Parole nomadi/1. [L’urlo e il sussurro].

Parole nomadi/1. [L’urlo e il sussurro].

Il 24 Marzo, nel pomeriggio, sono salito sulla metropolitana di Brescia, in compagnia di Candida, degli attori del C.U.TLa Stanza”, Centro universitario teatrale, e di Pepa, la fisarmonicista che, generosa ed instancabile, ha accompagnato le letture poetiche.

Sono stato con loro, insieme ad Elena ed Evelina, durante un’ora e mezza, in attento ascolto. Condividendo[tentando di condividere...] la performance itinerante alla quale hanno dato vita, dentro luoghi feriali a me familiari. La parola poetica, sparsa con sapido acume di scena, con umanità partecipe e consapevole del contesto.

Ho ricordato qui la genesi per me felice di un evento. Cercherò ora di evocarne il ricordo, il mio grazie a chi mi ha invitato e a coloro che hanno portato il canto dei poeti nel vivo di una quotidianità talvolta impervia.

Il mio statuto interiore di esordiente perpetuo [o di “poeta adulto che traccia le aste con l’arte e con la vita”, come scrissi nel 1999 in occasione dell’esordio in scena in nome e per conto della mia poesia, a 46 anni] non offre appigli critici significativi. Non avevo mai vissuto prima un’esperienza poetica così, in fieri. Non ho confidenza alcuna con i talenti performativi dell’arte, in qualunque format declinati. Non avrò che le mie nude parole di poeta e la mia elementare vita singolare, dunque, priva di accrediti critici esperti, per testimoniare del canto, del suo porsi in essere ed in movimento lungo una traccia affollata della modernità. E a quelle unicamente mi affiderò, per raccogliere il filo teso di una poetica disseminata lungo un’esperienza che è stata, almeno per me, a tratti commovente e fortemente condivisa.

Le mille fitte che dritte sento al cuore,/

sì, sei Tu, mio Signore, che bussi agli occhi/

rovesciati intorno, per imbarazzo/

o per disprezzo , mentre io fisso/

la chiara ombra di Te stesso e senza/

orgoglio, in qualche modo fiero, spero./[...]”.

Lei ha fatto il vuoto del silenzio teso nell’ascolto intorno. Ha generato, con il linguaggio dell’arte, lo spazio dell’attenzione, accordando la nota interiore del canto alla verticalità. Ha suscitato il tempo della durata, il solo in cui si può svelare la profondità del senso. Nei pressi, sulla piattaforma, sciama il movimento dei corpi, il brusio ininterrotto delle parole che non si spegne mai del tutto compiutamente. Lei ha generato la sospensione spazio temporale in cui la parola poetica alberga con dignità. Chi vuole, può, se lo vuole, lasciarne scendere le risonanze in sé, attenderne gli esiti, lasciarsi abitare dalla parola, portando con sé un lacerto di senso o l’eco di una minuscola rivelazione. Entrare in dialogo ed in relazione con un mondo altro, eppure né straniero al luogo né estraneo alla contemporaneità dolente dell’umano, che prende forma, suscitato dalla voce che intona il canto.

Ho impiegato più di qualche istante per ricompormi, disunito dall’improvviso straniamento, che i versi appena ascoltati mi hanno fatto riverberare intensamente dentro. Li ho dapprima subito riconosciuti, emergendo dall’inatteso. Poi, sono stato provvidenzialmente vuoto di me stesso e ho sentito vivere le parole di una vita altra. Come se io stesso fossi convocato di nuovo dal canto a vibrare della dolorosa eco che, tanti anni prima, aveva ispirato in me quelle parole. Le parole del poeta, come i figli nel canto di Gibran, non sono del poeta. [Le vostre parole, non sono parole vostre... sono le parole della forza stessa della Vita, è la mia libera parafrasi]. E, come un padre, ho amato questo loro andare via, questo loro tornare nel mondo, nella voce, nel corpo, nella vita di un’altra persona, e ho contemplato la scena, il vederle vivere, di un’esistenza altra dalla mia, fatta presenza vera dalla voce, nella vita intorno… Ho tentato di intuire il riverbero di altri ascolti, presenti nei pressi della voce che stava incarnando spiritualmente ora le parole nate allora. Di immaginare come si componesse di nuovo il senso esistenziale, in quella minuscola traccia. La vivezza o l’eco residuale di un’esperienza…

Ho chiuso gli occhi, commosso, e l’ardore del ricordo mi ha acceso dentro, come nel giorno in cui quelle stesse parole, appena ascoltate di nuovo, mi erano nate dentro, dettate dall’impeto misterioso della Vita nella gestazione di lunghi silenzi e di un dolore intenso e duraturo. Era una mattina di febbraio del 1999. Come ogni giorno, e per alcuni anni, ero sceso in stazione Centrale, a Milano. Quando raggiungevo via San Giovanni sul Muro, avevo già almeno due ore di viaggio alle spalle. Un pullman, il treno, la metropolitana. Non di rado, riuscivo però a ritagliarmi un esiguo scampolo di contemplazione, nell’intatto silenzio di una piccola chiesa, della quale non ricordo il nome, all’angolo con via Meravigli. Lì, appena entrato, sulla sinistra, mi attendeva una minuscola oasi spirituale. La prima cappella ospitava un bellissimo crocefisso ligneo. Ai suoi piedi, una modesta sedia in legno invitava alla sosta ed alla preghiera. Io stavo lì, quanto potevo e più che potevo. In quell’enclave di raccoglimento a pochi passi dal cuore pulsante della città. Il luogo non era particolarmente luminoso: ricordo però che nelle giornate di sole un riverbero di luce scaldava ed illuminava il Crocifisso, ed il mio cuore insieme. Stavo spesso in piedi. Pregavo, sussurravo e parlavo, non di rado piangevo. Quello era il mio quinto anno di disoccupazione. Non è mai stato facile esserlo, ma, in quel decennio, quando ancora la promessa consumista [l’illusione?]di un’opulenza diffusa era l’orizzonte illimite e insieme la meta attesa della gran parte delle persone, esserlo era anche uno stigma ancor più difficile da sostenere. Ho un ricordo bello e terribile di quei mesi, di quegli anni. Che mi hanno segnato dentro irrimediabilmente, lasciandomi la traccia di una Luce inestinguibile che tutto rischiara. Anche le più cupe tra le zone d’ombra. Essere fratelli e figli del Crocefisso, non mi è sembrata mai una evidenza così prossima al mio essere umano, come mi accadeva allora. Restavo là, nel tempo sospeso della gioia latente che mi abitava, come una nota del canto eterno e della verità infinita di cui l’uomo ha sempre sete. Poi uscivo, incontro agli impegni che mi avevano, durante quegli anni, atteso: ne ho accennato qui e qui.

Un’epoca non tramonta quando gli effetti sono visibili ad un occhio umano altrimenti distratto. La storia accade assai prima nel grembo delle cause, le ineffabili. Le faglie profonde che annunciano il sisma, la rottura della continuità che rassicura nel presente, rilasciano spesso segnali. Segni dal margine, pensieri a latere rispetto ai luoghi comuni che dominano l’immaginario collettivo e potente. Molto di ciò che è accaduto nell’ultimo ventennio, era già bene a dimora. Una crisi profonda aveva già frammentato l’unità interiore dell’uomo contemporaneo. Il cinismo belluino dei dominus dissimulava con successo l’evidenza del naufragio spirituale, dando un diverso ed alienato nome alle cose. Nessuno mai, se non il poetico ed inascoltato idiota, avrebbe dato voce, in quegli anni, all’evidenza di una deriva valoriale ormai da tempo in atto.

Tra le stelle rare che ho avuto per guida durante la notte dell’interminabile transito epocale in cui ho vissuto, ha brillato anche questa: “Le idee valgono per quello che costano, non per quello che rendono ”. Sono parole di un sacerdote bresciano, padre Giulio Bevilacqua, pensate durante gli anni del fascismo. La coerenza è una virtù resistenziale sempre rara, in ogni tempo, e impervio l’esercizio dei testimoni, quando la rinuncia è il solo viatico. L’orizzonte valoriale in tempi di profondo mutamento ha un assetto ontologicamente variabile, che rende inquieto per vocazione e per necessità l’animo dei contemporanei. Ciò che già era attestato scompare e lo stato nascente è sempre un non ancora dal profilo precario. L’etica situazionista degli opportunisti ha campito quasi interamente l’antropologia dei miei tempi di transito. Le verità rassicuranti sono state quelle vincenti nel qui ed ora della storia. Sono state spesso gemelle omozigoti degli interessi, istantanei e sempre di parte, di una sola parte, la propria. Appartenenza ed apparenza hanno ispirato l’ontologia esistenziale delle maggioranze variabili, prone al mercato dei luoghi comuni. Da blandire, da inseguire, da promuovere. Lo scarto ideale conosce la solitudine e non la teme. Gli interessi hanno soffocato sul nascere le profezie testimoniate da soggetti confinati a margine. Coloro che hanno invece cercato l’orizzonte della durata. Stare stretti in quella morsa tenendo il punto interiore a scapito della propria fama, e non di rado della fame stessa, non ha avuto alcun appeal mediatico, nell’epoca della rappresentazione perpetua e di massa, in cui ciò che non appare non è. Gli ideali sono divenuti icone vintage da ostentare se profittevoli. L’arcaismo del bel tempo andato, opportunamente confezionato a sostegno del nuovo che avanza. Chi ha avuto la presunzione di tentare di vivere nel segno di una profonda continuità valoriale, l’identità ideale non vive d’altro, ha pagato duramente la sete di una verità fondata interiormente, che attinge l’orizzonte senza tempo.

Anche quella mattina, come ogni mattina, avevo incontrato almeno un cantore della propria disperata solitudine, nella metropoli distratta, in corsa e forse già in fuga dall’evidenza e da se stessa. Quella mattina però non avevo davvero potuto lasciar cadere la moneta povera del mio obolo di sempre e nemmeno quella dell’ascolto, dell’accoglienza interiore. Teso come ero io stesso sotto il peso di un indicibile e non condivisibile fatica. Di un dolore trattenuto. Così avevo lasciato che il Signore mi dettasse dentro le parole del mio pianto vivo. E, proprio in metropolitana, il 2 febbraio di quell’anno, le avevo trascritte. “ELEMOSINA METROPOLITANA (AMORE IN METRÒ…)”, è nata così, quel giorno.

Sabato 24 marzo Monica Minoni ha fatto dono della sua preziosa lettura in un’altra metro. Ripresomi dal gioioso stupore, l’ho ascoltata e, con tutta la residua intensità di cui sono ancora capace di presenza al reale,mi sono guardato intorno. Per tentare di capire come e se lo sguardo dolente e consapevole sul mondo potesse trovare accoglienza, vent’anni dopo, in un’altra città, su di un’altra metropolitana.

Nel mezzanino di Bresciadue [stazione annunciata come tutte con tempestiva voce registrata durante il viaggio: la realtà è sempre l’implacabile unità di relazione del poeta. Alzare lo sguardo all'asimmetria distonica del Cielo per tentare di abitarli insieme, realtà e cielo, è vocazione del poeta...] loro ci hanno regalato uno scampolo di Bukowski, [riproposto più tardi qui in metro], prima di ritrovarci tutti insieme in una rara pausa.

Per lunghi tratti ho ascoltato le loro voci farsi largo con smagata sapienza d’artista, senza mai declinarsi nel tono impositivo e declamante di chi reclama attenzione. Li ho ammirati nell’evoluzione lieve che li animava, mentre i pur eleganti e silenziosi convogli della metro ne minavano il tratto delicato e l’interpretazione accurata. In piedi, ben dissimulando l’attenzione al traffico umano che li insidiava sulle piattaforme sempre pronte ad accogliere i nuovi e a lasciar defluire i vecchi passeggeri a bordo.

Credo sia stato più o meno in questi istanti che lei, Caterina Reoletti, ha iniziato “CYBERLOVE”, l’altra mia poesia, tratta da “Luce d’Abissi”, che ho avuto la gioia di ascoltare in metro. “Mi piace”. E’cominciata così, con le prime parole del primo verso, con il giusto accento ironico, che prende ed insieme sottolinea la distanza dal vero apparente.

“Mi piace. Lo dissi al computer. Non pone

domande e davanti al dolore che incombe

non piange. Un vero signore. Affronta

il destino sicuro. Sta muto. Non ama

il passato, non presenta questione

al silenzio, ma tace. Mi piace. […]”.

L’ho seguita, attento, fino all’acuto con cui ha scandito, con verve decisiva del senso e del significato del canto, il vocativo auto referenziale e insieme straniante dei due protagonisti [chi?] di quello strano amore, o di quella nuova forma strana d’amore, in similpelle, si sarebbe forse detto, quando i corpi erano ancora sede consapevole di qualche spirito: “due nobili idioti,[…]”.

“ […] Nell’oceano

sperduta con te, mio oscuro mentore,

soli a navigare, nell’etere stretti,

lontani ed ignoti, due nobili idioti,

principe delle mie rotte, ogni notte,

mio cyberamore, senza nulla rischiare,

mio alienatore”.

Mentre lei sta dando nuova vita alla parola del canto, qualcosa sta accadendo vicino a lei. Qualcosa che ha suscitato poco prima in me un interesse latente. Una ragazza, seduta accanto ad un’altra in ascolto dall’auricolare, sta protesa per non perdere una parola, sorride a tratti, o così a me sembra, manifestando apertamente una curiosità partecipe. Quando l’attrice ha concluso la poesia, la ragazza si è alzata. Dopo uno scambio di frasi delle quali mi è sembrato di intuire il senso, ha fotografato la pagina letta, un gesto abbastanza familiare per chi conosce la comunicazione estemporanea ed in vivo diffusa sui social network. A quel punto ho ascoltato le parole rivolte anche a me : “Posso presentare l’autore…”. Mi sono proteso verso la ragazza, ci siamo stretti la mano e non ho potuto non pensare, animato da una indicibile ed irriducibile speranza, che le parole del canto fossero passate in lei secondo la poetica celaniana che sempre ho amato: “Solo mani vere scrivono poesie vere. Io non vedo alcuna differenza di principio tra una poesia e una stretta di mano [...]”.

E’ scesa poco dopo: sorrideva e salutava con gesti ampi e ben visibili delle mani. Ho creduto si fosse generato per lei un minuscolo istante di felicità, una sospensione del tempo nell’ascolto del canto. Ho sperato fosse stato così…

Ho viaggiato per lunghi tratti nei pressi di Tiziano Terraroli. Non perché sia un cultore del dialetto bresciano, la cui conoscenza è per me ben al di sotto del profilo canossiano maccheronico. E’ stata un’esperienza vivace e sapida. Il suo dialogo con i passeggeri, fitto di coinvolgimenti animati dalle parole ed ancor più sostenuti da sguardi, ha aperto generosi varchi di ascolto tra i passeggeri. Ho visto qualche volto canuto perdersi dietro chi sa quale memoria sognante, familiare nell’idioma di casa e nella consuetudine del corteggiamento giovanile, quando la traccia remota si è riaccesa nel canto arguto e complice dei poeti dialettali. Ho visto volti giovani forse sospesi tra curiosità e condivisione. Io stesso ho avuto un piccolo sobbalzo, quando la morettina [lo scrivo così, in italiano, per scampare il monito dei puristi, che conoscono gli accenti corretti], soggetto di un corteggiamento piuttosto insistente, viene geolocalizzata dal poeta nei pressi di un classico della brescianità, la Pallata. Lo spasimante, o l’aspirante tale, protagonista e vittima in un corteggiamento arcaico e d’altri tempi, in bicicletta! La bicicletta e la Torre simbolo della città medievale, convocate insieme, e non importa in quale lingua, non possono non scuotere l’immaginario di un ultrasessantenne, qualunque fosse stata la sua personale vicenda urbana.

Lei e lui danno vita, ad un tratto, ad una esperienza di inclusione, che mette in scena l’alto potenziale maieutico della poesia, quando ad animarla sono sentimenti aperti all’incontro. A metà strada tra due coppie recitanti, sto seguendo gli altri, quando la mia attenzione è attratta dal vociare assai poco poetico che si alza dagli ultimi sedili di una carrozza. Lei e lui sono alle battute conclusive di un duetto poetico mi par di capire amoroso. Il chiassoso gruppo dei troll metropolitani, vittima di un immaginario collettivo abitato da luoghi comuni che si pensano originali, lancia le proprie rumoreggianti sfide. Gli attori, incuranti delle provocazioni, rispondono con l’elezione dell’arte, sfiorandosi infine lievemente le labbra, in un atto di perfetta coerenza del corpo con il dettato testuale. Il maleficio infantile e falsamente trasgressivo della sfida, ha trovato nell’improvviso creativo il gesto salvifico dell’incantesimo. La poesia è un sussurro dall’eco inestinguibile, nell’antro in cui si leva l’urlo impotente della modernità. La mitezza erode con persuasione interiore la retorica dell’urto. Non ha bisogno di escludere con la forza. Di condannare con il divieto. Di espellere con la normalizzazione della legge imposta: “L’amor che move il sole e l’altre stelle [...]” ha fiato per includere i turbamenti minoritari, per spegnere i fuochi effimeri dell’esibizionismo di maniera.

Lo so, non c’è lei nella mia memoria itinerante al seguito della parola poetica in metro. Solo cercando il filo dei ricordi sparsi, ho colto l’ormai incolmabile lacuna nell’ascolto.

Il diapason della comunione è, ed è stato, in ogni tempo e luogo, un vertice sublime atteso. La sua sempre latente incompiutezza, l’orizzonte destinale dei poeti. Lo è anche, se non soprattutto, nella modernità. Animata sin dall’origine dall’iperbole della velocità. Insidiata dall’infinità di mezzi e messaggi sempre in agguato alle soglie di ogni più composto silenzio. Frastornata, talvolta, dall’iperbole cool dell’epopea digitale in corso.

La parola dei poeti sgorga, sempre indifesa e quasi sempre inattesa, dal cuore pulsante dell’umanità. E sale a bordo della vita, straniante e non di rado straniera alla ferialità dirompente, da una stazione all’altra dell’umana e divina avventura. Amor, ch’a nullo amato amar perdona […]”.

 

Parole nomadi. [Elemosina metropolitana].

 

Parole nomadi. [Elemosina metropolitana].

Parole nomadi. [Elemosina metropolitana].

Sabato, il 24 Marzo, sono tornato a casa. Nella città in cui nacqui, decenni orsono. Credo che l’uomo vocato alla poesia sia a casa in ogni luogo e che il poeta viva in esilio ovunque e sempre. Dunque, non avrei dovuto registrare che una lieve increspatura con il sismografo dell’anima.

Invece, quella fessura di luce aperta in un incontro dall’apparenza fortuita, si è lentamente divaricata, fino a farsi torcia ardente, la stessa che riverbera il monaco, quando si accende nella parola della propria libera salmodia. Il canto del poeta. Un minuscolo accento di Luce acceso nel foro interiore, che traccia la speranza dell’attesa e dell’incontro, della condivisione, su, fino al diapason celestiale della comunione, quando accade.

La condivisione della poesia è, secondo la mia poetica, il gesto celaniano per eccellenza: la stretta di mano, antifona laica alla sacralità della comunione tra gli umani.

Sono tornato con un lacerto poetico della mia minuscola creatura, la poesia. Sono tornato nel modo che prediligo, in un luogo [su di un mezzo che attraversa il luogo…] che l’epica feriale, in me non mai disgiunta per scelta dal canto, mi ha reso familiare. Sono tornato condotto per mano da una sensibilità condivisa fin dall’origine. I nostri primi passi, così diversi nella forma scelta e così divaricati destinalmente lungo l’intera vita, mossero in parte su di un sentiero condiviso, sotto l’ala magistrale di Emo Marconi.

Sono tornato fedele ad uno statuto interiore che è stato metafora di una condizione umana e poetica, la mendicanza , di senso e d’ascolto.

Tutto si compone da sè, quando le tracce giungono a destino nella mente del Signore infinito, di tutti e di ciascuno.

Accanto e dentro ognuna delle parole e delle frasi che ho scritto qui, si annida un legame reso esplicito dall’ipertesto, che scioglie l’enigma ermetico della narrazione in una danza di rimandi e di letture che compongono lo spartito su cui muove l’evento. Per dare un volto più definito alla sinopia che ne ha annunciato l’affresco. Per mostrare lo sfondo della scena, così inconsultamente provvida, priva di segni e di segnali, di consuetudini e di frequentazioni. Disarmata a tutto, come deve essere la messa laica del poeta, quando intona il karma delle propria vocazione, ricevuta in dono e restituita nella vita. Gratuita. Libera. Aperta. Nomade. Fedele ad una sorgente interiore ineffabile, il cui solo confine lecito è il Mistero che la abita e che la pone dentro il solco vivo dei tempi.

Era un giorno di gennaio. Elena ed io camminavamo in città, nei pressi di una delle stazioni centrali della metropolitana. Lei era seduta dentro un locale, imbacuccata e resa quasi irriconoscibile negli abiti invernali. Eppure un tratto del suo volto me l’aveva resa familiare: avevo indugiato, tornando sui miei passi. Una, due, forse tre volte. Elena mi aveva raggiunto. Allora lei si era alzata: ci eravamo riconosciuti. Eravamo entrati nel locale anche noi ed avevamo iniziato una di quelle conversazioni un poco precarie e molto fervide che non ti inducono a sedere e nemmeno ti lasciano la briosa fretta dei rapidi congedi. Come accade quando non ci si frequenta da anni, ma la memoria attinge esperienze intense e condivise, se pure remote, le cui risonanze interiori rimangono vive, pronte a sgorgare nella forra carsica degli incontri casuali e sporadici.

Non ho mai voluto nominare con precisione di senso il caso, definirlo univocamente tale, perché il suo nome altro e più accurato è ed è sempre stato per me estraneo ad una estemporaneità priva di qualche fondamento esoterico. L’Invisibile che ci abita e che campisce l’orizzonte delle nostre vite, ha attitudini nascoste per convocarci al compimento dei nostri cammini.

Fino a quando Candida non aveva sorriso verso qualcuno che stava giungendo alle nostre spalle. Era la persona che lei stava attendendo. Con nostra reciproca sorpresa,tutti ci conoscevamo, ciascuno a proprio modo ed in circostanze diverse. L’avevo incontrata una prima volta anni prima. Suonava, seduta su di uno sgabello, lungo la via che percorrevo spesso al mattino per entrare in città. Avevo iniziato allora un dialogo sobrio con lei, che nel tempo si era esteso ad Elena. Sostavamo insieme ad ascoltarla, talvolta a lungo: amavo le sue note nomadi, come sempre mi accade, con chi risponde al dono del talento con l’estremo esercizio della restituzione libera e gratuita, non di rado al margine dei tempi, scampando così lo spreco di chi lo custodisce seppellendolo. Un giorno, tempo dopo, avevo scritto brevemente di lei, senza che lei stessa, assente per un lungo periodo, ne avesse mai saputo nulla.

Quel pomeriggio d’inverno, Candida ci aveva rivelato il nome della fisarmonicista sconosciuta: la protagonista del mio modesto cammeo in prosa si chiamava Pepa. Le legava una certa consuetudine artistica. Non potevo immaginare né sapere che Pepa sarebbe stata tra i protagonisti del mio ritorno poetico in città.

L’altro siamo noi, scrissi una prima volta venticinque anni fa per una collega impegnata in una iniziativa di accoglienza, che mi aveva chiesto qualche pensiero dedicato al tema. La singolarità dell’essere straniero è un’esperienza che ognuno può fare ogni giorno, a partire dal confronto con l’io più profondo di sè, nel dialogo assiduo con il Mistero che lo abita. Sono stato contento di sapere che la mia poesia esule in patria sarebbe tornata a casa in compagnia di una straniera ormai a dimora nella Brescia in cui sono nato.

Qualche tempo dopo, Candida mi aveva inviato un inatteso e breve messaggio. Mi informava dell’iniziativa chiedendomi se avessi avuto piacere di partecipare con una mia poesia da leggere nel contesto.

Le avevo risposto una prima volta, felice dell’invito, inviandole alcune poesie, introdotte dalla breve nota seguente.

«Come.1. I testi che propongo per una tua ulteriore scelta sono in totale otto. Nessuno è inedito: sono tutti tratti da una stessa opera, “Luce d’Abissi”, raccolta di poesie del 1999, accompagnata da un saggio critico che scrissi io stesso, in un secondo volume, pubblicato contemporaneamente con il titolo “Pensiero Nomade”.

Alcune poesie, quelle che fanno parte degli “Euforismi”, furono lette da “Scena Sintetica”, la sera dell’esordio in pubblico in nome e per conto della mia poesia,in San Desiderio, il 21 Marzo 1999 alle ore 21.00, all’età di 46. Fu la prima e credo terz’ultima volta.

Nel programma di sala che scrissi e preparai per la serata, raccontai la genesi del lavoro ed il suo significato. Ne trascrivo qui alcune righe.

Ho scritto questi trentatré brevi componimenti, secondo una misura, un ritmo, una cifra poetica per me insolita, in quarantacinque giorni, nel periodo compreso fra il 15 Gennaio scorso ed il 1° marzo. Non avevo alcuna intenzione progettuale, alcuna idea di opera complessiva. [..] Ho deciso di dare un titolo a questa breve raccolta. Euforismi. Una parola che svela un’assonanza e compendia una sintesi di contenuto fra Aforismi, Epigrammi, Eufemismi. E’ un segno euforico del naufragio riconosciuto e della albificazione che la consapevolezza postula. Un inizio, un nuovo inizio… Testimoniato nell’esperienza, la cui gioia suscita una distanza critica, figlia, naturalmente, dell’etica.”

Gli Euforismi costituiscono insieme a Minima umana, Aprile ed Aurore le parti di “Luce d’Abissi”, dalle quali ho tratto i testi che ti invio.

Perché.2. Negli anni successivi ho scritto e pubblicato altro. L’ultima opera in tre volumi è del 2017. Ho scelto “Luce d’Abissi” perché è uno dei miei testi più drammaticamente contemporanei all’epoca che ho vissuto, nel transito apicale già bene a dimora in quegli anni, per me dolorosamente provati e così intensamente vissuti per scelta consapevole nel cuore più cinico del tramonto.[...]

Infine, una minuscola nota di merito. Ho inserito anche Elemosina metropolitana [Amore in metrò]. [...] Il testo è stato scritto in metropolitana, a Milano… Scrivevo spesso all’impiedi, sostenuto da un’urgenza interiore incontenibile ed appassionata. Quando non sapevo dove appoggiarmi o non riuscivo a recuperare la carta, tentavo di imparare a memoria i versi che mi nascevano dentro. I luoghi ed i tempi dichiarati raccontano con precisione e puntualità tale condizione creativa. In particolare, le persone di cui scrissi in questo canto erano essi stessi musici: ne ho incontrati tanti in quegli anni nomadi! Ne accennai altrove, un giorno, ricordando come spesso salissero sui mezzi pubblici accompagnati e preceduti dalla litania dolorosa della mendicità, con il bicchiere di plastica per la colletta successiva in mano: “sono una dona povero…”.

La singolare coincidenza del nostro incontro in Piazza Vittoria, mi ha invitato a cogliere il segno di una presenza in qualche modo destinale/provvidenziale. Il nome del Caso è assai più preciso e giusto di quanto la creatura umana sia disposta spesso a pensare o a credere.[...]».

Qualche giorno dopo, Candida mi aveva chiesto di scrivere alcune righe di presentazione della poesia, un incipit contestuale e di senso per il canto prescelto. Le avevo risposto inviandole un sintetico introito e alcune altre poesie tra le quali scegliere, in sostituzione, se avesse ritenuto, delle precedenti. Motivando, in parte, anche così la mia decisione.

«Ho cercato di tenere il fuoco della mia poetica e di porlo in armonia con la natura del contesto. Uno scenario assai contemporaneo, feriale ed insieme avanzato, nel quale l’irrompere della parola, così come della musica [insomma, dell'arte...] genera [dovrebbe generare...] la mirabile sospensione del tempo interiore che restituisce o rivela alla vita la propria essenza. Uno scenario che mi è fisicamente e spiritualmente assai familiare, sebbene non abbia mai esercitato in alcun modo la poesia in senso performativo. Insomma, è la vita, almeno la mia…

Proprio sollecitato dalle osservazioni che hai fatto oggi al telefono, raccontando la tua e vostra precedente esperienza, sono stato aiutato a rovesciare lo sguardo, che è quello di una persona abitualmente dedita all’ascolto dell’altrui opera in fieri, per esercitarlo secondo la declinazione attiva che da poeta ho vissuto scrivendo. I tempi scandiscono la drammaturgia della rappresentazione, mi pare di avere capito, ed io, pur con i miei poveri rudimenti di totale analfabeta della rappresentazione, ho cercato di assecondarli. Sostenendo il merito: così ho scelto io stesso, come tu mi avevi invitato a fare, il testo. Anzi, i testi. La loro brevità sopporta bene le sincopi del viaggiatore che sale e che scende ed il merito appunto tiene e sostiene il filo della continuità, della durata.
Le cinque poesie sono scelte nell’ordine in cui le ho poste. Se decideste di leggerne solo una, sarebbe la prima, la prescelta, “Elemosina metropolitana (Amore in metrò…)”,eliminando quindi in successione le altre.».

Ed ecco il breve introito:

«Stazioni [Nicchie contemporanee di senso].

Amore. Misericordia. Contemplazione. Il Silenzio!

Lo spazio dell’eccellenza performante ed il tempo lento della meditazione,nel moto perpetuo di una mobilità senza requie, si incontrano, non più stranieri. Le solitudini distratte e quelle consapevolmente dolenti, insieme, al diapason di una Modernità sublime.

Una minuscola eternità feriale irrompe, in forma di parola, evocata nel canto del poeta. Vibrano risonanze estreme all’unisono,l’umanissimo limite e l’Infinito della tacita speranza.

Due attese si danno silenti la mano. Convocate qui, dove la corsa si ferma, per un lungo istante, mentre il Viaggio, incessantemente, divarica e converge gli infiniti sentieri interrotti del giorno.

Le singole vite, accese di Luce e di senso singolari, invitate dal canto alla pluralità ardente della comunione.».

Il ritorno a casa si è compiuto, quasi vent’anni dopo,nel segno poetico dello stesso esordio, quegli Euforismi che di “Luce d’Abissi” furono embrione e fondamento. In mezzo, qualche quasi clandestina incursione poetica, due, forse tre, ospite marginale nel cuore della mia città.

Mater dolorosissima, origine del microcosmo del mio canto, non sono nato a primavera, il 21 marzo, ma nell’inverno del tramonto che, da contemporaneo ai tempi, ho vissuto. Nel resistente esilio, nel margine resiliente. Sotto il cui gelo ho messo a dimora semi di tempi che non ho goduto, se non nel poetico sogno, e che mai vedrò. Che per sempre sentirò vivi nel cuore del canto. Accesi in eterno. Di Luce postuma. Nel paradiso muto della speranza senza tempo. La sola che dura e resiste.

 

 

Parole nomadi/1. [L’urlo e il sussurro].

 

“Ma dove sono le nevi di un tempo?”.

“Ma dove sono le nevi di un tempo?”

Nuda danzava e sola l’eterna verità fasciata unicamente dall’umile parola. Il vento le muoveva intorno e tutto cospargeva col fiore dei ricordi. L’alba indulgeva alla speranza. La sete performante degli astanti spegneva nel deserto i fuochi fatui di Morgana. La rosa rifioriva all’infinito. La spina dolorosa confitta nella Vita, nel suo ordito. Téchne regnava muta sopra il mondo, irresistibile artigiana di Sublime. Tesseva la bellezza più inclusiva, tracciava nell’origine del senso il suo confine. I Mistici e i poeti indugiavano alla soglia dei Misteri, stringendo fra le mani le trame dei veggenti, di tutti i destini, mirabili i segreti. L’angelo ripiegava il proprio lembo. Sdrucita carità, nel suo mantello.
L’Età dell’oro, diceva. La stagione del Sogno smarrita. L’infanzia per sempre innocente. La verità in sedicesimo. Dove sono, chiedeva, le nevi di un tempo? Si sentiva ogni giorno di più morire dentro. Nasceva al termine di ogni notte radioso di fuochi fatui, subito spenti all’incalzare del reale. La flessione etica, quella che faceva della tattica opportunista la strategia di una generosa durata, gli era ignota. Il paludamento di quel linguaggio paramilitare era per lui il solo indizio vitale. La profezia, una sintassi articolata dentro le certezze della forza, una contraddizione priva di alcun principio fondativo.

Gli idoli pagani lo accerchiavano, la morsa sul collo dei suoi tempi. Lui, il rispecchiante eccellente, non sapeva integrare in sé alcun profilo alto. Dove sono, chiedeva, le nevi di un tempo? Gli faceva eco solo il silenzio. Nessun maestro era sopravvissuto alla sua notte interiore. Di quale Luce sarebbe stata accesa l’alba del futuro possibile, senza alcuna memoria persuasa e viva dentro di sé? Si era tatuato nelle mente un retorico selfie, le cose buone di una volta, ma nulla della confidenza domestica sembrava più funzionare. Un delirio di innovazione lo aveva travolto, fradicio di prodotto interno lordo. Le vetrine parlavano un linguaggio sempre più ignoto al suo passato, difficile per il suo presente, sconosciuto al futuro. Ubriaco di cose, si inginocchiava al dio del consumo e si stendeva esausto sulla panchina del grande centro commerciale in saldo perpetuo. L’unico luogo in cui, in preda ad uno spleen baudelairiano, si concedeva al privilegio di un’affollata solitudine. Pregava con la forza dell’ultimo meme, da lui stravolto, storpiando il Poeta, nell’ebrezza di una preghiera in similpelle: Dove sono, chiedeva, le nevi di un tempo?

L’invocazione sembrava placare per un istante il delirio, come se la storia inarrestabile, un ordigno da lui stesso innescato in tempi dei quali non ricordava più l’argomentata origine causale, si potesse fermare in quel nuovo tempio. Un luogo nel quale gli sembrava di respirare qualcosa di affine all’ormai smarrito senso del religioso. L’intercambiabilità dei riti, funzionale al ruolo sociale, lo aveva perduto. Unicamente i comici, così gli pareva, potevano essere, o sembravano essere, nell’ilarità smagata della finzione, seri. E solo la parodia nella rappresentazione sapeva incutere l’atavico timore riservato un tempo alla tragedia del vero.

Tutte le istanze amanti dentro le quali era appassionatamente nato, sembravano svanite nell’essenza, e dunque persino nel nome. Rimaneva lui, abbarbicato nella tempesta del transito, a quella memoria in fiore, viva dentro lacerti sbocciati tardivi all’apice del tramonto.

Le dame silenti svanivano una ad una, dalla vita passata, cancellate nel presente, prive di qualsiasi futuro. Senza memoria e senza speranza. Mentre il Barnum mediatico degli imbonitori tentava di spacciare pillole statistiche esauste come fossero venti di profezia,rimaneva lui, al margine dei tempi, con l’accorata domanda che lo teneva in vita: Dove sono, chiedeva, le nevi di un tempo?

 

Canto di Primavera [Testamento].


Canto di Primavera [Testamento].

Ho disarmato l’anima, dal primo giorno adulto e responsabile. Nel grembo di un silenzio indifeso, la coscienza un fiore sbocciato non visto sugli argini ai margini dei tempi, la parola ha dismesso ogni forza latente, ogni ansia desiderante, ogni atto in potenza volto alla conquista e non all’ostensione. Il monaco, monos, la singolarità dell’essere è uno, teso sempre all’innocenza contemplante. Attento, nell’istante decisivo, a non mai occupare spazio, a non mai ostentare il linguaggio di una narrazione astuta. Indifeso a tutto e senza frontiere interiori a protezione del proprio confine. L’essere, a immagine e somiglianza del dono originale ricevuto, non ha confini.

Non andare mai lungo i sentieri interrotti della menzogna, della ipocrisia, della violenza. Non indulgere mai in cinismo e terrore.

Infinite volte rimarrai solo nel canto di vigilia dell’eterno, nell’esule vita. Solitario, con il Dio del Silenzio, del sussurro e dell’ascolto. Solo, ai margini dei tempi. Infinite volte riprenderai il cammino della parola. Muovendo a tentoni nell’innocenza, salirai l’erta che conduce alla promessa di comunione.

Non perdere il tuo tempo umano. Non sprecarlo nell’ansia vanesia del consenso. Non attendere mai la parola che ti elegge nella spoglia etichetta di un nome. Non appartenere mai: sii. Non reagire: agisci, dunque, sii te stesso soltanto.

Infinite volte sentirai pulsare il tremore dell’incontro, la prossimità di una relazione nascente nell’armonia.

Non stendere la mano per stringere, non chiudere, per serrare nel pugno ciò che desideri, ciò che puoi, ciò che è lecito prendere. Lascia stesa la tua mano per sempre. Infinite volte rimarrai povero di tutto, nel residuo del tuo minuscolo niente. Infinite volte il Dio del dono, provvido di eternità incompiute, si poserà sulla tua mano, mendica d’amore per colmarla con la manna misericorde di un’altra speranza. Per issarti ancora nel cielo del sabato, l’attesa feriale. Tu non dimenticare la grazia domenicale dei compimenti: verranno, un giorno, forse quando sarai la tabula rasa dei bisogni e ti ergerei luminoso come sole sanno essere le sinopie dei profeti. Le narrazioni del sogno quando giunte alla meta, finalmente compiute, con il realismo dei santi, diranno le cose. I nomi, le forme, abitate, esse sì, e non le parossistiche icone del consumo, dall’anima. Sii grande, nel tuo minuscolo io, quando il pianto di tutte le sconfitte eleggerà la deriva quale tua sola dimora. Alzati, allora, sul cuore di te, come nell’infanzia, quando la carezza della madre ti faceva per sempre innocente.

Non accogliere mai l’animale in libera uscita che giace e dorme in te, dal tempo antico e originale della resurrezione. Un canto umano e divino di inenarrabile speranza e di domani ti sostiene. Infinite volte cadrai nella tentazione di essere la parte peggiore di te per lucrare le effimere conquiste feriali e durature nel tempo secolare. Infinite volte il volto della bellezza ti rialzerà sulle rovine delle tua minorità, facendoti acceso e splendente, nel volto e negli occhi.

Non avere fretta.

L’incantesimo finisce presto, visto dal pertugio della tua minuscola proporzione interiore. Alza lo sguardo, alto sopra la soglia pigra della tua indolenza, dell’io minore. Guarda l’eternità divina che ti abita. Sii, almeno per un istante sublime. Infinite volte l’umanità migliore, non vista, ti soccorre. Non hai motivo di dubitare, se il tuo corpo che muore all’ora del proprio destino, torna, nella parola, all’amata sorgente, che hai sentita nel giorno per sempre vibrare.

Non temere, il tuo dio, dagli infiniti nomi ed anche nessuno, ti cingerà svelto per issarti ancora in cima all’ora sorella degli amanti.

Primavera ride negli occhi dei vinti d’amore: tu lo sai con esperta e dolente, con duratura sapienza. L’esperienza del giorno è il solo orizzonte celeste: non dimenticare che ogni istante è abitato dal Dio eterno e silente che condusse i pastori alla grotta innocente.

Non importa, di nuovo, il Suo nome. Non importa che il sacro indossi nel rito paramenti sovrani. Basta un lieve giungersi delle nostre, delle fraterne mani. Basta questa parola incorrotta che hai portato nel grembo come madre di un tempo nascente. Basta questa realtà resa ancora sublime dal canto. Basta all’uomo. Basta, certo, al poeta.

Manufatti. [«La Luce postuma del Canto»].


Manufatti.[«La Luce postuma del Canto»].Il cofanetto con i tre volumi de "La Luce postuma del Canto".

 

Quando, in un pomeriggio d’inverno, sono entrato alla TipolitoTAS per vedere la prima copia del lavoro ultimato, il cofanetto de «La Luce postuma del Canto» sembrava sorridermi, nel chiarore delle ore pomeridiane. L’immagine si è fissata indelebile nella memoria. Solo le epifanie di senso hanno tale potere, delicato e maieutico, durevole e rivoluzionario. Sigillano, insieme e per sempre nel ricordo, nostalgia e speranza, nell’ora redenta di ciò che accade scandito da un passo interiore innocente. Così, quando ho deciso di dedicare un post alla cosa in sé, al libro, che è l’opera, il testo messo in forma, non ho avuto alcuna esitazione. Avrei utilizzato la stessa foto, la prima e la sola, che, pochi istanti dopo averlo visto, dopo i saluti ai presenti e ripresomi dal felice stupore, avevo scattato. Avrei potuto mettere in posa il lavoro nella quiete esperta di qualche altrove, affidarlo a mani di più sicura efficacia estetica nella ripresa. Di più ferma competenza, nell’esercizio sapiente del ritrarre le cose. Ho preferito così. Ogni volta che riguardo e rivedo quella prima fotografia, la stessa che ho pubblicato qui sopra, un tumulto di sensazioni intatte, di volti e di esperienze vissute, mi nasce dentro e sale fino a ricomporsi nell’unità glabra, spoglia e dimessa di quell’immagine che, a me, dice tutto: del testo, del libro, dell’ambiente in cui insieme abbiamo lavorato per trasfondere il senso dell’opera in una sua forma compiuta.

“… Per ambiente intendo qui quel contesto produttivo che ha connotazione primariamente umana, di esperienza e di valore, di continuità e di qualità. La memoria, anche quella di se stessi, può essere talvolta ostacolo all’innovazione [stilema magico che qualsiasi cosa significhi non ho mai amato troppo, nella sua convenzionalità rivelatasi spesso sterile, quando non anche reazionaria]. A me serviva la mano sicura di chi parlava del lavoro tipografico, pur esperendolo ora nella sua modalità più avanzata del digitale, con cognizione di causa e con fondamento nella propria dimensione cognitiva. C’è stato e c’è molto fumo nell’avventura del transito. C’è stata è c’è un’indole vocata all’apparenza priva di sostanza, che ha mietuto tante vittime, professionalmente parlando, negli ultimi anni.

A me premeva chiudere la mia vicenda poetica nell’alveo sicuro di una artigianalità capace di tendersi fino all’arte, dove la riproduzione multipla dell’opera sapesse coniugare e conservare con pazienza il valore della singolarità. Solo chi come te ha respirato l’atmosfera del piombo in un ambiente sapido di pazienza creativa, può guidare il mutamento verso l’avvento pieno del digitale senza dissipare l’anima di una poetica. Senza dissipare la poetica dell’avventura editoriale.”.

Mi sono permesso di attingere queste poche righe al testo che ho scritto per Roberto Colosio, il titolare della TipolitoTAS, dedicandogli una copia de «La Luce postuma del Canto», perché non avrei saputo esprimere meglio i sentimenti e le convinzioni che hanno ispirato la mia scelta di tornare da lui, a distanza di undici anni dal mio ultimo libro, pubblicato altrove. Roberto Colosio ha realizzato gran parte dei miei libri di poesia: il primo, trent’anni fa, fu «Il viaggio di Sisifo». Insieme a lui, ho cercato di mantenere vivo un profilo esperienziale che ho molto amato nella sua essenza professionale, quello del tipografo, tentando fino all’ estrema possibilità. «Vigilie in esilio» è l’ultimo libro che, nel 1996, Roberto Colosio realizzò per me, utilizzando la linotype e stampando in tipografia, con macchina piana, credo. Gli devo qualche scelta di merito che, anche in quest’ultimo lavoro, ha permesso di dare vita al cofanetto nella forma in cui poi è nato. Solo un occhio innamorato del proprio lavoro, sa vedere prima l’aspetto che sarà poi, l’anima viva della cosa in sé. E solo una mano esperta sa scegliere le sfumature di colore e la consistenza di una carta, scampando le insidie, le tentazioni seduttive delle molteplici possibilità che si aprono davanti al profano.

L’ardente fervore operoso che stabilisce l’ora artigiana, è potentemente dissimulato [forse artatamente nascosto o più semplicemente inconsapevolmente ignorato, anche quando viene sparso con generosa e muta abbondanza] dalla scansione all’apparenza dimessa dell’ambiente. Non c’è la fascinosa eleganza della bottega d’antan, magari ricostruita con smagata sapienza da un progettista d’interni. Non c’è l’ossatura rustica, risuscitata in un surrogato di maniera, fra vintage ed iperrealismo tecnologico, che tenta di restituire per sottrazione un’asettica cifra dall’apparenza semplice. Un simulacro spesso spalmato di bianco, sugli eccessi del formalismo. C’è la verità snudata di una fatica esperta, sapiente ed antica, c’è la spoglia evidenza della tecnica sparsa un poco ovunque.

La trama dell’esperienza sorveglia ogni spazio e ispira ogni gesto, restituendo a tutto l’anima non vista di una calda e duratura competenza, che è la cifra distinta del lavoro artigianale silenziosamente trasmutato nell’avvento di un’altra sintesi produttiva. Un’alchimia difficile sempre, al limite dell’impossibile, in un’epoca di tumultuoso ed interminabile transito quale la nostra è stata e spesso tuttora è. Ci sono l’essenziale ed il necessario.

Non si tratta solo della pur rilevante rivoluzione funzionale, che l’avvento della sintassi digitale ha comportato. Uno sconquasso antropologico l’aveva preceduta, per qualche verso anticipata, in un certo senso postulata. Quando la forma dell’umano tracima l’orizzonte storico in cui è nata, è cresciuta, si è diffusa, è maturata sino al compimento nel proprio tramonto, la sua onda dilaga nell’ampio orizzonte del futuro ignoto. Conoscere il punto fermo delle idee, delle cose, della forma dentro tempi che si compiono fra tramonto e gestazione è, più di sempre, un’aporia destinale del limite umano. Non v’è che cercare, la ricerca, camminare senza conoscere il sentiero. E così tracciarne uno che sarà segno e guida, ricompreso dagli stati nascenti del domani.

Beppe Comelli, con il quale ho lavorato alla conclusione tipografica de «La Luce postuma del Canto», come di altre mie opere precedenti, è al desk digitale di TipolitoTAS. Sa cos’è un font, ma ha studiato sulle pagine dei suoi antenati, i caratteri tipografici. Impagina con la più evoluta sintassi digitale del DTP, ma sa cos’è un punto tipografico, il suo occhio non si lascia ingannare dall’apparenza. WYSIWYG è un acronimo insidioso, per chi non ha mai visto un pantone e non ha mai conosciuto la sua esigente evidenza. Beppe sa che cosa davvero succederà sulla carta e sa metterti in guardia prima che la seducente illusione visuale, a schermo, ti restituisca la propria forma talvolta diminuita ed impoverita nella stampa, digitale, su carta. Se serve, come un proto attinto all’epica di un giornalismo tramontato, ti risveglia all’evidenza di un allineamento sfuggito, sul filo millimetrico di un’attenzione sempre pronta. E se la scelta dei caratteri, tipo e corpo, si è presa qualche licenza di troppo, proprio come faceva un tempo il titolista con caratteri a mano in tipografia, distoglie lo sguardo dal monitor e, con accenti interrogativi sul volto, ti fissa fino al tuo risveglio consapevole dell’errore. Aiutandoti con qualche insinuazione dubitativa, se proprio vede che resisti nella tua ostinazione errante.

Un testo si può, e forse si deve, scrivere da soli, in solitudine. Un libro, l’opera, ha bisogno di sguardi esperti e di mani artigiane sapienti per nascere nella forma attesa. Talvolta, ammirevole oltre la stessa bellezza immaginata. Così nasce lo stupore incantato della prima vista, appena dentro la soglia della tipografia,in un pomeriggio d’inverno. “Abbiamo bisogno l’uno dell’altro”. Nessuno si salva umanamente da solo. Nessuno avanza da solo nella temperie della storia, che sconvolge l’umano nel transito. Avanzare è la sintesi di un coro armonico delle diversità. Anche quelle delle diverse competenze esperite e vissute. L’anima digitale del tipografo artigiano, dispone di un’antica sapienza, attinta all’arte della forma nascente.

 

 

La Luce postuma del Canto


La Luce postuma del Canto.

Da qualche giorno, la legatoria ha terminato il suo lavoro. Ora, il mio ultimo scritto, «La Luce postuma del Canto», è un’opera pubblicata in tre volumi, raccolti in un cofanetto: «La Luce postuma del Canto», «Salmodia digitale», «Epica laica», [Brescia, 2017]. Tra pochi mesi, in Aprile, saranno trascorsi quarant’anni dall’uscita del mio primo libro di poesia. Ho tentato di raccogliere, qui di seguito, il filo dipanato da un capo all’altro degli anni. Facile intuire il nome che più di tutti ne abita la memoria. Cronos ha, nella prosa e nel canto, nel racconto dei fatti e nella poetica invenzione della Vita, che è rivelazione nella relazione tra parola e realtà, i suoi indiscutibili meriti, i quali sostengono e talvolta ispirano la scansione puntuale, le date, precisa, i fatti, e drammatica dell’accaduto. Sono sempre stato affascinato dal tempo interiore agostiniano, uno scarto che è scelta volontaria, risposta fiduciosa, empatico afflato con lo spirito di gratuità e di dono che è la vita ricevuta. Ed è attingendo la sua sintassi esistenziale, che ho cercato di tenere il filo d’oro della poesia lungo gli anni. Le date e le ricorrenze intessono talvolta bellissime sequenze di commossi ricordi. Solo la profondità del Senso compone la sinfonia sublime dei giorni e ci sospinge alla prossimità, attesa ed accolta, del nostro più alto compimento.

Stare con la faccia al vento, dalla prima adolescenza fino a quest’ultima soglia che accede all’estrema chiamata terrena, è stato il dono che la Vita mi ha fatto, offrendomi la consolazione irrevocabile della Poesia. Una vocazione bella e terribile, che mai ho rinnegato ed alla quale ho risposto subito e sempre di sì. Per sempre, sì.

Non c’è spazio per esercizi vanesi e non si ha tempo per rinterzare con qualche tipo di forza l’amabile fragilità che ogni poeta sin da subito riconosce e distingue in sé. Il limite e la sua consapevolezza sono doni e linfa di una poetica che sia davvero tale. La verità dell’inutilità, la gioia e la fatica di una ferialità indifesa a tutto, sono viatico a sostegno della testimonianza e spirito vivo nella parola vera. Lo sono, per me, da sempre e lo sono stati per sempre.

Quando il giorno terreno inclina al tramonto e il filo d’oro del canto si scioglie lieve e lento nelle mani sempre aperte, e aperte per sempre, non c’è che una nota di gratitudine ad accompagnarne gli esiti. Il vaso spirituale dell’anima, che ha accolto durante una vita le parole, tracima al colmo dei tempi. Non di sé. Di una gratitudine che sempre più somiglia nel suo Destino ultimo alla sapida e dolce essenza dell’Origine. La Grazia. Non importa il nome di chi ce la concesse in un istante per noi decisivo della venuta in Luce. Potrebbe essere, quel nome, anche nessuno. Il Suo Amore per noi è assai più vasto della nostra pur nobile ed umana capacità di nominazione. È a tale vastità nello spazio e a tale durata nel tempo, qualcuno le chiama Infinito, altri Eterno, altri con nomi ancora diversi, che il poeta attinge la parola del canto ed il senso del Silenzio.

La Luce postuma del Canto.

Il silenzio e la solitudine sono stati compagni fedeli lungo tutta l’avventura umana e durante l’intero esercizio della sua testimonianza, la scrittura, quella poetica in particolare.

Lo sono stati anche e soprattutto nei decenni in cui essi sembravano costituire, ed in realtà spesso erano, uno stigma. Proprio allora li ho accolti sempre più come un dono e li ho coltivati con volontà ed attenzione. L’Attenzione, ho scritto un giorno, a metà degli anni Novanta del secolo scorso, in uno dei miei testi riposti forse per sempre, è oggi il vero e unico stato interiore che ci avvicina ad un nome possibile del Dio probabile [forse il Suo nome stesso...]. “L’attenzione – scrisse Cristina Campo ne Gli Imperdonabili è il solo cammino verso l’inesprimibile, la sola strada al mistero”.

Con uno di quei rivolgimenti, spesso nemesi feroci ed inattese, dei quali la Storia è maestra, tanto più feroci quanto più inattesi dal conformismo pronto a condannare esuli, profeti, folli, marginali ed eremiti, in ogni tempo ed in ogni luogo, oggi silenzio e solitudine sembrano prossimi ad un destino opposto, che sconfina nel privilegio. In un universo costellato dalle parossistiche affermazioni di una socializzazione sempre più pervasiva e sempre meno interiormente fondata, la verità di una solitudine persuasa ed attestata sembra divenire una ricchezza insostenibile, uno status riservato e possibile a pochi. Il clangore ininterrotto della messe di suoni, messaggi, comunicazioni che affligge la contemporaneità, sembra indurre una flessione silenziosa dell’òikos. Quasi fosse, il silenzio, una fonte primaria di benessere, alla quale solo pochi privilegiati sembrano poter accedere, allontanandosi dalla scena del mondo senza rischiare di scomparire da uno statuto esistenziale riconosciuto, perché riconoscibile in qualche frammento udibile del frastuono cosmico permanente.

Nella deriva etica che tale scenario postula, in cui brandelli di speranza e lacerti di memoria sono dilaniati dalle incalzanti contraddizioni, il poeta, coerente con la scaturigine di Senso originaria ed originale che lo ispira, è un marginale resistente [Exsultet, 1990]. Vive e sta in ascolto dei tempi, responsabilmente presente al reale sempre, l’attenzione tesa dentro il Tempo.Posa il proprio sguardo ora nel foro interiore, ora sulla scena feriale del minuscolo o del vasto mondo, ora nell’Alterità e nell’Oltranza, che tutte le attinge, le sostiene e le ispira. Un esercizio diuturno di ascesi laica, che il poeta ha compiuto e compie al limite, se uno ne esiste, fra tempi e Tempo.

I primi rispondono a cronos, il secondo è scandito dal metronomo interiore agostiniano. Le date segnano lo spazio, tracciando sinopie della storia che solo l’intelligenza del cuore restituisce nella pienezza dell’opera compiuta. La coscienza è il tempo [Exsultet, 1990]: sottrae materia grezza allo spazio e scolpisce, così, la forma, dilata l’orizzonte del sogno e del pensiero, innalzandosi nel canto. L’utopia non si compie nella precisione della circostanza. L’insufficienza del calcolo che tesse l’opportunità, ed anche le sue più misere declinazioni nell’opportunismo, sconta l’afasia, quando il canto del reale stenta ed il poeta cede all’angustia della parola serva dei tempi. Solo l’anima mette le ali alla visione e guida l’uomo lungo il sentiero, spesso ancora nascosto ai suoi occhi, del Tempo. La libertà e la gratuità sono seducenti atti di fede: chi li compie, lo sguardo fisso nel reale e l’orecchio interiore esercitato all’ascolto dell’Alterità, segna un tratto del cammino poetico. La continuità e la durata conoscono sincopi estreme. La mano aperta e tesa del poeta si posa e giunge qui. Fra tempi e Tempo.

La Luce postuma del Canto, l’ultimo mio lavoro poetico compiuto e l’ultimo mio libro pubblicato, è nato così, ai confini dei tempi e nel grembo del Tempo. La memoria ha un lungo, e spero non sterile mai, accredito di date. La speranza si posa ora, come non mai e più di sempre, nell’Oltre della vita e attinge l’Alterità con la confidente empatia dei giorni vissuti. L’ascolto non ha saputo cogliere nella contemporaneità, e non saprà accogliere nella sua eco distesa, tutto l’immenso dolore che sale dalla prossimità e dai confini del mondo. L’uomo accetta tutta intera e di nuovo la limitatezza del suo minuscolo essere ed intona nel poeta un genuflesso osanna. L’ultimo, forse, che gli sarà dato in dono dalla divinità del canto. Lo spirito contemplante non coincide con un’assenza dalla storia e l’assenza non è una latitanza. Chi invoca o tenta la cancellazione di sé o dell’altro, non sa nulla della disperata speranza che agita il poeta nella prossimità al reale, con la consapevolezza della propria inutilità, con la pentecostale attitudine ad includere i volenti, con la lieve dimissione della parola dall’ascolto nolente. Ho cercato di scrivere sempre e solo parole ospiti, di attesa, inclusive. Non ho mai praticato, nemmeno nella pur legittima e discreta forma dell’esposizione di sè, la seduzione impositiva. La comunione è stata sempre il destino atteso di un io osteso nella diuturna ascesi che lo scampa all’ego. La grazia del canto, l’orizzonte ricevuto in dono. Conosco, ed ho sempre accettato, il limite, del cuore e della parola, a contenere, da testimone coerente e partecipe persuaso, i tempi ad essi contemporanei: forse solo una lieve eccellenza di Luce accarezza e redime l’istante che il poeta coglie, ma non ferma né trattiene, nell’esile virgulto dello stato nascente. Che è della poesia e di tutta l’arte. La retorica è un esercizio sterile, performativo nella comunicazione eccellente, insufficiente al lirismo spirituale che attinge il reale e ascolta l’oltranza del vero, che è il fondamento di ogni relazione.

I tempi di cronos scandiscono l’ora, insieme poetica e feriale, sottesa a questa mia ultima narrazione. Potrei tacerli o avrei potuto allinearli, orfani di qualunque altra prospettiva, in una sequenza esaurita in sé. Lasciandoli in attesa di una composizione piena nella profondità del senso. Dentro l’apparente aridità delle date, trema sempre il pulsare di una vita già data, nell’ora del proprio compimento e nella sequela di intenzioni o di inconsapevolezze che l’hanno preceduta, fra le indicibili speranze che l’hanno abitata e che saranno a dimora per sempre nel grembo dell’origine. Cronos ha una valenza drammaturgica ineluttabile. Le anime, il tempo interiore, offrono la profondità di campo, o l’aridità dei vissuti, in una relazione che è restituzione di vita alla biografia, al racconto, alla cronologia dell’opera. L’incantesimo pulsa intatto nella fissità della cifra, nella stabilità della ricorrenza. Lo spirito soffia leggero e un vento nomade percorre la storia, rianimata negli occhi di un pensiero altro. Curioso. Trepido anch’esso, forse, sul ciglio dell’attesa.

Il 21 giugno 2016, quando sono tornato in tipografia per iniziare il lavoro sull’opera conclusa, erano trascorsi undici anni dalla pubblicazione del mio ultimo libro, Canti primordiali. Era il 2005. Avevo scelto di affidarne la realizzazione ad una delle rarissime tipografie che ancora utilizzavano la linotype per la composizione del testo. Sarebbe stata l’ultima volta che, in continuità con i tempi dell’esordio poetico, avrei potuto farlo. Per seguire il mio proposito, avevo cercato, durante quasi un anno, qualcuno in grado di comporre a caldo e di stampare con macchina piana. Lo avevo trovato a Dogliani.

Era il 2013, tre anni fa, quando iniziava a nascere La Luce postuma del Canto:Poesia in forma di tweet il suo titolo in embrione. Nelle vene del testo, ora concluso e pubblicato, corrono la vita, le esperienze ed il senso maturati a partire dal mio esordio su di un social network prima, nell’Ottobre del 2010, e sul blog, extemporalitas, poi, nel Marzo del 2013. Tre anni di scrittura, uno dei quali, l’ultimo, dopo il congedo da Twitter, quasi interamente trascorso nella rilettura e nella riflessione, sostenute da un editing intenso.

Quando a Settembre la tipografia è entrata nel vivo del lavoro, mi sono reso conto che la singolare coincidenza, già rilevata a Giugno, era sempre più prossima a diventare anniversario poetico per me significativo. Nel 2017 saranno trascorsi quarant’anni dal mio esordio poetico. Sussurri. Accordi nel mattino, il mio primo libro di poesia pubblicato, vide la luce nell’Aprile di quell’anno.

Virgulti di canto e di vita.

Una sera d’autunno inoltrato, anno 1976. Cammino, solo, lungo i portici della mia città. Mi sento chiamare. Davanti ad una di quelle magiche macchinette che rollano popcorn sospingendoli in aria, li vedo. Cartoccio fresco in mano, poco lontani dalla donna in grembiule che, come una fuochista, alimenta di continuo la colonnina, Paola1 e Renato sorridono. Entrambi indossano l’eschimo verde ed i blue jeans d’ordinanza in quegli anni. Come mi accade spesso nella mia contratta e provatissima giovinezza, incapace di esprimersi nell’esuberanza della gioia, non vado oltre il cenno di saluto. Eppure sono felice, felicissimo dentro di rivederli. Ci raggiungiamo, ci salutiamo. Sembrano passati decenni dall’ultima volta che ci siamo incontrati.

Quando si è giovani, quattro anni trascorsi paiono un’eternità. Le esperienze, la percezione che ne abbiamo, e soprattutto il salto interiore e di coscienza che non di rado esse implicano per noi o che ci impongono, portano con sé un senso forte di straniamento. Gli anni paiono secoli, i fatti nuovi di cui siamo stati protagonisti, ciascuno in proprio e da lontano, sembrano avere eretto muri. Le diverse consapevolezze sembrano sedimentare distinguo, cristallizzare distanze insuperabili. Forse così e solo così si diventa adulti: o forse solo più vecchi dentro. Renato mi fissa con l’intensità di uno sguardo, insieme sorridente ed interrogativo, che gli conoscevo come suo proprio distintivo interiore. Credo non ci siamo più visti, dopo l’inverno del 1972, quello in cui io dissi addio al gruppo con il quale avevo condiviso l’adolescenza. Ciascuno incontro al proprio destino, che subito aveva presentato, almeno a me, le sue più dure credenziali. Che sarebbero rimaste tali se avessi voluto, come ho voluto, rimanere fedele alla rinnovata coscienza che andavo ritrovando dentro me, memoria della purezza che fu mia durante gli anni della primissima adolescenza. Solo e solitario, così avevo fortemente voluto fosse. Quasi un’istanza sacrificale e purificatrice del cammino, cercata, con insistenza nel silenzio e nella lontananza.

Paola, Renato, io. Inizia qui, in questi istanti, la mia avventura di poeta in pubblico. Loro sono entrambi iscritti al neonato DAMS di Bologna, che porteranno a termine in quegli anni. Io, in un impeto di umanesimo solidaristico, in un tentativo altro di salvare singolarmente quello che credo essere il meglio di me, l’attitudine alla gratuità del dono, ho iniziato a frequentare un corso per infermieri professionali. Il primo di una scuola appena nata anch’essa. Insieme, ci incamminiamo. Iniziamo una passeggiata che è metafora della memoria condivisa e della speranza cui, presto, reciprocamente ci affideremo, per costruire vita futura, almeno un tratto condiviso. Il primo approccio è sobrio, come suggeriscono le leggi del cuore, dopo una lunga assenza. Renato mi chiede all’improvviso: “Come va la poesia?”. Mi sorprende, perché, immagino nessuno sappia, tra i compagni di quegli anni, e certamente non lui, che io scriva, poesia in particolare. Lo stupore lascia spazio alla gioia contenuta. Dunque, non sono solo, non sono tanto solo come credo. Qualcuno sa e pensa, oltre a me stesso, al mio canto. Qualcuno giovane come me e che è stato compagno di tanti giorni intensi di una stagione burrascosa. Un’epoca, soglia del tramonto, la cui fine tutti denunciano, ma delle cui conseguenze nessuno pare voler assumere pegno nella sua ineluttabile essenza di vita vocata all’estinzione. Uno spegnersi nella forma tentando la difficile impresa di trasfondere l’essenza spirituale di sè già al diapason del proprio interiore compimento. Ma il Nulla, nichilista prima e secolare poi, pervade le coscienze e flette le volontà ad un orizzonte tetragono ad ogni ideale. Qui ed ora sembra essere l’imperativo. Chi vi si oppone, non ha che un destino di scomparsa, di margine, d’esilio. Un’epoca che si accende nell’alba nuova, i cui contorni nessuno vede. Pochi osano sperarla.

In questa sera d’autunno, si accende per me una stella, viatico e compagnia lungo l’erta che io solo conosco. Come non aprirmi all’abbraccio? Andiamo via, nella notte, con un impegno reciproco, con una tacita promessa per la speranza di domani che ancora alberga i nostri sogni. Qualcosa dei miei dieci anni di poesia potrà, se lo vorrò, vedere la luce in forma di libro, secondo la proposta di Renato. I popcorn sono terminati da un pezzo, i nostri ricordi fluiscono e il nostro tempo vorrebbe non finire mai, come solo accade quando si condivide speranza e insieme si guarda oltre la linea precaria di un presente senza approdi. Ciascuno va per la propria strada.

Nella casa in cui, ancora per poco, abito, ho raccolto tutte le mie carte ed i miei scritti dentro un baule. L’ho comperato un giorno, qualche mese prima, proprio per salvare qualcosa del mio lavoro all’intimità ed alla discrezione. Vi ho riposto i diari che iniziai a scrivere negli anni del collegio. Non scrivevo allora, e non di rado non scrivo ora, con l’intenzione di condividere le mie riflessioni con qualcuno. Talvolta, in quegli anni durissimi, era a Dio stesso che mi rivolgevo, come in una preghiera confidente e certo del Suo caro ascolto. Nella solitudine e nella povertà estrema di allora, la pagina scritta fu per me di grande aiuto, una ricchezza inestimabile che mi valse e mi fu necessaria più di quanto non avrebbe potuto alcuna compensazione economica. Le poche lettere che potevo scrivere nella rara corrispondenza, mantenevano vivo il filo degli affetti più cari e rari. Le incomprensioni, le durezze alle quali eravamo esposti, trovavano la confidenza di Dio ad accoglierle. Pregavo scrivendo e scrivevo pregando: la religio del e nel canto, la religazione fra la prosa feriale e la terra celeste del sogno, sorella utopia, è un atto di fede che si consolidò a partire da quei giorni, per non mai più abbandonarmi. Forse nascondo qualcosa anche a me stesso quando scrivo di solitudine e di silenzio come fossero dimensioni assolute e costituiscono esperienze integrali nella storia quotidiana. Chi crede non è mai solo ed abita nel Silenzio di Dio, per udire la cui voce basta mettere a tacere se stessi. Lo sanno i mistici, ed anche i poeti non possono non esperirlo, quando accettano che il canto detti dentro, invece e prima di impancarsi ad artefici unici della creazione. La creatività è un atto collaborativo che attinge e restituisce il talento ricevuto in dono, non un gesto egolatrico ed esclusivo.

Insieme ai diari personali, avevo riposto nel baule, in salvo dalle tempeste domestiche che assumevano contorni sempre più drammatici, fino alla mia ormai imminente uscita di casa nel mese di marzo del 1977, tutto quanto desideravo fosse sottratto alla promiscuità della povera condizione in cui ci trovavamo a vivere. Sempre più, la mia casa era stata il mondo fuori, e sempre più lo stava diventando. Al sicuro, nel baule, avevo messo dunque tutti i miei scritti, la mia prima corrispondenza, qualche biglietto di viaggio a me caro e tutta quella parata di accessori che ogni giovane tiene come reliquie di un tempo totalmente suo ed irripetibile. Scritti, libri e ammennicoli di quegli anni, sono ancora tutti lì, chiusi nel baule, che ha sempre seguito poi ogni trasferimento della mia vita. Quando a 23 anni appena compiuti me ne andai a vivere in un pensionato, chiusi a chiave un’ultima volta il baule, che lasciai intatto alle mie spalle.

Dopo quella sera, incontro più volte Renato. Ha inizio un lungo e confidente sodalizio amicale, che coinvolgerà aspetti diversi e significativi della vita di entrambi. Rifletto sulla sua proposta e ne discutiamo. Pubblicare può sembrare oggi il solo destino necessario ed irrevocabile per una parola scritta, ed il suo corollario l’affermarsi nel qui ed ora della storia, in un gioco di rispecchiamenti funzionali uno all’altro, che moltiplica il volume del consenso, allegato naturale dell’ego autoriale. Spesso, senza alcun riguardo particolare al senso.

Allora non era così, o almeno non lo era per me, non lo è mai stato e non lo è tuttora. Una verve impositiva e diffusa informava di sé la poetica del tramonto, ma lacerti di romantica esposizione di sé nel testo lasciavano un testimone di speranza nelle anime aperte e disposte all’avventura di una nuova visione ideale. La sacralità del testo permeava ancora, forse in modo residuale, per qualcuno solo in forma di reminiscenza degli arcani, la nostra (la mia?) genetica culturale. Il pudore e la responsabilità erano flessioni vive nel mio animo. Non c’era l’urgenza performativa di andare in scena e di occuparla per rimanervi, quella che sembra affliggere diffusamente il presente. La conquista della visibilità non aveva ancora fatto tabula rasa delle distanze che separano l’attesa di un destino di scrittura dal suo compimento. Avevo pazienza, rispetto, attenzione, desiderio di apprendere e di ascoltare. Tutte attitudini interiori che mi hanno dato gioia, nella vita, ma che, insieme, lo posso scrivere ora a cose fatte, mi hanno procurato, nel coerente rispetto che ne ho sempre avuto, dolore, emarginazione e sconfitte. L’anello di congiunzione che salda gli arcani è un filo spirituale sotteso ai tempi e spesso invisibile alla contemporaneità dei molti. L’enfasi cristica del sacrificio innocente e la laica pietas, che abita l’animo romantico, fanno compagnia sotto traccia. Di loro non v’è quasi più nulla nel presente contemporaneo ai brandelli dell’io frammentato che si presenta in scena quasi sempre disabitato da una coscienza di sé e integra in sè. Solo sigilli nominali, strumenti retorici in difesa di paludate oltranze conservatrici. Lacerti. I retori montano la guardia ai sarcofagi. Ma Cristo ha già divelto la pietra, l’Innocenza risorta al tempo nuovo è già lontana e non ancora visibile. E’ nel futuro Altrove.

L’io quale sorgente unitaria dell’opera era una dimensione poco frequentata e piuttosto ignota ai percorsi creativi accreditati e accreditabili. La scaltrezza consisteva nel sapere che il potere, qualunque esso fosse, primo fra tutti quello mediatico, che sempre più si andava affermando, avrebbe saputo digerire tutto, qualsiasi opposizione, purché pronta a condividere un frammento della scena ontologica. La moltiplicazione del consenso stava diventando il solo viatico possibile per l’affermazione del senso. Le verità marginali e solitarie, per quanto fondate nell’interiorità di un singolo e originali, non avevano scampo davanti alla centralità mediatica e al corollario, spesso ancillare, della massa. Così fu, così è stato per molti, così a lungo e così tuttora è al suo grado più alto, nel diapason di un’epoca che tramonta e muore nel suo più maturo compiersi. L’omologazione dovuta ai mass media ha reso le appartenenze denotative poco più che una questione di apparenza. Un’etichetta, una qualsiasi, purché fosse, sarebbe stata sufficiente a coprire tutto. Il nominalismo didascalico avrebbe campito di sé l’intera scena. Staccando l’io profondo dalla sua forma mediatica, dalla sua rappresentazione. L’antagonismo, se non la separazione ontologica tra le parole e le cose, era già nato. Forse non sapevo con chiara precisione molte di queste cose. Vivevo una prassi coerente con tale intuizione, credevo che le cose stessero il tal modo e sempre più si andasse affermando tale modalità di praticare l’arte, o quello che io ritenevo e ritengo essere un suo surrogato, la rappresentazione retorica di modelli privi di persuasione interiore.

Renato, la persona che sentivo più prossima a tale soglia intuitiva, mi ha teso quella sera una mano ed io l’ho stretta. Dapprima con scarsa convinzione: la scrittura si basta del dono d’essere venuta in luce. I diversi gradi di condivisione che ne accompagnano e ne compiono il cammino sono sempre stati il tema essenziale della relazione tra il mio canto, la mia parola poetica, ed un suo possibile destino. Ho sempre avuto piena consapevolezza e responsabilità del significato di tale relazione. Da qui, le mie esitazioni iniziali e tutto il successivo e conseguente poetico viaggio.

Spesso, dopo gli impegni quotidiani, nei mesi successivi a quel nostro primo incontro, ho raggiunto la casa di Renato. Nella sua grande sala, dove le piante che egli stesso accudisce e cresce costituiscono introito alle nostre conversazioni e muta compagnia al dialogo, viviamo più di una notte di intensa dedizione ai sogni condivisi. Il senso della pubblicazione: perché? Che cosa pubblicare, come pubblicare, dove e come diffondere la mia poesia. E poi: quali poesie? Renato è fermamente intenzionato a farsi editore, e lo farà. Sogni su sogni, notti su notti e lunghe camminate. Quando sarebbe l’ora di indulgere al sonno, ci alziamo. “Ti accompagno”, mi dice. Insieme giungiamo fino al centro della città, conversando, discutendo, camminando. Qui giunti, mentre egli si accinge al ritorno, a mia volta mi offro di fare un tratto con lui. Un pendolarismo infaticabile che si alimenta alla passione condivisa. “Sussurri. Accordi nel mattino”, il mio primo libro di poesie pubblicate, nasce così, nel grembo delle nostre notti giovani e appassionate, senza risparmio di noi e delle nostre vite.

Una sera giungo a casa sua con la cartella che contiene i canti. Sono il frutto del lavoro di quegli ultimi mesi: non ho attinto nulla al mio baule. Così come non ho mai riletto, allo stesso modo non ho mai riscritto. Ogni opera nuova è stata, sempre, anche in seguito, frutto di uno stato nascente. Non di estemporaneità o di immediatezza, ma di ruminazione creativa nel presente. Contemporanea a me stesso, anche in senso cronologico e non solamente nella coscienza. E’ una tradizione che, nata allora, non ho mai più abbandonata. Il libro sta nascendo. Renato porterà presto i canti in tipografia. Paola ha già disegnato il logo della casa editrice. Qualche tempo dopo, ecco le prime bozze. Le conservo tuttora. Formato e carta sono esclusiva di Renato, la grafica, oggetto di nuovo dialogo, sarà cura di Paola. Una mattina di primavera del 1977, vado in tipografia per l’ultimo riscontro. Nell’amabile frastuono che caratterizza il lavoro, immerso nell’odore tipico degli inchiostri, in quell’atmosfera indimenticabile che ho sempre amata, vedo le ultime bozze. Mi viene incontro un tipografo, camice nero e mani in tinta. “Lei è l’autore?”, mi chiede. “Venga”, replica ad un mio cenno affermativo. Sono emozionato e inebriato, piacevolmente frastornato dall’odore, dal rumore, dalla vista. Le macchine in piana vanno, è una piccola azienda artigiana. Io sono inesperto al sommo grado, il lavoro al giornale è di là da venire. “Ecco le bozze”. Riscontro lì, in piedi, come spesso mi accadrà anche in futuro, prima di conoscere, in anni successivi, il privilegio tardo della bozza “a domicilio”. Sono ebbro di canto: il libro uscirà con molti errori. Forse ne contiene da solo più di quanti ve ne siano in tutti i miei successivi. Renato, intenerito, si offrirà di rimediare chiedendo errata corrige. Non se ne farà nulla. Mi congedo, saluto ed esco, ubriaco di gioia. I miei passi sono alti sopra l’asfalto, la primavera inoltrata sembra voglia salutare e festeggiare con i suoi colori e la vita incipiente me stesso soltanto. Piango: serro le mani che hanno messo in pagina i miei pensieri e, lungo tutto il tragitto verso il pensionato in cui vivo, piango: sono le prime lacrime di gioia dopo anni. Deve essere Aprile. Per me, un giorno senza tempo. Un virgulto vivo dell’Eterno.

Tiratura, mille copie. Copertina in cartoncino nero lievemente goffrato. Stampa di copertina in colore argento, non uso agenda e lucente. Una tonalità calda, ma piana. Piatta, ma non spenta: di bacinella, credo. Poche pagine in carta dignitosa, composizione in linotype e stampa con macchina piana. Legatura modesta, con punto metallico. Nessun risvolto di copertina. Nessun frontespizio e nessuna controcopertina. Un’edizione semplice, potrei dire umile e al tempo stesso elegante. Di una sobria eleganza, tutta quella che la spesa sostenuta può consentire al senso estetico di Paola e Renato. Nessuna nota biografica. Nessun commento. Solo una breve introduzione, pensata insieme e firmata da Renato. Ecco “Sussurri. Accordi nel mattino”. Quarant’anni fa. Eccolo, tra le mie mani. Emozione e commozione congiuntamente. Sono felice.

Mi abitava la malinconia, in quei giorni fervidi di sogno e lontani. Come sempre mi avrebbe abitato in tutti i giorni futuri della mia vita. Dentro tempi in cui la nominazione di Dio è un arbitrio per imporre con la forza ed il terrore la propria visione, nei quali il cinismo abusa di tutte le fedi innocenti per costruire un mondo perduto, sempre più secolarizzato ed a-spirituale, credo di poter dire che quel sentimento è stato per me l’indizio più intenso, più accurato, più preciso di un’attenzione senza remissione all’Infinito. Alla nostalgia di ricongiungermi all’Origine che abita ogni istante della vita e del canto in un poeta. La malinconia è stata ed è l’approssimazione più bella, più forte e più vera che ha scandito ogni passo del mio cammino, in attesa del suo compimento ultimo. Nostalgia, memoria, e speranza, il sogno, che insieme mi hanno tenuto nella Fessura del Silenzio. Nella cesura umana dell’esilio in cui tempi e Tempo si compongono nel per sempre della parola. Spero che l’eco di tale coscienza, di tale consapevolezza, viva nel mio solo lascito, il canto. Che tremino e brillino sempre e per sempre l’Infinito e l’Eterno nella Luce postuma del Canto. Accesi dallo sguardo di un cuore amante, che dischiuda la parola nel suo destino a me ignoto, eppure, nel suo luminoso mistero, atteso.

 

1Paola, è Paola Danesi, Renato, è Sergio Bonometti: amici e compagni di viaggio per un tratto intenso e significativo della giovinezza. Inutile, qui, dire di più.

Senza Nome. [Gli Amanti. I Mistici. I Poeti.]


Senza Nome.

La Luce del tramonto ti apre dentro. Il vasto orizzonte dei tempi che hai vissuti si spande tremulo appena oltre il tuo sguardo incantato. Non la gioia. Non il dolore. Non l’angoscia. Non il tremore. Non l’ansia. Non la malinconia. Non la nostalgia. Forse unicamente la Bellezza: solo l’Amore, infine, rimane, unico filo a tessere la tela sublime dei ricordi. Stilla di un’Arte senza nome che tutto ti ha dettato dentro. L’istante decisivo degli addii. La molecola arsa dal vento azzurro e bello della comunione, quando l’io ha iniziato a comporsi nel noi. Quando la prova alchemica del tu ha sospinto il sogno e l’attesa nel suo compimento.

Quando ancora non sapevi, nel Sabato della Vita, quale volto avesse l’Infinito, celato oltre la tua minuscola siepe. Quando la Domenica risorta nelle strette di mano urgeva nel foro interiore, nel silenzio della promessa che fosti. Quando ancora le convenzioni non avevano tentato di calcinare il te stesso che fosti nella sua rappresentazione sociale. Prigioniero della forma. Del ruolo. Delle appartenenze. Delle apparenze. Della forza del possedere che ti avrebbe garantito di lucrare una nicchia solida della presunzione d’essere.

Il Mistico. Il Poeta. Accesi dell’atomo di Luce di un etico per sempre, sorridono, lo sguardo teso oltre il tremulo orizzonte delle cose così come sono, nella angusta rappresentazione dei fatti, cui restituiscono la dignità di una verità composta oltre il qui ed ora del principio di realtà. Non v’è alcuna follia nello scarto di senso che essi tenacemente attingono e coerentemente vivono. Solo la coscienza stremata di un Tempo senza tempo, l’unico in condizione di restituire la storia a se stessa, nella nudità dello svelamento. Nel mistico silenzio e nella parola del poeta che rivelano la scaturigine originale. La tentazione analitica di Babele, ciascuno il suo, è risolta unicamente e divinamente dall’uomo nell’intuizione pentecostale. Che non annichilisce l’uno nella composizione indistinta dei multipli o nella liquescenza delle moltitudini. Tiene accesa la fiamma, come uno stigma di Mistero ai confini di sé.

Il neuma nel canto corale che il Cosmo intona. Quale tenace resistenza nel sapersi, nel conoscersi l’una, l’irriducibile nota! Il sintagma guarito di una smemoratezza necessitata dalla paura. Dalla stanchezza. Dal conformismo. Dalla banalità del quotidiano vissuto come un tranquillo rifugio per gli eguali fra sé di ogni tribù. Il Dio di tutti e di ciascuno offre il mare aperto di un dono indistinto ed inappartenente in cui la sola preghiera che ha eco nell’orecchio divino è quella che risuona della nota originale ed innocente di sé. Forse, quella dei folli di Dio. Gli Amanti. I Mistici. I Poeti.

Stai solo nel silenzio.

Stai solo nel silenzio.

Non ergerti sulla bellezza del Silenzio

con l’infima parola, tentata solo

dalla vanità. Stai solo, nel margine,

nell’ombra, nell’esilio quando la mano

tesa è un nido di serpenti ammaestrati

al disamore. Sorridi alla speranza,

che nuda ed accogliente viene incontro

nell’ora del divino incantamento.

Non esser morto dentro, uomo animato

dal cinismo e dal terrore. Ricorda

che tutto nasce nel grembo luminoso

d’una infanzia cullata al canto dolce,

nell’infinito ardore senza tempo.

Scacco all’odio.

Scacco all’odio.

Stacca dal giogo lo scacco d’ombra

che cancella il sogno stai nella Luce, ama,

la mano tesa alla pianura in cui dilaga

acceso il sole della remota,

dell’eterna infanzia. Alle ferite

inferte, il seme dell’incanto, posto

a dimora nella prima neve, sarà

conforto nel lieve e aperto cielo

d’una speranza immensa e senza tempo.

Estasi.


Estasi.

Vennero avanti armati fino ai denti

di menzogna,di sorrisi suadenti.

L’innocente lentamente moriva

in silenzio nell’estasi del compimento.


La vita correva dentro e, fuori,

i tempi, storditi d’assenza, bevevano

della muta violenza l’assenzio.

L’armonia del Cosmo, trepida ed ignota,

tremava nel grembo della parola

amante. Nella verità risorta.