Diario inutile. 20

Diario inutile. 20
Paul Celan.[23 Novembre 1920. 23 Novembre 2020].

Con misericordia, esercitata anche e soprattutto verso la smemoratezza che ormai mi abita con frequenza proporzionale all’incedere degli anni, mi avvicino alla soglia di un indelebile ricordo. Smarrito, smemorato, anche lui come tanti, forse troppi, tra i più cari e radicati nel profondo. Cancellato, mai. Assistito dalla Grazia, madre delle folgorazioni nei giusti ritorni.

Scrivo di lui, Paul Celan, il poeta che forse più di tutti ho amato. Da lontano nel tempo e per sempre.

L’ho ritrovato ieri sera, dopo qualche anno di sonno riposto nelle pieghe di una vita altra, diversa ed incalzante. La Grazia è il nome preciso del Destino ed il caso, nella sua accezione minuscola di luogo comune, non esiste. E’ accaduto che ritrovassi il mai perduto compagno di giorni e di ore trascorse nella luce di una Parola alta, la sua, mentre cercavo in archivio la traccia di altri sentieri, riposti ma non interrotti o accantonati per sempre.

Vagavo con sicura consapevolezza tra le cartelle degli archivi, regesto e vita viva di anni fervidi di una intensa partecipazione spirituale ed intellettuale. Tempi in cui le parole nella relazione tanto somigliavano, e per lunghi tratti davvero lo erano nel canto, all’attesa ed al compimento di un sublime umano incontro. Sotto il segno della sua poetica, mirabilmente esposta qui, in una sintesi esistenziale indimenticabile: “[…] Solo mani veraci scrivono poesie veraci. Io non vedo alcuna differenza di principio tra una poesia e una stretta di mano. […][in Paul Celan, «La verità della poesia», Ed. Einaudi, 1993].

Ho scritto tanto di Paul Celan. Alcuni tra i canti a lui dedicati e che avevo in precedenza pubblicati, li ho lasciati anche sul blog: qui, qui, per esempio. L’ho spesso citato in extemporalitas, dove egli è sempre stato per me ospite esemplare. Una presenza viva.

Vagavo con animo a tratti commosso, ieri sera. Cronos è per me in questo tempo ancor più insignificante di sempre. La prova del confinamento disorienta a tratti anche la sicura bussola interiore di ascendenza agostiniana. E’ stato così che con sgomento, aperta la cartella datata 23 Novembre, un novembre di qualche anno fa, ho letto il suo nome, Paul Celan, la traccia di un ricordo scritto, la data di una ricorrenza. Ho vacillato per un attimo dentro l’inconsapevolezza delle date: sarà domani, mi sono detto, sorpreso. Domani saranno 100 anni dalla nascita.

Non scriverò nulla, nulla più e null’altro su di lui. Non potrei significare meglio quello che in giorni alati l’incontro con il dono della sua poesia mi ha suscitato dentro. Non si può e non si deve scrivere ciò che già si è detto meglio, nel migliore per noi dei modi.

Vorrei unicamente ricordarlo per il fiore luminoso del suo canto, che non finisce mai.

Ci sono figli che, nell’incolpevole innocenza in cui la Storia li ha convocati a nascere, sono chiamati [vocati?] a riscattare anche le colpe dei padri. Ci sono figli che, generosamente per una vita intera e a costo della propria vita, vivono nel rimorso per una colpa che non hanno, che non avrebbero potuto avere: non avere potuto/saputo salvare i propri padri. Lo vivono ciascuno secondo il talento ricevuto. Paul Celan nella lingua, in quella che riteneva essere madre, la Lingua del canto, cercando l’indelebile Traccia. Che ricongiungesse la vita cancellata alla Vita viva in cui, figlio, con l’estrema umiltà degli ospiti inutili a tutto, era stato chiamato ad essere. Porgendo nella Parola del canto una mano tesa, oltre la cenere di un nichilismo pervasivo che tutto aveva annullato. Cancellandolo via, nell’incolpevole impotenza del figlio. Paul Celan, con e nella Lingua universale del canto, e con la precisa e responsabile scelta della lingua degli aguzzini, aveva cercato, lungo una vita intera, la parola, che presa per mano la Morte incolpevole dei cari e poi dei molti la convocasse dentro ed oltre la Soglia dell’Eternità, nel Tempo. Una Parola risorta.

Mi è sembrata ancora e di nuovo e per sempre, l’amata parola di Celan, un viatico esemplare anche per questi giorni. Non è la Morte, il punto. E’ la nota di Senso che in essa abita e che ci abita. Lungo una intera vita. La Traccia che cerchiamo ed insieme lasciamo nella e con la nostra testimonianza.

Ci sono figure interiori apicali in ogni epoca. Ve ne sono state e ve ne sono anche in questi ultimi tempi di transito da un’epoca ad un’altra. Paul Celan, certamente è stato in vita, è oggi e come tutti i classici lo sarà per sempre, una di esse.

Un giorno, l’ho ricordato anche così, nel canto:

 

Ospitaletto, 06 Febbraio 2000, ore 11.00

Sui sentieri d’Europa d’un tempo in salita

è rimasta soltanto parola la vita, sola

prova e misura del senso, o poeta. E’ finita.

E’ per sempre finita la gran cerca

del grembo dove nascon l’arcano e la lingua,

la tua terra e la madre nel delitto sfinita.

Ti è rimasto il Silenzio, grande culla e per noi

tuoi eredi e tuoi figli di censo, un po’ indegni

poeti, la balbuzie del canto. Della lode

l’incenso. E’ finita. Nel tuo ultimo gesto

risorta per sempre ad ignoto destino

una nuova canzone, Paul Celan,

forse il Nuovo Cammino.

[in "Fessura di Silenzio", Brescia, Gennaio 2000, Giugno 2001].

 

 

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