Diario inutile. 15

Diario inutile. 15

Mendicanti.

«…lo sguardo spirituale vede fratelli e sorelle mendicanti di misericordia.», ha detto tra l’altro il Papa nell’Omelia pronunciata durante la Santa Messa di Pentecoste, celebrata oggi nella Basilica di San Pietro.

Non so se essere confortato da una sintonia, forse solo apparente o unicamente nominale, che si manifesta ancora una volta, sia pure in uno scarto temporale che non so se sia solo cronologico o anche frutto di un’asimmetria della cui natura non saprei dire. Dopo Nessuno si salva da solo e Orfanezza, ecco ora le umane creature colte nella propria flessione mendicante [e poco rileva quale sia la specificità della mendicanza: importa la declinazione ontologica della loro condizione].

Ho più volte e in diverse occasioni espresso la mia stima nei confronti dell’attuale Pontefice. Una prima volta, poco tempo dopo la sua salita al soglio, scrissi “Il legno dritto di papa Francesco”. Era il 10 Luglio 2013. Qualche tempo dopo, raccolsi tutti gli scritti a lui dedicati e pubblicati sul blog, in un Piccolo Libro Libero, “La parola al margine”. Un giorno osai anche farglielo recapitare, consegnandolo, da perfetto sconosciuto quale ero e sono, animato unicamente dallo spirito del dono, ad una guardia che mi accolse in una garitta di Città del Vaticano. Dopo avere superato i passi dovuti, mi venne rilasciata una sorta di ricevuta, che credo riposi in qualche cartelletta nei miei personali archivi. Naturalmente, come ampiamente atteso, non ne seppi più nulla e, se escludo la memore consapevolezza di tutto quel che ho scritto negli anni su extemporalitas, ne ho io stesso un ricordo flebile e rapsodico. Che torna ad abitarmi talvolta con nostalgia di un pensiero intenso e dei viaggi e degli anni, e talaltra in occasioni come quella di oggi.

Non so se la ricorrenza dei vocaboli indichi una coincidenza solo ed esclusivamente nominale. Ai filologi l’esegesi secondo tale flessione cognitiva. In me, la puntualità coincide con sussulti di senso e di Grazia, che mi dicono in quale punto dell’itinerario spirituale mi trovi nella storia che vivo. Forse sarebbe meglio dire mi trovassi, dato lo scarto temporale che caratterizza i passaggi.

Certo, il contesto in cui le parole nacquero in me al seguito della testimonianza esistenziale personale e accolte nell’ascolto di ciò che dentro la Grazia muove e detta da una Fessura di Silenzio, era affatto diverso da quello di questi ultimi mesi. L’antropologia consapevole di una forma impotente della solitudine. Che prelude la relazione ed in essa la speranza della comunione, il suo avvento [nessuno si salva da solo]. Il tradimento identitario [l’orfanezza di sé e dunque l’impotenza a sentire il Padre]. La mendicanza d’amore e di ascolto [avendo accolto e scelto della Vita unicamente la sua qualità di dono ricevuto, come avrei potuto anche laicamente vivere, ai tempi degli imperativi cinici e secolari, senza la consapevolezza che tutto è affidamento, mano stesa, e non rivendicazione e difesa del possesso? Mendicanza d’amore e d’ascolto, per il poeta, creatura di Canto?].

Erano tre statuti interiori bene a dimora in me nei decenni precedenti. Giorni in cui l’umano, l’antropologia dei tempi che ho vissuto, non aveva scollinato le temperie epocali che ci avrebbero afflitto in modo storicamente ben visibile e diffuso in anni ed in mesi più vicini a noi in senso cronologico. Alcuni di coloro che pure ne avevano consapevolezza, la lasciavano opportunisticamente bene occultata sotto la crosta di altri e più rassicuranti imperativi assai poco spirituali. I tempi opportuni sono un discrimine forte per riconoscere la verità di parole ispirate da un ideale, da quelle animate da solo ed esclusivo interesse.

Ora sembrano affiorare, spero non unicamente nella forma dei nomi, gli statuti interiori che dovrebbero guidare i tempi della mistica nascente, ed è una consolazione constatarlo, certo.

Sono tornato fedele ad uno statuto interiore che è stato metafora di una condizione umana e poetica, la mendicanza , di senso e d’ascolto, scrivevo qui.

Pronta, con l’ansia dolente dei cercatori di senso, dei mendici d’amore e di ascolto”,[“Il posto delle fragole”].

L’umanità non appagata dall’istante, ha raccolto le sue cose in modo frugale e, come un mendicante d’amore, è già altrove.”,[“Fata Morgana”].

Forse qualche nota a margine ne racconta i gesti oscuri e mendicanti.”, [“Olocausto di sogni”].

Sono alcune fra le minuscole tracce del cammino umano compiuto in quei durissimi decenni. Durante i quali, la consapevolezza del limite ontologico dell’umano e degli altri, tanti, personali, insieme a quelli scelti ed abbracciati nell’alveo della storia feriale, mi avevano sospinto e condotto fino al margine esistenziale della sola rilevanza anagrafica. Dove la sintassi interiore della mendicanza è una dimensione confidente nella propria angusta quotidianità. Fu in una di quelle sere costellate di solitudine, minacciate quasi ogni giorno dall’altrui orfanezza di sé, sostenute unicamente dalla generosa carità di chi accoglieva la mia mano interiore sempre aperta e distesa nella richiesta indifesa a tutto, che per la prima volta diedi forma alla parola ed alle convinzioni che mi abitavano ed accompagnavano. La mendicanza. Era, credo, una notte sul finire degli Anni Novanta. Non ho mai più cancellato quel sito.

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