Diario inutile. 10

Diario inutile. 10

Rosetta. Ariel. [25 Aprile].

Rosetta. Ariel. Potrei concludere qui, con i due link ai testi che ho dedicato loro, il ricordo di mia madre, Rosetta, e di mio padre, Ariel. Staffetta e comandante di un gruppo partigiano, vivi nella mia memoria nei loro nomi di copertura.

Dei numerosi scritti che ho dedicato ai miei genitori, pochissimi ne ho pubblicati e pochi sono usciti dalle cartelline in cui li custodisco. I due testi che ricordo oggi, in occasione del settantantacinquesimo anniversario della Liberazione, sono per me tra i più cari. Li ho riletti spesso, dopo che i miei genitori se ne sono andati, lei vent’anni fa, lui saranno 6 anni fra poco.

Li ho sempre vissuti insieme nel mio cuore. Spesso ho cercato la ricomposizione delle loro vite nell’unità che le storie personali avevano separata, in comunione dentro una narrazione. Nella sintesi di una luce poetica. Ho sempre rispettato la storia di ciascuno, a partire da quella dei miei genitori e detesto le narrazioni di maniera o strumentali. Ciascuno ha il diritto alla verità della propria storia. Ma non ho mai potuto dimenticare che essi, insieme, sono stati e saranno per sempre l’Alfa dei miei giorni terreni.

La prima volta che tentai con insuperabile commozione di scrivere di loro di nuovo insieme, nella composizione del ricordo, ero un adolescente. Ero seduto nella piccola stanza che fungeva da ingresso, da cucina, da sala da pranzo, da studiolo per i compiti e per la lettura. C’erano insieme il lavandino, il tavolo, la stufa di terracotta con il bruciatore a gas e l’etagere nero, lacerto d’altri tempi e di una storia affatto diversa, con il corredo stipato ed eterogeneo di libri dalla distinta origine e che avrebbero avuto tutti un differente destino. Non propriamente una minuscola biblioteca. Piuttosto, il baluardo resistente della conoscenza in uno spazio assediato da evidenze e problemi di tutt’altra sostanza. Inutile dire che amavo profondamente quello scampolo di casa e che quando potevo ergerlo in solitudine e nel silenzio a piccolo enclave della verità più vera di me, mi pervadeva una felicità rara e spesso sconosciuta nella ferialità di quegli anni.

Eravamo giunti lì a metà degli anni Sessanta. L’appartamento, è un eufemismo pudico, tutto insieme, non aveva la stessa superficie della stanza singola in cui avevo vissuto l’infanzia, fino ad 11 anni. Le stanze non raggiungevano credo i due metri d’altezza. Oggi, e forse nemmeno allora, non rispettavano neppure i criteri minimi dell’abitabilità. Il bagno, ancora mi vergogno a definirlo come propriamente avrebbe meritato, era uno sgabuzzino angusto posto all’angolo del balcone. In comune con l’altro appartamento [?] vicino. Lì, nei periodi di rientro dal collegio prima e durante gli ultimi anni di studio poi, avrei vissuto 10 anni della mia vita. Insieme a mia madre.

Fu in quella minuscola stanza, seduto al tavolo, davanti all’etagere nero che, in un pomeriggio di primavera, rimasto solo nel silenzio in compagnia dei sogni e della speranza, fui visitato, per la prima volta dopo gli anni della vita vissuta con i miei genitori nella bella casa dell’infanzia, dal ricordo di loro insieme. Non conoscevo i loro nomi di battaglia. Sapevo poco della loro vicenda giovanile, del loro innamoramento, della loro Resistenza condivisa. Avevo visto forse qualche rara fotografia, alla quale non avrei saputo attribuire allora alcun significato, né avrei potuto legarla a qualche circostanza particolare.

Eppure mi sembrava, forse nell’impeto giovanile di un’età che si avvicinava a quella che loro avevano avuto negli anni della guerra, di conoscere in quegli istanti i miei genitori come non mai li avevo conosciuti in vita. Di sapere di loro la profonda verità di sé che abitava in quei giorni, in quegli anni, in quegli istanti anche me. Piansi. Commosso e vivo di un sentimento dolente e gioioso insieme. Spesso, seduto a quel tavolo, in quella casa povera, così diversa da quella da cui provenivo, mi ero scoperto felice. Di una felicità inspiegabile, almeno per me a quei tempi, e, a giudicare dalle apparenze, del tutto incomprensibile ed inspiegabile davvero.

Mi ero sentito felice quando, nei pomeriggi d’estate, trascorrevo a casa la breve vacanza dal collegio. Felice di tutto e di nulla, come forse è proprio degli anni giovanili, quando la Speranza abita quasi per intero ed intatta l’orizzonte della Vita. Qualcosa del genere, pensavo quel pomeriggio, doveva essere accaduto ai miei genitori, pur nella diversa durezza della prova.

Felice come quel giorno in cui, a quello stesso tavolo, ero stato investito da un’altra epifania bella e dolente. Mi era successo nei giorni d’inverno, quando avevo scoperto Søren Kierkegaard. Mi era capitato tra le mani, esplorando il piccolo mobile nero, un libro bellissimo che mai più avrei ritrovato negli anni. La lettura mi aveva fatto conoscere un universo così bello e tanto straniero alla mia esperienza di studente di allora. In quegli istanti, insieme alla gioia per la rivelazione di un sapere altro, avevo avuto consapevolezza dell’irreparabile perdita nel sapere e nella crescita cui ero andato incontro e che stavo vivendo.

Quando i volti giovani dei miei genitori mi avevano sorpreso al tavolo in quel pomeriggio di primavera, avevo fatto un gesto che spesso nella vita avrei compiuto in seguito. Un gesto per me salvifico allora come sempre negli anni a venire. Avevo preso alcuni fogli bianchi dai vecchi quaderni. Li avevo raccolti dentro un cartoncino grigio, che avevo recuperato e ripiegato a modo di frugale cartellina. Quindi avevo iniziato a scrivere lasciandomi guidare da quell’improvvisa nostalgia che nel mio cuore si accendeva nella narrazione con la Luce di una speranza impossibile.

I miei genitori, privi di nomi di fantasia nel racconto, si chiamavano con il nome proprio. E proprio come loro erano belli, giovani e colmi di sogno nel terribile clima della guerra che spegneva vite ed infrangeva i cammini di tante giovinezze. Loro si amavano, ed anche questo non era elemento costitutivo del plot della storia, ma verità del reale. La mia immaginazione giovane ed immatura non riusciva a spingersi sin dentro gli statuti interiori che sostenevano il loro impegno. Nella Libertà. Con sete di Giustizia. Si appoggiava alla confidenza filiale ed agli allora rari lacerti di testimonianza che, distintamente ciascuno per sé, avevano iniziato a raccontarmi di sé.

Avevo iniziato a scrivere forsennatamente e senza interruzioni, come spesso ho fatto nella vita. Con una grafia sempre più inaccessibile man mano che senza sosta proseguivo. In momenti diversi, avevo riempito decine di pagine. Più sostenuto dall’ispirazione romantica del loro essersi amati, che non dal conforto della verità storica. Poi era giunta l’estate ed avevo riposto tutto. Insieme ai libri di scuola, in qualche angolo della casa. Credo e penso che quella cartellina, così presente nella mia memoria, sia forse l’unica ad essere stata buttata. Non so più quando e se davvero l’ho fatto. Se così non fosse, sarebbe nel mio baule di carte sigillato nel 1977, quando uscii definitivamente dalla casa della mia adolescenza. Ho riaperto poche volte negli anni quel baule: so che lì riposano i diari del collegio e tanti altri scritti. Forse c’è anche quell’abbozzo, quell’embrione della storia di Rosetta ed Ariel, partigiani, di nuovo insieme nella mia memoria e nella speranza.

Ogni creatura ha uno o più punti di Luce apicale nella propria esistenza, che ne rischiarano e ne sostengono tutto insieme il corso. Mio padre, nei decenni successivi, è tornato più volte a raccontarmi di quegli anni. Lo ha fatto con intenzioni e per motivi diversi in numerosi differenti istanti della sua lunga vita. Si è spento a 90 anni appena compiuti. L’ultimo dialogo che abbiamo avuto soli, con lui ancora ben presente a se stesso e non minacciato nei fondamenti di memoria dalla malattia, mi aveva raccontato una volta ancora qualche scampolo della sua Resistenza. Lo aveva fatto in un modo diverso, quasi presago, con dovizia di particolari e quella volta stranamente anche di nomi e con ricchezza di episodi inediti, rispetto alle testimonianze precedenti. Quando ci congedammo ed io andai verso la fermata del pullman per tornare a casa, rimasi a lungo in compagnia della sua immagine. Di lui giovane che nel suo impermeabile bianco si muoveva guardingo e furtivo in una città del Nord a lui sconosciuta. Dopo essersi buttato dal treno, che nelle campagne si era fermato per una breve insospettata sosta. Quello stesso treno che lo avrebbe portato prima verso l’ospedale militare e poi da lì verso la Germania. Lo vidi a lungo, con il volto sorridente che gli conoscevo, impegnato nella lunga ed avventurosa fuga che lo avrebbe riportato nella sua città e lì a continuare la lotta nel gruppo partigiano del quale era comandante.

Amo credere che il punto di Luce apicale nell’esistenza di mio padre, siano stati i mesi della Resistenza, vissuta al fianco di Rosetta. E così reciprocamente credo di lei, mia madre.

Dopo anni, ho trovato le fotografie che li ritraevano in alcuni momenti condivisi di quell’avventura. Due in particolare ne ricordo, scattate lo stesso giorno. In una, mia madre è in piedi, accanto alla bicicletta: è bella, elegante, ma semplice, senza enfasi alcuna, vestita della festa, si sarebbe detto un tempo, radiosa e sorridente. A ritrarla è mio padre. Nell’altra è mio padre stesso, camicia bianca e cravatta sotto l’abito scuro. Bello ed elegante anche lui. Per quel che i tempi consentivano, avrei detto pieni di gioia. Certamente le loro anime irradiavano sogni e speranza, malgrado l’ora cupa e di rischio che vivevano. Sono riuscito a capire, grazie anche ai loro rispettivi racconti e a qualche particolare circostanziato, in quale contesto le avessero scattate. Mio padre ad un certo punto aveva dovuto scappare dalla sua città, perché il suo ruolo era stato sospettato. So che si era rifugiato in pianura, nella Bassa, ospite della canonica di un sacerdote. Durante quel nostro ultimo incontro di consapevole reciprocità mi aveva detto anche il nome del paesino. Da qualche parte, nei miei diari, di ritorno a casa quel giorno, lo avevo scritto. Era un giorno di festa, in cui mia madre, insieme ad un’amica, lo era andato a trovare. Una scampagnata di chilometri in bici, allora usava, in due, per non dare troppo nell’occhio. Rosetta ed Ariel, insieme, vestiti della festa, forse al sicuro dalle bombe, ma non dall’instancabile minaccia della delazione. Erano radiosi, nella campagna vicino al fiume. Nei loro volti c’era la Speranza del Paese che sognavano e che forse mai sarebbe compiutamente stato, secondo la flessione del loro giovane sogno. Quelle fotografie somigliavano in modo stupefacente alla narrazione che avevo maldestramente tentato di farne, molti anni prima, quando ancora ero all’oscuro di quasi tutto.

Uno tra i più forti smarrimenti dei tempi che ho vissuto, riguarda i passaggi generazionali. Spesso la voracità del possesso e la velocità delle mutazioni in atto, hanno spento le icone interiori di cui i nostri anziani sono stati portatori. Mi ha sempre molto colpito la scarsa volontà di vedere nell’adulto che è il bambino che fu. Così come spesso la vita dell’anziano è cristallizzata in un’immagine stereotipa del suo presente, con qualche concessione alla retorica dell’uomo che sarebbe stato un tempo lontano e forse smarrito nella sua verità di sè. Come antidoto, ho sempre tentato di fare un esercizio, anzi due. Il primo, quello di esercitare una reciprocità il più possibile fedele agli statuti interiori delle diverse età della creatura: che giovane sarei stato io nei giorni della Resistenza? L’altro, che ho messo spesso in atto durante tutta la vita, è un appello alla memoria che ho voluto risuonasse in me come un memento. Ho sempre cercato di vedere nei miei genitori in particolare, ma in generale in tutti gli anziani con i quali ho condiviso tratti lunghi o significativi del cammino, l’icona interiore dei giovani che erano stati. Ho cercato di farlo anche dalla semplice ricognizione su di una fotografia. Per non dimenticare che il sentimento di onnipotenza che talvolta pervade gli umani al culmine di sé nelle stagioni più intense della propria vita, non è una condizione originale ed esclusiva di chi la sta vivendo. E’ un carattere ontologico dell’antropologia di ogni tempo.

Così, quando ho visto il corpo di mia madre insidiato dalla malattia farsi fragile e sempre più fragile e la vecchiaia segnare il tramonto della sua bellezza, mi sono sempre affidato al ricordo della sua immagine giovane. Di quella che sapevo essere stata mia madre. Non per alimentare la sua vanità o per gratificare il mio orgoglio. Esercizi incomprensibili ed inutili entrambi. L’ho fatto quale monito e memento per me e per un atto di giustizia verso la sua vita: lei era stata ed era tutta intera quella persona, non solo l’istanza sofferente che sembrava essere. Così con mio padre. Così con tutte le persona anziane che ho incontrato.

E’ sorprendente e genera sempre un sincero stupore, almeno in me, al netto dell’autocelebrazione impositiva e vanesia, che pure esiste, e della retorica di atti dei quali nessuno può dare veramente conto, conoscere la creatura giovane che ha abitato ed ancora abita il grembo sempre nascente ad un giorno nuovo di questa creatura anziana. Che indifesa a tutto sembra spesso andare incontro ad un futuro privo di memoria e disabitato da se stesso.

Non serve credere e scomodare l’essere eterno di tutti gli essenti per stimare come duratura la qualità interiore che fa di ciascuno l’uomo che è e dell’amore che è stato una verità viva per sempre.

Così, stamani, ho salutato una volta ancora Rosetta ed Ariel, insieme sull’orizzonte teso della loro giovane pianura, resa infinita dal sogno di domani.

 

 

 

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