Da Leopardi a Santiago. [Il Silenzio d’Europa].


Da Leopardi a Santiago. [Il Silenzio d’Europa].

L’epica, uno stato di coscienza inconsapevole e sconosciuto. La storia che vive al margine e da lontano non ignora il filo teso che congiunge i punti estremi della vita. I fatti accadono secondo una scansione situazionista. I cinici, anche quelli dal profilo minuscolo che affollano la normalità feriale del nostro quotidiano, attendono il momento opportuno. Ed è lì che collocano il gesto. L’anima è un’opzione a loro sconosciuta. L’esule e l’orfano di ideali, pienamente ed in sé vissuti da persuaso, balbettano in un codice sconosciuto e futuribile della profezia. Ignota, la nuova lingua, al canto secolare di chi vive nella rendita di posizione ed erige muri. I primi, interiori, alla frontiera di sé, per difendere l’ego da pericolose relazioni con l’alterità. Tutto procede per accumulo. La sintesi è un magazzino di umane memorie sempre più sature ed inutilizzabili, prive delle tracce che segnano la via, i distinguo. L’attimo scaccia l’attimo. La frazione è il metronomo interiore della durata. Un solipsismo asettico scongiura il contagio dell’empatia. Godere l’attimo e dimenticare scampa dal principio di non contraddizione. “A” potrà essere domani “B”. L’intercambiabilità di un mondo liquido e senza fondamenti, che procede per accumulo e per osmosi relazionale, non lascia tracce. L’etica è un confine ed insieme un baluardo, statuita da un brand. L’ora vincente purchessia. Il credo è dissimulato dall’appartenenza. L’etichetta garantisce il contenuto. La scatola vuota è la migliore e la più efficace tra le promesse. Qualche sparuto eroe resiste nella profonda convinzione che la verità sia un esercizio di testimonianza che ha in se stesso il primo garante del vero. La perfettibilità dell’umano è diventata un alibi. Non più un orizzonte che tenta le anime elette. L’epica nostalgia dell’origine, che è in fondo la mirabile traccia di un Dio, anche se fosse Nessuno il suo nome, è travolta dall’urgenza desiderante. Che impone il ritmo infernale dell’avverarsi, subito, qui ed ora. Certificata e documentata, subito, presto, adesso, dalla infinita rappresentazione degli istanti. Resa, finalmente!, possibile dall’infinità dei mezzi atti alla replica. La nostalgia, quel bellissimo ed intatto lembo di noi che ci sconvolge fino alla lacrime, quando in essa e per essa affiorano un lacerto del tempo o uno scampolo esistenziale, è scacciata con protervia dalla necessità di possedere l’istante. E di annullare in esso il passato, senza essere il presente. Senza alcuna attesa del futuro. L’orizzonte finito, l’estremo godimento del nostro ultimo e più vero naufragio! Ah, l’Europa, quel sogno impossibile che ha calcinato in sé la figura arsa di un umanesimo sconfitto dalla bruttezza etica, si rifugia nei propri simulacri. Sarcofagi vuoti, devastati dall’orgia pop di un consumismo sterile che tutto ha sacrificato sull’ara del mercato.

Il monaco siede a finis terrae e scruta oltre l’orizzonte del proprio naufragio. Al margine e nel silenzio, la luce esile di un faro, che, tetragono alla solitudine, resiste e sommessamente canta. E, mentre canta, prega. E, quando prega, ama. E, nel tempo a lui generosamente donato da un Dio sconosciuto e silente, mentre ama piange, con l’anima e con il corpo. Nell’unità spirituale di Sè.

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