Epistole. Epistolari. [Pubblico. Pubblicato].

Epistole. Epistolari. [Pubblico. Pubblicato].

E’ lo sguardo degli altri posato sulla nostra più profonda e vera soglia di rivelazione a noi stessi che ci rischiara dentro, ci aiuta a crescere e ci conforta nel cammino non sempre facile della Vita. Ed è uno sguardo raro, che di rado incontriamo e che spesso non sappiamo vedere, presi come siamo nel ripiegamento sul piccolo io che talvolta ci abita e ci conduce sino alla più povera sostanza del sé, l’ego. Quando abbiamo la Grazia di incontrane di tale natura, delicati, alti e profondi, non possiamo che ringraziare la Vita ed in lei coloro che essa ci ha donati, per averceli donati e per averci essi stessi aiutato ad immeritatamente accoglierli nella modesta prospettiva del nostro personale orizzonte.

Quando si apre il dialogo con loro, e posso dunque continuare nel cammino di riflessione condivisa, le mie non sono, non saranno mai, e mai hanno avuto la pretesa di essere, risposte complete ed esaustive, nel senso di risolutive rispetto alla profondità delle domande che gli interlocutori spesso postulano. Io stesso sento precisamente la intensità dei miei limiti personali: mi sento minuscolo davanti all’Infinità degli orizzonti che alcuni interrogativi aprono. Sono e so di essere talora ignorante di fronte alla vastità delle loro personali conoscenze. Dunque, quale dialogo, allora e perché tentarlo? e che cosa sono o che cosa possono significare gli scritti che nascono in me in eco alla vastità ed alla intensità dei loro stimoli, pur consapevole di non esserne talvolta all’altezza?

Il merito.

Cosa sono e che cosa possono [potrebbero] significare le mie risposte. Sono innanzitutto e prima di tutto il tentativo di esprimere gratitudine nei confronti della Vita e loro, dei miei interlocutori, per la bellezza di un dono ricevuto. L’offerta del dialogo, la proposta di condivisione di un pensiero nella reciprocità di una relazione, sono beni preziosi e rari. E come tali vanno considerati e, se possibile, vissuti. Tentando di esserne appunto all’altezza nel dialogo. Nel merito, sono e vorrebbero essere solo ed unicamente, per parte mia, espressione di una testimonianza. Non ho risposte: come spesso ho scritto, ho dentro me l’eco di tante umane sconfitte. Non ho nulla da proporre di esemplare, men che mai da insegnare. Ci mancherebbe che mi dichiarassi con presunzione atto a rispondere in qualche modo delle istanze alte che talvolta chi mi corrisponde pone. Ho però un bene prezioso, quello che evangelicamente si direbbe un talento [e non considerato tale nella laica visione di un giudizio di merito: so che non mi compete e non sarei mai tanto stupido da affidare a me stesso il giudizio su me stesso]. Di quello ho sempre sentito tutta la responsabilità. Nel rispettarlo, nel coltivarlo, nel donarlo, qualunque fosse l’entità ed il valore, che ignoro entrambi. Nell’onorarlo, prima di tutto davanti allo Spirito, che me lo ha posto dentro in origine, e davanti alla Vita che tanta gioia mi ha dato per suo conto ed in suo nome. Perciò, come una madre, l’ho tenuto in grembo, crescendolo e nutrendolo, sempre tentando di portarlo alla Luce e nella sua luce umanamente migliore, quella a me possibile, naturalmente. E’ di tale sostanza delle cose che sempre scrivo, solo di tale dono, ed unicamente di quello sono capace, se di qualcosa sono stato ed ancora sono capace. La mia parte nel dialogo con loro, se essi concedono e quando lo vogliono, si affida a quel fondamento: di vita, interiore, che ho tentato di tenere coerente nella testimonianza del sé alla luce dei giorni vissuti. E solo quello è, può essere e vuole essere, il mio dialogare con loro, il tentare di farlo. Senza limite nell’offerta del dono, perché tutto quel che siamo è dono ricevuto e nulla è nostro e nulla e mio. Le mie lettere elettroniche, gli scritti che ho indirizzato e che indirizzerò loro nel dialogo, sono, per quel che valgono, unicamente il distillato di tale orizzonte. Interiore. Di umana esperienza. Aperto sempre allo Spirito, all’umano, all’Infinito ed all’Eterno. In ascolto dell’alterità. Dell’altro di me e da me. Loro, qui, nel nostro dialogo, prima di tutti. E’ in eco ad essi che la mia vita “risponde” in forma di epistola. Con la sua nota interiore e certamente con la proprietà singolare di quella altrui che la ispira. Nella Luce della terzietà, sempre.

Il metodo.

Naturalmente è variato e potrà variare a secondo dei desideri di chi mi corrisponde e delle esigenze contingenti del dialogo stesso. Il dialogo nasce tuttora e da sempre nella sua forma per me ontologicamente eccellente, dia-logos [nella luce persistente di mythos, certamente]. Una persona scrive, un’altra legge e a sua volta scrive in eco alla prima, sino alla nascita, quando nasce, della terzietà di una relazione sublime nel testo. Quando l’eco interiore dell’una risuona al diapason di sé nel testo dell’altro. Accade di rado, però con coloro con cui inizio e proseguo una corrispondenza è accaduto e accade sempre. E quello è stato ed è il sintomo significativo di una relazione nel testo che ha per me spesso il carisma della comunione.

Nessuna tra le esperienze artistiche che ho condotto, al di fuori degli epistolari aventi per tema l’arte e/o la poesia più in particolare, si è spinta comunque alla condivisione nella scrittura. Ho vissuto sperimentazioni con artisti impegnati in ambiti diversi, mai con poeti, con scrittori, con filosofi, con persone insomma il cui talento fosse affidato alla parola, in primis, ed alla sola parola soprattutto. La parola è sempre stata il mio unico accento identitario strumentale denotativo in ciascuna di tali esperienze e comunque non sono mai voluto andare, nel vissuto, oltre l’incontro di talenti diversi tra loro. Forse proprio in virtù della capacità di dialogo nel profondo rispetto che i miei interlocutori hanno di volta in volta manifestato, che nasce non solo dalla diversità dei carismi intellettuali e o artistici impegnati, ma da una loro raffinata qualità interiore, mi sono sempre sentito a mio agio e privo di quei timori [ne ho tantissimi: nessuno sa quante e quali esitazioni umane mi diminuiscono nella vita, di poeta e feriale, che poi sono una, nella landa dei giorni inquieti...] che spesso mi fanno ingombrante compagnia.

Il rispetto dell’identità autoriale, e non solo nominale, è ed è sempre stato per me un fondamento della poetica. Ne ho scritto spesso. Perciò, anche e soprattutto nel dialogo, nemmeno le affinità più alte e più profonde che il testo rivela nell’eco della reciprocità motivano e giustificano l’assenza del distinguo. Se mai dal dialogo epistolare fosse nata un’opera, o un embrione legittimamente destinato a diventare tale, insomma, non vi sarebbero due nomi ed un testo, ma due testi distinti in uno ed a ciascuno il proprio nome.
Naturalmente, il metodo vale soprattutto se non solo per l’epistolario che nasce ed è nato per mantenere vivo il dialogo tra me e coloro con i quali è nato. La sua natura estemporanea e di bozza, per quanto ciascuno di noi rifletta o abbia riflettuto ad alta voce, come mi sembra e mi è sembrato sempre in modo quasi ultimativo anche negli scritti personali e comunque non destinati alla pubblicazione, ha fatto sì che, salvo diversa intenzione di ciascuno, esso non sia stato mai in alcun modo e in alcuna forma pubblicato. Fatte salve alcune rare eccezioni, legate a particolari contingenze e comunque tali da non violare mai e per nessun motivo il rispetto della riservatezza nei confronti di alcuno dei dialoganti. Essendo il merito, spesso se non sempre, quasi esclusivamente costituito da una flessione argomentativa ispirata da poesia e letteratura. Mai da qualcosa di squisitamente personale, in senso stretto e proprio, legato cioè al vissuto dei singoli soggetti che corrispondono.
Spesso, quasi sempre, è stata l’amicizia, il filo duro e tenace che ha tenuto, l’una all’altra unite in comunione, le epistole. La vita stessa, prima e certamente. Il filosofo direbbe il “sostrato”. La nota interiore che caratterizza pause e silenzi nella relazione digitale, come del resto in quella analogica, è ed è stata quella che ci ha resi e che ci rende l’uno all’altro riconoscibili, che ci espone [in senso celaniano] uno all’altro nella speranza di una comunione che l’esistenza postula e che l’epistola sigilla. Nella verità di sé, per quanto precario sia il cammino identitario, la disgiunzione dei sensi è letale.

Lo iato dell’inganno, quella ferina e feroce flessione dell’incoerenza che apre vulnus e ferite nel profondo di sé prima ancora che minacciare la relazione, apre incolmabili abissi. Non solo, però, tra l’io che scrive e l’io che vive. Tra i due soggetti della relazione epistolare, che, quando impegna parole alte, e amicizia certamente lo è, chiama anche l’ineffabile verità del proprio essere, e della propria esistenza, a testimonianza della sua essenza ontologica ed alla autenticità di sé. L’amicizia, anche quella digitale, impegna molto più di un like e chiede prima di tutto il fondamento di sé. Non si può rispettare nessuno, e senza rispetto non c’è alcuna amicizia, se non si rispetta prima di tutto se stessi. Qualunque cosa significasse “essere se stessi”, o “conoscere se stessi”.

Consapevoli sempre del fatto che lo statuto ontologico di un testo che, per esplicita intenzione dell’autore, attende l’accoglienza interiore e l’ascolto singolare dell’amicizia e null’altro che quelli, è l’impubblicabilità.

I testi che nascono nella fedeltà ad un destino di silenzio senza eco nell’anima altrui, posto che ve ne siano di siffatti in assoluto, amano la certezza, inquieta ma irrevocabile, dei cassetti in cui vengono riposti [in qualsiasi forma declinati]. Con la discreta mano autoriale, che distingue in origine un silenzio amante da un Ignoto il cui possibile destino è, nella temperie dei tempi, un silenzio inerte.

 

il 22 ed il 31 Agosto 2014

 

 

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