Diario inutile. 17

Diario inutile. 17
Perdere tempo.

La frase è affiorata l’altro ieri mattina, dalla voce di Nino, durante uno dei dialoghi che hanno costellato i mesi della prova. “Perdere tempo”, mi ha detto, riferendosi a quell’attitudine bella che dovrebbe essere dei poeti in particolare. Resi così esperti dallesercizio inutile del canto.

La sublime arte del perdere tempo ha molto a che vedere con quattro ineluttabili fondamenti: la libertà del gesto, la gratuità del dono, l’essenzialità delle intenzioni, la frugalità degli esiti.

Ho scritto spesso e diffusamente di quella singolare ontologia dell’umano che sola salva: l’indugiare confidente di tutto disarmato in tutte le oasi della contemplazione, della riflessione, del dialogo, delle relazioni profonde e durature. Mai prone all’inquietudine di un’ossessiva messa a profitto di ogni istante, nel qui ed ora della propria personale storia. Qualunque fosse la natura dell’utile atteso e reclamato. Spesso vissute come così inutili a tutto il regesto infinito della sintassi antropologica contemporanea. Funzionale. Efficace. Efficiente. Economica. Performante.Veloce. Speculativa. Fino alla resa di un sé scolpito nella pietra dell’ego. Sicuro nel proprio usbergo difeso a tutto, tetragono alle mirabili divagazioni interiori che conducono lontano dalla rassicurante prossimità vincente. Cui si addestrano, talvolta con feroce dedizione, gli adepti della perfezione organizzativa, priva di sbavature divaganti, nella terra inquieta del tempo perso. Così insidiose per i giganti d’argilla dell’intelligenza cabriolet e del situazionismo etico.

Confesso che ho perso molto tempo: ho molto vissuto. Di tutti gli affioramenti della memoria cui è debitrice tale consapevolezza, forse il più intenso e dolente riguarda la lunga stagione, un decennio, trascorsa tra la metà degli anni Novanta e la metà del primo decennio del Duemila. Lì si affollano e fioriscono mazzi di ricordi, che crescono, spontanei come fiori di campo, in quella lunga stagione degli addii che è il presente. In quel decennio, in cui più dolorosa e lucida si manifestò la torsione fra l’indole spirituale della vocazione personale e la stretta secolare dei tempi, il tempo interiore si era dilatato in me come una teca di Luce. Ogni passo era rivolto alla tenacia della vocazione e nulla e nessuno, se non il Signore che mi aveva chiamato e che mi guidava, avrebbe potuto fermarmi. Mentre la necessità mi incalzava con il morso feroce dei bisogni, senza mai lasciare la preda, io stesso, abbandonavo ad una ad una le suppellettili del desiderio, come in un interminabile pellegrinaggio. Spogliandomi sempre e sempre di più, mentre camminavo lento nella folle corsa verso l’opulenza della società di quei tempi in cui, come un corpo non tanto estraneo, mi ero infilato. Per un’avventura dell’anima. A perdere tutto il tempo necessario per costruire di me ed in me, l’uomo del congedo, dell’ “…ora che non ha più sorelle .

Non ricordo più quanti treni ho perduto, in quegli anni vissuti tra Roma, Milano, Cremona… Non ho mai saputo quante volte ho perduto tutto il mio tempo indugiando in un dialogo, mai rifiutando il protrarsi di una discussione. E’ stata la mia resistenza umana di poeta. Il mio tempo di uomo inutile a tutto, prima di ogni altro a me stesso. E’ stato, insieme all’amore ed all’amicizia, il dono più grande che il Signore mi ha fatto. Un dono che so dovrò presto restituire, insieme agli altri. Ho coltivato la speranza che il talento ricevuto non andasse sprecato nell’esercizio del perdere tempo. Non so. Solo il Dio di tutti e di ciascuno, che quello stesso talento mi ha donato con la Vita, sa.

La terra ferita di una memoria remota, silenziosa affiora, nei tempi dolci della gioia, nei tempi duri del dolore.

L’eco di un’infanzia lontana consola ed insieme ristora.

Tutto della Vita s’innalza, ora, ed intona il suo osanna. Nell’ora della promessa e dell’attesa. Nell’ora del congedo e degli addii.

Gli addii sono sempre una tacita preghiera. La preghiera è, insieme alla poesia, posto che fra le parole dell’orazione anche laica e quelle della poesia vi sia qualche distanza interiore, un’altra mirabile perdita di tempo.

Quando il corpo non sarà che un’ultima, l’estrema ignota Thule del respiro concluso, l’anima renderà il suo grazie, coscienza del dono, nell’eternità dei passi che non conoscono più mete terrene.

Tutto sarà compiuto ed il tuo primo grido di saluto, l’alba del giorno, l’Alfa, sarà un sorriso. Tu sarai, finalmente, il grembo dell’attesa, l’ Infinità del Tempo.

Prega ora, prega sempre, prega per sempre, con il corpo in ogni istante ed in ogni gesto. Prega con il cuore e con la mente. Prega nell’ora vinta dall’ego e nell’ora innocente. Prega, affinché nell’Ora che giunge tutto sia composto, nella coscienza prima e poi nei gesti delle mani che hai stretto un giorno come fosse, ignaro, un ultimo saluto. Prega affinché l’amore donato sia vivo in un sogno che non hai mai smarrito.

Nel vuoto degli addii non abita forse la promessa dei congedi? Nel vuoto che tu lasci alle spalle, c’è sempre una preghiera. Una domanda di perdono. L’assenza chiede per te la parola immacolata che tu non hai saputo dedicare ad altri o a te stesso. La parola dell’ora che chiede l’assoluta purezza dello sguardo.

Prega, affinché il Silenzio che ti abita e verso il quale vai nell’ignoto Mistero risuoni sempre della tua muta, della tua forse ignota, della tua ignara preghiera. Della tua innocente parola.

In quell’assenza verrai Tu, dolce Luce della Vita e del Tramonto. Nel Silenzio si leverà leggero e discreto ancora il Tuo vento. L’anima sarà dentro i Tuoi passi. Muta a cantare ancora l’amore che non finisce mai. Lontana, e non più in esilio nella Parola, dagli affollati solipsismi delle solitudini feriali.

Prega. Nel sussurro murmure degli istanti che vivi, prega. Non chiedere la forza inerte dei Titani: ringrazia per il dono tra i doni il più grande, la mite, l’inestinguibile voce degli umani.

 

 

 

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