Distinguere.

Distinguere.

I ricordi tengono al caldo la vita, nella tempesta fredda del presente. L’anima claudicante, ferita a morte ma non vinta, riposa nel tepore dolce della memoria. Le storie personali hanno nicchie, vaste concrezioni di terre amate e delicate, sconosciute ai più e spesso ignote anche ai prossimi più prossimi. Il coraggio di amare, quella passione folle che non conosce l’esile titubanza degli opportunisti, apre come una lama la dignitosa fessura dei distinguo. Distinguere è un atto d’amore che si deve prima di tutto alla Sorgente e poi in ogni istante della ferialità a se stessi. La pratica coerente della distinzione è secondo alcuni solo una deriva aristocratica e decorativa. La sincerità ruspante degli omologanti di professione sprezza la delicatezza delle visioni profonde. Non c’è scampo per chi non vive con le mani in pasta la brevità degli istanti, la scorciatoia funzionale. L’ottusità dei bari compensa la splendida intelligenza di chi fa Luce davanti. L’inciampo della menzogna tenta di trascinare al fango anche l’elezione degli umili servi del vero, almeno in se stessi. Perciò la distinzione è il primo passo verso la forma piena del rispetto.

Gli scherani agitano l’acqua già torbida dei profili confusi. Erigono quindi confini di cartapesta, muri di cartongesso, persino, ad uso e consumo degli adepti dell’ultima ora. Il seguito si misura con l’ampiezza dei “mi piace” ma dura meno dello spazio di un mattino, non avendo fondamenti interiori. Fondamenta di senso. Confondere la lingua, l’Atto originario e sacro della fondazione della diversità e dunque dei distinguo, è diventato oggi un esercizio secolare da dilettanti, quando i megafoni dell’iterazione assertiva urlano ossessivamente il proprio mantra. La piazza, analogica o digitale, reale o virtuale, vive di rendita sulle vestigia della sintassi broadcasting che ha colonizzato i tempi, dando a ciascuno l’illusione che il singolare possa ergersi nell’istante stesso del suono pronunciato a torre di Babele. L’esercizio di convergere dai diversi punti della terra interiore alla Terra promessa della comunione è una fatica ignota agli imbonitori del like. Il Fiat lux dei divini dilettanti.

Gli eroi sconfitti li tiene al caldo il Dio del Silenzio, in un grembo senza tempo in cui il volto è giovane per sempre.

E’ lì che sbocciano i fiori silenti dei ricordi. Ai margini. Sui cigli di strade neglette e distratte. Sugli argini dove placida scorre la pace muta del tempo andato. Lì, rannicchiati nell’ombra indifesa dell’innocenza che li ha partoriti, i fiori fragili dell’alba rendono bello l’incantesimo del domani che nasce. Pochi li scorgono. L’attenzione non è mai stata una virtù e la grana grossa di certi sguardi contemporanei setaccia il paesaggio con indolente tensione sempre viva al profitto. L’ombelico dell’interesse personale è l’unico orizzonte noto. Se più oltre vi siano oasi di Bellezza ignota non importa.

Il Dio di sempre chiamerà per l’ultima volta anche quei suoi figli che caracollano a pancia piena, vinti dal peso ormai insopportabile delle stanchezze effimere che li hanno saturati. L’oboe del richiamo risuonerà nell’enfasi stordita dell’indistinto. Allora, forse e di nuovo, come all’origine i cromosomi identitari si raduneranno inconsapevoli intorno al nome, per dare un volto al poco scampato all’orgia omologante. L’ansia reticolare di creature divenute ameboidi e senza centro verrà redenta dalla pietas che chiama. Il sonno del cuore ha generato mostri, in grado di percepire unicamente rumori e nessun suono. La relazione funzionale non ha bisogno dei sottili distinguo per sbocciare, per nascere, per crescere. Il suo braccio meccanico, pur se declinato nella forma digitale, è necessario e sufficiente per comporre qualunque distanza. Tranne quella, ad essa sconosciuta, fra Terra e Cielo, affidata unicamente ad una divina ed innocente religazione.

I ricordi scendono lenti nella profondità dei tempi. La nostalgia serra in una morsa la narrazione eletta. I fatti si stagliano dentro inusuali azzurrità. Rari. Invincibili dall’usura del tempo. Quasi perfetti. Frammenti. Lacerti. Mozziconi di parole. Il monito di un padre. La cura accogliente di una madre. La fraterna e complice stretta di un attimo giocoso. Dio ride in silenzio oltre la cortina fumogena degli infiniti scatti. Tutto è documentato e nulla rimane. La pietas si traccia sul rigo sublime e il diapason che intona la comunione è uno strumento accordato con sapienza dimenticata.

Tu ti raccogli nella finestra spoglia dell’infanzia, nella struggente adolescenza. Nella mirabile prima età adulta. Ora sai che potresti morire, dietro l’anta che spegne l’ultimo sole del tramonto. Ricordare è un atto per spiriti nobili. La volgarità della smemoratezza affiora dovunque. Aggrappata come un ricco naufrago al book d’immagini di una vita. Distinguere chiede la profondità del cuore. L’indistinta sequela degli istanti bruciati nel qui ed ora di un surfing banale al traino dei giorni non dice più nulla agli indolenti sfogliatori del proprio dimenticabile passato. La carità del nome è un esercizio scomparso. Ci sono agende, regesti di estemporaneità avvilenti e subito svanite dall’orizzonte chiaro delle promesse. La vita ha mani rugose e nodosi appigli per cuori forti. L’indolenza degli avventizi non ne conosce la gioia. Requiem. Ora prego in silenzio e sono solo. Con tutti i volti dei cari scomparsi ben disegnati nella profondità di me. Scolpiti con la grazia michelangiolesca della sottrazione. Amen.

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