Diario inutile. 5

Diario inutile. 5

“Nessuna croce manca[…]”.

Le parole respirano piano, nel grembo dell’alba. Mormorano. Hanno il ritmo interiore di un pudico fiore, sbocciato nel silenzio dei tempi dolenti, sul ciglio di un rivo nascosto.

Al margine, i nomi andati via nella solitudine del loro per sempre, senza il caldo addio delle mani che avevano strette, a lungo, negli istanti feriali di una propria piccola grande storia condivisa.

Un Vento d’amore, implacabile e memore di una calda ed eternabile passione, spazza l’insidiosa polvere dell’oblio, che lieve e repentina si posa nell’affanno della lotta e sull’urlo degli addii.

Ma nel cuore/ nessuna croce manca/ è il mio cuore/ il paese più straziato”.

Il poeta del Porto sepolto, ha offerto sin da subito le parole con cui accordare il metronomo interiore. In quest’altra drammatica vicenda che tante similitudini accampa, nel suo essere, al pari della guerra, una catastrofe.

Era febbraio, verso la fine, quando annotavo nel diario per la prima volta i versi con cui Ungaretti scandiva la precisione della tragedia imminente: “Si sta come / d’autunno / sugli alberi / le foglie”. [All’improvviso, l’incerto destino esistenziale sembrava essere diventato il solo signore delle fondamenta interiori, commentavo in quei giorni].

Poco prima, l’amato poeta dell’adolescenza aveva offerto un’ancora di consapevolezza al sempre più incalzante sgomento ontologico.

Mi sono riconosciuto/
Una docile fibra/
Dell’universo”
.

[L’onnipotenza, veloce e funzionale, della modernità vincente ed impositiva, messa in ginocchio. L’uomo, rannicchiato nell’impotenza del proprio limite ontologico, a lungo dimenticato e misconosciuto, ferito e piegato, ritrovava all’improvviso in se stesso la nota interiore della propria essenza, umana ed insieme divina, lInfinito, l’Eterno, scrivevo ancora nel diario: erano i primi di marzo. La grande, la lunga corsa iniziava a fermarsi. Un brusco, violento arresto mozzava il fiato ai competitors vertiginosamente lanciati sul ciglio dei tempi. Il sentiero della ferialità dimenticata, lungo argini sapidi di altre e remote memorie, diventava all’improvviso la sola strada che la Storia avrebbe potuto intraprendere. Per un tempo lungo o breve, ormai non importava più tanto sapere. Esistere, Essere?, era divenuta all’improvviso l’unica strada percorribile dalla speranza di un domani].

Una sera d’estate di tanti anni fa stavamo tornando a casa. La notte e la confidenza ci rendeva inclini a conversazioni meno convenzionali. Avevo poco più di vent’anni, a metà dei Settanta. Un’epoca fa. Le nostre storie profumavano ancora dell’eco di una memoria contadina, che aveva in parte scandito anche qualcuna delle nostre infanzie. Almeno uno dei nonni di ciascuno di noi, ce ne aveva trasmesso i canoni aurei con la forza esistenziale della testimonianza. La prossimità con la Morte come evento naturale e non rimosso dalla familiarità feriale, non era già più un fatto scontato, ma non era ancora divenuto un tabù da consegnare alla mediazione di contesti e competenze altre. La geografia interiore di ognuno di noi recava nomi e luoghi segnati da lacrime amabili e dolenti insieme. Quella sera, mentre giovani percorrevamo una delle tante strade calme e lente della nostra pianura, rispondendo ad una mia considerazione sulla morte, Silvio, qualche anno più di me, disse, quasi per darmi sostegno e conforto: ” Credo che per una persona sensibile, indipendentemente dall’età, sia giusto interrogarsi sulla morte. Troverei più strano non parlarne”.

La solitudine di chi muore solo, i tantissimi, stringe come una morsa al collo dei giorni. Non lascia mai la presa e risuona come un basso continuo anche nei momenti di stacco, i rari, che il dramma condiviso concede. Perché la morte, come scrissi nel 1990 in Exsultet, il poema nel quale dedicai 11 canti a Thanatos, è per me porta di Senso”, [“o Morte, o varco sublime del Tempo/ o porta d’Altrove e di Senso[…], Thanatos, Exsultet, 1990”, ]. Cui giungere lungo i sentieri di un paesaggio feriale nel quale si contemplano l’amore, gli affetti, la condivisione delle domande e delle risposte. Soprattutto di quelle estreme.

Il vulnus di questi giorni [mesi, ormai?] attinge e stabilisce la forma più dolente degli addii. La più dolente tra le forme.

Canto memoria e preghiera. La compagnia, un’eco delle domande e delle risposte a lungo scambiate nel passaggio terreno condiviso, una traccia degli sguardi, la carezza di una parola lieve come una stretta di mano d’addio, nell’istante più duro del cammino di chi ci lascia. Mentre nella solitudine e nel silenzio percorre il tratto verso la Porta estrema. Nessuno muore solo, nel coro di parole dedicate che amorevoli lo accompagnano, lo sostengono, lo innalzano. Anche se pronunciate lontano nello spazio e nel tempo.  Oremus.

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