Diario inutile. 7

Diario inutile. 7

Ippocrate.

Il dolore di chi muore solo, privo del conforto degli affetti più cari. La parola, lo sguardo, la mano, tutti strumenti sublimi della sororità dei gesti che ci sono prossimi e familiari. Smarriti nella cesura rapida e violenta di una quotidianità calda di esperienze a lungo condivise, di sogni insieme vissuti ed ora bruscamente spezzati nel breve volgere di pochi istanti.

La generosa dedizione e l’amorevole competenza di chi vive con loro nella cura, chinandosi sui corpi con la speranza della guarigione e poi, spesso, nel gesto estremo dell’ultimo saluto, quando la stessa cura assume l’altro orizzonte dell’umano, l’anima, come nuovo e ultimo esercizio della propria umanissima attenzione. Nella dolenza degli addii.

Sono le due prese strette, il morso sui giorni che vivo, che non mi lasciano mai, in questo drammatico esistere nella fortezza Bastiani della mia ferialità, in attesa, e nel timore, che il nemico invisibile e subdolo si decida ad attaccare anche me e chi mi è al mondo più caro. Compagni indiscreti che sempre fanno capolino, in limine alla speranza e alla discreta letizia con cui il giorno si scandisce e continua. Nella preghiera, nella contemplazione. Nei dialoghi da lontano. Loro, le tracce di sentieri altri e provati sono sempre lì, accanto al vissuto e fanno sgomenta compagnia.

Non ho mai amato scrivere del [sul?] dolore degli altri. Una forma di irrevocabile pudore mi ha sempre indotto ad alzare la penna. Per rispetto. Perché il silenzio nella presenza di chi soffre un dolore non direttamente esperito possa levarsi come una preghiera, ai margini di una condivisione tutta interiore, sebbene non ripiegata su di sé.

Così preferisco indulgere al racconto in prima persona singolare: non per narcisismo. Per senso di responsabilità: scrivo solo di ciò che ho vissuto e conosco. La testimonianza come esperienza senza la quale la parola mi pare orfana del vero, di una sua declinazione attestata nello statuto interiore di chi scrive [e ha vissuto]. E’ un esercizio che nella prosa discende per me da una poetica che ho posto da sempre a fondamento della vocazione a scrivere. Umana. Professionale. Poetica, appunto. Fa molta pulizia. Nel pensiero e nell’opera.

Eppure sento come mio lo sgomento di chi muore solo. Lo sento vivo dentro di me. Mi abita e mi accompagna in diversi momenti della vita. Da più di un mese e mezzo. Da quando questa prova è iniziata, poco dopo la metà di febbraio. La Grazia di essere qui, vivo e sano, sconta la consapevolezza di una precarietà più vera di sempre. La consapevolezza di chi sa che da un istante all’altro potrebbe varcare la soglia e separarsi dalla persona che ama. In modo definitivo, senza la carezza di un addio, inatteso e forse imminente. Senza il compimento di tutti i sogni che ancora ci abitano. Senza una parola di condivisione dell’ultimo, dell’estremo atto di fede pronunciato insieme. Senza la dolcezza dell’arrivederci a presto in cui crediamo.

Qui si incontrano l’attesa e la speranza dell’altra presenza assidua di questi giorni, la generosa dedizione e l’amorevole competenza. Non è una certezza. E’ una speranza, forte ed intensa. Radicata in me da tempo e nata da lontano. Dentro la quale si è fatto strada in me il ricordo di una poesia che scrissi tanti anni fa.

E’ intitolata “Ippocrate”. La scrissi un giorno di 21 anni fa. Non v’è alcun nesso causale con una specifica circostanza, come spesso accade, almeno a me, quando scrivo poesia. Sono certo però che essa attingesse qualche dialogo intercorso tra me ed il mio medico di famiglia. Quello che per 32 anni si è preso cura di me.

Mi è tornata alla mente in modo insistente quando ho ascoltato per la prima volta un religioso chiedere al personale degli ospedali di farsi esso stesso “ministro” in prossimità dell’estremo congedo. Ministro e umanissimo interprete nella cura degli addii, laici ed affettuosi. L’ultimo baluardo di empatia nella solitudine di chi muore. Mi è tornata alla mente quando ho letto le numerose, commoventi testimonianze di chi, tra medici ed infermieri, si è fatto prossimo, in una dimensione della sororità e della fraternità che dovrebbe essere la nota interiore più alta dell’umano, di persone fino a pochi istanti prima sconosciute.

C’è speranza. Il canto degli addii. Il culto degli addii.

Nella ricomposizione di un destino divaricato fra tecnica e anima, così a dimora nel nostro tempo e forse ancor più in quegli anni, cercai con le parole del mio canto una sintassi interiore rispettosa della prima, la scienza, dedita con persuasione laica ed interiore alla seconda,l’anima.

Verrà un giorno, presto [e forse è già venuto] in cui anche i tanti indifferenti si chiederanno perché e come è potuto accadere che l’anima sia stata lasciata, sempre più e così a lungo, indietro nella vorticosa corsa verso l’onnipotenza del corpo, inteso nelle sue espressioni meno dedite ed affini alla cura. Declinata spesso come derivata e non come primarietà nell’essenza dell’umano.

Quel giorno di settembre in cui scontavo la dura emarginazione dell’anima, scrissi “Ippocrate”. Speranzosa come una preghiera. Dell’uomo fiducioso di morire tra braccia umane, sororali e fraterne.

Ospitaletto, 30

09

’999

 

 

 

 

Ippocrate

 

Giura che in questa mia prigione

dove indifeso e solo non sono

che un ricordo, un’ombra senza fede,

comprenderai il dolore. Giura

che poserai placebo lo sguardo

tuo di uomo sopra il mio corpo

stanco e sulla sua rovina. Giura

e non importa allora quale sarà

il tuo nome, amara medicina.

Sento che in tanto mio soffrire all’imo

del respiro saprò il Suo nome udire.

 

Giordano Mariani

 

 

 

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