Diario inutile. 8

Diario inutile. 8

Il capitombolo della modernità. [Damasco è lontana].

Il rivo sottile di una relazione carsica, che lenta negli anni si spegneva, d’improvviso s’insabbia nei silenzi abissali delle forre. L’acqua abbondante cessa di fluire alla luce della superficie, dopo la sua corsa folle tra rocce e sconosciuti anfratti. Persa nell’incantesimo oscuro di qualche nascosta grotta. La verità di ogni singolo sé impegnata nella costruzione di un noi, spesso un’ipotesi dell’irrealtà alimentata solo dall’indefettibile speranza dei cuori generosi e dei sognatori, si schianta contro il muro dell’Assenza. Non la nascosta. Non l’Ineffabile di tutte le origini e del Mistero. La reale e tangibile, anche nella sua dimensione impropriamente definita come virtuale [?]. L’ipocrisia. La reticenza. La laboriosa ed instancabile opera della minorità interiore, conosce il proprio memento apicale. La verità di sé, snudata dalla prova, si svela nella pienezza icastica della sua essenza. Fossero pure la menzogna e l’inganno le uniche verità di sé da sempre poste in essere. Vissute. La Storia rimane un’impronta calcinata sul muro del Presente. Un fotogramma epocale. Quasi una nemesi per tempi che avevano assunto il presente a paradigma esistenziale. Quasi un assoluto necessario.

La violenza con cui il dramma incombe, non lascia scampo all’identità. Siamo coloro che sempre siamo stati. Che abbiamo scelto di essere, istante su istante nell’impegno senza remissione del libero arbitrio. Che abbiamo abbracciato, nella comunione di un destino vocato. Ci sorprende qui, e talvolta qui ci confina coatti, in limine alla nostra minuscola verità di creature vissute. Secondo volontà. Coerenti ad una coscienza. Fedeli ad un Segno spirituale, l’orma di un nostro credo.Persino nella chiamata del nome. La nostra responsabile storia. Affidata in prima persona singolare a ciascuno di noi sin dall’origine in forma di dono. Il Dono per eccellenza. L’eccellenza del Dono. La Vita.

L’orizzonte si stringe. Il campo visuale interiore mozza il respiro. Chi sono io? Chi sei tu? Chi avremmo potuto essere insieme, nel Noi che ci elegge [che ci avrebbe potuto eleggere] nell’alto di noi stessi, quando a sostenerne la nascita e la crescita è un ideale e non un interesse?

All’improvviso non c’è via di fuga. Da se stessi. Dalla menzogna. Dall’evidenza della nostra storia. La solitudine ed il silenzio, che credevamo dei monaci, dei mistici e dei poeti, sono all’improvviso le ospiti indiscrete ed indesiderate della nostra ferialità. Sopraggiunte per coazione e non per vocazione, come fu da una vita e da sempre per i mistici, per i monaci, per alcuni poeti.

Damasco è lontana per coloro che sono stati fedeli ad una sola luce: quella della ribalta, minuscola e feriale o vasta non importa, che genera consenso. Prima che condivisone. Prima che, al diapason delle anime nell’incontro, comunione.

La conversione comporta l’ascesa lungo il sentiero erto di una coerente ascesi. Cambiare etichetta, il nome alle cose, l’abito esteriore senza alcuna attenzione all’interiorità di sé, il foro in cui Dio ci visita e dove Egli ci abita, alla sorgente di ogni relazione, significa continuare nella stessa prassi ontologica che ha segnato numerosi cammini nella storia recente, anche in quella minuscola e feriale in cui la responsabilità del destino pare più fievole. Eppure l’etica dell’obolo della vedova dovrebbe informare una sintassi antropologica condivisa.

La pietà laica, la carità e la misericordia inducono a chinare l’orecchio dei servi inutili verso l’ascolto. Anche l’esercizio della nominazione, il primo gradino verso la purezza della verità delle cose, di sé ed in sé, il compito caro ai poeti, stenta, quando la tragedia pare offuscare i nomi, le cose ed occludere il respiro dell’anima stessa.

L’incontro claudicante, sostenuto dall’infingimento e dalla speculazione attiva e strumentale dell’uomo sull’uomo, cede quando il suo solo destino è unicamente il silenzio. Resiste la verità oblativa dell’elezione gratuita nel dono di sé. Non c’è più nulla da prendere. Nulla da spartire. L’organismo vivo dura, la vita tributaria di qualche declinazione organizzata secolarmente esogena, inclina al tramonto. I demoni dell’abuso altrui praticato con destrezza, hanno preparato nuove maschere. L’onda della meschinità s’infrange e cessa, quando l’innocenza è il loro approdo.

Il Bene. Il Male. La Bellezza. Un catechismo elementare, religioso e laico, risorge sotto le coltri di una smemorata opulenza. Gli ipocriti ed i retori a gettone tentano di impugnarne il vessillo, per provare a porsi ancora una volta alla guida del Destino. Dei destini. La conversione è una provvida sincope interiore. Non c’è più tempo per la vita bugiarda. Non c’è più orizzonte per gli imbonitori del pacco vuoto di tutto e solo colmo del proprio devastante ego.

La sinopia dei giorni che viviamo era già tutta disegnata nelle solitudini che non viste hanno scontato una vita intera ai margini di un tempo al tramonto.

All’improvviso tutto si è fatto chiaro. La tempesta di menzogne snudata dall’impotenza nella prova. La carità del vero eretta a testimone di un tempo che verrà. Nel segno della comunione tra i viventi. Nella caritatevole preghiera dedicata ai morti dentro di ogni tempo.

Si perde il fiume lento di relazioni povere. Si schianta la feroce ipocrisia di chi specula sulle altrui vite nel nome delle istanze più belle, l’amicizia, l’amore. Si perdono le lallazioni adulte degli approcci privi di fondamenti interiori. Una gioiosa speranza si accende di Luce pura, finalmente alta sull’orizzonte terso del domani. Un’opportunità per le anime elette dal dono nella gratuità. Una condanna per i pervicaci numi tutelari della speculazione. Il fuoco che arde il monaco nel canto, si alimenta nella rarefazione. Lo Spirito induce alla levità.

Non esiste gioia più grande, da condividere nell’amore e nell’amicizia, spoglie di tutto e nude di cose, di quella che si alimenta negli stati nascenti. Nella Solitudine e nel Silenzio. L’onda lenta frange la corsa. La memoria torna lieve a campire la vita. La speranza aggetta sul futuro. Rende lungimirante e duraturo lo sguardo. Apud Deum. Dove tutto e non solo la Parola nasce e dove tutto sta nel suo per sempre.

 

 

 

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