Diario inutile. 32.

Diario inutile. 32.
Due anni/
LA1

Ora lo sai, con la consapevolezza più alta e precisa di sempre. Il prossimo decisivo incontro, la meta o l’appuntamento, sarà l’estremo. Il punto che colma l’Assenza della quale hai coltivato nel cuore infinita nostalgia nel cammino feriale della Vita. Quella stessa di cui, giovane, scrivesti [“Il viaggio di Sisifo”, 1986]: “Mi ispirano la nostalgia e la speranza”. Sarai dove, come nella nascita, l’Alfa e l’Omega si danno la mano. Alle porte del Senso.

Pare talvolta trascorsa una infinità di tempo da quando la minuscola essenza di un corpuscolo invisibile ad occhio nudo, sconosciuto ed inatteso, piegò e fece inciampare la modernità come mai le era accaduto prima.

Eppure è sufficiente indugiare dentro se stessi, all’ombra dei ricordi, per riconoscere la mai dimenticata solitudine, il dolore, la paura, l’impotenza, l’orizzonte all’improvviso fatto breve e stretto da un limite rivelatosi con lo stigma dell’impotenza, per qualcuno mai riconosciuto prima o mai sperimentato. Per affacciarsi ad un pertugio dal quale tutto si fa di nuovo presente, con la dolenzia di un’esperienza vissuta ed indimenticabile. Il tempo lungo della prova che ritorna, nello spazio breve del ricordo. Il tempo è la coscienza e poco conforta la forse misericorde consolazione del filosofo che, dopo la prova, ci trova in corsa verso l’incipiente, la nuova primavera. Felicemente smemorati, sostiene, forse per vitale necessità di sopravvivenza, dopo l’angoscia dell’inverno che ci ha piegati all’imo di noi stessi ed allo stremo, quando non anche alla consunzione ed allo spegnimento.

Requiem, di nuovo ed ancora qui, per coloro che nulla più possono ricordare nelle forme e nei modi, nei tempi dell’umana avventura.

Come sempre sono presenti a noi stessi le creature amanti, le persone che abbiamo amato e che ci hanno irrevocabilmente amati! Le vedemmo, le abbiamo viste, le vediamo negli anfratti della memoria, nei pertugi di noi stessi spalancati sopra abissi di Luce non di rado dolente. Quale e quanta compagnia ci fecero, ci hanno fatto, ci fanno nella ferialità consolata da una misericordia che ha il senso ed il sentore degli abbracci e degli istanti insieme vissuti! Ricordo i dolci agguati che, agli angoli dei luoghi familiari alla mente ed al cuore, ancora mi tende la Bellezza di qualche volto amato, mai sfuggito all’incantesimo della affettuosa e perenne compagnia.

Come vi fate presenti, come vi sento quando tutto del giorno feriale vacilla o quando la gioia è una pervasiva sorgente di speranza! O quando ancora, spesso, la vita semplice è il viatico solenne alla sacralità degli istanti e degli incontri.

Nessuno tra coloro che abbiamo amato e di quelli che ci hanno amati se ne va mai in un congedo perenne dalla sapienza generosa dell’Eternità che ci abita.

Quando non siamo che una dolente ed inerte figura del corpo, allora e più di sempre, come il Signore buono che ci pose a dimora qui, ancor più ci sostengono e ci abbracciano, i cari a noi, coloro cui fummo cari.

Ogni fibra di noi, anche l’incosciente e l’immemore, è sostenuta dal duraturo ed inestinguibile osanna delle anime care. L’orecchio interiore sa, anche quando noi non sentiamo più nulla e la mano della vita Viva mai si scioglie dalla nostra.

Il passo lento e discreto del cammino che riprende, l’indugiare non è indulgenza verso noi stessi: è solo rispetto, il posarsi piano della Vita nella consapevolezza dell’altrui dolore, quello la cui eco non si è spenta, né mai si spegnerà nel profondo di una intimità sofferente condivisa.

C’è stata Speranza, nella notte. Ci sono state Luci nel buio. C’è stato Orizzonte, nel disorientamento.

Qualche minuscolo lacerto del grande e spesso contrastato e dolente affresco di quei mesi, ho tentato di lasciare qui, in Diario Inutile. Era il 17 Marzo del 2020, quando iniziai a pubblicarlo.

[Diario inutile 33_La Campagna/LA2]

 1Inizio oggi, a distanza di un anno dall’ultimo incontro al quale ho partecipato, il racconto della esperienza che ho vissuto nel cammino del Libro Azzurro [LA].

 

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