Convivio.

Convivio.

Da tempo, da molto tempo, avrei voluto aprire lo spazio del blog all’ospitalità di altre voci oltre la mia. Il tempo è per me la coscienza (e l’anima stessa è la sostanza viva del pensiero, nella creatura bene allineata interiormente e, oserei dire, umanamente compiuta). Dunque, ho dovuto attendere il tempo della coscienza matura per decidermi al passo. Non è però tutto. L’ospitalità contempla la presenza dell’ospite e della persona ospitata. Quindi, ho dovuto attendere che l’ospitalità incontrasse un suo possibile destino. Infine, le circostanze, il contesto, diremmo oggi, o, forse, con il poeta, e propriamente in senso poetico, le “occasioni”. Intese naturalmente non quali opportunità mondane, ma quali punti di intersezione del destino con la propria vocazione (chiamata?) ontologica. Quando l’anima risponde al proprio destino e la creatura risponde del proprio cammino.

Tutto si è allineato durante gli ultimi mesi e così, nei pressi del Natale, ho saputo dentro me che il passo sarebbe stato prossimo a compiersi.

Il sentiero di senso lungo il quale avrei cercato di aprire un nuovo cammino, si sarebbe chiamato Agapé. Tornerò forse con un post successivo sul significato, nome e sostanza, di tale decisione. Qui ed ora mi preme unicamente sottolineare quali fondamenti siano sottesi a tale scelta. Oltre e prima (o dopo, a seconda dei gradi di consapevolezza di ciascuno) ci sono nella natura stessa dell’agapé, per la cui diversa accezione storica e filosofica rimando ai canoni attestati, libertà e gratuità. Le assumo qui nella propria più ampia valenza antropologica, declinata nell’essenza ontologica di questo contesto: che è, non lo voglio dimenticare io stesso per primo, comunicativo. Nelle sue diverse e vitali declinazioni. Poetiche, soprattutto.

Immagino che ciascuno di noi avverta sullo sfondo di tale contesto l’eco, non sempre conviviale e contemplativa, di uno sferragliare di parole. Più simili a corpi d’offesa che non a carezze dense di senso e di attesa di comunione. La scelta della libertà può essere dolorosa, per quanto gratificante. Quella della gratuità, estremamente onerosa, per quanto premessa, spesso, di libertà. Libertà e gratuità che non pertengono, almeno per quanto riguarda la mia esperienza e rispetto alle mie convinzioni, unicamente la sola condizione fisica e l’assenza di un costo economico. Tornerò sui punti.

L’agapé, il fraterno convivio comunicativo, che penso, che sogno, che da sempre tento di vivere per lievi scarti di senso, non in opposizione al reale bensì in sintonia con le sorgenti interiori, sollecita e postula altre bellissime parole. Piene di vita e di fondamento. Dono. Offerta. Ospitalità. Luce. Relazione. Tutte sussunte nel compimento estremo di ciascuna, la Carità. Di nuovo, l’Agapé.

Poco più di un anno fa, del tutto casualmente come spesso accade in rete, (ma esiste davvero il caso e quale è il suo vero nome, se uno ne ha? Grazia, forse?), ho iniziato un dialogo con Isabelle Pariente-Butterlin. Quando ho sentito finalmente maturo il tempo di aprire il blog ad altre scritture oltre la mia, ho pensato subito e prima di tutti a lei.

E’ in virtù di tale dialogo, della attenta e generosa attitudine di Isabelle Pariente-Butterlin a viverlo, che, in prossimità del Natale, mi sono permesso di chiederle:

«Da tempo penso che sarebbe splendido se lei volesse regalarmi la bellezza di un suo scritto da ospitare sul mio blog, extemporalitas. Da tempo medito sulla circostanza del Natale quale occasione favorevole e propizia per avanzare la mia proposta.

[…] Con il suo scritto, se mai decidesse di farmi il grande dono di inviarlo, inizierei un nuovo “Sentiero di senso”, che intitolerei “Agapé”. [...]

Mi piacerebbe che lei potesse scrivere [...] Perché nel suo stilema filosofico, […], si avverte sempre la latenza, e spesso non solo, di un afflato poetico che urge e si apre nella e dalla profondità dell’umano cui attinge e di cui con delicatezza, sempre, dice.[...]».

Isabelle, in perfetta armonia spirituale con il vento interiore che amerei spirasse in tutta l’agapé e per tutta la sua durata, e credo in tutta coerenza con il profondo di sé, mi ha risposto inviando il testo che pubblico qui con il titolo di «Agapé». Come spesso accade, è andata molto più in alto ed oltre rispetto alle mie domande. Credo che nessun testo più del suo possa significare a pieno e compiutamente la sostanza dell’agapé. Che inizia oggi, qui, con lei e grazie a lei, in modo esemplare.

Comments are closed.