epifanie di senso, non vanno a dimora in un punto certo del tempo e dello spazio, erette a sistema nel solo semplice gesto dell’artista o del pensatore intuitivo ed asistemico.

E’ successo anche a me stamani, a me che come talvolta ho accennato, l’ultima qui, sono nato nell’editoria del piombo fuso ed ho a lungo coltivato la frequentazione con la linotype per l’edizione e la stampa dei miei libri di poesia. A me che ho iniziato ad occuparmi della Rete dalla metà degli anni Novanta e a scriverci sul finire degli stessi. Mi è successo perché da tempo i miei piccoli quaderni di viaggio sono stati affiancati dalla scrittura in formato digitale. Mi è successo perché ad un certo punto ho rotto gli indugi e la poesia, sì, proprio la mia, quella delle edizioni in 100 esemplari ed in gran parte inedita e riposta fra carpette e quadernetti, ha iniziato a scriversi in Rete. Non solo ad essere pubblicata lì. Soprattutto sul SN. Mi è successo perché la gestazione creativa ha tempi lunghissimi, profonde esitazioni. Ruminazioni interiori senza tempo, come i monaci bene sapevano e sperimentavano. Scarti fulminei dell’intuizione. Mi è successo perché progetto e metafora seguono sempre l’abisso di Luce della Sorgente interiore che ispira il primato, ma io preferirei dire la primizia, di un nuovo frutto. Mi è successo perché da tempo tengo in sonno un’intenzione che ho solo accennato qui.

E che credo abbia molto a che vedere, nel merito, più che nel metodo, a quanto mi è successo stamani.

Quando ho sentito incalzare il canto, ho scelto, contrariamente a quel che spesso mi accade, lo strumento digitale. La prima intuizione è stato un mantra interiore. Avrei potuto dire più propriamente un “hashtag”, ed anzi subito coerentemente trasformarlo in tale. Ma io sono un uomo all’antica, anzi sono un uomo arcaico. Forse più che un poeta moderno, mi sono sempre sentito un aedo, un cantore tentato da Kosmos, prossimo, con tutta l’umiltà che devo, allo spirito che tale incarnazione evoca.

Il primo fra i tweet, è sfuggito alla solita ed ancor tenacemente resistente tentazione della carta. Il mio quaderno è rimasto a riposo, ed ho acceso lo smartphone. Canti d’Arcadia, le prime parole nate dentro. Poi, c’è stato solo da ascoltare, come spesso accade, il fluire del dettato.

Intanto, però, insieme al minimo spunto creativo, il pensiero che ne denota natura e senso, e tenta anche di dirmi il perché di un gesto continuativo nel senso ed ermetico nel merito, si è fatto avanti. Sono stati e sono tweet distinti, rispetto alla poesia. Li riporto di seguito, per esteso, in sequenza, come sono venuti e come li ho pubblicati. Senza un commento. So che ciascuno di essi potrebbe benissimo costituire il titolo di un capitolo di approfondimento e, almeno per quanto mi riguarda, meriterebbe un diverso ed argomentato svolgimento. Non so se mai accadrà.

1.Nel tempo dell’Artificiale, l’Arcadia è binaria e la face to face society del performer [l'Aedo digitale] è il SN.

2.L’oralità della scrittura estemporanea. [Aedo].

3.Calepini. Quaderni monocromi. Brogliacci. Scampoli di carta. Biglietti volanti. Supporti di fortuna. Vi amo e vi ho amati… [Aedo].

4.Continuiamo insieme, vnp! Ora da tempo anche qui. [Aedo].

5.La forma e la natura degli strumenti sono accidenti della…Grazia. Il canto è divina sostanza [Aedo].

 

…et lux perpetua luceat…

 

…et lux perpetua luceat…

 

Quando cediamo, di schianto a causa di un dolore o per stanchezza dopo una strenua resistenza, alla parte peggiore di noi, diveniamo spesso stranieri a Dio ed all’Umano che ci abitano ed ispirano.
Allora confondiamo nella notte che ci sfianca persino tutti i profili luminosi di coloro che abbiamo amato e seguito.
In un’unica desolata sintesi apriamo le braccia ad un cinismo altrimenti sconosciuto in noi.
Respingiamo la mano tesa.
Rispondiamo o non rispondiamo per nulla e con scetticismo alla bella voce amante che ci chiama e la sfidiamo, alteri vuoti di noi e presuntuosi, come se fosse una provocazione.
E l’Amore è forse sempre tale per i pavidi o per coloro che stanno pigramente cedendo alla disfatta di sé. Dell’Umano dal volto di Luce nella creatura.
L’oltranza della prova e della notte dentro e fuori di noi talvolta ci sfianca e piega.
La nostra notte interiore è un delirio muto in cui misconosciamo i profili più alti che pure ancora camminano al nostro fianco.
Siamo sordi al richiamo della Carità ed insensibili alla Pietas. Ogni gesto, anche l’eroicamente amante che si stende e si tende con levità e discrezione nella nostra vita, ci è straniero e nemico.
E talvolta è tanto più facile cedere all’evidenza delle cose in sé che alimentare con la nostra piccola fiammella interiore, un accento di Luce nel cosmo, la speranza. Una Speranza senza tempo. Il solo viatico dell’uomo compiuto in cammino.
Quando raccogliersi su se stessi sembra impossibile e strappare da sé la vanità è un urlo doloroso e senza apparente senso, quando la Bellezza interiore che salverà il mondo ci appare un’ipotesi vaga per sognatori persi e non l’ipostasi del Cielo che sempre è ed è per sempre, allora solo un Angelo può dischiudere al calor bianco della sua dolcezza la nostra corolla abbarbicata a sé e rivelarsi nei trasognati colori dei giorni di una vita possibile, ancora. Di una Vita. Solo se siamo vuoti di noi stessi, allora, disabitati anche e soprattutto da quella che riteniamo essere una invincibile corazza, possiamo accoglierne il viatico.
L’erta più dura inizia sempre con un passo d’orgoglio e di vanità. La perdonabilissima stanchezza dei cuori vinti, così cara ai santi di ogni religione e tempo, cede il passo solo se l’imperdonabile di noi abdica a se stesso. In noi stessi. La Luce si affida ad una religio che è antropologia esercitata della mitezza. Il passo rude ed armato non ha destino davanti alla grazia armonica che come un petalo d’Eterno si dischiude in noi e ci dischiude a corolla nella comunione della Speranza.

Limen.

 

Limen.

Gli anni non hanno spento il senso. Al confine salso del giorno, gli istanti innocenti dell’infanzia lontana, tracciano giochi di luce e di ombra. Fosti il bimbo inquieto nella traccia dell’uomo che sei. Nulla scampa i propri tempi. La chiamata ad essere vissuti come tali. Nessuno sfugge il proprio destino, nemmeno quando tenta di inventarsi un altro se stesso. Che tu abiti con ipocrisia una maschera o faccia il vuoto di te o dentro te stesso, è lo stesso, uomo. E più ti fuggi, e più sconfini nella perdizione e nel tradimento.

C’è un limen che è soglia. Oltre, la partita è aperta con Dio soltanto.

Se è quello che temi, stai nel secolo. Se è quello che cerchi, vai. Apri il varco. Lasciati tentare dall’ascolto del Silenzio. Lo sentirai dapprima come una brezza lieve, venire da una fessura. Poi sarà un vento caldo e pieno che farà della tua anima un ceppo ardente. La follia! Nulla è più folle che tentare di fuggire se stessi. L’impresa impossibile. Tra le braccia di Dio, se tu ti accomodi nel rito scontato e confortevole di una forma inconsapevole del rischio di amare, stai da incompiuto nel cammino di poeta. Se segui il ritmo folle della Sua continua chiamata e ricerca, v’è alcun pericolo. L’apparenza non è garanzia di alcunché, quando la vocazione è una convocazione al credo o alla parola del canto. I poeti, i profeti, i mistici, non trafficano metalli e non sono negoziatori impenitenti di evidenze. A vent’anni può essere difficile comprenderlo e durissimo accettarlo. Un poeta, però, come una madre, lo sente. Dentro sé. A sessanta, è una consolazione sapere, pur senza mai voltarsi, che alle spalle c’è un abisso di Luce vissuto e dentro il quale si è varcato il transito. Disseppellire i talenti, non è solo una risposta al monito evangelico. Non può essere certo un’orgogliosa esibizione di sé. La vanità non ha scampo lungo i cammini della Bellezza, spesso belli ed insieme terribili. Trafficare i talenti è la sola cosa che un poeta possa e sappia fare, senza mai alienarsi a se stesso o fuggire il principio di realtà. Il canto nasce da una relazione assidua e profonda. Il bimbo che contemplava per ore un ramo d’albero sapendosi guardato dalle gemme nascenti era già il poeta che tende la parola sull’abisso del reale, mentre il secolo pietrifica l’anima in un concerto muto e stordito di occupazioni vincenti, manu militari, di tutto lo spazio e di tutto il tempo vissuto qui ed ora, nella storia. La quotidianità profonda è il territorio dei veri resistenti, e quelli feriali sono i soli eroi in un tempo immolato sull’altare dell’inverosimile che alimenta la società della rappresentazione e dello spettacolo. Il situazionismo non salva nulla e nessuno: è solo una forma stilisticamente più astuta dell’opportunismo e, in qualche caso, di un sagace nascondimento che fa impallidire gli emuli di Ulisse. Comunque, i suoi epigoni nella modernità sfuggono il Ciclope della rappresentazione abbarbicati sotto il ventre inconsapevole delle greggi che pascolano gli eventi. Il talento dissepolto affronta la sferza dei tempi. Invoca ed evoca su di sé gli arcani. Nella cella monacale di una solitudine convocata al centro della vita vissuta, abita la nicchia di un tempo nascente e non visto. Tutto in lui e di lui è persuaso. L’atto in potenza che precede il gesto. Il pensiero che ispira l’atto. Il sentimento dell’Alterità originale che dimora nel pensiero. Oltre e prima. L’esercizio retorico della rappresentazione, anche di sé, soprattutto di se stesso, è un abito interiore che non gli appartiene e non lo caratterizza. E forse nulla gli appartiene davvero. Se non forse l’eco residuale di un io che sconfisse l’ego, postulato nella visione del canto e declinato con discrezione anche esistenziale nella parola poetica. Non serve evocare o annettersi origini primitive posticce, né sono necessarie cancellazioni della memoria per andare oltre. L’innocenza non risponde di una sintassi che ignora. Al contrario. Il respiro primordiale e di nuovo innocente nasce dentro ed al diapason della civiltà e della tradizione di cui siamo figli legittimi. Traversare il fiume tumultuoso della transizione epocale in atto portando in salvo sé e la risonanza interiore dei segni originali è un’impresa che chiede un allineamento sublime fra il sé ed il mondo. La mano tesa nella parola del canto forse sfiora dita d’altri tempi, d’altri luoghi, di epoche altre. Non qui ed ora andrà a dimora il seme dissepolto del talento. Sotto la neve del silenzio che ci ha ospitati, il pane di una storia cui altri daranno un nome ed un volto. Forse, anche un altro segmento di religio, di religazione fra la terra dei tempi ed i cieli del Tempo. Certo non sarà l’eco miserabile di uno stordito ripetersi del retorico ritornello che garantisce rendite di posizione a segnare la via del talento. Certo, non sarà l’evocazione retorica ed interessata di bellezza pretesa inimitabile a scandire il passo del canto che verrà. O a redimere nell’ascolto quello di chi varcò solitario in anni lontani il Limen. Scontando l’abisso.

Notte interiore.

Notte interiore.

Urge la nota, dentro. L’incantesimo che sorge dall’intatto Silenzio. Il tuo tempo, uomo, creatura cosciente del suo senso divino, scandisce la tua notte interiore. L’abisso di Luce cui attingi il senso.

Hai traversato l’orgia di cose, la feroce, la silente guerra, muto ed indifeso, a mani nude.

Hai pregato, contemplando, solo.

Raccolto sulla colonna a margine del giorno, stilita moderno.

Sei passato tremando mentre la vita intonava il suo superbo coro. Glabro, nel tuo inutile canto.

La carità delle mani ferite ha scampato il digiuno d’amore celeste. Non so se la parola, povera e spoglia, ha salvato altre vite.

Hai sentito l’ardore svanire nelle notti più intense, il coraggio tradire.

La decenza, un retaggio di epoche antiche, fu per te la scialuppa felice. Nel naufragio che non sente infiniti, tra gli scogli degli dei secolari, nei lacerti confitti alla gioia che abbandona gli eterni, hai trascorso i tuoi giorni d’inferno.

Hai sentito la notte farsi dolce cruna al destino: il chiarore di una luna ignota, compagna tenera al cammino. L’ira aspra che tenace frantuma l’io, nella sua polvere deserta, una distesa d’ego, ti ha serrato nella morsa un istante soltanto. Sei scampato al silenzio, alla solitudine, nella cella del canto, il tuo ignoto pertugio.

E mentre la storia flette nella sua utile finzione, tu, ribelle, hai dato ritmo, respiro e fiato all’inutile Bellezza, alla tua sublime, di sempre, alla tua sola tentazione.

Chi sa più quale sia l’istante che ti decide, quando la parola cessa ed il gesto accade?

Chi, nell’oblio, sente la gestazione spoglia del semplice che nella sua feriale gioia ancora ride?

Chi ti decide e cosa, uomo moderno, orfano d’Infinito, fuggiasco dell’Eterno?

L’eresia, lo sai, è un estremo canto d’amore. Forse il solo, persuaso, e più vero, che concilia l’Eterno ed il giorno, l’Infinito e lo spazio più angusto dentro il limite umano. E’ la porta del Cielo, la fessura silente in cui passa in un soffio la Luce del Vero.

Le composte verità della storia che ti è scorsa accanto, che ha pervaso ogni istante senza scenderti dentro, mostra faglie scomposte nella terra del Nulla che ti è stata contesto.

La tua sete è inevasa. La tua folle domanda di senso, la Sua opera rara, è rimasta dischiusa, posta al ciglio dei tempi, distesa e raccolta nell’amara ferita.

La tua croce un Golgota che scompiglia i destini.

Voi sapete quale soffio di vento porterà l’ultima foglia verso il suo compimento?

Voi sapete dove attinge l’amata parola il suo ritmo e il suo senso?

Voi sapete se Dio muove ancora nella traccia rarefatta del canto? Se il Suo nome è un diritto all’umano acquisito per sempre? Voi sapete perché un poeta cammina da solo anche in mezzo alla gente?

L’orizzonte ribolle di un fuoco futuro. La parola è un Mistero che trema nella luce vibrante dell’estremo orizzonte.

Voi sapete se la muta preghiera è un segreto che tutto dirime, nella vita e nel gesto del profeta sublime?

Sto, con la mano protesa sulla nuova parola che dal cuore mi affiora. Sto, mio Dio, per sempre in ascolto? E’ il Tuo volto quel fiore che sboccia inatteso, nell’infanzia del mio ignoto candore innocente?

Sulla nuda e deserta mia Terra in un sogno felice che profuma d’umano i fratelli che ho amato si sono dati la mano.

So che il tempo ha leggi crudeli. Che i fedeli chiedono pane ed insieme circensi e le regole certe tesi al dio secolare che li accoglie bambini senza alcuna innocenza dentro l’imo seccato del deserto interiore.

L’Amore che sento e che canto non ignora le soglie. Tutte insieme le accoglie come un grembo di madre in un tempo che ignaro non conosce del canto le doglie.

Solo, poeta, nella parola.

 

Solo, poeta, nella parola.

Hai scoperchiato il vaso di Pandora. Hai tentato di varcare le colonne d’Ercole. Hai volato, con Icaro, e, reso ebbro di te, sino al Sole sei giunto. La cera dei sogni hai scontato disciolta e all’estremo tentata. Hai sconfitto il ciclope con l’astuzia di Ulisse che si disse Nessuno. Hai sfidato i confini dello Spazio e del Tempo. Alle soglie sei giunto dell’eterno Silenzio.

Un mattino d’inverno di un giorno qualunque, nel presagio dell’alba che nasce alla vita, hai lasciato la notte interiore. Hai guardato di nuovo lontano, con un solo conforto, la tua piccola mano. La Fessura celeste che hai sentita fiorire, ti ha donato l’aurora risorta in un canto d’amore.

Hai compreso che l’eroica e dolente passione, la tua lunga ed intensa tenzone, non aveva destino. Che il cammino disgiunto della cosa reale e del ritmo sublime nelle amate parole, ricondotta all’origine intatta ed unita del solo Mistero, era tutta la vita. La Luce del vero. Che cercarla nell’abisso dei tempi vissuti e nell’imo di te era il solo pertugio, sortilegio di senso comune tra l’umano e il divino.

Hai ripreso, pellegrino moderno nell’anfratto incorrotto dei tempi, nella nicchia silente, il tuo lento cammino.

Fosti solo, quando un coro felice cantava senza ombra di pena la sua resa alla cosa. Il primato della forma apparente, contraltare sicuro all’incerta visione del senso, al tuo inutile canto.

Sei passato nella cruna dell’ago di un futuro smarrito. Nella luce e nell’ombra del passato smemorato e ferito.

La vita chiede. La domanda radente incalza il presente senza più conforto. Chi è il poeta? Cos’è la poesia? E la parola, quel minuscolo accento di Luce in cui la vita si accende di memoria e speranza, di tensione e ricordo, di presenza e di amore, la parola, cos’è, infine? E tu, poeta, sei davvero tutto in essa ed è essa tutta in te, e sei in lei un sintagma di solitudine assoluta? Un frammento di Infinito che ancora e di nuovo sa narrare visioni e dunque dare unità e senso alla Storia? Un lembo di tempo Eterno in cui lo sgomento d’essere e di saper essere se stessi qui ed ora e per sempre sigilla in unità e dunque ristora la paura? O sei un lacerto d’Occidente, anche tu alla deriva, una funzione, una derivata, un orpello della cosificazione performante e sei dunque esotericamente inutile? Inutile davvero e non un testimone della nobile inutilità del canto, la sua chiara e luminosa afflizione di sempre?

Lo so, stenti a rispondere. Una atavica ruggine secolare ha corroso l’Origine. Quel pertugio d’Innocenza reso pervio poeta dalla tua testimonianza nell’unità coerente di parola e vita è occluso dai sedimenti dell’ego, che, a lungo incurante, hai lasciati posare là, dove la parola attingeva canto.

Sei povero e vai nudo, più della filosofia che tuttora osa interrogare la Vita, il Senso, la Storia. Sei spoglio e solo nel Cosmo. Il Caos ti alberga e tu resisti unicamente in lievi scarti di apparenza e astuti. Ulisse ha ceduto all’incantesimo delle sirene e tu, fragile figlio del tuo tempo, sei andato con lui.

Abbarbicato al legno del tuo sublime naufragio nella vastità moderna dell’Infinito declinato secondo l’ontologia dei tempi, hai spogliato l’anima deserta all’osso di sé e reso alla parola tutto il fiato del tuo respiro interiore. Sei stato un folle amante nell’estenuata decadenza che ha fatto dei sogni una semplice essenza di conforto nei segni. Lo stile. La smagata performatività esistenziale. Tutto, tutto, nella modernità, ha congiurato contro l’essenza del canto, contro la verità di te, poeta. L’etica ha scavato una nicchia di sopravvivenza nell’esercizio del suo contrario, l’abilità retorica degli spacciatori di verità in similpelle.

Vorrei parlarti ancora nelle parole che ho amato, nei segni veri e vivi del tuo schianto. Ma è tempo, lo so, di andare. Verso nuovi Cieli e Terre nuove. Verso una profondità dell’io ancora ignota, forse, in cui la notte canta e l’estremità del Caos di nuovo si compone nell’armonia di Cosmos. Dove il canto strozzato nell’afasia di senso apre le ali sulla tolda del reale e tu, poeta, di nuovo ed ancora dispieghi le tue, superbe, della parola in un volo senza spazio e senza tempo. Qui ed ora, nell’Infinito spazio e nel tempo Eterno.

 

 

 

Vento nelle ali.

 

vento nelle ali.

La Bellezza ha un vento lieve nelle ali. La sua memoria, un fragile sussurro della storia. I suoi colori, un canto di vigilia e Primavera. L’uomo, al tramonto, si commuove nel tenero sguardo del disincanto. Piccole foglie d’autunno volteggiano nel grembo del ricordo. La malinconia, che fu compagna al giorno intero, indugia nella Luce del vero.

 

Tu, Signore, hai dettato parole per sempre, nei lacerti del Tempo che muore. Le ho scolpite nel canto, mattutino di gioia e tremore. Le ho cantate dolenti nella gioia e nei tratti del cammino segnati da passi d’Amore.

 

Ora un Volto sincero s’intona. Paradossi. Note scosse. Una fuga celeste e solenne tra colonne petrose, mentre il ritmo del cuore tradisce la soglia innocente del suo primo ardore.

 

Al passo lento del tempo interiore, la tua notte disperdi nella cenere bianca. Una mano si stende verso l’imo di te. La fessura celeste da cui spira il Silenzio è la porta del tempio che attendi. La deriva pagana delle ore e dei giorni hai scontato, l’ineffabile meta di troppi ritorni.

 

Alla gloria del passo terreno hai offerto servigi. Ai celesti prodigi scampato, tu, l’astuto, innervato da sapienti malie secolari, ora innalzi il tuo urlo silente. L’impotenza non sarà tua virtù e la voce profonda che hai taciuto a te stesso nelle ore tue vili non concede più soste.

 

Sei costretto ad andare. A partire. A scandire ogni atto del giorno nell’agone apparente. Un teatro senza scena né fine. La funzione è l’altare del gesto, dove l’orma del saggio tracciò in un tempo interiore a te ignoto il suo solco d’ardore. La tua ara che crolla incalzata dal mondo che geme è una quinta sgomenta. Sei deserto di note. Sei privato di soglie coscienti. Sei la nuda e già spoglia stagione. E nemmeno la neve ti copre coi suoi petali bianchi di incantesimi muti. Sei finito. La tua ora hai trovato nel deserto moderno che hai passato con baldanza insipiente. Prigioniero di nihil, sacerdote del niente.

 

All’ira dura del reale che sconti, nessuna tua presenza ha saputo e voluto dare un tempo sublimi accenti. Ti sei accasciato nella litania orante dell’utile, che hai intonato nella diuturna fatica di una speculazione senza requie. Sei stato sacerdote del profitto e cinico officiante dell’ego. L’inutile preghiera, che ancora risuona nella memoria sublime dei chiostri che visiti con l’indolenza onnivora di chi tutto s’appropria e consuma, non è mai stato accento sulla tua vita. L’hybris dell’istante ti ha sepolto sotto una coltre di gesti in sequenza. Hai vissuto hic et nunc. Non hai voluto avere un passato. Non hai pensato ad alcun futuro. Il presente, con il baricentro del tuo io ipertrofico, è stato il cuore della sola storia che hai voluto conoscere. Che hai saputo ricordare. Che hai potuto esperire.

 

L’astrazione non ti appartiene dentro. Un surrogato del reale. Troppo inutile per la tua declinazione di un tempo senza umanità e cui la carità è ignota. L’infinitesimo d’eterno che saresti stato è un fardello troppo inquietante per la tua tonalità percettiva. Se la vita avesse avuto per te qualche sfumatura cognitiva, essa avrebbe delineato la fisionomia di una crosta. Nata crespa e già avvizzita. L’orizzonte che traccia e disegna la storia, il senso, dunque, è troppo esteso e profondo per la fatica del tuo sguardo. Tutto compiuto e compunto nell’angolo visuale ad obiettivo fisso che copre lo spazio che va da te stesso ad un’altra declinazione di te. Nulla esiste, fuori da tale funzionalità lineare. Sei una derivata del punto che vedi. Lo scarto interiore ha in te un profilo piatto.

 

Il canto estremo della comunione, che nella parola trova lievito, è una remota eco. Dove sia iniziata la sua deriva è un mistero secolare la cui sola nominazione terrorizza la contemporaneità. Non un’ipostasi del cielo, pane dei mistici. Non un’oltranza mistica. Una semplice perdizione dell’uomo nella storia. Passo dopo passo, per lievi scarti di senso, sei passato di soglia in soglia e la stretta del canto si è strozzata nell’afasia.

 

L’albatros è inchiodato da tempo immemore alla tavola della Modernità. Il Poeta. L’Occidente. Il Tramonto. La coniugazione delle tre parole luce dei tempi, o una loro coniugazione armonica, tracciano per la contemporaneità un sentiero impervio. A tratti, al limite dell’impossibile. Il logos offre, quasi fosse una beffarda sintassi dell’ultima tentazione, la consolazione storica della coerenza. In quel tratto di vita, di esperienza, di testimonianza, la via sarebbe forse pervia e salvo il canto. Tentare. Quando il vento della Bellezza si leva, si deve tentare. Si deve tentare di vivere.

 

L’armonia sta un rigo sopra il logos. E’ una sfida di complessità più intensa. Chiede la tensione vibrante dell’intuizione. La parola, ed in essa il poeta, o passa e vive o cade e muore. Solo il Tempo, che è coscienza, dirà chi passò, chi visse. E di lui rimarrà nella parola del canto l’orma armonica del testimone. O la testimonianza di una sfida compiuta nell’armonia.

 

Il Poeta canta al margine della storia e del mondo. L’Occidente non è centro e non è più confine. Il Tramonto o è alla spalle o vive dentro. La lingua e l’essere sono composti in una sintassi nota. L’Armonia che nasce è una lallazione. O un rintocco sublime nell’Alba che nasce dentro l’eco degli arcani.

 

Datevi, datevi, uomini e poeti, datevi tutte le vostre innocenti mani.