Diario inutile. 22

Diario inutile. 22
Mendicanti di senso.

Lo statuto interiore della mendicanza ha trovato forse un nuovo ospite. L’ho saputo qui, nelle parole del teologo.

La temperie che ha provocato il capitombolo della modernità suscita nuove tempestive adesioni ad una sintassi escatologica posta ai margini della scena [anche mediatica, soprattutto mediatica] da decenni. Così, chi negli anni dell’opulenza si era genuflesso nella solitudine disabitata del margine, piegato in una dolente e sempre orante crocefissione al Silenzio, scopre ora, lungo quello stesso sentiero che egli aveva battuto nella nudità di una spoliazione scelta, altri viandanti che intonano parole di risonanza a lui familiare. Anche la morte [“...così rimossa nel nostro tempo…”, scrivevo in “Thanatos. Il tempo della morte”, Exsultet, 1990], la grande aliena di quei decenni andati via nell’abbandono degli sconfitti, sembra tornare. Non solo e soprattutto nella drammatica evidenza delle vite che la pandemia miete quotidianamente: anche nella consapevolezza a lungo smarrita, accantonata, talvolta umiliata in chi se ne faceva testimone coerente, di una finitudine che è dell’umano da sempre e per sempre.

Sogno, giunto al tramonto della vita, come sempre ho sognato fin dall’alba del mio giorno adulto, che le parole siano le cose. E che il poeta ne sia sempre il testimone persuaso nel corpo vivo della ferialità coerente. Che il suo canto, come una preghiera, non inclini mai allo sfarfallio dei retori. Che la sua parola ostesa viva di Luce postuma come una cometa che traccia la rotta celeste di un futuro già e non ancora. Che mai conosca in sè e nella sua parola, la stentatezza di stelle cadenti accese di luce riflessa nella notte dei tempi che ha avuto la ventura, il dono e la Grazia di essere chiamato ad abitare e a vivere.

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