Diario inutile. 1.

Diario inutile. 1

 

Il libriccino in pelle bianca, con le illustrazioni dai colori pastello, tenui, la minuscola incisione in simil oro sulla copertina. Le icone aggraziate da un’indole elementare e quasi frugale, bastante a se stessa, e semplici. Ha accompagnato e scandito l’infanzia in un tempo remoto e da tutti dimenticato. Lo si riceveva di solito in dono nel giorno della Prima Comunione. Riposava nascosto tra lacerti di passato, sotto una coltre di cose, fortunosamente scampato allo smaltimento. In un destino di oblio. L’ho ritrovato. L’ho ripreso in mano.

La preghiera del mattino, subito dopo Il segno della Croce, recita tra l’altro così: “Vi ringrazio di avermi creato […] e conservato in questa notte”. Parole scandite un tempo ogni mattina, insieme ad altre che costituivano l’agenda setting spirituale di giorni dall’innocenza orante e memorabile. Travolti, nel successivo, pluridecennale stordimento della contemporaneità.

Ringraziare al mattino del Dono ricevuto, della Grazia di averlo ancora una volta, come sempre, diuturnamente [eternamente?] conservato in ciascuno di noi e per noi. Un’attenzione ed una dedizione alla Vita che era frutto della consapevolezza custodita di una verità primaria ed estrema: essere la Vita un dono ricevuto. L’essenziale, senza del quale, semplicemente, nessun altro sarebbe stato. Dimenticato, nella folle e parossistica corsa verso la costruzione ed il godimento del superfluo. L’onnipotenza sofisticata del benessere che ha travolto la sobrietà frugale del Bene.

Anche la natura canta ed innalza, in queste mattine che si aprono luminose affacciandosi al dramma, la sua preghiera laica, ed insieme divina e feriale. Da qualche giorno il cielo di Lombardia mostra nella mia città l’azzurrità di giorni lontani. I profili delle colline non hanno più il contorno sfumato dal grigiore di una coltre che ammorba il respiro. L’aria è frizzante, come nelle albe di montagna, quando ci si mette in cammino di buon ora. Il respiro è lieve, più lieve di sempre in questi ultimi decenni, lieve come forse non mai, dopo i giorni della infanzia lontana, come un monito di memorie liete e lievi, nei giorni in cui la bellezza vitale di quella pulsazione ritmica e sincrona, il miracolo della Vita in una delle sue declinazioni fisiologiche, è minacciata con devastante incalzare dalla malattia. Il cielo sulla pianura Padana, i suoi scampoli sopravvissuti fra gli edifici della città, sorride. Accompagna, invita e innalza l’anima ad una Speranza senza Tempo.

Un accento felice da sussurrare con discrezione, per rispetto di chi in queste stesse ore soffre , di chi lotta con loro per noi e per loro, di chi muore. Un mantello di Luce e di preghiera da posare con consapevole umiltà del proprio impotente limite, in quest’ora di prova. Da posare, come un’estensione della gratitudine sulle spalle di chi soffre, di chi lotta con loro per noi e per loro, di chi muore. Un mantello di tenerezza, lieve come una materna carezza, bello come un dono. Come sono tutti i doni scaturiti dalla gratuità dell’Origine.

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