Diario inutile. 16

Diario inutile. 16
Nota politica.

Inizio a percorrere oggi, Solstizio d’estate, un nuovo sentiero di Senso del mio blog, lasciando, non so se per un giorno o se per sempre, il Diario inutile. Naturalmente la scelta della data non è casuale, se mai davvero esistesse una forma del caso che non rispondesse a qualche disegno per noi imperscrutabile d’Alterità.

Mi sarebbe piaciuto che la ricorrenza del Solstizio cadesse anche quest’anno, come in prevalenza accade, il 21 Giugno. Una data ricca in sé di significati profondi ed ampiamente condivisi, con fondamenti diversi. Personalmente, porto nel cuore una particolare dedizione spirituale legata al 21 Giugno. Mi sarebbe piaciuto cadesse domani, perché è anche la data in cui si ricorda San Luigi Gonzaga nel giorno della sua morte.

C’è un’ora nella vita di ogni umana creatura in cui gli apici della propria essenza si incontrano. Un’ora la cui puntualità nell’incontro con la Storia che accade, cerca e trova la minuscola traccia della singolarità. Istanti passati al setaccio dei tempi e del Tempo. Il punto esoterico in cui essi si congiungono. La grana fine della travolgente vicenda epocale con gli infinitesimi granelli della minuscola esistenza personale. Passati nella maglia sottilissima di Tempo e tempi, sono scesi piano nell’ora della conciliazione. Lo spirito laico, lo spirito religioso. Lo Spirito in uno. Ecco perché mi sarebbe piaciuto.

Mia madre è nata nella città di San Luigi, Castiglione delle Stiviere. Ci sono tornato in modo assiduo, come mai nella vita avevo fatto in precedenza, un paio di anni fa. Così, scoprendo l’essenza di un luogo a me in gran parte sconosciuto e solo sporadicamente frequentato nella vita adulta, ho ritrovato, o riscoperto, le fondamenta originali di mia madre.

Un giorno dell’estate del 2018, in una delle brevi e frugali pause che Elena ed io ci potevamo concedere durante gli affannosi primi periodi delle nostre visite a Castiglione, mi ero ritrovato a considerare la singolarità della circostanza. Il paese che aveva visto nascere mia mamma, era diventato in quei mesi lo stesso paese che avrebbe visto lentamente spegnersi la mamma di Elena. Ero stato felicemente turbato da tale circostanza e avevo sentito l’anima di mia mamma Renata spingerci e sostenerci in quella prova.

La città sbocciava nei giorni della prima estate. Fiorita ed elegante. Ci accompagnava come un dono inatteso e come tale aveva accolto, in quel suo breve ultimo tratto, un preludio durato quattro mesi,prima del suo trasferimento in un’altra e penultima meta, anche la mamma di Elena.

Erano stati mesi spesso trafelati e difficili. Quattro pullman per un solo tragitto completo di andata e ritorno, la metropolitana. Gli impegni dell’assistenza, gli incontri per la cura. Eppure, giorno dopo giorno, di settimana in settimana, Castiglione sempre più ci offriva una quinta di serenità interiore e di ristoro fisico, in cui ritrovarci nelle pause.

Ero tornato, per la prima volta dopo decenni, nella chiesa di San Luigi, in piazza, nella Piazza. Lì ero stato un’ultima volta, appena adolescente, insieme ad un cugino della mamma. Lì avevo scoperto grazie a lui ed insieme a lui i nomi in rigorosa sequenza di Cinzia, Olimpia e Gridonia. Con lui avevo scoperto non senza qualche turbamento la reliquia del Santo. Insieme ad Elena, cinquanta e più anni dopo, avevo ripercorso gli identici passi. Insieme avevamo pregato e trovato conforto in San Luigi, durante la prova.

Il grande parco verde. Il centro raccolto ed elegante. Le persone cordiali ed aperte, con quella cadenza dolce, già così diversa dalla nostra. Un giorno avevamo messo fugacemente piede, era la prima volta in vita mia, nell’austero ed immenso edificio sede del Collegio delle Vergini. Era lì che mia mamma, novanta anni prima, era stata ospite,bambina. Ci saremmo tornati, mesi dopo. Lì, come al Museo della Croce Rossa, nata ufficialmente a Ginevra, ma sostanzialmente figlia della immensa generosità della popolazione di Castiglione, delle donne in particolare.

Ecco, mia madre. Nell’elegante gomitolo di strade che Elena ed io percorrevamo durante i rari momenti di pausa e di ristoro, sempre più vedevo e scoprivo l’origine nascosta di alcuni dei suoi caratteri. L’eleganza discreta che mai l’avrebbe abbandonata, nemmeno nei momenti più scomposti e drammatici della sua vita. La generosità, quell’accento forte che pareva a tratti temerario e che mai soccombeva alla formalità, alla lettera, quando la vita chiamava. La vitalità cordiale e sorridente, che le prove della vita non avevano mai smarrito in lei, sembrava scorrere abbondante nelle vene della piccola città ospitale in cui, quasi cento anni prima, aveva visto la luce lei.

La ampie cesure della storia recano in grembo minuscoli segni di memoria che lentamente muoiono e come il seme generano il futuro nascente. E’ così che le epoche muoiono e nascono, non percepite e non viste dagli sguardi egoici e timorosi degli incatenati al qui ed ora. Gradualmente, per lievi scarti di senso, nel solco duraturo di fondamenta talvolta invisibili all’occhio smagato del presente che tutto domina e tutto sembra includere. L’icastica Luce che promana da origini lontane, è stata trama e ordito di tutta la mia vita adulta. La nostalgia di una condizione originaria, e forse lontana oggi come non mai e più di sempre dal presente, è tessuta dall’intreccio di fili visibili e di altri più nascosti, nei tempi che ho vissuto.

I mesi del dolore, nella cui perdurante e duratura eco siamo tuttora immersi, hanno aperto finestre inusitate e suscitato sguardi stupefatti su certe forme della prossimità esistenziale di cui alcuni sembravano avere perduto traccia. Nelle forme cangianti dei tempi, vi sono tracce visibili di un passato spirituale in gran parte ignoto ai tempi, soprattutto in una sua coerente declinazione testimoniale.Una sorgente interiore che resiste, spesso ignorata e sconosciuta, nel profondo di tutti e di ciascuno perché inalienabile all’umano.

Nella prossimità feriale, così come nei paludati scenari di apparentemente insospettabili decisori, i propositi redenti delle prime notti di inquietudine e di paura sembrano spesso smarrirsi in rivoli di oblio.

L’entusiasmo sulla via della conversione in una nuova, differente normalità, in un diverso stile di vita, sembra avere il respiro corto della smemoratezza. E Damasco è lontana.

I ripetuti bradisismi che negli ultimi decenni hanno scandito i sommovimenti dei tempi, insieme al formicolio inquieto che ha segnato non di rado in modo drammatico numerose esistenze, hanno annunciato ed annunciano lo stato nascente profetizzato da Raimondo Panikkar ne La nuova innocenza. Solo la coscienza, e non il potere, in qualsiasi forma e misura statuito, ne rende consapevoli e, rivelandola, rivela la persona nella verità compiuta di sé. Solo la coscienza, che non ha accrediti funzionali e abilità pragmatiche, non risponde al Secolo, svela e rivela dell’umano l’essenza divina. Solo la coscienza decide l’orizzonte verso il quale l’umanità si incammina. Nelle minuscole scelte individuali feriali, quando cambiare le piccole cose nel mare grande del conformismo e dei luoghi comuni imperanti chiede lo sforzo titanico che porta con sè il fardello non lieve della solitudine e dell’emarginazione. Nelle vicende che illuminano a giorno, con la luminosità del dramma, la scena della contemporaneità e le singole coscienze, calcinate nella verità dell’essenza che sono, costituiscono i vasi spirituali in cui il futuro lievita. Il crogiolo degli stati nascenti in cui la Storia muta e l’uomo o si converte all’ideale che genera il futuro o resiste nella conservazione delle rendite di posizione del passato.

La Speranza senza tempo è stata ed è per me il sale dei giorni.

Il Diario inutile non si chiude qui, credo. Perché il tempo dolente e sgomento della prova non è concluso. La parola smargina ora e devia in un alveo altro. L’ho denominato Nota politica. Gli stimoli ed i pensieri dell’esordio dei testi che scriverò abiterebbero tutti a buon diritto qui. Si sono però troppo allargati verso orizzonti altri.

Non so quanto di nominalmente fedele al titolo vi sia nel testo che inizierò a pubblicare oggi. Non so quanto sia nota e quale politica ne ispiri il pensiero. Forse nessuna, se lo sguardo si posa sulla flessione ombelicale del presente. Forse tutta, se l’oikos della politica torna ad assumere lo sguardo e l’orizzonte primario dell’umano. Creatura divina.

Comments are closed.