Diario inutile. 21

Diario inutile. 21
Natali.

Qui quando già era l’ultimo, l’inconsapevole Natale. Quando la caduta tolse il velo allo sguardo e l’umanità sembrò ritrovare in se stessa una traccia. L’indizio più profondo di sé. L’orma del vero. Di ciò che solo dura. Sgomenta. Dapprima. Sconvolta, poi. Infine, e lentamente, consapevole degli Essenti, a lungo posti al margine delle proprie vite o dimenticati o cancellati.

Non è l’attimo della Morte, il punto. E’ il Senso che prima abbiamo dato alla Vita e l’attesa che in Essa abbiamo vissuto poi, del Dopo che ci attende. La Fine si calcina nell’inatteso qui ed ora, che i tempi panici fermano nel Tempo.

Il viaggio finisce. Il Viaggio inizia. Il mio, nato all’epilogo del tramonto epocale, si spegne mentre l’alba si rivela nei primi, ermetici stati nascenti.

Il tema fu sempre quale Senso dare alla Vita. La propria, almeno. Forse è per i molti troppo tardi, ora. O forse è stato sempre per me troppo presto.

La Speranza, ed è la consolazione estrema di chi parte, è senza Tempo.

Qui, quando e come fu già molte volte Natale.

Ora, nell’Eterno non ancora, pervaso di Luce piena e di attesa, sogno, sogno per sempre , mentre la dura pietra del reale rinterza l’evidenza nuda delle cose, prive di una smagata narrazione. Fuggita via, nel tempo senza opulente fiabe della prova.

Tu poni ancora qui, nella Luce della grotta interiore in cui infinitamente nasci, la parola che immagina la profondità e l’altezza di ciò che non vedi, ciò che tutto precede e che tutto seguirà, quando il Silenzio sarà il segno di un compimento del destino e non più l’amorevole compagno di tante ore ferite. Delle gioiose attese.

Amami ancora, nell’ora del congedo che non ha più sorelle, come sempre, so, mi hai amato, Signore!

Amami ancora, mio dolce Signore, ed amami per sempre.

Presto ricorderò l’ora Natale che inonda di Luce l’intero della Vita tutta, l’Innocenza che viene. E tutta già così consapevole dell’erta che salirà in qualche suo dolente sentiero dei tempi futuri. Eppure, che tanto sarà profonda duratura e radiosa nell’Ora risorta!

Ci saranno le arance della Vigilia, così attese, ed indimenticate, nella miseria dei Natali adolescenti, portate dalla nonna, amorevole distillato della sua scarna pensione. Ci sarà l’opulenza fredda dell’infanzia ricca di tutto e così inconsapevole nella bolla di un’abbondanza senza privazioni. Ci sarà il sentiero stretto della rinuncia, che ho appreso tra quelle due polarità innocenti, la miseria e l’opulenza, povere entrambe ciascuna a modo proprio e fedeli e persuase. Il sentiero che precisamente, tra gli uni tempi e gli altri, con le nude mani della solitudine e dell’esperienza, ho imparato a tastare prima e poi irrevocabilmente a seguire. Tutta la vita adulta.Al diapason della gioia, nella più memorabile tra le parole dei testimoni innocenti, Amare.

Tu c’eri, ci sei, anche nella mia più angusta cecità. Ci sarai, quando tremante nella mia fragile unità di un corpo indifeso Ti chiederò l’impossibile.

Amami ancora, dunque, e per sempre, dentro ed oltre quell’ultimo terreno istante. Ama il minuscolo seme che hai gettato, imperfetto e oscurato nel limite dell’angusto sguardo umano, fino a condurlo alla verticalità del Canto infinito che mai muore. La Tua Luce. La Tua Voce, che, poeta, sempre ho atteso, ascoltato ed accolto da una fessura di Silenzio.

Amami così, anche in questo Natale, fino alla fine e per la Fine, come in tutti i tuoi Natali di misericordia. Che sollevano in alto e danno Luce al tremore, all’uomo messo all’angolo dalla ancestrale paura di tornare ad essere colui che era prima che il corpo fosse.

Nasce così, nasce con Te, l’Innocenza, la voce che tu intoni nel grembo dei poeti.

I tempi della Storia hanno issato in vetta alla fatica feriale della piccola vicenda personale le parole memori, scolpite nel silenzio, nella prova, nel vissuto da sempre e per sempre.

Urgono dentro. Risuonano nei silenzi in cui l’anima vaga, nell’ostensione duratura di una verità di sé che non muore mai e quando muore risorge sotto il segno di una coerenza dolente. Vocata ad essere, più che ad avere e certo mai ad apparire.

Le trovo ad una ad una. Sillabate nella Luce della Tua venuta. Le colgo, ad una ad una, nella memoria del Tuo dolente calvario. Le ripeto, come una tacita preghiera, quando sento l’Eternità risorgere nell’attimo della verità feriale. La sola che dura. Le tengo, come una stretta di mano, forti e commosse, forse l’ultima, o l’ultima che ho conosciuta vera, le parole amanti. Le sento fremere nell’infanzia ancor viva di tutti i miei Natali.

La Modernità. Un nome dai mille volti, ti ha soffocato nel secolare amplesso di infinite vanità. Non sono stato un uomo in fuga verso primordi che non conosco. Sono stato il pellegrino chiaro in cerca della scintilla. Quel Tuo volto sempre identico a se stesso , ora e sempre qui e dovunque, sepolto nelle parafrasi della Storia contemporanea.In cammino verso la scaturigine originaria ed originale. Quella che, al crocevia di tutte le nascite, ripete il miracolo della forma che si compie nella Tua Luce, quale eco di prossimità con il divino, nella Coscienza e nella Parola.

So che domani, qualunque fosse il Tuo nome, Tu sarai sempre lì, nel grembo della mia attesa, a dare vita e Luce, nella consolazione primigenia ed in quella estrema. L’ora in cui Tu nasci è e sarà la stessa nella quale io morirò. Sei stato Tu il seme, il grembo, il Volto. Tu sarai la vastità che mi accoglierà, prodigo figlio di ritorno da un lungo esilio. Ed io sarò ancora e per sempre un minuscolo frammento della Tua composta eternità, che gode il Cielo, il Vento, il Tempo. La forma del corpo, e la sua preghiera, il Canto.

Nessun uomo è mai veramente solo. Nemmeno quando giace sepolto sotto i totem secolari che egli stesso ha costruito, preda dell’ego, per tentare di scongiurare la paura, lo sgomento che lo prende. Quando non Ti vede nascere. O quando teme che Tu te ne sia andato. Tu, Signore, sei nato per sempre. Sei nato per non lasciarci mai. Quando la Tua Luce sembra scomparire dall’orizzonte dei tempi, l’uomo Ti cerca dove sa che abiti da sempre ed in eterno. Ti cerca nella piccola culla che gli fa Luce, dentro. Fai, o Signore, che non dimentichi mai l’alfabeto della Tua voce interiore. Il luogo in cui, dandomi la Vita, Tu stesso nasci. Nell’eterno Natale del misterioso e bellissimo dono che è la Vita tutta. Alfa ed Omega di una parentesi sublime e singolare che solo Tu conosci, prima del nome proprio di ciascuno e dopo il suo terreno compimento. Ti vedo, oltre l’orizzonte del mio sguardo breve. Temo, ma so che mi attendi. In quel Natale senza tempo, che ha il volto estremo della Grazia innocente. Quella che ha colmato i miei giorni migliori di uomo ed ha sostenuto non vista la profezia dell’avvento. Di Te, in un altro me stesso risorto dopo il ripiegamento nell’ora d’ombra dell’analfabetismo d’amore. L’ora in cui si congiungono sorelle le anime elette dei vinti a tutto, affidate alla sola certezza della Vita, che semplice accade. Fai che io sempre ti veda, ti ascolti, ti canti. Nell’ora felice in cui nasci in me e fai di me una Nuova Innocenza. Nell’ora risorta in cui rivivi in me e mi restituisci alla perduta Grazia. Nell’ora dolente in cui muoio e Tu mi prendi la mano per condurmi dentro un altro, l’estremo ed eterno Natale.

Aggiornamento_1. 26 Dicembre, Santo Stefano.

Dopo quelle di Nessuno si salva da solo  e di Orfanezza, ecco un’altra singolare coincidenza. L’analfabetismo d’amore del mio testo [che avevo pubblicato alle 13.30 della Vigilia] e gli analfabeti di bontà nell’Omelia  di Papa Francesco, durante la Messa della Notte di Natale, celebrata il 24 Dicembre alle 19.30.

 

Aggiornamento_2.

Grazie, naturalmente, ed ancora una volta e come sempre a Lan Lan, alla sua fedele amicizia, che mi accoglie ed accompagna nella spesso solitaria avventura della poesia e della preghiera. Insieme, nella Parola creatrice.

 

 

 

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