Diario inutile. 27

Diario inutile. 27

Futuro anteriore.

Il solo tempo che, giunti alle soglie degli esami di coscienza ultimativi ed estremi, sappiamo di avere nella Vita perduto, è quello trascorso dopo avere compiuto la scelta consapevole di non amare [una parola che ancora oso scrivere, tentando l’estremo pudore di me, nell’abuso e nello spreco cui è stata esposta da un vento secolare, a tratti paradossale e grottesco nelle sue manifestazioni di prossimità prosaica].

Forse, esercitando l’opzione contingente, avremo potuto salvare qualcosa di noi stessi, del nostro corpo. Avremo potuto lucrare potere e consenso. Salvare cose e beni. Coltivare ambizioni minime e minoritarie, lasciandoci sospingere e guidare dalla vanità oltre la soglia discreta ed umile della irrevocabile necessità feriale. Gratificare e solidificare l’orgoglio murato del nostro ego, la fortezza che presiede e presidia gran parte della nostra umanissima sete di affermazione di noi stessi purchessia.

Avremo potuto gonfiare a dismisura la soglia etica del merito, dilagando nella bulimia illimitata del privilegio, fino all’esercizio ormai colpevole della prepotenza, sebbene talvolta inconsapevole a causa della estrema diluizione della coscienza nella sua ameboide pronazione ai luoghi comuni.

Ascoltando la voce del vuoto interiore che sale dentro noi nell’ora della più sincera confessione, sapremo con precisa acutezza in quale abisso di perdizione ci ha confinati la sequela degli istanti in cui abbiamo detto no alla Vis amante che ci aveva interrogati. Nelle grandi chiamate decisive delle singole vocazioni, come nelle minuscole occasioni quotidiane e feriali di ciascuna vita.

Non sarà l’esercizio feroce di un moralismo tardivo, tutto affidato alla laicità del pur eticamente fondativo principio di non contraddizione, a scandire la coerenza della prova di una diversa opzione, che ci fu talvolta umanamente impossibile. O, O.

Nemmeno la latenza di una retorica composizione della necessità nell’evidenza del suo contrario, cara alle creature che hanno scelto sempre e solo la superficie della vita ed agli opportunisti di ogni tempo, a confortare l’anima nuda e ad assolvere l’orfanezza etica di tempi consegnati ad una bellezza tutta ed unicamente affidata alla pienezza ed alla necessità del Secolo. E, E.

Solo una compostezza interiore, interamente abitata nella consapevolezza del proprio limite dalla Grazia, gli restituirà la Voce dolente del se stesso che nel tempo del disamore aveva irrevocabilmente e forse irredimibilmente perduto. Nel qui ed ora della Storia. La piccola, la grande.

Allora la sequela degli Aut Aut e la sequenza degli Et Et lo prenderà come un morso di rimpianto alla gola. L’uomo perduto a se stesso e senza scampo si fletterà sul silenzio complice e responsabile del tempo perduto.

La Desolazione abiterà l’anima con l’acutezza del rimorso.

Forse a nulla consolazione porterà la luminosa voce dei testimoni risorti che gli si presenteranno davanti nell’ora delle sintesi estreme. Forse la stessa Luce alta della Bellezza cui aveva detto pervicacemente no quando l’Amore lo aveva chiamato, invece di confortarlo, susciterà in lui una nuova e mai esperita vergogna.

Non rimarranno allora che le amorevoli mani del Dio silente, il compagno di sempre che egli aveva nei suoi dinieghi smarrito, a sollevarlo ancora nella Chiarità dell’eterno silenzio. La sua smarrita sorgente. Il suo immeritato approdo.

L’argine del Silenzio lascerà che il fiume dei volti amati ed amanti scorrano un’ultima volta ancora sulla scena muta del suo giorno, offrendo un varco di divina misericordia e la silente feritoia di una umana pietas.

Il Mistero non è la soglia di perdizione degli umani. E’ l’anima compagna e soccorrevole che nell’incognita dei giorni, passati, presenti, futuri, sparge generosi indizi di Senso. Guida i Poeti nella sintassi vocativa di ogni loro singolare destino creativo.

L’uomo che non sa nulla di sé e nulla vuole sapere, preda della feriale consolazione che lo inebria di retoriche certezze nel qui ed ora del consenso, dell’affermazione e dell’appropriazione, sconta una passione durevole nell’Assenza.

La parola creatrice sparge il seme della comunione, generatrice di futuro. In essa canta tutto il Tempo perduto che la dedizione all’Amore ha consacrato al canto e nel canto. Nell’uomo perduto a se stesso, i tempi smarriscono il proprio fondamento ed il futuro incerto inclina alle forme al caos.

L’Angelo necessario abita la luminosa Chiarità dei margini scelti ed abbracciati.

L’alibi della lotta secolare è un argomento insufficiente nella fondazione del canto sublime. Essere, ed essere testimoni di un credo creduto, è la sola risposta armonica al dono della Vita ricevuta. Vocazione. Memoria. Speranza. L’imperativo della Coscienza precede ed informa il Gesto. Nessuna azione, e nessun fare, per quanto nobile, redime l’orfanezza dell’essere che, disabitato da se stesso, ha cancellato così anche i Padri. La dolce fatica di Amare non conosce mai l’obliterazione e l’oblio, la via breve che non osa attendere l’avvento paziente della Grazia. Perdendo tutto il Tempo inutile e necessario per la sua lenta distillazione, spesso solitaria e marginale, nell’Anima.

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