Diario inutile.11

Diario inutile. 11

La danza della Vita.

Durante i mesi trascorsi in casa, 62 giorni consecutivi senza quasi mai uscire se non per compiere i 200 passi che mi separano da un paio di urgenze primarie, ho coltivato la Grazia del dialogo. Un dono ricevuto inestimabile, che vale più di un placebo, del cui altissimo valore effettuale sono comunque convinto. Una Grazia declinata in diversi aspetti della vita, alcuni dei quali mi sono stati, oltre che di conforto sempre, come è dei rapporti veri, di guida. Nella prossimità di una conoscenza duratura e confidente. Uno di questi, è quello con un amico medico, culminato nei giorni scorsi con una email che gli ho scritto per ringraziarlo: cerco di capire, la frase che ho messo in oggetto. Allora, poiché credo che siano tutti atti costituivi della quotidianità di questi giorni e dunque a pieno titolo e a buon diritto soggetti del Diario Inutile, trascrivo qui alcuni passi essenziali dell’epistola digitale, tratti cioè dalla email stessa, che ho integrato con altre riflessioni. Il tu al quale mi rivolgo, non è un soggetto impersonale, come spesso mi accade quando scrivo poesia, ma rimanda ad un’anima e ad un volto precisi, quelli dell’amico medico.

Caro Nino

grazie per l’aiuto che mi dai nel cercare di capire: ritengo che faccia parte a pieno titolo di quella Cura che ti sta tanto a cuore. Sebbene io non sia in senso proprio un tuo paziente: dunque, grazie due volte…

[…] Capire mi aiuta a vivere [tentare di capire, per quel che posso] e a superare questo difficile momento. Almeno negli aspetti cognitivi, informativi. Non voglio abbandonare un’attitudine interiore che ho sempre coltivato, cercato di coltivare, alla correttezza. Prima di lasciarmi andare a scomposte manifestazioni di indignazione, frutto spesso più di ignoranza che di sostanza. Ed in questi drammatici giorni, Dio solo sa quanto più di sempre mi affligga l’ignoranza!

[…] le bussole che mi hai dato durante le ultime settimane, e fin dall’inizio del dramma che ci ha tutti coinvolti, sono state almeno tre. Non di tutte ho colto subito l’essenziale e semplice essere fondamentali [la semplicità e l’essenzialità colgono quasi sempre i fondamenti, anche della complessità...].

A surrogare la debole sostanza di una realtà socio assistenziale della mia Regione e della mia Città, provata da discutibili e discussi interventi, del passato prossimo e remoto e del presente, è stata chiamata spesso, anche in questa occasione, la Comunicazione, il dio minore della contemporaneità, che lo ha eletto da decenni a causa ed effetto di qualsiasi situazione. Conferendogli uno statuto di onnipotenza, che va ben oltre le conseguenze anestetiche, di cui viene accreditato nella società della comunicazione di massa. Viviamo sempre più spesso una comunicazione priva di comunità. La cui assenza è stata per decenni alimentata da un opportunismo cinico ed onnipervasivo che ha annichilito la comunione. E, insieme a lei, pur nell’opulenza superflua dei mezzi, anche molti tra i messaggi. I ripetuti annunci, spesso privi di seguito nei fatti, la discrepanza tra il dire ed il fare, come l’ha elegantemente definita una persona gentile, riferendosi in queste settimane ad una di tali situazioni, non hanno fatto altro che alimentare l’ansia ed il senso di disillusione, che spesso è anticamera della ribellione.

Ora, l’articolo che ti ho segnalato stamani. Se ho ben compreso leggendo la documentazione e la sintesi che mi hai inviato, le cose stanno [anche] come è scritto nell’articolo stesso.

Considerate le lunghe premesse di cui sopra [che si potrebbero sintetizzare in una sola frase, mantra estremo ed essenziale delle mie convinzioni e dei miei comportamenti rispetto alla tecnologia: nessuna tecnologia può sostituire o rimediare all’assenza di una realtà umanamente fondata, che ne sia premessa e sia ad essa sottesa in ambito valoriale. L’umanesimo tecnologico, del quale qualcuno si è appropriato definendolo tardivamente nuovo umanesimo, una sorta di vintage copia incolla, sarebbe questo, declinato nella sua sintassi interiore ed epistemologica più elevata] mi è parso di cogliere un’eccellenza funzionale nella piattaforma di gestione dei dati. Una condizione che non ha fatto la differenza tra Veneto e Lombardia, ma, come accade di tutta la tecnologia che funziona correttamente [svolge cioè adeguatamente il proprio compito: l’eccellenza ontologica della tecnologia è, è stata e sempre solo sarà unicamente funzionale. Non pertiene infatti gli statuti ontologici dell’umano, che sono squisitamente valoriali], ha aiutato a realizzarla. A porla in atto. Ne è stata il moltiplicatore funzionale nei percorsi di gestione dell’epidemia. I cui esiti più favorevoli in una regione rispetto ad un’altra, sono stati sicuramente determinati in prima istanza dalla presenza attiva ed organizzata di una medicina di comunità ben attestata.[…]

[…] La bella app e la piattaforma eccellente sono cattedrali nel deserto, nella società umanamente disabitata da architetture relazionali coerenti e correttamente finalizzate. Anche questo non è un problema nuovo. Le fughe in avanti della sintassi digitale priva di un’antropologia del futuro, sono una caratteristica diffusa degli ultimi decenni. La tecnologia, in quanto eccellenza funzionale, non fa altro che moltiplicare l’evidenza dell’esistente. Adottata in un contesto in cui la medicina di comunità fosse insufficiente o quasi inesistente, non farebbe altro che replicare in modo esponenziale fino al disastro tale evidenza originaria.

È un’afflizione che affonda le proprie radici lontano nel tempo, quella di comportamenti che, in assenza di soluzioni radicali all’origine del problema, strumentalizza la scorciatoia delle magnifiche e progressive sorti, finendo così per accelerare unicamente la caduta nel baratro di una profonda inconsistenza originaria.

Ne scrissi in uno studio sulla comunicazione della Rete, nel 1997, quando, dopo avere incontrato numerosi soggetti istituzionali per realizzare la ricerca, mi resi conto che, chi era privo di qualsiasi idea di futuro, si affidava spesso alla magica e presuntamente salvifica istanza tecnologica per porre rimedio all’irrimediabile. Serve un mutamento di paradigma interiore e non la semplice sostituzione dei mezzi. I quali, senza una visione del mondo, pur essendo eccellenza nella novità, non producono alcun futuro. Gli esempi velleitari e fallimentari in tal senso, sono negli ultimi anni numerosi e tutti di una drammatica evidenza, nei diversi ambiti della vita di relazione. Così come è immotivata la pretestuosa e spesso demagogica separazione tra virtuale e reale, che ha a lungo afflitto e ritardato una matura e responsabile evoluzione della società digitalizzata, è ed è stata sempre del tutto velleitaria la presunzione di chi avrebbe voluto far credere la tecnologia risolutiva rispetto agli stati di insofferenza e di insufficienza degli organismi collettivi viventi. Singolari o comunitari. La tecnologia è un moltiplicatore funzionale dell’esistente. Se paradossalmente il valore della realtà cui la si applica fosse pari a zero, l’esito sarebbe coerente con tale origine. Il risultato, dunque, pari a zero. La diffusa tentazione di riempire l’apparente vuoto storico degli stati nascenti, tipici di un’epoca di transizione, approfittando del solo vantaggio competitivo di cui si dispone, l’arma tecnologica, ha prodotto spesso un orizzonte del futuro sul cui schermo campiscono le parole: esito nullo. Il dispiego sovrabbondante di strumenti ed il dispendio di umano impegno in assenza di fondamenti e di orizzonti primari, vanifica le promesse del paradiso della tecnica.

Certo, le relazioni umane sono assai più impegnative e complesse di quanto possano lasciar credere le scorciatoie dell’onnipotenza virale dei mezzi. La durata, il tempo, e la profondità, lo spazio, sono qualità ontologiche dell’umano. Gli strumenti, quando servono, e se davvero servono, seguono. Non guidano la danza. Ancora una volta, l’anello debole è la comunità. Nei casi più drammatici, la sua assenza. Prima di adottare prassi e strumenti è necessario conoscerne o disegnarne il destino. Un destino possibile. L’orizzonte condiviso della Cura, tra medico e paziente, attinge questa consapevolezza e questa speranza. Se esse sono entrambe presenti, la scelta e l’adozione dei mezzi con cui realizzare il destino condiviso della cura, segue con docilità estrema.

In questa ultima considerazione è contenuta e sciolta per me anche l’altra delle questioni, quella relativa alla privacy. Io, […] mi affido assolutamente a te, medico, e attraverso te, anche ai soggetti istituzionali che verranno a conoscenza dei miei dati con la finalità della Cura [è solo un esempio, fondato nella nostra relazione confidente ed amicale, umana, dunque, però, e per questo lo adotto…: il tu costituisce un preciso destino identitario]. La filiera del consenso passa attraverso nodi dei quali tu, medico, sei garante per me, fino alla mia persona. Più in alto, solo tu puoi vedere, sapere, conoscere. È sempre stato così. E’ un tema che attiene l’organizzazione della società e non primariamente ed unicamente l’architettura digitale, lo strumento relazionale della contemporaneità.

Così ho cercato e sto cercando di fare in modo che fosse anche con il mio nuovo medico di medicina generale, che ho dovuto cambiare dopo 31 anni. Preferisco lo spirito di collaborazione, di cooperazione, di condivisione fiduciaria a quello, purtroppo assai praticato e diffuso, del conflitto permanente effettivo. Che ha sostituito, spesso in anni recenti, alla cartella clinica del medico, la carpetta della pratica legale aperta dal paziente. Alla confidenza ed alla fiducia nel dialogo, il conflitto.

In tale spirito, ma non solo, scrissi, tanti anni fa, Ippocrate. La responsabilità sociale del medico, quella che un tempo gli conferiva uno statuto socialmente accreditato, passa oggi anche attraverso tali consapevolezze e gesti. Possiamo anche non fidarci, non lasciare cioè la delega del nostro destino all’altrui sola responsabilità. Dobbiamo, però, affidarci, seguire il solo sentiero interiore che aiuta nella costruzione della relazione. La fiducia cieca potrebbe essere esiziale o persino distruttiva e inconcludente. L’affidamento traccia la via della consapevolezza, in quella che Raimondo Panikkar avrebbe definito, con un felice neologismo di sua invenzione, l’interindipendenza. La libertà dell’io di ciascuno nella nascita del noi condiviso. Irrevocabili entrambe. Dobbiamo reciprocamente aiutarci a fidarci. Ognuno ha le proprie responsabilità ed il carisma di un suo personale coraggio. L’affidamento alla Speranza nasce e si conduce per ciascuno in modi diversi. Ci sono i volontari che testano i vaccini. Ci sono i pazienti che si affidano alla competenza ed al coraggio responsabile e civile dei propri medici. Senza, tutto si ferma e ci schiantiamo tutti. Anche se dotati delle migliori tecnologie e delle più vaste conoscenze cliniche. È il cuore dell’uomo a guidare la danza della Vita.

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