«[…] e impara a vivere». [23/11, Paul Celan].


«[…] e impara a vivere». [23/11, Paul Celan].

Domani, il 23 Novembre, saranno trascorsi esattamente 95 anni dalla nascita di Paul Celan. Ho scritto spesso ed a lungo di lui e per lui. Il blog è disseminato del suo ricordo, così presente sempre alla mia vita, al cuore ed al pensiero. Nel suo nome ho scritto un lungo post per ricordarne, due anni fa, la scomparsa. Aggiungerò poco o nulla, questa sera, ai miei scritti. Non attingerò più la piccola antologia di canti che in due decenni ho dedicato a lui. Lascerò la parola a Paul Celan, alla sua poesia.

Potrei dire che non v’è alcuna particolare attenzione ad una continuità, ad una coerenza, ad un senso nella scelta dei cinque canti che mi sono venuti incontro nel ricordo. Non avevo pensieri e premesse. In un’epoca afflitta dalla verve analitica e sedotta dalla infinita e presunta potenza dei dati, tengo sempre l’una e l’altra a riposo. Mi lascio guidare dall’ipotetica certezza del rischio intuitivo, un ossimoro, forse una palese contraddizione. Per alcuni, non certo per i poeti, per i profeti, per i mistici, una patente aporia.

Poi, leggendoli una prima volta dopo averli scelti, balbettando nel mare grande della pervasiva inquietudine che si è distesa dentro ed intorno a me in questi ultimi giorni, qualcosa che somiglia sempre più all’incedere consapevole di un dolore empatico, ho sentito affiorare la brezza ben nota della epifania intuitiva che tiene insieme le cose in uno sguardo poetico dato a priori e i cui contorni critici si tracciano in un consapevole a posteriori.

E’ qualcosa che riguarda da vicino l’io poetico, il suo profilo e la densità interiore ed esistenziale di chi scrive. Qualcosa che non si limita ad alludere al dolore e lo rende esplicito nel canto. Qualcosa che rivela la resistenza del poeta nel canto. Dunque, l’uomo, il poeta, il suo dolente incedere nei tempi a lui contemporanei ed il suo essere una creatura durevole dentro tale scenario. Qualcosa, l’esegesi di una poetica tutta raccolta nelle poche righe di una sintesi estrema, il cui fondale celeste è campito dall’arte.E, quasi ineluttabile corollario, la solitudine, che fu nell’origine e che sarà nel suo destino. Su tutto e tutti, su tempi e Tempo, qualcosa, la parola, notazione e fondamento, il Vero. La strenua affezione del poeta alla libertà [dell'uomo e dell'arte], alla sua essenza, la sua ricerca e l’assidua testimonianza in lui.

Estrarre la continuità della storia da un’astrazione poetica potrebbe sembrare un atto ermetico, una recessione criptica rispetto al sogno di un umanesimo sorgivo e nascente,luminoso e trasparente. Eppure io sento, ho sentito qui come altrove in Celan, tutto il mio Tempo, quello che ho vissuto in relazione ai tempi che ho avuto il dono e la ventura di attraversare. Il Tempo che non finisce mai e che sola, la poesia, sa dire e la mistica fermare.

Le cinque poesie. Le ho cercate lasciandomi guidare dalla memoria del cuore. Mi sono venute incontro, attese e confidenti, come una stretta di mano. Proprio nel segno della poetica celaniana. Ho porto loro la mia, aperta ad un profondo ascolto, e le ho lasciate libere vagare lungo i sentieri dell’anima e dei tempi, quelli a me contemporanei.

Le ho scandite a voce alta e le ho sommessamente dette nel profondo di me. Mi hanno fatto compagnia, ancora una volta, come un tempo, come sempre. Non sono mai andato a Thiais per portargli un fiore, e non se nemmeno se mai più potrò permettermi di farlo. Lo depongo idealmente qui, ora, nella forma di minuscolo ricordo.

E’ un fiore semplice, il mio, come una margherita di campo. Come un fiore spontaneo, di quelli che nascono come vogliono, quando vogliono, dove vogliono in un prato brado, all’improvviso. Sbocciano inattesi e non visti. Come accade spesso alle parole dei poeti e nelle visioni dei profeti. Come sboccia in eterno e per sempre il tuo canto sublime, carissimo Paul.

 

1.

«L’arte paga il prezzo, l’uomo

non ne paga.

Voi siete per la libertà dell’arte,

dell’uomo

parlate solo sotto

questo

segno.

E tuttavia

è lo stesso

Dio in noi tutti, il Brutto-

Bello,

il Vero.»

Paul Celan

 

2.

«Questo è il momento in cui

i lupi mannari non

ce la fanno.

Nessuno

scherano piú

vive.

 

L’uomo, vero e solo,

va eretto in mezzo

agli uomini.»

Paul Celan

 

3.

«Non scriverti

tra i mondi,

 

tieni testa

alla varietà dei significati,

 

fidati della traccia di lacrime

e impara a vivere.»

Paul Celan

 

4.

«Soffiata-qui con il saluto

dell’avena delle dune, tutta sventagliata,

io non ci sarò,

quando tu fai la ruota del rendere felice, sotto il cielo,

la ruota verso il cielo,

che io da impensabile lontananza

afferro ai mozzi, io

un solitario, che scrive.»

Paul Celan

 

5.

«Frugati nel nonfrugato,

senti dire il dolore lí dentro:io

soltanto ero, io

sono,

sono il già stato,

 

afferralo per te come un fiocco,

non tenerlo,

lascialo essere,

 

sii il tuo stesso

mosso dall’alito,

controsapiente

inverno»

Paul Celan

 

[Le cinque poesie che ho scelto, sono tratte da “Sotto il tiro di presagi”, traduzione e cura di Michele Ranchetti e Jutta Leskien, pubblicato in Italia da Einaudi nel 2001].

 

α


Un piccolo aggiornamento.

@rosaturca ha aperto stamani l’orizzonte del ricordo in una memoria più ampia della mia singolare, condivisa. Lo ha fatto recando una piccola parte del mio minuscolo dono a Paul Celan in un suo spazio di scrittura. Come se anche lei avesse voluto posare un fiore semplice a Thiais. Un vento di brezza spirava intorno. I petali hanno ondeggiato di gratitudine, piano. La ringrazio infinitamente, soprattutto per averci lasciati “insieme”. Certo, in un’asimmetria interiore della quale sono ben consapevole, tutta in favore di Paul, ma talvolta l’amore colma distanze all’apparenza impossibili da comporre e genera forme ritenute ad uno sguardo di superficie improbabili.

GM

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