Diario inutile. 29.

Diario inutile. 29

Umanesimo istituzionale.

Una tempesta comunicativa  affligge, da qualche decennio almeno, la contemporaneità, uno spazio dentro il quale sembrano non essere troppo spesso accudite e praticate virtù che pertengono l’umano nella sua declinazione interiore più persuasa, ma quasi sempre vengono apprezzate le scaltre coniugazioni di un situazionismo etico opportunista. Apprezzate ed applaudite anche e soprattutto quando vestono i panni miseri, e non di rado miserabili, di un esercizio retorico della propria forza, vincente qui ed ora e tanto sterile e povera da inabissarsi oltre la scena un solo istante dopo essere state pronunciate.

In tale inferno di segni, simboli, che perseguono spesso unicamente e senza tregua e remissione il solo ed unico scopo di alimentare ed insieme soddisfare il consenso, nell’assordante chiasso di una comunicazione monocorde che ha il suono sinistro di una guerra senza esclusione di colpi prevalentemente immateriali, ma non per questo meno efficaci e non di rado letali [ci sono tanti e diversi modi di spegnere vite umane], è raro e difficile poter cogliere la nota discorde di una parola che attinga qualche corda interiore vera di sé, senza prima essere piegata all’esercizio della lusinga o a quello del puro calcolo [quasi sempre anche errato: spesso l’umano è nel profondo di sé assai migliore della sua prezzolata e comunque interessata rappresentazione].

Da qualche giorno me ne ricorrono nella memoria del cuore almeno due. Le fermo qui, nella discreta e marginale condivisione del Diario inutile. Come minuscoli accenti di Luce, e dunque di umanissima e poetica speranza. Non so se siano, sull’orizzonte di una più ampia scena epocale, e non solo nella squisita credibilità di chi li ha compiuti, cenni duraturi di qualcosa che accade solo ora o che da qualche tempo già sta accadendo. Non so quanto di questo vi abbia avuto parte, almeno nella condizione rivelativa dell’inusuale.

Mi piace fermarli qui, e qui condividerli nella consapevolezza dell’umana erranza di ogni piccola convinzione personale, la mia naturalmente, nella certezza della loro stimabile ed umanamente pregevole singolarità.

Qui, la presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen che, ricordando David Sassoli, il presidente del Parlamento europeo recentemente scomparso, lo definisce tra l’altro “… un uomo buono …”.

Qui, il Presidente del Consiglio dei ministri italiano, Mario Draghi, chiede scusa.

Sono consapevole di quale e quanta distanza separi i due fatti in sé e le due stesse circostanze che sono all’origine comunicativa.

Ne ho stimato per entrambi vero ed inusuale il merito [che cosa: un uomo buono e le scuse], il metodo discreto [come: autenticamente commosso nell’un caso e sinceramente sorpreso nell’altro], il tono emozionato e partecipe dell’una, il distacco nell’altro, forse talvolta frainteso quale sprezzatura, e che a me pare invece la cifra interiore di una sobrietà elegante, solo poco dissimulata dall’ironia quale strumento di difesa [non è sarcasmo] e, nel suo essere rara, quasi pudica. Desuete entrambe, le scuse e la sobrietà che nulla chiede, se non di essere capita, nella prevalente antropologia contemporanea, votata e vocata alla miglior rappresentazione di sé [ma poco incline ad essere il più possibile il meglio di sé].

Mi sembra, soprattutto, che un filo sottile e profondo ne possa però distinguere una identica sorgente ispirativa. Qualcosa che mi sentirei di definire, con una locuzione forse poco ortodossa ed a suo modo eretica,umanesimo istituzionale. La persona, una volta tanto, qualifica il ruolo, senza tuttavia perderne in alcun modo il rispetto e l’accredito di dignità cui essa stessa sa di poter attingere.

Due briciole, forse. Insufficienti, certo, a fermare o solo flettere la freccia, veloce ed inesorabile, di un assalto scompigliato e senza tregua a quel che rimane, ormai solo in forma residuale, della reciproca fiducia sugli spalti terrifici dell’umanità in rotta da se stessa, in un confronto pubblico che ha spesso perduto l’orizzonte interiore e dunque il proprio stesso futuro. La guerra della rappresentazione mediatica confermativa di sé, prima che quella delle armi stabilisca il dominio dei corpi. Vincere è il fine primo ed ultimo di entrambe. E nessuna delle due forme di un identico conflitto contempla la cura e l’esercizio di due delle qualità più alte dell’umano, la delicatezza d’animo e la lealtà sostanziale. Declinazioni discrete di una comunità gentile in via d’estinzione .

 

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