Giornalista per sempre [6] FPC/1

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Giornalista per sempre. 5 [Scritti a mano]

Da tempo coltivavo il proposito di scrivere in merito alla formazione professionale. Avrei voluto farlo a partire da una storia tutta data e trascorsa, sebbene, almeno nelle mie intenzioni, per nulla conclusa. Quella stessa che ho raccontato in parte nel primo dei post dedicati alla mia piccola, ed ormai lunga, vicenda professionale, e che ho talvolta ripreso, dovendovi inevitabilmente accennare nel contesto dei successivi dallo stesso titolo.

Poi, il fatto nuovo. Quello che per me era stato sempre un appassionato, e volontario, cammino di ricerca, di esplorazione della conoscenza, nelle pertinenze dell’universo professionale e spesso anche oltre i suoi confini condivisi, e di crescita umana, è diventato, a partire dal Gennaio di quest’anno, un itinerario obbligato. La Formazione Professionale Continua, si chiama così, è ora [anche] un adempimento di Legge.

Avrei voluto scrivere di alcuni paradossi. Non lo farò, però, almeno non qui e non ora. L’obbligo di legge ne ha infatti messi in luce altri. Li lascio tutti in sonno, i nuovi ed i lontani nel tempo, quelli che ho a lungo ruminato negli anni. Devo averlo già scritto da qualche parte: il Sessantotto fece di me un ribelle in sedicesimo, che abbandonò nelle vicende di quegli anni il ruolo di primo della classe. Di fatto, se non di nome, profitto, passione ed impegno alla mano. Non sono mai tornato su quel periodo dell’adolescenza, forte e delicata come tutte le esperienze di iniziazione, e ne ho lasciato lacerti sparsi in profili curricolari attestati, come qui, ed in altri più improbabili luoghi d’autobiografia spicciola. Dopo alcune capriole nel fango, a conclusione delle quali mi ritrovai ad abitare il punto zero dei margini esistenziali, sociali e culturali, rividi al fondo di me stesso il fuoco mai del tutto spento di una passione forte per la conoscenza. Le cui braci, alimentate dal vento di una instancabile curiosità, avevano continuato ad ardere, non soffocate mai sotto la dura pietra dei giorni. Tutto di me si volse a quell’enclave di sopravvivenza interiore, che aveva mirabilmente e per grazia resistito anche a me stesso, ed iniziai così un cammino persuaso di autodidatta per amore che mai più avrei abbandonato.

Un percorso ad intensità variabile, come è di tutte le esperienze della vita, talvolta istituzionalmente attestato, talvolta condotto nella più piena solitudine, secondo la coerente prassi che spesso affligge o esalta tutti i cammini di formazione self-made. Ho avuto maestri, rari, e nessuno tra loro caratterizzato da un profilo professionale squisitamente giornalistico. Ho scritto spesso di loro, singolarmente, e li ho talvolta citati su questo stesso blog. Uno, in particolare, Emo Marconi, che conobbi negli anni del mio esordio nel giornalismo, ha avuto un ruolo umanamente rilevante nel mio percorso lifelong learning. Allora, quando lo incontrai, non se ne parlava affatto ed esperienze formative come quella che ho vissuto con Emo Marconi, erano [ancora?] prossime alla sintassi umana della comunione, sebbene saldamente ancorate in profili di competenza, conoscenza, e, sì, fortemente ispirate ad un sapido orizzonte culturale.

Non citerò gli altri. Non voglio millantare crediti non attestati e che pertengono più spesso la misura discreta della confidenza, invece di quella più convenzionale della frequentazione pubblica e/o di una prassi istituzionale. A me va bene così, mi è andato molto bene fosse così e così soltanto. Il dono del dialogo, sia pure frammentario ed ora anche lontano nel tempo, [uno di loro è scomparso da decenni], è stato quello che più di tutto mi ha aiutato a crescere, a formarmi umanamente. Malgrado ciò che ne possono pensare altri, credo che non vi sia alcun professionista che sia degno di tale nome, se privo di una qualità umana idonea a sostenerlo.

Le loro tracce sono sparse con generosa imperizia, la mia, tra i post del blog. Posso dire che sono stati, oltre a Marconi, in tutto due.

Nei precedenti post dal titolo Giornalista per sempre, ho solo fugacemente accennato ed in circostanze diverse all’esperienza formativa che, negli anni Novanta, mi ha portato in giro per l’Italia. Ero alla ricerca di un profilo professionale di confine, più adeguato a dialogare con le diverse figure di prossimità, attive sulla scena di un tumultuoso transito [epocale, e non solo e primariamente nell'ambito della comunicazione e del giornalismo] tuttora in atto. Nel tentativo di acquisire competenze ormai irrinunciabili, un minimo comune denominatore necessario per tentare, almeno tentare di essere parte attiva del cambiamento, e non detrito di una deriva senza fine, o, peggio, risentito militante nell’usbergo armato che combatte ogni cambiamento in atto, sfruttando fino al parossismo della dissipazione, ogni rendita, pur minima che fosse, di posizione.

Non ho mai scritto invece di quest’ultima esperienza formativa, un altro approdo tardivo della mia piccola storia professionale. Da quando, nel 2009, riuscii a parteciparvi una prima volta, ho mancato uno solo dei Seminari. Il perché lo scrissi l’anno scorso, come meglio più non saprei fare.

Fra i diversi appuntamenti formativi ai quali ho partecipato quest’anno nell’ambito della FPC, ve n’è stato uno, l’ultimo al quale ho preso parte, che mi ha convinto ad accantonare le perplessità. Mi ha spinto a scrivere subito, qui ed ora, della Formazione Professionale Continua. Non nei termini ampi e generali ai quali ho accennato all’inizio. Con la puntualità dell’esperienza in fieri. Non cronaca. Sintesi sincopata di tratti salienti dell’incontro e dell’apprendimento.

Comincerò dunque da quell’ultimo e lo farò credo presto, scrivendone qui.

Prima di iniziare, ho voluto tentare di offrire tono e senso di quella lunga esperienza d’apprendimento, di formazione che è stata, forse e almeno secondo la mia visione, la vita stessa. Intera e tutta [lifelong learning?].

“Gran parte di ciò che conosco della vita l’ho appreso da qualcuno o da qualcosa e tutti e tutto mi hanno insegnato. Anche da una semplice foglia ho potuto sapere della bellezza e, al momento del suo distacco, della caducità o di un altro nuovo destino di ogni forma”, sosteneva Emo Marconi.

Ho avuto dunque non tre soli maestri, ma infiniti, talvolta anonimi e sconosciuti a se stessi nelle proprie intenzioni. E non ho mai cessato di apprendere e di formarmi in ogni istante della vita. Anche dall’errore e dal dolore ho appreso. Soprattutto, nell’errore e nel dolore mi sono formato. Come uomo ho certamente tentato sempre di farlo. Credo che anche l’irrevocabile curiosità del giornalista abbia le sue radici qui e qui alberghi la sua anima più coerente e più vera.

 

Giornalista per sempre. [5] Scritti a mano.

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Scritti a mano.


Una sera d’estate, quasi dieci orsono, la malinconia mi aveva pervaso, come solo lei sa fare, salendo piano in ogni fibra dell’anima. Compagna dolce e silente, che stenti dapprima a sentire, poi una volta avvertita dentro te, a riconoscere nella sua vera identità di coscienza. Nella sua propria natura.
Talvolta sconfina o si presenta insieme e con il volto della sorella omozigote, la nostalgia. Prima ancora che tu possa comprendere se sia l’una o l’altra che avanza, che ti sfiora e accarezza sulla mente e nel cuore, ti prende, ti abbraccia e ti serra. Fino a quando le cedi e finalmente sai chi lei davvero sia, quella linea di sottile confine che ti divarica dentro, tra memoria e speranza, tra passato e futuro, abitando il tuo mite e indifeso presente.
Era una sera così, quell’estate di otto anni fa. Mentre lasciavo che il tempo trascorso parlasse in me, sempre più comprendevo da dove venisse. Se fosse, come in un primo tempo sembrava essere, malinconia, o come presto si mostrò, indulgere lento alla nostalgia. O se non fosse né l’una né l’altra, o, piano, il sentimento originario ch’era insieme un poco dell’una e un poco dell’altra, si stemperasse o nascesse in qualcosa d’altro di rinnovato ed al tempo stesso radicato nella memoria della vita vissuta. Un’intenzione, per esempio.
Affiorò allora il proposito denso che coltivavo da tempo, un progetto, se così si può dire, al quale mai avevo messo mano, e che si inscriveva a buon diritto nella metafora esistenziale, a me cara ed essenziale, del transito.
Erano trascorsi più di dieci anni da quando avevo smesso di praticare giornalismo attivo nella sua forma [allora, ma forse ancor oggi in qualche frangia non residuale dell'universo mediatico] ortodossa [più ortodossa]. Avevo lasciato per mia volontà Madre, la rivista mensile nella quale avevo esordito ed in cui avevo lavorato come giornalista per più di sedici anni. Ci sono vicende per metabolizzare [non dimenticare: quello è per alcune esperienza fondative e fondamentali della propria vita impossibile] le quali sono necessari anni. Uscire dal dolore, anche quando sei stato tu stesso a scegliere la via, la più dura, non è facile. Mai. Talvolta rasenti nel cammino abissi che sfiorano il non senso assoluto rispetto ai luoghi comuni, ed anche a qualche pur ragionevolissima e fondata evidenza del reale. Ci sono solitudini la cui radice è prima di tutto una sorgente interiore. La coscienza è la sola madre del più impervio tra gli esili. Anche quando non adotti strategie particolari di difesa e la tua sola immunità è garantita dall’andare tu come un folle verso un tuo possibile futuro, sordo e cieco a tutto il tuo passato, che pure hai amato senza remissione interiore,tutto di te tacita la memoria di quei giorni, di quel tempo umanamente e professionalmente felice.
La malinconia e la nostalgia sono dunque sintomi di guarigione, un balsamo rispetto alla durezza di quell’impietrito silenzio sopra il quale tutto scivola, la memoria intera e con essa la speranza, che nasce solo ed unicamente nel solco di una continuità possibile.
Stavo lentamente guarendo. Stavo uscendo. Me lo dicevano appunto la commossa malinconia e la velata nostalgia con la quale mi accostavo al mio passato. Altri segni avevo avuto. Altri desideri, che non si erano opposti, come mi era a lungo accaduto, anche alla dignità del ricordo ed alla stessa necessità.
Tutto l’archivio dei miei scritti, quelli relativi alla mia prima vita da giornalista, a grandi linee dai venti ai quarant’anni, era stato a lungo sepolto. Originali scritti a mano o a macchina. Bozze. Copie delle pubblicazioni che avevano ospitato i miei articoli. Corrispondenza di lavoro. Tutto sepolto, in un porto senza sbocchi sul mare della vita vissuta. Tutto in sonno, nel limbo di un passato all’apparenza, ed anche in realtà spesso, senza futuro e senza destino più.
Eppure da qualche mese erano accaduti fatti nuovi. Il muro di solitudine e di silenzio che mi aveva separato dalla mia vita precedente, la lunga fuga verso un futuro sempre in procinto di nascere e mai dato se non nel suo embrione di stato nascente, aveva mostrato qualche breccia. Nella forma di un incontro, non rifiutato, se non proprio cercato. Avevo riaperto qualche carpetta d’archivio. Con esitazione. Poi, con maggior convinzione, ero tornato fra le mie carte. In un’occasione, non avevo più rifiutato il passato e la necessità aveva fatto premio, per la prima volta. Avevo fotocopiato quasi per intero l’archivio degli articoli pubblicati, perché servivano per una candidatura.
Stavo guarendo.
Non più solo il giornalismo di formazione, di sperimentazione, di ricerca, in gran parte digitale, che dal 1994 in poi era stato la mia seconda vita. Stavo ritrovando confidenza con l’uomo e con il professionista che ero stato. E il dolore che un tempo avrei provato in quell’incontro un poco solipsistico si stava aprendo ad altro. Aprendo. Ecco.
Fu così che quella sera d’estate, proprio nell’anno in cui avevo registrato il dominio del blog che avrei aperto sette anni dopo,rivalutai tutta l’essenza dell’esperienza. Avrei scansionato alcuni degli scritti pubblicati, per riproporli un giorno, chi sa se, chi sa mai, chi sa quando, in formato digitale. Iniziai, quella sera stessa, da alcuni tra quelli che ritenevo più significativi. Tra quelli a me più cari.
Nei giorni scorsi, sono tornato ad aprire quella cartella, che riposa da anni sull’HD. “Scritti a mano”, l’avevo intitolata. Ed alcuni tra quei testi furono davvero scritti così, a mano, da me, che avevo iniziato la professione nel 1978, vedendo uscire le righe del mio lavoro dal magazzino di caratteri della linotype.
La sacralità dell’origine, così intatta nella dolorosa memoria di malinconia e di nostalgia, sembra spandersi con identico profumo nell’essenza creativa di sé. Nell’infinito transito che senza requie mi abita e mi occupa in stretta relazione con il tempo che ho vissuto, la parola di carta è la stessa parola digitale che ora proporrò qui nei mesi futuri. Testi, infine. Una testimonianza. Umana. Professionale. Una narrazione del vissuto all’ombra di un secolo che conosce la vocazione all’eterno e riconosce il suo effimero limite raccolto nella storia. Anche nel segno, dunque, che della storia è talvolta accento lieve e fragile, non di rado sintesi sublime dei tempi coniugati lungo la spirale del Tempo.

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Febbraio 2005/Settembre 2008

Il giorno dopo, a Milano, raccontai l’esperienza durante le ore di frequenza al corso, al mattino. Narravo rispondendo alle domande dei compagni e dei docenti. Ricordo perfettamente che sentivo in me un palpito febbricitante. Come se la ferita delle parole, posso dirlo, l’offesa, stesse lavorando anche il corpo, stremandolo in una resistenza che pareva a qualcuno ancora più assurda di quella di sempre fin lì sostenuta. C’era tra i docenti, titolare di una o più ore, non ricordo, proprio quel mattino, un filosofo, che si occupava degli aspetti relazionali d’impresa. Era capace di grande empatia. Egli, sentivo, aveva compreso. Durante la pausa andammo come spesso a bere un caffé tutti insieme. Il filosofo continuava ad incalzarmi, voleva che raccontassi, ancora ed ancora. Lo faceva per me, lo capivo. Al banco del locale affollato di avventori, tra i compagni, il confronto si fece serrato. Io stavo male dentro. Non potevo negarlo a me stesso. Non tutti del resto davano pieno conforto alla mia esperienza. I più accaniti sostenitori della mia ingenuità, quelli che durante il corso si erano spesso impegnati a tentare di convertirmi al verbo del così va il mondo qui ed ora, e forse così sarebbe sempre andato, a loro giudizio, almeno quel giorno avevano optato per la decenza del silenzio. Il mondo, la cosiddetta società civile contemporanea ed italiana, non è e non è stata, spesso, migliore di chi è stato chiamato a rappresentarla. Lo avevo già ampiamente esperito prima di quegli anni, lo sapevo, e lo avrei saputo, ogni giorno di più in quell’infinito transito che iniziava allora, appena dopo Tangentopoli. Al contrario. Spesso, alcuni rappresentanti istituzionali ne sono e ne sono stati l’espressione più significativa, eccellente (nel senso proprio di esponenti esemplari della negatività che alligna diffusa) e l’humus della complicità è il brodo di coltura e di sussistenza della corruzione. “Con la sua condotta etica irreprensibile –mi disse ad un tratto il   filosofo – lei ha rivelato il suo interlocutore a se stesso. Ed egli non ha potuto sopportare tale evidenza. Non le ha perdonato di averla portata in luce dentro di sé”. Smisi di rispondere e di raccontare. Mi fermai alle parole del docente, che sentii profondamente vere. Da lì iniziai un cammino di consapevolezza ulteriore che, se in parte mi dava conforto, dall’altra mi rendeva ancora più esposto lungo il tratto di vita che irrevocabilmente si svolgeva in una fedeltà anche professionale a me stesso.

Oggi sono un poco confuso. Non so nemmeno più se vedrò quel Paese migliore che ho a lungo sognato, e che avrei sperato di poter collaborare a costruire con il modesto contributo della mia fatica. Sempre più, e sempre più spesso mi sono sentito tale, mi sento al pari di quei mendicanti che entrano nel vagone della metropolitana e, chi con il violino, chi danzando, chi ostendendo l’innocenza un bimbo, chi semplicemente narrando con voce turbata da pianto incipiente, raccontano la propria storia invocando un cent di carità ed uno sguardo di umana pietà. Mi chiedo, e chiedo, dove ho sbagliato. Nel credere che prima venissero le competenze e poi il luogo in cui impiegarle? Forse la mia preparazione è sempre stata eccellente (a parere d’altri) quando si è trattato di accedere a nuova formazione ed insufficiente per coprire un ruolo professionale? Forse è troppa? Forse insufficiente? Forse sono stato il più stolto ed il più immeritevole di occupazione fra tanti, al punto tale da anticipare volontariamente con i miei comportamenti i sintomi e le conseguenze di una crisi che ora prende alla gola tutto il Paese insieme e ciascuno nel suo scampolo di esistenza? Forse sono stato troppo in anticipo? O forse sono troppo in ritardo? Forse sono solo un presuntuoso illuso? Forse le cose non stanno come le ho vissute o come ho cercato di descriverle? E allora, come stanno le cose? Devo amaramente concludere che il mio curriculum vitae è stato sempre un bicchiere  di cartone e vuoto, come quello che presentano i mendici in metropolitana?

Talvolta sorrido amaro dentro me ad occhi chiusi, quasi nella trance del sogno di un Paese diverso, che non vorrei finisse mai, quando sento che da più parti viene invocata la formazione permanente. Lifelong learning, sento ripetere. La mia vita, e non solo quella professionale, è stata tutta un lungo apprendistato. Spesso volontario, e gioiosamente tale. Mi sono sempre sentito un estremo dilettante, in fase di continuo, feriale e diuturno apprendimento. Tanto felice in me, per me quanto inutile fuori di me. Forse non ho seguito il percorso formativo corretto? Cosa non ho voluto, saputo o potuto apprendere di quel che serve a vivere una vita professionale anche economicamente autosufficiente? E mi riferisco alla minima sussistenza, non al superfluo e meno ancora al lusso. O forse sono stato solo il più incapace fra quanti ho incontrato. Non amo gli enigmi e le sibille. La risposta è, per quel che è stato e per quel che mi riguarda, nella mia vita stessa. Lascio ai posteri l’azzardo di formularne una più corretta e precisa di quella che la vita stessa mi ha dato. Se il cuore gliene dice dentro…

Tra poco forse il mio viaggio professionale finirà. O forse è già finito da un pezzo ed io sono un sopravvissuto a se stesso che vive nel placebo di un’illusione feroce al risveglio. Dovrò scendere e non avrò più forza, faccia?, per salire altri vagoni. Ma una cosa vorrei capire. Che cosa dunque davvero vale in questo Paese, che amo, da un punto di vista professionale? Più il merito? Solo l’appartenenza? Unicamente l’apparenza? Che cosa significa essere disponibili? Che cosa essere umili? Che cosa vuol dire servire con dignità continuando a credere in ciò che si fa e prima ancora in chi si è? Che cosa significa sacrificare se stessi per ciò in cui si crede? Che cosa significa costruire senza scendere a compromessi? Quali sono le soglie etiche davvero irrevocabili che, prima ancora delle carte etiche e dei codici deontologici, denotano i limiti che non si possono oltrepassare pena la compromissione di sé ed in essa la perdita di credibilità? La correttezza e l’onestà sono davvero un lusso, come qualcuno un giorno volle indurmi a credere? Un vessillo da agitare nei pubblici e retorici pronunciamenti da parte di chi se li può permettere e da ignorare nella feroce quotidianità prigioniera dei bisogni ed orfana di sogni? E la dittatura del mercato, il primato dell’economia e della finanza sono e sono stati davvero i soli viatici d’accesso per qualche destino, anche professionalmente attestato?  E verrà mai un giorno in cui le cose staranno ferme in una loro indubitabile giustizia, dico di quella umana e perfettibile, certo, facendo sì che chi segue la via interiore di una tentata coerenza non debba alla fine pagare con l’esclusione e con la condanna alla marginalità?

Lo so. Può darsi che io sia solo un presuntuoso, un incapace, e forse anche altro che mi è stato talvolta rinfacciato a proposito delle mie scelte. Ma c’è qualcosa che non torna nel quadro che ho tentato di delineare, in tutta buona fede, e se ho sbagliato per ignoranza me ne scuso sin d’ora. Qualcosa che stona, ancora, qualcosa che stento ad accettare con piena quietudine professionale. Che cosa? Sono io, solo io, il piccolo accento, l’errore che incrina il senso della frase, l’occhio chiuso che oscura la scena? O qualcosa ancora rimane da fare, un tratto di strada da sgombrare perché il futuro si dispieghi piano e trasparente come fu, se non negli auspici di tutti, nelle speranze di qualche solitario qualcuno? Vissuto (e considerato), e non per sua astuzia, come fosse nessuno. C’è ancora luce davanti o sono solo un poveraccio rimasto fermo a domande che nemmeno gli adolescenti, e da decenni mi pare, ormai si pongono più? La vita, anche quella professionale, può essere ancora decenza, non dico sogno, o può essere solo l’abilità di una navigazione capace di compromesso che garantisca il mare aperto e la sua tenuta? Qui, nella rada di questa mia ultima ed estrema sera, sento ancora vibrare la speranza di una possibile risposta. Temo però che poco attinga alla memoria dell’esperienza. Credo che senta il vento aperto e caldo di un respiro che ha un altro passo interiore. Che spazza l’alba di un’altra storia. Nuova. Se non qui ed ora, altrove e un giorno. In un altro per sempre.

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Febbraio 2005/Settembre 2008

Confesso che ho un poco accantonato, negli anni successivi, la comunicazione pubblica ed istituzionale quale argomento di impegno civile, di studio, di eventuale lavoro. Ho fatto solo sporadici tentativi, riproponendo il progetto di comunicazione in una sua versione succinta. Senza nulla ottenere. Ho mantenuto però vivo il contatto con il COMPA, il salone della Comunicazione della Pubblica Amministrazione, che si tiene ogni anno a Bologna dal 1994 (ed al quale ho partecipato sino all’edizione del 2007). Ne sono stato un fedele ed assiduo frequentatore. Per qualche anno, anche entusiasta. Ho visto crescere la bozza Frattini nell’agone, talvolta caldo, del dibattito bolognese. Lì ho visto nascere i prodromi della Legge 150. Lì ho ascoltato i primi commenti, e in qualche modo la presentazione al pubblico esperto, del testo tanto atteso poco tempo dopo la sua promulgazione. Lì ho sentito discutere del regolamento applicativo e, poi, della contrattazione con l’Aran. Lì, mi è sembrato di capire che la Legge 150 stessa, potesse costituire un’opportunità per i giornalisti.

In 10 anni di partecipazione al COMPA ho raccolto una documentazione sterminata. Facendo il pendolare, la spola tra Ospitaletto e Bologna nei giorni del salone, per i tre giorni consecutivi di apertura. Con levate antelucane, tornando ogni sera con un’infinità di borse in carta (e talvolta in tela) griffate dalle varie istituzioni. Per anni, nei periodi successivi, ho spostato dall’una all’altra precarietà la consistente documentazione stipata in casa. Poi, un’estate di qualche tempo fa, verso la metà degli Anni 2000, preso da un raptus salutare, ho smobilitato il castello di cassette della frutta, in legno, che mia moglie aveva amorevolmente dipinte per dare qualche dignità a quell’ineffabile quanto precario archivio. Simbolo e riflesso vivo e fedele della mia vita professionale, nomade e vagabonda, senza approdo e senza fissa dimora: per anni, senza destino. Con la lucidità e con la determinazione che ci prendono talvolta e per fortuna con accenti esagerati, ho portato gran parte del tutto ai cassonetti. Una serie interminabile di viaggi durata più di una settimana. Ho conservato i volumi, le raccolte di riviste, gli atti di qualche seminario e convegno ai quali avevo scelto di partecipare, fra quelli offerti dallo sconfinato catalogo di volta in volta proposto dall’organizzazione. Qualche tempo fa (2013), ho perfezionato l’opera di smobilitazione. Al termine della quale, mi sono chiesto, pervaso da un diffuso e screziato sentimento di malinconia, di delusione, di amarezza e, sì, malgrado gli anni trascorsi, con qualche residua traccia di sordo e profondo dolore: “qui prodest?”. O, meglio ancora, a chi è giovato? A chi è servita quella sterminata produzione? E questa volta, ancor più che nella precedente occasione, ho sentito che l’orizzonte della mia curiosità era più ampio di quello del semplice cittadino qual sono ed anche di quello del professionista fallito.

Ho trascorso gli ultimi anni, per lunghi tratti, professionalmente in sonno, colpito e ferito. Mea culpa. Ho taciuto. Ho cercato di servire, questo sì, lo spirito della professione come ho creduto dovesse essere servito. Certo, non mi illudevo che anche il solo lasciar intuire che si volesse entrare a schiena dritta nella Pubblica Amministrazione mi offrisse rosse stuoie e lasciapassare. Qualcuno mi ha chiesto con sprezzo se volessi fare il sindaco: no, ho risposto, io non voglio fare null’altro che ciò che credo di essere, un giornalista. Come tale, pur consapevole dei diversi ruoli e poteri, collaborare nel costruire l’informazione per i cittadini. Un programma troppo ambizioso, l’illusa utopia di una presunzione? Non so, non so più. Mi era parso di comprendere che la Legge 150 avesse delineato due profili, quello della comunicazione pubblica, che aveva nell’URP il proprio presidio professionale, e quello dell’informazione istituzionale, che trovava compimento nell’Ufficio stampa. E che il primo fosse il luogo della PA, mentre al secondo si applicassero, con il proprio impegno e la specifica professionalità, i giornalisti. Non ho capito nulla, forse?

C’è un ultimo aneddoto che vorrei ricordare. Un giorno, quasi al termine di un lungo incontro svolto nell’ambito del percorso di costruzione di Progetto Anthropos, redatto mentre frequentavo a Milano un corso annuale organizzato da Formaper, un amministratore pubblico prese dal tavolo la bozza della mia proposta e, dopo avere rigirato le pagine un’ultima volta tra le mani, in precedenza brevemente sfogliate, alzò lo sguardo e disse: “Il progetto si può certamente migliorare”. Il suo tono celava a malapena disprezzo ostentato. Si era alzato da dietro la scrivania e aveva proseguito: “Tu – era passato all’improvviso da un lei impegnato durante tutta la conversazione, cordiale, alla seconda persona singolare, assumendo un tono duro e tagliente – devi solo fare una cosa. Torni a casa e questa sera mi telefoni. Mi chiedi di presentarti a Tizio e Caio perché vuoi lavorare. Non serve alcun progetto”. Rimasi di sale, umiliato e confuso. Come sempre mi accade nei momenti più drammatici, opposi unicamente la resistenza del silenzio. La difesa interiore raccolta su se stessa, disarmata e fiera, quella che non cede un millimetro interiore di sé per non lasciare che si contamini con l’infimità di chi alza anche solo metaforicamente la mano, è il distintivo di un indole personale che sempre mi ha assistito. Raccolsi in silenzio, con lenta compostezza, le mie carte. Non ascoltai più nulla. Non risposi più. Non so nemmeno se il mio interlocutore stesse parlando ancora. Non so se balbettasse scuse o se più infierisse. Dall’istante dell’offesa non seppi più nulla di lui. Salutai, questo sì perché la serietà non formale è la sorella più nobile della fierezza, così mi è stato insegnato, ed uscii. Inutile dire che non telefonai, né quella sera, né mai più.

 

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Giornalista per sempre [4]

Giornalista per sempre [5]

Giornalista per sempre [6]

 

Giornalista per sempre. [2]

Giornalista per sempre. 2.

Iniziai a scrivere la Lettera al silenzio che comincerò a pubblicare oggi nel mese di febbraio del 2005. In calce, trovo ora anche la data dell’ultima revisione, settembre 2008. L’epistola aveva un suo preciso destinatario ed era stata ispirata da una specifica circostanza professionale. Un evento che non mi riguardava personalmente e del quale ero venuto a conoscenza in modo fortuito e tardivo. A cose fatte, insomma. La missiva, alla quale avrei voluto allegare un CV, non è mai stata spedita. Piano piano, nel tempo, è divenuta altro da sé. Sempre più consapevole come tanta altra mia scrittura, e non solo quella poetica che è secondo la mia convinzione per statuto ed ontologicamente tale, inutile in senso proprio (e non in quello della poetica cui sono sempre stato fedele) nel Paese che si esercita nella retorica pubblica della virtù e frequenta una prassi feriale persuasa scorretta, quando non anche apertamente corrotta. Celebrando il merito nei documenti scritti e nei convegni per poi irriderlo ad ogni sua minima invocazione vissuta in una quotidianità indifesa. La lettera è stata spesso riletta, in parte riscritta ed in parte adattata ed adottata per un diverso destino. Un intervento da compiere di persona, un diario autobiografico. Fino a divenire lo scritto che oggi è, ricco ogni volta che vi ho posto mano di un nuovo aneddoto e di una diversa destinazione. Riposto però sempre a riposo sull’HD. Come tale, come una pagina di autobiografia professionale, inizio a pubblicarlo oggi. E’ una decisione che ho maturato da tempo, rifinendola ogni volta a partire dal giorno in cui ho capito che Giornalista per sempre sarebbe diventato, presto, un post del mio blog. Il primo, ora lo so, di una più ampia narrazione.

 

Febbraio 2005/Settembre 2008

Ho 55 anni. Non cerco attestati d’onore: so che c’è stato chi ha pagato più duramente di me, e a maggior prezzo, la propria testimonianza. Non posso però nemmeno negare l’evidenza di una scelta che, nel mio piccolo, mi è costata anni di disoccupazione e non so quante umiliazioni. Davanti alle quali mai ho mutato, sebbene abbia talvolta vacillato, il mio intendimento di stare “a schiena dritta nella professione”. La stessa fedeltà a tale proposito, ha guidato la mia esperienza professionale durante l’ultimo decennio, ispirandomi un impegno di impronta civica, se non civile, che auspicavo di poter compiere quale servizio nell’ambito della comunicazione pubblica e istituzionale. A tale scopo ho cercato fin da subito di prepararmi, dopo la conclusione del mio rapporto di lavoro con il giornale, con grande sacrificio e con mezzi sempre più scarsi. Nel 1997, quando ancora la Legge 150 era bozza Frattini, ho frequentato a Milano un corso “Lavorare per se stessi mettendosi in proprio”, della durata di 600 ore, organizzato da Formaper. In quell’ambito, ho svolto uno stage presso l’URP del comune di Venezia. Stage che io stesso mi sono procurato, senza alcuna personale conoscenza nell’ambiente, e che ho frequentato con notevole dispendio di energie e di mezzi, pendolare per la sia pur breve durata dello stage tra il paese in cui abito e Venezia. Al termine del corso, ho redatto Progetto Anthropos, business plan per un progetto di comunicazione rivolto ad Enti locali (pp. 250, circa) che ho fatto riprodurre in 30 copie. L’anno successivo, al termine di due diversi corsi, uno frequentato a Firenze (Hypercampo), l’altro di nuovo a Milano (Elea), ho svolto altri due stage, entrambi da me stesso procurati ed organizzati, presso la Rete civica di Cremona. Al termine del primo, ho redatto uno studio dal titolo Comunicare la rete, progetto di comunicazione per la Rete civica di Cremona. 1997. A conclusione del secondo, ho presentato tra l’altro in sede d’esame un progetto sul tema La lingua in rete. Lingua e linguaggi della comunicazione pubblica e istituzionale attuata con strumenti informatici evoluti. Firenze 1998.

So che l’Ordine dei Giornalisti della Lombardia, attraverso l’Istituto “Carlo De Martino” per la formazione al giornalismo, ha organizzato corsi di Comunicazione pubblica, rivolti, mi sembra in un primo tempo, a soli giornalisti disoccupati nel tentativo di favorirne, offrendo loro una possibilità di aggiornamento, un eventuale reinserimento nel mondo del lavoro, o una nuova opportunità professionale. Lo so per avere partecipato due volte alla selezione di ammissione, superandola in entrambi i casi. Una prima volta nel 1998. Ho evitato, in questa sede, il racconto di molti altri aneddoti relativi al cammino di quegli anni, che, pur nel loro esito professionalmente negativo, non ho trovato lavoro, avrebbero potuto lasciar supporre una flessione autocelebrativa di me, nella resistenza. Ho sempre creduto che il merito fosse l’unica qualità necessaria a superare la soglia di accesso alla professione, soprattutto e ancor più nell’ambito di una sua particolare declinazione, quella appunto civica, istituzionale. Se ne scrivo, se ancora trovo in me la forza residua di farlo, è perché voglio tuttora sperare che sia possibile crederlo, anche con qualche fondamento nel vero della realtà. Sul piede di tale convinzione, per tre anni ho cercato di mettere a frutto tutto quanto avevo imparato in termini di autoimprenditorialità. Conservo tutto il materiale relativo alle iniziative prese: la cartella che contiene le risposte degli Amministratori ai quali mi sono rivolto con la mia proposta è piuttosto esile. Eppure, più volte mi è stato chiesto quale fosse la soglia di accesso. Devo dire che con sconfortante puntualità, qualche volta in modo per me anche drammatico, mi è stato fatto comprendere, o esplicitamente detto, che essa è nell’appartenenza politica. Forse sono, sono stato, solo un illuso, o peggio, ma in piena buona fede ho creduto che agire come ho agito, cercando cioè di anteporre la qualità professionale alle convinzioni personali, significasse stare a schiena dritta. Posso aggiungere ora con esperta competenza che così agendo si sta anche a pancia vuota.

Quando partecipai al colloquio dell’IFG per la prima volta, nel 1998, ricordo chiaramente che uno tra i colleghi della commissione giudicante, il presidente (ne ricordo bene il volto ed il nome), sfogliò per qualche istante e lesse Progetto Anthropos, che avevo con me quale documentazione. La copia potrebbe essere ancora da qualche parte, nella sede della scuola, perché alla fine egli mi chiese: possiamo tenere il tuo lavoro? Risposi di sì. Poco prima, alzando lo sguardo da una attenta (o tale a me parve) lettura del testo, mi disse: “Collega, se fossimo in un Paese serio, uno come te avrebbe non uno, ma dieci posti di lavoro”. Confesso che mi commossi: quando si soffre a lungo e profondamente, si è facili alla commozione, forse. Lo ringraziai per la stima. Egli mi chiese: “Ti aiuta qualcuno?”. “Mia moglie, risposi”. Se ho resistito, dunque, nella speranza che il merito potesse un giorno valere, lo devo a mia moglie, che mi sostiene con la sua sola fatica, e non altro, mentre io sempre più e sempre più spesso mi dedico ai lavori di casa. E lo devo anche un poco al collega, le cui parole non ho mai dimenticate, sebbene non le abbia mai menzionate in pubblico, prima d’ora, qui, in questa lettera. Superai la soglia di ammissione. Purtroppo non ne conservo traccia, perché la comunicazione mi venne insolitamente data con il semplice avviso telefonico di un incaricato. Qualche giorno dopo, seppi che ero risultato idoneo anche a Firenze. Fui contento e insieme confuso: avevo sempre desiderato di poter entrare alla scuola fondata da Carlo De Martino e a lui poi intitolata. Da giovane, non mi fu possibile farlo: dovevo sfangare duramente, e con gioia, la vita di redazione, alla quale ero giunto, approdando ad un sogno. Ed ora che mi si prospettava, sia pure con modalità affatto diverse, la possibilità di entrare nel luogo sperato, mostravo esitazioni. Eppure, la vita è così. Cercai conforto per una scelta. Telefonai ad Alessandro Caporali. L’avevo conosciuto, e da subito stimato, durante il corso di preparazione per la prova di idoneità professionale. Non godevo di particolare confidenza, ma il fatto che mi avesse riconosciuto durante la fase di selezione, alla cui organizzazione egli stesso partecipava nella sua veste di vicedirettore dell’IFG (e a dire il vero di anima della scuola), mi aveva stimolato a farlo. Dunque, gli chiesi consiglio. “Vai a Firenze”, mi disse senza esitazioni. Lo ascoltai. Il tradimento delle attese giovanili rischiava di minare la mia lucidità nella scelta.

Tornai a Milano, all’IFG, già stanco e più deluso, nel 2000. La disoccupazione durava ormai da sei anni, ero molto più fragile nel mio proposito, la schiena dritta. Superai la selezione, partecipai, ma non conclusi. La mia meta era il lavoro. Formazione sulle spalle ne avevo, forse persino troppa.

 

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Giornalista per sempre. [1]

Quella che segue è una lettera mai spedita (priva di un intenzionale destinatario sin dal suo nascere), scritta nel mese di novembre del 1995. Scansionata e riprodotta in stampa per la prima volta l’11 Novembre 2006. Undici anni dopo che l’avevo battuta con la mia macchina per scrivere elettronica. E’ il solo testo che non ho mai ritoccato, nel corso delle riletture. E’ intatto: la stesura ultima e originale è uguale a se stessa. Da quella notte di novembre, non una sola virgola dello scritto è cambiata. Una sola volta, durante il tempo trascorso, l’ho riesumata per renderla pubblica, nel 1996, quando la feci leggere ad una collega. Spesso vi ho ripensato. Talvolta, tentato dalla speranza che potesse essere minimamente utile a qualcuno, subito vinta dal timore che fosse solo la lusinga della vanità a sospingermi nel mare aperto della testimonianza, o che fosse la presunzione di me e non la schiena dritta a sostenere la piccola storia, il suo racconto. Qualche giorno, e qualche notte più intensamente provata di altre nella fedeltà e nella resistenza al dettato della coscienza, l’ho sentita sussurrare sommessa, come una madre che si china sul dolore del figlio per consolarlo, per lenirne la pena, per dirgli, stringendogli la mano, che il domani sarà di nuovo Luce. Che lo stesso presente è Luce sempre per i sognatori senza appartenenza e fedeli alla verità della parola data. E’ Luce dentro e davanti. Che il tormento non è per sempre e che la vita, sì!, sa essere tremenda nella sua bellezza, in uno stesso tempo interiore senza remissione di sè. Per dirgli piano: non temere sono con te ora e per sempre, come tu sei nel grembo di te stesso l’uomo che hai visto nascere nella compiutezza di una coscienza messa alla prova. Spesso, si è alzata con la forza di un urlo ribelle, nella calma che mi ha abitato ed avvolto in certe giornate afflitte e vinte come un sudario d’ingiustizia.

Qualche volta l’ho dissepolta dal suo silenzio intonso ed ormai ora pacificato. Da anni la lascio riposare, credo finalmente assorbita in sé e compiuta in me, fra la mia corrispondenza e gli scritti. E’ una fra le tante Lettere al silenzio che, riflettendo tra me e me stesso, ho scritto durante questi lunghi anni di esilio dalla professione: qualcuna l’ho anche spedita, senza ricevere risposta. Le ho stese spesso nella speranza di suscitare una qualche eco umana. Senza mai indulgere nella contemplazione del mio ombelico o abdicare alla disperazione. Se mi sono commosso, è stato solo dopo, a distanza di anni, nelle rare, occasionali, sporadiche riletture avvenute sempre per necessità e per caso. Mai con l’intenzione primaria di rileggermi. Forse, un giorno, prima di morire, le pubblicherò tutte.

 

Giornalista per sempre.

Novembre 1995

Ho molto dubitato prima di decidere se scrivere o meno queste righe. So che nessuna testimonianza è veramente indispensabile e che poche sono intensamente necessarie. So che un “attacco” dello scritto così concepito mi costerebbe una bocciatura all’esame professionale. Non c’è, infatti, una virgola di notizia. Non saprò rispettare nemmeno il canone aureo della brevità: chiedo scusa, mentre ringrazio per l’ospitalità, ma trenta righe per sessanta battute non basteranno. So che esporre la propria storia in prima persona è già un indizio di indecenza professionale. La levità della mano nel porgere la notizia credo sia tuttora una qualità di chi svolge il lavoro di giornalista. La capacità di fare spazio al racconto dei fatti, reggendolo però al filo saldo di una limpida coscienza e scomparendo dal palcoscenico della comunicazione, mi pare tuttora una qualità. Considero che ci sia qualcosa di estremamente inelegante, di impudico nella autoreferenzialità. E’ l’errore più grande nel quale mi accingo ad incorrere e per il quale chiedo sin da ora scusa e perdono a chi avrà pazienza per leggermi.

Ho scelto di scrivere. Vorrei, ed è stato questo ultimo sussulto di dignità professionale a guidarmi nella scelta, che diciassette anni di impegno nel giornale non andassero dispersi come pula al vento, ma potessero essere, sia pur piccolo, seme. Forse sono ancora una volta un illuso e forse non so di ingannare me stesso pensando che sarà l’ultima.

Il mio orgoglio di professionista fallito vorrebbe andare in fuga, verso una solitaria radura in cui morire in pace e senza più vergogna. Ma la mia consapevolezza di uomo non vinto nella sua essenza più vera, la dignità della coscienza, l’identità inviolata, quasi mi impone di inviare un messaggio. Vorrei cullare i ricordi professionali più belli, e sono tanti, tenere per me la consolazione, nei momenti duri che vivo, e sono anch’essi numerosi, di un felice passato professionale. Eppure voglio credere che, sollevato il velo d’orgoglio della impudica vanità, qualcuno possa cogliere nella mia testimonianza un segno, una sia pure esile traccia che lo conforti, che lo possa confortare nella propria faticosa e coerente continuità d’impegno. Un fiato di speranza, come una borraccia d’acqua passata in cammino da un compagno di dura fatica. Non un insegnamento: proprio solo forse un testimone passato in corsa…

Ho 42 anni. Iniziai a lavorare in un periodico mensile, la cui sede è in provincia, nel 1978. Dopo due anni ero “già” pubblicista. Era il massimo che potessi chiedere allora all’azienda e, credo, anche all’Ordine professionale. Cercherò di mostrare perché. Ho sempre avuto responsabile consapevolezza del fatto che spesso la libertà di stampa passa attraverso realtà editoriali apparentemente marginali, forse, ma non approssimative. Luoghi che sono dignitose fucine di giornalisti, anche se non vivai dei grandi quotidiani e complessi editoriali. Il giornalismo professionistico istituzionalmente riconosciuto era per me una meta, che sapevo ancora lontana. Avevo 24 anni, i migliori della mia vita. Sono felice di averli spesi al giornale, dodici, quattordici ore al giorno. Il direttore mi disse che avrebbe fatto mettere una tenda in tipografia, così avrei perso meno tempo per dormire. Naturalmente scherzava. So che non rubavo stipendio e lavoro a nessuno: quello che io facevo, sarebbe stato sottratto, se io non lo avessi fatto, solo alla qualità aggiunta, per quanto modesta, recata al giornale dalla mia fatica. Non ho mai chiesto un’ora di straordinaria, né del resto il giornale avrebbe potuto pagarmela. Tanto meno sarebbe stato in condizione di assumere qualche altro collaboratore. Non agivo così perché fossi particolarmente ricco: ricordo che saltai molti pasti e a fine mese la mia busta mi veniva consegnata vuota, prosciugata dagli anticipi. Ma ero felice. Davo sfogo alla mia passione: mi rendeva malinconico pensare allo spreco di gioia vissuto da chi, suonata l’ora della pausa, posava il tipometro e scattava verso l’uscita. Chi ha avuto la fortuna di poter fare questo lavoro, pensavo, non può permettersi questo lusso. Non mi sentivo sfruttato, né ambivo salire su qualche gratificante palcoscenico. Mi bastava, eccome, la quinta laboriosa della redazione, la solerte fatica e il brivido delle partenze, quando, terminato ogni lavoro interno ricevevo il premio di fare un servizio. Mica un inviato di quelli sognati da generazioni, no: ma a me pareva un sogno. La Valle Camonica o Firenze, ma la mia stessa città, le mete da raggiungere e la ricerca da condurre per preparare il lavoro e le interviste. Tante volte ho rischiato, per poter tornare a casa, senza spendere una lira d’albergo. Tante volte ho viaggiato di notte e mi sono fatto la barba al mattino, dove giungevo, prima di un impegno. Non ho mai scritto queste cose né le ho mai raccontate. Le vedevano tutti. Alcune, forse, le conosce solo mia moglie. Eppure ero felice: stavo coronando, a mio modo di sentire nel migliore dei modi, un sogno.

Forse avevo una concezione romantica della professione: malgrado il mio fallimento, le sono rimasto fedele, lo sono tuttora, lieto di avere conosciuto la residuale pazienza di una scuola di giornalismo che stava, proprio in quegli anni, forse in quegli stessi mesi, scomparendo. La fretta avvolge e travolge: in un piccolo giornale la curiosità sopperisce molte lacune. Ma chi può sostituire, giuste o sbagliate che siano, le figure di riferimento? Tra tante cose che credo di avere capito, ne vorrei riportare due. La realtà del giornalismo è composita. In questo drammatico transito, che tutti vedono e riconoscono ormai come epocale, mi sono reso conto che si deve guardare, anche nella contrattazione, alle diverse stazze delle imbarcazioni. Si può considerare che la navigazione può essere più interessante a bordo di una piccola ma temprata imbarcazione dall’equipaggio tenace piuttosto che sul Titanic dove tutti ballano fino al compimento del naufragio. La seconda cosa che ho capito, più che una novità, è stata una conferma del mio sentimento d’allora. Il tesserino professionale è un approdo, è il frutto di un cammino sofferto e maturo, non la gratificante paillette da apporre sul proprio vacuo sfarfallio. Più chiaramente vorrei dire che un matrimonio riesce solo se c’è l’amore. Il resto, il suggello sacramentale, il patto civile, vengono dopo. Sono un traguardo ulteriore che rimane vivo solo se non si esaurisce l’amore. Nessun rito può avere un senso compiuto senza partecipazione viva, nessuna professione è vera senza la passione. E la passione è anche sacrificio. Il patto civile va comunque onorato con sincerità, non con stanco interesse.

Ma visto che mi sono assunto la responsabilità della indecenza, vorrei continuare con la testimonianza. Agli inizi degli opulenti anni Ottanta mi venne chiesto di scrivere una serie di articoli, il cui destino era quello di fungere da pubblicità redazionale più o meno mascherata. Committente, una grande casa produttrice, interfaccia una nota agenzia pubblicitaria. L’addetto alle pubbliche relazioni del nostro giornale venne a Milano per accompagnarmi ad incontrare i committenti. Ero giovane ed inesperto, il candidato naturale a tale impegno. Ero solo a bordo di un piccolo guscio di noce editoriale. Ma a Milano dissi no, rinunciando sono certo ad un cospicuo guadagno. Ricordo tuttora il grande tavolo ovale, la grande sala riunioni, la mia forte emozione. Quando uscimmo, il PR, un uomo navigato e dai capelli bianchi, che aveva lavorato per le più grandi società pubblicitarie, mi disse: – La stimo molto per questo suo gesto. Però, però…-. Il mio argomentare non poté essere altro che il mio no. Allora il problema della commistione fra pubblicità ed informazione non era ancora così dibattuto: c’erano regole chiare, ma anche molto silenzio. Comunque il PR non poté nascondere il suo disappunto. Come spesso mi accadeva, mi resi conto in quell’occasione che la mia strada in salita verso la professione, oltre a tanta felicità dava disagi. E talvolta mi pareva di intuire che il cammino si sarebbe concluso sul Golgota.

Oggi, come tutti sanno, c’è il Protocollo sulla trasparenza pubblicitaria. Ma ci sono anche, come qualcuno dice e scrive, tante sospette marchette. Proprio così vengono chiamate. Ci sono anche, l’ho appreso da poco, gli “educational”. Una sorpresa non irrilevante per uno come me cui è successo di pagarsi l’albergo di tasca propria per avere le mani e la testa il più possibile sgombre, per non gravare sul giornale, anche, oltre la misura ad esso possibile. Certo la realtà è più complessa e le semplificazioni non servono. Ci sono gli “house organ” e gli uffici stampa delle aziende produttrici e senza la confidenza con le fonti è difficile scrivere un articolo davvero ben informato. Allora, dove si collocano i confini? A me non pare utile continuare ad invocare l’esempio degli Stati Uniti e stendere, di conseguenza, nuove Carte etiche. A me sembra che ci sia piuttosto necessità di teste nuove e nuovi cuori, che sappiano onorare i principi fondamentali di un patto, a due a tre, fra mille appartenenti ad una comunità, ad una categoria professionale. Bastano poche regole: la legge sull’Ordinamento professionale, opportunamente aggiornata alla luce delle nuove realtà emerse od emergenti, sarebbe sufficiente. A persone civili sono sufficienti pochissimi fondamenti: il resto viene, nella lealtà, da sè.

Dico nulla della realtà politica di cui non ho avuto esperienza. Voglio solo dire che sono stato sempre, nella mia solitudine professionale, fedele al mio compito di redattore. Ero solo agli inizi, lo sono ancor più ora. Ammetto, con me stesso prima di tutto, che può darsi io sia stato il meno appetibile, usiamo questo eufemismo. Io non ho ammiccato a nessuno e nessuno mi ha mai cercato. Certo ho sempre sostenuto che è difficile accendere la passione in chi si è permesso di chiamare amici anche i semplici collaboratori, persone con cui non condivide spesso nemmeno la forza di un’idea, ma solo quella della convenienza. Per me le parole hanno un proprio nobile significato, che non va sprecato: contengono una propria verità, non un assoluto, ma una loro dignitosa verità. Ed è a sostegno di questa che, secondo me, prima di ogni altra cosa un professionista della parola quale il giornalista è dovrebbe impegnarsi.

Così, quando nel 1994 l’Azienda presso la quale ho lavorato per diciassette anni stava predisponendo un nuovo assetto per fare fronte alla sopraggiunta crisi dovuta al brusco calo dell’introito pubblicitario, io ho chiesto di licenziarmi. Nel corso degli incontri preliminari durati mesi, in una situazione tesa e difficile, avevo esposto in più occasioni il mio punto di vista. Avevo in particolare sostenuto che se si fosse verificata una certa ipotesi editoriale, io avrei lasciato il giornale. L’ipotesi si è verificata ed io ho scelto di onorare la mia coscienza con un salto nel buio. Il Direttore amministrativo, al quale avevo chiesto di aiutarmi licenziandomi, mi ha posto in cassa integrazione a zero ore. Era il settembre 1994. Inutile dire che sono stati diciotto mesi durissimi, in qualche momento drammatici. Non cerco compassione. E’ solo onorando la propria coscienza, infatti, che, se proprio non ci si rende aperti al mito professionale della obiettività, si pratica almeno la sincerità. Ogni scelta del resto chiede senso di responsabilità, ed io sapevo bene a che cosa sarei andato incontro. Voglio essere chiaro riguardo agli esiti ed ai costi. Dal 19 dicembre 1994 non ricevo un soldo. Anche ciò avevo calcolato. Mi basto di poco e mia moglie lavora, ma prima di tutto mi capisce. Più volte, durante questi giorni, mi sono sentito un incapace, un presuntuoso, un fallito. Mi ha accompagnato per mesi e confortato la determinazione a volere raggiungere anche sul piano istituzionale un’ortodossia completa. Dal gennaio 1988 sono un articolo 36 del CNLG, quindi perfettamente in regola. Però il mio lontano sogno dei vent’anni non si è compiuto ancora. Ho rimandato perché amo fare bene una cosa per volta: studiare e lavorare si possono conciliare, certo. Chi paghi il saldo del disimpegno, se non vuoi mancare, è presto detto: in questo caso il giornale. Non ce l’avrei fatta. Ma ora sì, ora in cassa integrazione avrei potuto. Mi sembrava giusto e dignitoso potere raggiungere il riconoscimento istituzionale del mio ruolo professionale. Indipendentemente da quello che mi accadrà alla fine di questo lungo tunnel.

Ho chiesto ed ottenuto l’iscrizione al praticantato. Mi è sembrato di giungere al coronamento di un lungo sogno, non alla ricerca di un privilegio come si sente dire. Ho frequentato il corso serale organizzato dall’IFG. La lezione, anche se questo scritto sembra smentire (ma è una licenza esistenziale che spero mi sarà perdonata), mi è servita. Mi ha restituito, almeno per la parte che le competeva, dignità e misura della professione. Mi ha ricordato che è inutile ergersi nel cielo di una presunta genialità professionale, quando si viene giudicati a causa ed in virtù dei fondamentali, che sono veramente indispensabili Anche e soprattutto per chi sogna di diventare inviato speciale. Mi ha stimolato a ritrovare, in questa tempesta, consapevolezza di me ed umiltà, un equilibrio difficilissimo ma tuttora indispensabile nel nostro lavoro. Per quel tanto di pratica che mi è stato possibile fare, rinnovando sedici anni di esperienza ed arricchendoli, mi è servita. La precisione, l’accuratezza sono il pane quotidiano in una redazione. L’approssimazione e la noncuranza sono l’indice di una scaltra furbizia che cerca scorciatoie. Il genio, contrariamente a quanto si crede, non è sregolatezza. Anche il genio professionale, cioè l’arte di saper fare bene il proprio mestiere, ha la lunga pazienza (chiedo scusa) dei culi di pietra. Che non valgono meno, anche in termini emotivi, se ci si appassiona, dell’ebbrezza di inviato (c’è tuttora? Dove va? Come vive?).

Il 6 settembre dello scorso anno ho sostenuto l’esame orale e superandolo ho coronato un sogno. Non so più se oltre ad esserlo istituzionalmente potrò tornare ad esserlo nella pratica quotidiana. Vorrei dire che per quel che mi riguarda “lo sarò per sempre”. La mia gioia è stata quel giorno troppo grande. Avevo iniziato il lavoro nel mese di marzo del 1978, quasi vent’anni dopo avevo ricevuto la legittimazione anche istituzionale. Soprattutto, avevo ricevuto la sincera ammirazione dei giovani sconosciuti colleghi che avevano seguito la prova. Non dimenticherò mai la loro stretta di mano, le loro parole, il loro abbraccio. Mi scalda ancora il cuore e mi invita alla speranza. E’ per loro, o meglio, pensando a loro che ho scritto questa lettera. “Il giornalismo- mi sono detto- non finisce con me. E chi continua saprà essere migliore, porterà a compimento l’opera iniziata”. Era questo che volevo scrivere fin dall’inizio: ho cominciato a lavorare in un’epoca di rapidissimo mutamento e a me pare, o così io volevo fosse, di avervi, sia pure nella misura esigua della mia forza, contribuito. Un cambiamento che ho cercato di attuare soprattutto a partire da me, dalla mia educazione, dal mio egoismo: dalla mia mentalità e da quella che avevo in parte ereditato. E’ per quei giovani compagni di viaggio che ho vinto l’incertezza ed il buio che tuttora vedo davanti a me.

Durante questi mesi, trascorsi in cassa integrazione, ho avuto modo di sperimentare e vedere come alle dichiarazioni pubbliche di principio, che sembrano dare vita ad un nuovo conformismo, questa volta detto etico, fanno riscontro gesti di disinvolto cinismo. Umiliano e feriscono, non solo sul piano personale, anche su quello della coscienza civile. Ho cancellato da questa testimonianza molti episodi che mi hanno coinvolto personalmente e che pure avrebbero suffragato bene ciò che ho scritto. Non voglio andare “contro” le persone che ne sono state protagoniste: vorrei andare “verso”. Almeno una però la voglio riportare. Mi è successa proprio durante i primi giorni di cassa integrazione. Raccontavo la mie vicende personali di lavoro, quando una collega mi chiese come mai mi trovassi in cassa integrazione. Al mio racconto in sedicesimo, mi definì senza perifrasi un coglione. Si professava ammiratrice di Fausto Bertinotti, diceva, parla come il più appassionato Pasolini. E poi, vissuta e convinta, mi disse: “Sì, ma quelli – e alludeva a titolati colleghi della sinistra- sono intelligenti. Danno le dimissioni, ma hanno il conforto di una più qualificata promozione”. Prosit! Sono fatti sporadici, ma non riesco a dimenticare. Povero Pasolini, povera, se mai l’avesse letta, tesi sull’antropologia del piccolo fascista che alligna in noi. Eppure non avrebbe potuto trovare maggior conforto nella propria trasversalità di questa immoralità opportunista.

Ci sono altri episodi, di eguale segno. Mi fermo qui.

Io non credo che si debba essere puri di cuore per fare i giornalisti, e nemmeno eroi. Però, se proprio amiamo ciascuno una nostra piccola o grande verità, dovremmo, per proporla con decenza, si spera non per imporla, cercare comportamenti che rispondano ai nostri pronunciamenti.

Nell’incertezza del momento che viviamo, ci chiediamo spesso quale possa essere il futuro di una categoria professionale, minacciata o sostenuta a seconda delle prospettive, dall’avvento delle nuove tecnologie, dei nuovi media. Credo che come sempre la vera minaccia non sia fuori di noi, nella inarrestabile avanzata degli strumenti (che l’uomo produce) o nella assenza di regole (che l’uomo scrive), ma sia dentro di noi, dove sola si può fondare una vera norma etica, quel fondo che noi vediamo al mattino riflesso nei nostri occhi quando ci specchiamo, e alla sera, quando sediamo alla tavola con coloro che amiamo nella forza e nella intensità di verità con cui ancora riusciamo a sostenere il loro sguardo. Credo che l’unica risorsa che abbiamo di fronte alla minaccia delle nuove tecnologie ed alla trasgressione che viene fatta delle (troppe) regole, siamo noi, con la passione del nostro lavoro e che non consente troppi calcoli e troppo cinismo, nemmeno quando il desco si impoverisce e la tavola si stringe. Solo così la professione si salverà e la categoria fiorirà.

Sono un giornalista professionista fallito: lo scrivo a ciglio asciutto. Ma sono un uomo realizzato nel mio fondamento etico perché ho rispettato i patti che avevo assunto con me stesso, la fedeltà alla sia pur piccola verità delle mie parole ed onorando o cercando di onorare in ciò il mondo in cui vivo e la professione che ho svolta. Forse sono stato un ingenuo. Avevo sognato e sperato che questa condotta, questo stile di vita avrebbe trovato riscontro nel patto sociale e professionale. Non mi aspettavo certo una corsa in discesa, né l’ho cercata lungo scorciatoie avventurose. Speravo però almeno che in cima alla salita non ci fossero la croce della disoccupazione e della solitudine professionale. Sono stato presuntuoso.

Come giornalista ho fallito. Nessuno, da più di un anno mi ha cercato. Le iniziative che ho preso si sono rivelate buchi nell’acqua. Ma sono sincero: non mi aspettavo di più. Ho coltivato troppo il terreno del mio impegno professionale e seminato poco quello delle relazioni, mi rendo conto ora, indispensabili. Del resto sono talmente goffo e poco incline a gesti di approssimazione interessata, da scoraggiare chiunque tentasse e da candidarmi io stesso al fallimento se ci provassi. Ma l’esito, sul piano professionale, non cambia. E’ nelle prime righe di questo capoverso.

Come uomo, però, poco prima di Natale ho avuto una bella, sebbene drammatica per me e per la mia famiglia, soddisfazione. Il Direttore Amministrativo del mio giornale mi ha proposto di rientrare per quattro ore dalla cassa integrazione. Gli ho chiesto cosa fosse cambiato al giornale dal tempo della mia uscita. Niente, è stata la sua risposta. Insieme alla gratitudine per il gesto di solidarietà compiuto, gli ho comunicato la mia volontà di rimanere fedele all’unica faccia che ho, quella cui rimanda la firma dei miei pezzi quando e se mai scrivessi ancora.

E’ la faccia che offro, non troppo spesso sorridente di questi tempi, a mia moglie, quando ogni sera torna dalla sua fatica. Nel Paese in cui è famoso il detto “tengo famiglia”, io sono orgoglioso di potere dire che la mia famiglia, mia moglie, cioè, mi tiene. E’ per lei che ho pianto di felicità nel sole del Lungotevere Cenci, dopo l’esame.

Mi scuso per la prolissità, mi scuso per i toni. Non ho conti da saldare, né risentimenti. Sono contento di me stesso anche se ogni giorno le difficoltà, e non solo quelle economiche, aumentano. Cerco di resistere anche alla nuova ondata di conformismo retorico di una nuova etica.

Mia madre, che fu staffetta partigiana, mi disse fugacemente e a malincuore cosa accadde dopo il 25 Aprile, quando all’improvviso tante camicie nere si fecero rosse. Io non vorrei che il conformismo furbo della immoralità che dilagava prima si trasformasse all’improvviso nella retorica di una nuova etica, poco praticata, ricca di pronunciamenti ma povera di testimonianze. Se è così, se questo accade, io vorrei dare il segno persistente di una continuità: coglione ero ritenuto dai conformisti quando correvo per pochi soldi, coglione sono ritenuto dai nuovi conformisti ora che non corro in omaggio alla coerenza.

C’è una cosa che un uomo non può perdere, qualsiasi lavoro faccia, il nostro in particolare, ed è la stima di se stesso. Questo avrei voluto dire, questa è la mia borraccia d’acqua che vorrei cedere come un testimone. So che si ascoltano più volentieri i messaggi che indicano la via del successo, le case history, si dice così, vero?, le voci dei personaggi: hanno una sorta di effetto placebo, intorpidiscono nell’ambizione la coscienza. Ma io, ed è questa l’ultima nota, ho imparato più dagli insuccessi delle persone morali che dai successi dei disinvolti.

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