Solo, poeta, nella parola.

 

Solo, poeta, nella parola.

Hai scoperchiato il vaso di Pandora. Hai tentato di varcare le colonne d’Ercole. Hai volato, con Icaro, e, reso ebbro di te, sino al Sole sei giunto. La cera dei sogni hai scontato disciolta e all’estremo tentata. Hai sconfitto il ciclope con l’astuzia di Ulisse che si disse Nessuno. Hai sfidato i confini dello Spazio e del Tempo. Alle soglie sei giunto dell’eterno Silenzio.

Un mattino d’inverno di un giorno qualunque, nel presagio dell’alba che nasce alla vita, hai lasciato la notte interiore. Hai guardato di nuovo lontano, con un solo conforto, la tua piccola mano. La Fessura celeste che hai sentita fiorire, ti ha donato l’aurora risorta in un canto d’amore.

Hai compreso che l’eroica e dolente passione, la tua lunga ed intensa tenzone, non aveva destino. Che il cammino disgiunto della cosa reale e del ritmo sublime nelle amate parole, ricondotta all’origine intatta ed unita del solo Mistero, era tutta la vita. La Luce del vero. Che cercarla nell’abisso dei tempi vissuti e nell’imo di te era il solo pertugio, sortilegio di senso comune tra l’umano e il divino.

Hai ripreso, pellegrino moderno nell’anfratto incorrotto dei tempi, nella nicchia silente, il tuo lento cammino.

Fosti solo, quando un coro felice cantava senza ombra di pena la sua resa alla cosa. Il primato della forma apparente, contraltare sicuro all’incerta visione del senso, al tuo inutile canto.

Sei passato nella cruna dell’ago di un futuro smarrito. Nella luce e nell’ombra del passato smemorato e ferito.

La vita chiede. La domanda radente incalza il presente senza più conforto. Chi è il poeta? Cos’è la poesia? E la parola, quel minuscolo accento di Luce in cui la vita si accende di memoria e speranza, di tensione e ricordo, di presenza e di amore, la parola, cos’è, infine? E tu, poeta, sei davvero tutto in essa ed è essa tutta in te, e sei in lei un sintagma di solitudine assoluta? Un frammento di Infinito che ancora e di nuovo sa narrare visioni e dunque dare unità e senso alla Storia? Un lembo di tempo Eterno in cui lo sgomento d’essere e di saper essere se stessi qui ed ora e per sempre sigilla in unità e dunque ristora la paura? O sei un lacerto d’Occidente, anche tu alla deriva, una funzione, una derivata, un orpello della cosificazione performante e sei dunque esotericamente inutile? Inutile davvero e non un testimone della nobile inutilità del canto, la sua chiara e luminosa afflizione di sempre?

Lo so, stenti a rispondere. Una atavica ruggine secolare ha corroso l’Origine. Quel pertugio d’Innocenza reso pervio poeta dalla tua testimonianza nell’unità coerente di parola e vita è occluso dai sedimenti dell’ego, che, a lungo incurante, hai lasciati posare là, dove la parola attingeva canto.

Sei povero e vai nudo, più della filosofia che tuttora osa interrogare la Vita, il Senso, la Storia. Sei spoglio e solo nel Cosmo. Il Caos ti alberga e tu resisti unicamente in lievi scarti di apparenza e astuti. Ulisse ha ceduto all’incantesimo delle sirene e tu, fragile figlio del tuo tempo, sei andato con lui.

Abbarbicato al legno del tuo sublime naufragio nella vastità moderna dell’Infinito declinato secondo l’ontologia dei tempi, hai spogliato l’anima deserta all’osso di sé e reso alla parola tutto il fiato del tuo respiro interiore. Sei stato un folle amante nell’estenuata decadenza che ha fatto dei sogni una semplice essenza di conforto nei segni. Lo stile. La smagata performatività esistenziale. Tutto, tutto, nella modernità, ha congiurato contro l’essenza del canto, contro la verità di te, poeta. L’etica ha scavato una nicchia di sopravvivenza nell’esercizio del suo contrario, l’abilità retorica degli spacciatori di verità in similpelle.

Vorrei parlarti ancora nelle parole che ho amato, nei segni veri e vivi del tuo schianto. Ma è tempo, lo so, di andare. Verso nuovi Cieli e Terre nuove. Verso una profondità dell’io ancora ignota, forse, in cui la notte canta e l’estremità del Caos di nuovo si compone nell’armonia di Cosmos. Dove il canto strozzato nell’afasia di senso apre le ali sulla tolda del reale e tu, poeta, di nuovo ed ancora dispieghi le tue, superbe, della parola in un volo senza spazio e senza tempo. Qui ed ora, nell’Infinito spazio e nel tempo Eterno.

 

 

 

Vento nelle ali.

 

vento nelle ali.

La Bellezza ha un vento lieve nelle ali. La sua memoria, un fragile sussurro della storia. I suoi colori, un canto di vigilia e Primavera. L’uomo, al tramonto, si commuove nel tenero sguardo del disincanto. Piccole foglie d’autunno volteggiano nel grembo del ricordo. La malinconia, che fu compagna al giorno intero, indugia nella Luce del vero.

 

Tu, Signore, hai dettato parole per sempre, nei lacerti del Tempo che muore. Le ho scolpite nel canto, mattutino di gioia e tremore. Le ho cantate dolenti nella gioia e nei tratti del cammino segnati da passi d’Amore.

 

Ora un Volto sincero s’intona. Paradossi. Note scosse. Una fuga celeste e solenne tra colonne petrose, mentre il ritmo del cuore tradisce la soglia innocente del suo primo ardore.

 

Al passo lento del tempo interiore, la tua notte disperdi nella cenere bianca. Una mano si stende verso l’imo di te. La fessura celeste da cui spira il Silenzio è la porta del tempio che attendi. La deriva pagana delle ore e dei giorni hai scontato, l’ineffabile meta di troppi ritorni.

 

Alla gloria del passo terreno hai offerto servigi. Ai celesti prodigi scampato, tu, l’astuto, innervato da sapienti malie secolari, ora innalzi il tuo urlo silente. L’impotenza non sarà tua virtù e la voce profonda che hai taciuto a te stesso nelle ore tue vili non concede più soste.

 

Sei costretto ad andare. A partire. A scandire ogni atto del giorno nell’agone apparente. Un teatro senza scena né fine. La funzione è l’altare del gesto, dove l’orma del saggio tracciò in un tempo interiore a te ignoto il suo solco d’ardore. La tua ara che crolla incalzata dal mondo che geme è una quinta sgomenta. Sei deserto di note. Sei privato di soglie coscienti. Sei la nuda e già spoglia stagione. E nemmeno la neve ti copre coi suoi petali bianchi di incantesimi muti. Sei finito. La tua ora hai trovato nel deserto moderno che hai passato con baldanza insipiente. Prigioniero di nihil, sacerdote del niente.

 

All’ira dura del reale che sconti, nessuna tua presenza ha saputo e voluto dare un tempo sublimi accenti. Ti sei accasciato nella litania orante dell’utile, che hai intonato nella diuturna fatica di una speculazione senza requie. Sei stato sacerdote del profitto e cinico officiante dell’ego. L’inutile preghiera, che ancora risuona nella memoria sublime dei chiostri che visiti con l’indolenza onnivora di chi tutto s’appropria e consuma, non è mai stato accento sulla tua vita. L’hybris dell’istante ti ha sepolto sotto una coltre di gesti in sequenza. Hai vissuto hic et nunc. Non hai voluto avere un passato. Non hai pensato ad alcun futuro. Il presente, con il baricentro del tuo io ipertrofico, è stato il cuore della sola storia che hai voluto conoscere. Che hai saputo ricordare. Che hai potuto esperire.

 

L’astrazione non ti appartiene dentro. Un surrogato del reale. Troppo inutile per la tua declinazione di un tempo senza umanità e cui la carità è ignota. L’infinitesimo d’eterno che saresti stato è un fardello troppo inquietante per la tua tonalità percettiva. Se la vita avesse avuto per te qualche sfumatura cognitiva, essa avrebbe delineato la fisionomia di una crosta. Nata crespa e già avvizzita. L’orizzonte che traccia e disegna la storia, il senso, dunque, è troppo esteso e profondo per la fatica del tuo sguardo. Tutto compiuto e compunto nell’angolo visuale ad obiettivo fisso che copre lo spazio che va da te stesso ad un’altra declinazione di te. Nulla esiste, fuori da tale funzionalità lineare. Sei una derivata del punto che vedi. Lo scarto interiore ha in te un profilo piatto.

 

Il canto estremo della comunione, che nella parola trova lievito, è una remota eco. Dove sia iniziata la sua deriva è un mistero secolare la cui sola nominazione terrorizza la contemporaneità. Non un’ipostasi del cielo, pane dei mistici. Non un’oltranza mistica. Una semplice perdizione dell’uomo nella storia. Passo dopo passo, per lievi scarti di senso, sei passato di soglia in soglia e la stretta del canto si è strozzata nell’afasia.

 

L’albatros è inchiodato da tempo immemore alla tavola della Modernità. Il Poeta. L’Occidente. Il Tramonto. La coniugazione delle tre parole luce dei tempi, o una loro coniugazione armonica, tracciano per la contemporaneità un sentiero impervio. A tratti, al limite dell’impossibile. Il logos offre, quasi fosse una beffarda sintassi dell’ultima tentazione, la consolazione storica della coerenza. In quel tratto di vita, di esperienza, di testimonianza, la via sarebbe forse pervia e salvo il canto. Tentare. Quando il vento della Bellezza si leva, si deve tentare. Si deve tentare di vivere.

 

L’armonia sta un rigo sopra il logos. E’ una sfida di complessità più intensa. Chiede la tensione vibrante dell’intuizione. La parola, ed in essa il poeta, o passa e vive o cade e muore. Solo il Tempo, che è coscienza, dirà chi passò, chi visse. E di lui rimarrà nella parola del canto l’orma armonica del testimone. O la testimonianza di una sfida compiuta nell’armonia.

 

Il Poeta canta al margine della storia e del mondo. L’Occidente non è centro e non è più confine. Il Tramonto o è alla spalle o vive dentro. La lingua e l’essere sono composti in una sintassi nota. L’Armonia che nasce è una lallazione. O un rintocco sublime nell’Alba che nasce dentro l’eco degli arcani.

 

Datevi, datevi, uomini e poeti, datevi tutte le vostre innocenti mani.

 

 

 

 

 

Maura se n’è andata.

Maura se n’è andata.

Maura se n’è andata. Non mi piacciono le parole di circostanza ed i millantati crediti di occasione. Mai. E, soprattutto ed in particolare, non mi piacciono quando le circostanze sono queste. Dunque, dirò subito che non ci incontravamo da anni, dal 2002. Che non ho potuto, saputo, voluto coltivare, e così proseguire, un rapporto che pure è stato per me e nella mia esperienza di poeta decisivo e bellissimo.  Maura Benvenuti fu, ed è rimasta, tra le prime e rarissime persone che hanno portato in scena miei lavori, che hanno dato corpo, voce, vita al mio canto.

Fu lei che, una sera di Giugno del 2001, intonò con accenti vibrati, e per me indimenticabili, il filo poetico del testo che, ospite di Scena Sintetica, presentai  in San Desiderio: “La parola di Adamo. La parola Innocente”.

Non voglio ora e non mi interessa narrare la genesi di quell’incontro, le istanze, tutte limpidamente persuase, che portarono lei ad essere voce guida e testimone viva di una tonalità spirituale che le era propria dentro le parole del canto.

Se chiudo gli occhi, riascolto Maura e nell’eco di uno degli incipit di quel lavoro: “Fatti sacri anche i gesti, ed i corpi/ infiniti lacerti nel silenzio di Dio […]”, la rivedo, composta nella lirica unità del corpo e della voce. Nell’infinito tendersi del senso fino alla corde ignote del Mistero. Dove il respiro del poeta trova destino, ancora, se l’attore, l’interprete, conduce al diapason di sé la luce che anima di senso la parola ed il gesto. Maura, quella sera e sempre nelle esperienze in cui la vidi in scena, lo fece. Lo seppe fare.

Avevo esordito in pubblico in nome e per conto della poesia, la mia sola, a 45 anni e poco più. Due anni prima. C’era anche Maura quella sera, naturalmente, in San Desiderio. Ma non in scena.

La vidi per l’ultima volta una sera di Giugno del 2002, di nuovo ospite di Scena Sintetica. Maura  diede anche in quell’occasione luce interiore e voce  ai miei Canti primordiali, l’embrione di un libro che avrei pubblicato tre anni dopo.

Ho saputo poco fa, leggendo un quotidiano, che il suo viaggio terreno si è concluso, ieri mattina, domenica.

Ho cercato tracce  di Maura tra fra i miei testi, i ricordi, le carte di quei giorni, di quei mesi, di quegli anni. L’ho subito e prima trovata, però, dentro me. Nel passo discreto del nostro incontro. Nella luce di quell’esperienza. Certe persone non se ne vanno mai dal tuo cuore. Il tempo che scorre. Lo spazio che divide. I sentieri diversi. Le esperienze lontane. Nulla cancella le verità decisive di noi, quando, al diapason di noi stessi, accettiamo di viverle nella pienezza.

Per quanto brevi, per quanto sporadiche, per quanto lontane nel tempo, le storie così vissute rimangono indelebili e scritte nella traccia della mente, nel silenzio contemplante del cuore. Nei pressi del Cielo e più vicini alla soglia del Mistero, finalmente e per sempre svelato.

Dove ora, credo, riposi anche tu, Maura, compagna del cammino più bello per un poeta e, penso, per un’attrice come tu sei stata, quello che si compie nella parola (nella Parola?). Vissuta come una stretta di mano (la celaniana, sì). Una mano che infinitamente si apre al dono e all’accoglienza. E non si chiude mai, se non per stringere in un abbraccio immemore, che tanto somiglia alla promessa d’Eterno, secondo il ritmo ed il respiro dell’Amore, la Vita che non muore mai.

Il tuo passo ora muove, sento, lungo i presagi d’Innocenza e la tua voce, tesa fra soglie di silenzio e canto, fra luce e abisso, come là, in scena, tutti ci accompagna. Negli orizzonti chiari di un’infanzia che dentro l’Arte, come una religio di corpo e voce, non muore mai. Verso l’aperto per sempre sipario del Cielo.   

Non avere paura, poeta. [L’identità di sé].

Non avere paura, Poeta. [l’identità di sé].

Lunghe apnee di Silenzio. Solo il respiro di Dio, sommesso, alita nel canto. Al ritmo di un tempo infinito ed immenso. Solitario e solo, il destino del segno e della parola. L’anima indugia e riposa. Tu dici allora che l’io ed il mondo sono una cosa sola. Eppure nessun compagno si incammina con te, in quella dolce e deserta ora. Ed è giusto sia. Tu ti attardi nel tempo, distendi l’orizzonte all’infinito. Solo così la cosa prende nella mente e nel cuore il suo pieno profilo, dice il suo senso.

Ti seduce la casta nominazione, la rivelazione della cosa nel nome. Tu vedi la nuda cosa rivelarsi nel tuo sguardo innocente, o poeta. La sua forma farsi presente all’occhio interiore. Il dio del nulla che abita il secolo, la contemporaneità dei moderni, ti ha cacciato dal suo paradiso onnipervasivo. Sei straniero alla terra. La tua è quella di nessuno. Sei in esilio dal suo confortevole paradigma. Il cielo in cui il bene è divenuto per lievi ed inesorabili scarti di senso benessere. Sei nessuno, senza nemmeno la consolazione del paradigma degli ulissidi. Uno stratagemma che il tuo io persuaso non vuole abitare sin dall’origine. Il mantello sacro dei retori, il loro cavallo in legno, con cui espugnare le coscienza dell’Occidente. La terra dei padri, come una Troia contemporanea, al ferro ed al fuoco dei metalli metafisici. La finanza. Il teatro in armi, il mercato. I feroci conquistatori, paladini del consumo e delle sofisticate iperboli finanziarie. Metafore perfette della contemporaneità.

L’intuizione verrà poi. Sarà grazia ed insieme ineluttabile dono dell’esperienza. Il sé coerente diverrà il testimone. La parola e la cosa, aperta alla terzietà della relazione. Dal tuo minuscolo pertugio di luce. Abitato da una divinità silente il cui fiato ti giunge da una Fessura. La tua coscienza sarà un accento lieve di canto.

Sulle pianure gelate da anni di corruzione fiorirà non visto il senso. Una corolla semplice, a margine dei campi, lungo rivi incolti. L’asperità del rito come una religio. Fra terra e cielo. Fra te, il Cielo, la Terra. Un petalo d’infinità e d’eternità nel canto.

L’Innocenza ti ride nel cuore e fa chiaro il volto. Non avere, o poeta, paura. La tua ombra è calcinata sul muro dei tempi dal fuoco barbaro della consumazione di ogni esoterismo della prassi. Non temere, il tuo cuore è vivo e la sua luce ardente è più intensa della fiamma che ha riarso memoria e speranza. Bruciate insieme nel crogiolo in cui gli apprendisti stregoni dell’ego hanno buttato i metalli. L’Oro della parola attinge altre sorgenti e non si spegne e non distrugge. La sua fiamma è povera nell’essoterismo dei giorni. Sublime e luminosa sull’orizzonte degli infiniti e degli eterni. La sua pietra focaia è l’Essente.

Tu stai in un silenzio di neve, lontano da orme risapute ed al riparo dalle fiere. Il fuoco sacro non si estingue e la sua fiamma distingue.

La pianura respira. Non è giunta se mai sarà la sua ora.

E tu sei in lei, nel suo grembo ancora fertile di domani, Parola intatta ed innocente.

La mano tesa al tuo sussurro non ha forse ancora volto o si accomoda dolcemente accolta dai rari.

Il suo destino è stato ed è a lungo fuori. Nella tempesta di vento e di silenzio che hai traversato. Al riparo da presagi oscuri.

Sotto la neve bianca solo.

Ora il tuo tempo ha incontrato il suo eterno volo.

Non avere paura poeta.

Vai, nella tua nuda e solitaria parola.

Vai ed ancora e per sempre, nel Silenzio di un Dio senza modernità e senza nome, vola.

***

Il contesto è [anche? Solo?] sfondo di relazione, sempre. Ancor più lo è lungo i pellegrinaggi che hanno sete di Assoluto. I tuoi, per esempio, poeta. I vostri, monaci e mistici. Tutti prossimi, come nell’ontologia dell’umano, alle soglie del Mistero. Qualunque fosse il suo nome. L’essenza del suo essere [Essere? Sì], tale. Tu ne senti vibrare nel segno l’eco. La vena malinconica del dolorosissimo transito, muta la tua parola, eco interiore di te, al mutare della scena. E non è identico l’orizzonte del senso se l’afflato stempera Bellezza come un distillato di prossimità al virgulto dell’Innocenza o è la rapinosa idiozia di un barbaro dedito al furto di sogni con destrezza. Il tuo dolore, poeta, è. Ed è qualcosa nel Qualcosa. Anche l’idioma laico [ma non necessariamente tale] del romanticismo non è un accento di maniera su vite rovinosamente perse. Se vibra, l’eco, e quando vibra, intona magnificat ed incipit stremati alle soglie del turbamento. Tu che mi leggi, angelo dell’ascolto, lo senti. Lo so. Lo sentirai. Altrimenti è altro. Altro da me che fui. Altro da te, poeta. Altro dalla parola.

Il distillato della vita. Di una vita. La mia. Sono cose che si possono dire [confidare?] dopo averle per una vita intera confidate [scritte?].

Gli scherani verranno a prenderti una volta ancora [ancora una volta?] nei pressi dell’ultimo, estremo confine. Il dolce limite della mia sera. Cosa potranno offrire mai [più] le mie nude mani, le stesse [nell’identica nudità] della mia giovinezza, che già non hanno dato [detto?]?

Tu stai [ancora di nuovo?] rannicchiato nella tua parola, poeta. Non più come lo fosti nell’origine innocente, alle sorgenti [in grembo alla lingua madre?]. Ti disponi così con flessione senile. E come gli occhi dell’infanzia lambivano il futuro con inenarrabile curiosità di destini, così la fessura dei tuoi occhi è ora accesa di un passato memorabile che infuoca lo sguardo. Nostalgia e speranza, sorelle omozigoti anch’esse, abitano la tua anima. Insieme e contemporaneamente. In esse sei tu che vive, uomo e poeta, identico a te stesso da un’Eternità indicibile che forse nemmeno tu sai.

Perché la relazione tra l’io osteso nella parola ed i tempi è quasi del tutto consumata e la prossimità della Soglia convoca l’abisso di te alla Sua Luce. Sei quasi giunto e come Simeone nel suo canto inizi a pronunciare il tuo “ed ora lascia…”. Lo fai da tempo con animo persuaso.

Il vento dei giorni ti scuote ed è ancor bello il sole delle aurore. Lo è più il mare che hai amato ed il suo segno d’immensità, un irrequieto stigma d’onde, ancora ti chiama talvolta. Ma tu poeta t’incammini a spalle mute e cieche all’orizzonte, mentre vai verso l’estremo nonsodove. E la risacca che t’insegue ha note di nostalgia e di lieve incantesimo mentre narra la favola bella del tempo che fu e che sarà. Mentre tu intoni un canto a labbra mute ed il suo ritmo tende la corda del Silenzio fino all’abisso dell’ascolto. Mentre tu inizi il tuo ritorno. L’Eterno.

Poesia. Mistica.

Poesia. Mistica.

La verticalità non è una qualità del segno, ma uno statuto interiore dell’umano. Creare, significa attingere la Terzietà.

Il passo lento della Storia è assediato dall’urgenza della ferialità. Solo il Divino in noi tiene il punto nella coincidenza dei cammini.

La mistica attinge la verticalità ed ha il passo interiore compassionevole della durata. Il diapason del Tempo.

La parola del canto urge dentro un duraturo silenzio. Il suo metronomo è un fenotipo di sublime solitudine.

La poetica ostesa ascolta l’eco del brusio secolare. Conosce l’obiezione. La sente in sé. La vive. La sconta. Arde in sé.

Il sintagma è svelato. Ora cammina sul tratto del sentiero esposto. La memoria è un tesoro di Luce. La speranza s’affaccia su abissi.

La dolorosa vertigine della testimonianza è un ricordo ed una cicatrice. La poesia di quella solo è viva. Se lo è stata.

Pochi padri il mio tempo interiore. Nessun erede all’orizzonte. Una solitudine impietrita negli anni. Una solarità d’altre epoche. Dentro.

La Grazia accese il fuoco. Il monaco arse nella parola. La vita è stata unità di corpo e di canto.

Gli anni ripiegano lembi di Vita. Il giorno ancora attende. Non c’è resa. Solo pietas e speranza sempre.

Sette euforismi glabri.

Sette euforismi glabri.[per un buon Natale].

1.

L’assenza di un orizzonte dato, rende confuso anche il canto ribelle. Poiché è arduo il lirismo oppositivo, senza un antagonista.

2.

La nota assertiva sembra nascere per autogenesi. Genotipo e fenotipo insieme. Natura e cultura. La poetica di una diuturna solitudine.

3.

L’arte, come tutto della vita, non esce dal nulla. Le cesure sono drammatiche. Il perdurare delle soglie di confine, lo è ancor più.

4.

L’astrazione, l’epistème ed il metalinguaggio sono ospiti ingrati nelle epoche di secolarismo latente e diffuso.

5.

Una poetica che sopravvive in sé e di sé priva di fondamenti nell’assoluto di una relazione, è orfana del suo destino ontologico.

6.

Il parossismo complice di una socializzazione cabriolet e l’urgenza impositiva dei media di massa sono poeticamente insostenibili.

7.

L’ammirazione per il grande recanatese e la verbosità comunicativa e barocca di certi suoi estimatori a gettone sono incompatibili.

 

La vita e’ un’infanzia meravigliosa.

La vita e’ un’infanzia meravigliosa.

Credesti, un tempo, fosse lallazione, lo stato nascente della lingua e di una civiltà nell’alba di un tempo nuovo. Ora temi sia il balbettio di una creatura morente. Il suo dire frammentato, orfano della memoria, quel miracolo di senso che rende l’unità coesa dell’essere e delle cose tutte. Abiti la “terra del tramonto” (Ernesto Balducci) con la consapevole dignità di chi vive la fine. I colori dell’autunno suonano al diapason di se stessi una nota lancinante. Il furtivo presagio dell’inverno si mostra in un lacerto innevato del silenzio, sull’abisso del nulla. L’albero dai rami secchi nuota nel vento. Solitario. Solipsistico. Eppure sai che la vita nasce, qui, o altrove, la civiltà rivive. Ha nello sguardo l’eco dei millenni e risonanze interiori dei tempi che hai amato. Ancora non conosce la signoria del Tempo. E questa è l’Innocenza che la anima. Lo schianto della parabola novecentesca non ha dato scampo. Il brillio dei sopravvissuti a tutto è un’illusione. Mendace. Tu mendichi l’ascolto in un futuro che non sai, che presagisci e mai vivrai. Il poeta non ha statuti spazio temporali definitivi. E’ una creatura di transito. Forse l’icona, in questo nostro tempo di infinita transizione. La vita è un’infanzia meravigliosa, un presagio dell’adulta Eternità compiuto qui ed ora.

Ieri, ho scritto dopo tempo la prima sequenza di twitt che sento viva di nessi. Non sono spazio temporali. Non vivono del principio di causa ed effetto. Potrebbero persino non scampare al principio  di non contraddizione. In loro ho sentito scorrere rileggendoli tutto il mio piccolo Novecento e l’estasi di tempi mistici che mai vedrò. Qui o altrove. Qui e altrove. Sono stato tra coloro che hanno temuto di andarsene con passo ferito nell’addio. Non ho ceduto mai al risentimento. Non ho coltivato il rimpianto. Ora so con dolorosa consapevolezza che il filo che tiene i tempi è  un accento di Luce. Sono nei pressi dell’Omega.

 

α

Un ermetismo difensivo. Una generosità contratta. Il fallimento dell’umano e la fine della creatività.

L’iperbole retorica dell’ostensione mediatica. La Modernità s’infrange sulle scogliere del nulla privo di fondamenta interiori.

Intanto il tuo tempo ti giace muto dentro. Raccolto nel grembo dell’Infinito e del Silenzio.

Solipsismi a cuore aperto e a mani nude. La fragile apparenza ha sempre sete di acritica appartenenza.

Intanto la Storia narra un’altra bellezza fiorita in terre profonde e lontane dove il profumo ha nuove note. Ancora umane.

La civiltà dei padri sorride garrula. Piena di sé, all’apice dei secoli, siede ilare sull’abisso delle nostre presenti rovine.

Intanto il domani nasce dentro mani innocenti, fra petali feriali, sparsi nella risacca del tempo, con ritmo lento nel passo ferito degli addii.

Ω

 

[...] O voce/ all’inutile canto. [...]

[…] O voce/ all’inutile canto,[…]

In “Exsultet”, Thanatos, Canto XI, Brescia 1990

 

Eccomi. Nella postfazione di “Exsultet”, l’opera scritta in tre anni, Emo Marconi al mio fianco, ed io al diapason di me stesso, quello che l’età insieme donava e chiedeva. Avevo 36 quando venne pubblicata. Era il 1990, un’epoca fa. O forse era già un domani che ancora non c’è.

Due anni dopo, nell’agosto del ’92 salii fino a Tavertet per portarne una copia a Raimondo Panikkar. Camminavamo dietro la sua casa in un pomeriggio d’estate. Aveva appena terminato di leggere la lettera dedicatoria con la quale accompagnavo la copia del libro. Ad un tratto si fermò, smise per un attimo di riflettere ad alta voce, e mi disse: “Un uomo, giunto a 40 anni, ha tutto bruciato. Tutto lasciato alle sue spalle”. Mi sembrò un’affermazione bellissima e terribile. Come del resto è spesso la Bellezza tutta, terribile.

Ne ruminai a lungo interiormente il significato. Lo compresi nella sua pienezza e del tutto quasi due decenni dopo. Quel giorno d’agosto di 21 anni fa, l’incendio di me stesso, del profondo io, mi sembrò essere una Luce che si faceva avanti, gettando chiaro dentro. Spargendo un vento di bene che solo gli iniziati sanno infondere nelle proprie parole. E Raimondo Panikkar certamente era (è stato) un iniziato. Insieme e tra le tante altre cose, seppi che era stata la vanità ad ardere nel fuoco degli anni. Quella stessa vanità che avevo sentita calcinare lentamente nel crogiolo dell’anima durante la scrittura di “Exsultet”. La tempra dei metalli nella fucina interiore è il compito di una vita ed è sale e lievito del canto. Anni dopo avrei scritto: “Arde il monaco nel canto”. Un altro verso, un altro tornante lungo l’ascesa che conduce il poeta al Silenzio. Il suo destino più bello, più terribile e compiuto. Non scriverò qui della pagina bianca. L’ho fatto altrove e vi tornerò, forse. La mia vita è scampata all’afflizione borghese, alla sua pagina bianca, sudario d’angoscia e specchio di vanità. Camminando lungo l’erta salita, per lunghi e duraturi scarti interiori di senso. Tutto bruciando di sé. Fino all’ardore raggiunto nella parola. Fino ad ardere non solo la vita, l’esistenza già tutta bruciata, secondo la sublime intuizione di Raimondo Panikkar. Anche i passi silenti le orme le tracce che l’ambizione e la vanità disseminano e dissimulano nel tratto più duro della resistenza nella vita nella parola e nel canto.

Oltre se stessi. Verso l’altro. Fino all’Altro da sé. L’Altro di sé.

 

Postfazione

È sulla mistica della gratuità che si fonda l’inutile poesia. Nella sfida della sua parola, che erige l’io deserto di passioni e di intenzioni, sconfinatamene donato nella navigazione estrema che sola lo condurrà alla terra dei vivi, si manifesta il Sublime. La poesia che esprime il nostro tempo deve rivelarsi affrancata da qualsiasi progetto funzionale ad una contemporaneità sempre più stanca. Deve essere dunque inutile rispetto ad essa, anche se generosa nel riconoscerne il volto e nel mutuarne il travaglio assunto su di sé nello sforzo, che si spera compiuto, di trasfigurarla in ciò che diverrà. E un canto che si affida ad una forza bianca che sublimi, senza lasciarsene contaminare, l’essenza.

Il poeta è folle perché sfida tutte le ragioni del proprio tempo, anche le più ragionevoli, per affidarsi, più vicino al Dubbio, alla consapevolezza del Mistero che conduce alla soglia sublime. Niente da più sicurezza allo sfiduciato uomo del nostro tempo che la palese concretezza, ritenuta sempre degna di stima anche se in essa alligna l’irragionevole gramigna del sopruso. Quanto più amore serve, invece, per affidarsi alla mano bianca dell’Ignoto, in essa confidando totalmente, senza calcolo. Alla follia dell’egoismo che sorda impone la propria forza, non si può opporre altro che la grazia folle di un amore stanco delle evidenze elevate a misura di un futuro possibile e, incredibile, persino bello. Io non ci voglio credere. E nello stabilire una relazione tra questa irriducibile resistenza in prossimità di ciò che è vicino a svelarsi e ciò che invece si da abito di ragione plausibile, solo dentro le evidenze accettate e accettabili, che sta il compimento del sublime. La necessità di una sintesi attuata fra queste due visioni della vita, che in esse si compie espressa nel segno di una coerenza, genera il seme della parola nuova, poesia, virgulto d’un tempo futuro.

Il poeta pone la propria intelligenza in ascolto del Mistero e cerca di esprimerne, nel compimento del tempo che vive, l’eco. Nessun consenso è consolante quanto la coscienza consapevole di questo destino. La grande frustrazione, la sconfitta, stanno nella necessità di tradurre la poesia in un progetto strumentale a qualcosa di diverso dalla rarefatta essenza dell’uomo che più lo avvicina a Dio, la parola. Compito del poeta è custodirla pura e pronunciarla vera. Nella assoluta inutilità dell’intenzione egli fonda il proprio stato, la propria grazia. Il proprio canto.

Una preghiera che si eleva è sempre una vittoria riportata sull’oscurità del senso. Similmente il canto è un’intuizione che si compie sopra l’acerbo frutto del silenzio che ci consola a tempo, ma non rivela e non dispone ad ascoltare dell’Eterno il vento.

Febbraio 1990

 

 

Exsultet”, Postfazione, Brescia 1990.

 

 

Esilio.

Esilio

La poesia è l’angolo acuto della profondità che si spinge fino alla superficie della presenza al reale, la sintesi estrema della durata e dell’estensione. Dell’eterno e dell’infinito nel tempo e nello spazio. La prosa poetica ne è la distillazione armonica. Un aprirsi del canto nella parola che, come una scaturigine ineluttabile, ne stilla. Nel silenzio della ruminazione interiore, quando (dopo che) la poesia è data.

Per quanto mi riguarda, è stato così. La poesia ha sempre preceduto la prosa, l’ha intuita e calcinata nella fissità relazionale, e dunque aperta, della sua potenziale attesa di un tu. Di un Tu.

Perciò, non mi sorprende il fatto che sempre più spesso, la mia TL, quella cui affido da quasi tre anni la sintesi estrema della poetica in forma di pensiero e della poesia in forma di twitt, chiami, quasi in un’eco di risonanze interiori irrevocabili, la prosa a compiersi qui, sul blog, dove da quattro mesi scrivo.

E’ successo così anche negli ultimi giorni, quando, con due miei diversi twitt, la soglia e l’esilio hanno fatto la propria comparsa. Quasi preludio alla scrittura di testi estesi, in prosa poetica, da pubblicare su extemporalitas. Testi che avrei voluto scrivere entrambi. L’ispirazione è però un angelo che incalza, un compagno di urgenze estreme, al quale non si possono concedere che pochi irresoluti attimi di attesa, senza che egli scompaia, inabissato nella luce di cui è viatico. Per l’uomo, rimangono le buone intenzioni. Del cui accento etico sappiamo (quasi) tutto. Per il poeta le occasioni mancate languono per sempre.

Se dunque la soglia è rimasta impigliata nella rete delle intenzioni di scrittura, e riposa in qualche recondito lembo di memoria e di me, l’esilio no. L’esilio mi ha preso per mano e mi ha tenuto stretto per tutto il tempo dell’attesa, fino a questo inizio di compimento nella scrittura, stamani.

Ieri sera ho frugato i lacerti di memoria. Ho letto e riletto. Ho ascoltato le parole crescere in me e comporsi nell’affresco di luce del silenzio. Sono andato ad attingere le sorgenti.

Il tema dell’esilio abita da più di vent’anni la mia poesia. Direi che, più che un tema, è un credo, un accento destinale. E’ stata (ed è) un’esperienza dura e lunga della mia vita. Un topos della coscienza e soggetto del canto.

Sulla TL è comparso qui e qui. Ha preparato la strada a questa scrittura. La poesia mi si è fatta avanti, per scriverne forse in modo diverso, ancora una volta.

Devo compiere ora una digressione. Ho scritto più volte ed in contesti diversi della mia poesia, del modo di pubblicarla e di diffonderla. Mi sono confrontato a lungo, in passato, su tale evidenza, sulle modalità della scelta. Ne ho accennato anche sul blog, qui.

Dunque, non infliggerò ai rari lettori di extemporalitas, che infinitamente ringrazio per la loro dedizione, l’attenzione e l’ascolto interiore che hanno riservato agli scritti pubblicati, un altro ripetuto lacerto dell’ autobiografia editoriale (?).

Qualcosa però devo scrivere, prima di introdurre alcune poche righe tratte da un libro pubblicato quasi vent’anni orsono.

Non so quali e quanti tra i pochissimi che hanno ricevuto una delle rare copie (quasi mai più di 100) dei miei volumi di poesia pubblicati, abbiano letto i miei testi. Non so quali e quanti altri, oltre i destinatari del dono, abbiano avuto occasione di leggere. Delle sorti della poesia che ho scritto, so poco o nulla più, oltre la consapevolezza del mondo in cui vivo, che è la mia vita stessa. Di relazione vera e profonda. Amante, amicale, sororale, fraterna.

Da tempo, forse da sempre, ho maturato la convinzione, e l’esperienza, che se il mio canto avrà mai un destino altro, oltre quello piuttosto discreto e marginale che ha conosciuto con me vivo, esso sarà oltre la mia vita stessa. Lo scrivo, e lo vivo, con dolorosa consapevolezza. A sessant’anni è più facile. Quando hai venti, trent’anni di meno, è un po’ più impegnativo. Non si tratta di un accento incline ad un romanticismo di maniera, d’avanspettacolo, che strizza l’occhio ad una boheme patinata. L’esperienza, assicuro, è un po’ diversa ed è abbastanza dura. Ha invece, credo, molto a che vedere con l’esilio. Con quella forma ontologica dell’esilio che ho sperimentato da poeta.

Nel 2005, con le stesse modalità di sempre, ho pubblicato il mio ultimo libro di poesia (e di prosa poetica), Canti primordiali.

Mentirei se dicessi che non sono stato tentato di pubblicare altro, dopo di allora. Sono giunto sempre ed in occasioni diverse fino alla stesura definitiva. Pronta. Ho indugiato. Ho riflettuto. Ho riposto. Ho ripreso. Ho immaginato ed ipotizzato un’edizione digitale. Ho ripensato alla vecchia linotype, con stampa in piana. Ho dimenticato i lavori pronti, più di uno, negli angoli più nascosti dello studio. Non so se per reticenza. Una sorta di estremo pudore mi prende davanti a tutti i miei scritti di un tempo, gli inediti, intendo.

I quaderni ed i taccuini sono i fratelli maggiori della mia TL e del blog. Non so in che rapporto stiano oggi fra loro. Non voglio saperlo. Quando inizio una ricerca, uno studio, una riflessione, cerco il campo lungo della durata, per una sintesi che abbia qualche dignità. Forse sono troppo vecchio ormai e qui, sul punto, sento che qualcosa della tenace volontà di un tempo, manca. Ma non sono state le sconfitte e le amarezze della vita ad intiepidire la passione per la sintesi della ricerca in azione, pur sovrabbondanti negli ultimi 15 anni. Forse, per la prima volta sento che tocca ad altri.

Dunque non so in che relazione stiano le mie scritture e le letture di chi mi fa il grande dono della sua attenzione. So che non pubblicherò mai in rete tutti i testi che ho scelto di stampare un tempo in linotype. Non sarò certamente io a farlo.

Però, di quando in quando, capisco che lacerti di un cammino di scrittura lungo ormai quarant’anni, sono convocati anche qui. Per una questione di senso. Di senso delle cose nel tempo. Di relazione. Tra io, opera e mondo. Perché se sono qui, se sono venuto anche qui, dapprima timidamente e poi in modo persino troppo invasivo per la mia indole, una relazione tra l’opera ed il mondo, fra testo e lettura, fra scrittura ed ascolto, fra silenzio creativo e l’attivo silenzio di chi crea risonanze interiori nel testo, c’è, ci deve essere anche qui.

E’ su quella traccia di senso e per quell’indizio di senso che ogni tanto, più spesso di quanto poi non si manifesti qui, riprendo in mano testi che ho già pubblicato.

E’ per rispetto dell’intensità dello sguardo interiore di chi legge, che, talvolta, tento di minimamente ricomporre, anche qui, l’unità del cammino poetico compiuto.

 

«La Parola Estrema

Dante Alighieri in esilio, lontano dalla propria terra, in nome e per conto della sete di giustizia, vive nel conforto della Visione. Giacomo Leopardi, in esilio nella terra del proprio io, la finitudine della creatura umana significata nel corpo, trova dolce consolazione nella memoria, o nella nostalgia, o nella speranza d’Infinito.

Paul Celan in esilio nella terra della propria impotenza di significare la comunione, o la testimonianza, delle parole nel canto, trova risposta procurandosi, senza attenderla, la Risposta, la Morte.

Sono veri esilii o non piuttosto cammini di ricerca compiuti dall’essere alla ricerca dell’Essere di cui l’umana creatura trova in sé indizio? Ricerca dentro e fuori di sé, dentro di Sé verso la Vita, dentro la vita verso la Vita? Cammini compiuti dentro la parola estrema, realizzati o attesi nella poesia? Io credo che si tratti di cammini Realizzati di parole venute, o dettate, nella Luce attraverso la vita dei poeti. E allora perché esiliati, e verso Dove? La poesia rende estreme le parole che impiega nel suo scriversi proprio perché, pur essendo esse le stesse del linguaggio feriale, rispondono nella vita del poeta e nella vita del tempo che egli vive alle sollecitazioni estreme della Nostalgia ed alla necessità della Speranza. E la testimonianza che essi, i poeti, ne danno nella vita e nella poesia è sempre tanto drammatica da suscitare l’ineluttabile esilio, fisico, metafisico, radicale perché tutto il cammino si svolge in presenza dell’estrema Assenza, dove solamente attinge il sublime del canto. L’esilio si compie sempre per il poeta rispetto al topos antropologico del proprio tempo (oggi diciamo all’immaginario collettivo o, più banalmente, ai luoghi comuni) perché in esso alligna la stabilizzazione dogmatica della vita (teologica: Alighieri), si radica la consuetudine accettata del proprio limite eletto nella forma (borghese: Leopardi), si fissa e s’inabissa nel mare grande del nichilismo, silenzio delle cose e fungibilità del silenzio pieno di cose, in cui la parola, tradita, dal volto muto del vuoto, muore (esistenziale: Celan).

Oggi, il tenero virgulto di un nuovo, poetico esilio convoca il poeta a contemplare con l’occhio straniero della coscienza del deserto che, da una insistita distanza dal tempo delle cose e dei muti volti, vede e di nuovo nomina: la Relazione, la conciliazione, prossima la comunione. Un occhio puro, un tenero e minacciato virgulto di canto: detto, sussurrato, gioito, come si potrebbe gioire su macerie fumanti, su rovine, davanti all’alba estrema d’un tempo che muore e prossimi ormai alla Linea del tempo che nasce. Gioire mentre commossi di nuovo si osa cantare: sperare.»

Giordano Mariani, “La parola estrema”, in «Deserti incanti», Brescia, 1994.

Quando pubblicai Deserti incanti, 19 anni fa, avevo 41 anni. La stagione più bella della vita (della mia, almeno). Il capitolo successivo a quello da cui ho tratto l’ampia citazione, è intitolato «L’esilio dei testimoni». Due anni dopo, nel 1996, avrei pubblicato «Vigilie in esilio». Un atto di speranza, fin dal titolo. La convinzione radicata e coltivata che quel lungo tratto di cammino percorso in solitudine ed ai margini, fosse vigilia di un ritorno a casa. Ora so ancor meglio ciò già che scrissi. Con ancor più esperta e dolente certezza: il solo nostos infinitamente compiuto, come è nelle attese di ogni poeta, è quello che conduce alla casa del Padre. La Terra è l’esilio dei poeti, di ogni tempo ed in ogni luogo. La salita non è e non è stata mai un inno alla gioia. Ma è l’unico sentiero che non allontana dal canto. Mai, se gli sei fedele.

Quello citato è un testo memoria dell’esilio. Esperienza. Poesia e vita. Vita e poesia. Il twitt che ho dedicato all’esilio nei giorni scorsi, recava forse in sè un accento nuovo rispetto alla declinazione di sempre. L’esilio e la frontiera. La soglia? Qui, dove memoria e speranza, passato e futuro, di nuovo si incontrano, o forse solo si sfiorano, nella forma lieve di un’emergenza nel twitt, inizia, avrebbe dovuto iniziare, la mia scrittura (una mia nuova?) sull’Esilio. Preceduta da un testo dedicato alla Soglia (la Frontiera? Il Limen? Il Confine?).

Sono ricorrenze forti, anche nella mia TL, in questi giorni. Una spia interiore? Forse tornerò con un altro testo sull’Esilio e sulla Soglia. Per confrontare lo statuto ontologico di un irrevocabile esilio con la sua declinazione storica, in un presente che è anche mio. Per capire se, sulla Soglia, l’esperienza stacca l’io dall’ego nel volo o se l’uomo è inciampato nel limite della Frontiera. Se libero o prigioniero. Anche di sé. Soprattutto di se stesso.

Ringrazio i lettori del blog ed alcuni tra coloro che seguono il profilo Twitter. Essi sanno di esistere ed anch’io credo di capire chi essi siano. Chi tra loro tiene il filo nemmeno tanto nascosto di un dialogo nel canto che è per me promessa di domani e per tutti speranza di uscita dall’Esilio. Nella vita e nella parola. Risorte a se stesse.

 

 

 

 

Poesia in forma di tweet.

Stamani, come talvolta mi accade, ho sentito salire in me, con la compostezza di un unicum, alcuni frammenti di una visione più complessa abitata dalla poesia. Una declinazione della poetica (di una, la mia?). L’estrema, l’ennesima, la solita infinite volte ripetuta a me stesso, in me stesso? Non lo so. Quando si è compiuto un lungo cammino e/o ci si sente prossimi alla fine, sembra talvolta che l’orizzonte di senso scompaia. Che si cancellino insieme il passato, la memoria, ed il futuro, la speranza. In tale terra di nessuno, le tracce di una Luce che pure avevamo attinta, paiono lacerti o lampi. Scomposti, sconnessi, disgiunti? Così lontani, sembrano, dall’unità di senso interiore che li sostenne un tempo e che amorevolmente li condusse nella luce del giorno, come una madre fa dopo una lunga gestazione. Il poeta, con la parola. Oggi ho riletto la sequenza dei twitt. E forse grazie a Roberte Romère (@RoberteRomer), che mi ha fatto l’immeritato dono di accoglierli tutti tra i suoi favoriti, mi sono reso conto che avevano un’unità, forse postulavano e chiedevano lo svolgimento. In forma di scritto, di saggio, di prosa poetica, di post. Per ora, il ripropongo qui, come sono nati, in forma di tweet…(con un solo, lieve editing, non di sostanza).

1. La parola che abbraccia il senza tempo. Lo cinge e l’apre all’infinito eterno.

2. Non la parola che squadra il giorno. Che chiude l’orizzonte al destino ed al ritorno.

3. L’originalità, un’epifania di solitudine. #Arte #Religione #Scienza

4. L’origine: forse un destino comune, forse una sorgente condivisa. Qualcuno, Qualcosa?

5. Poi, la temperie della singolarità: quale indicibile Bellezza, nell’unicità! Quale sublime armonia nella sinfonia delle diverse note!

6. La singolarità. L’originalità. L’unicità. Gli accenti acuti del divino che si accendono in noi, Luce d’abisso nella parola viva.

7. La parola poetica porta nel grembo dell’origine il suo destino.

8. Il mio tempo si è compiuto. Non so quale altro vivrà nel canto. L’ontologia del sé poetico è un destino ignoto.

9. L’intenzione della scrittura esprime la qualità etica dell’opera. La vita del poeta ne statuisce il climax interiore.

10. L’ontologia del sé destinale non muta se a variare sono unicamente la forma e/o i mezzi in cui si esprime nell’opera.