Ermetismo mondano.

Ermetismo mondano.

Ora l’ermetismo si inerpica tra le pietre claustrali di una solitudine mondana. Tutto è detto. Tutto è dato. Solo il mistero (laico) è in agguato nei silenzi areligiosi di monaci dallo statuto interiore piegato nella promiscuità con le cose.

L’elevazione, spirituale, e l’astrazione, laica, sono divenuti sentieri impervi ed impraticabili nella modernità.

La solitudine è affollata dall’eco e dal riverbero di infinite disponibilità sedicenti inclusive. Spesso, solo  iniquamente onnivore. Affamate di segni e di anime.

Il sentiero etico viene percorso da figure ieratiche avulse dal principio di realtà o da obsolescenze claudicanti che agitano lo spettro di un moralismo di maniera o esercitano la sublime retorica dell’ipocrisia, della doppiezza, dell’ambiguità eretta a sistema.

Le pause di tempo sono espedienti dilatori. La coscienza fumigante di oltraggi non è all’altezza degli scarti temporali, che chiedono un sintagma interiore vivo, e si illude di avere abolito gli spazi.

La verità si brucia o meglio si consuma in attimi di evidenza. Il futuro è già qui per definizione, il passato è un inutile orpello. Ha già dato. La memoria innerva e rianima esercizi volonterosi di ricordo e spesso anche esibizioni scandalosamente infondate nel sé che si erge a testimone del rimpianto in un qui ed ora della storia che urla la contraddizione palese e patente.

Gli eroi, se ve ne sono, i profeti, i testimoni, vengono assunti quali efficaci esemplari d’antan. La retorica del bel tempo andato è lo strumento più raffinato di pallidi esegeti, afflitti da bulimia comunicativa.

I naufraghi della modernità cercano sempre nuovi approdi. Prossimi o remoti. Non importa. La terra sicura ed asciutta di un altrove storico degno del passato rimane però una promessa insoddisfatta. Vivere con pienezza ha ceduto il passo ad una sopravvivenza svuotata di tutto. La koiné dei tempi non perdona. Gli scampoli di coraggio e le nicchie estreme in cui l’etica sopravvive a se stessa in una declinazione all’altezza del sublime che fu, sono viatico per sicure derive. Verso quali approdi epocali non è dato qui ed ora sapere.

I due paradigmi sfacciatamente vincenti, dichiaratamente e conclamatamente con compiacente plauso da masse cosmiche fino all’altro ieri, si sono date alla macchia. Velocità e finanza, ampiamente sostenute dalla droga ancillare di una tecnologia estemporanea, onnipervasiva e spesso decorativa nella sua vocazione istantanea, hanno finto il passo indietro. Si sono opportunamente defilate per cedere il passo alla narrazione di una plastica evidenza: la dittatura della finanza e del mercato non ha fatto prigionieri. E continua a non farne. Agendo nel buio ed al coperto di tanta retorica salvifica, diversamente da quanto accadeva prima nel bel mezzo di una marcia trionfale durata qualche decennio. Almeno a partire dalla meta degli anni Ottanta del secolo scorso.

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