Esilio.

Esilio

La poesia è l’angolo acuto della profondità che si spinge fino alla superficie della presenza al reale, la sintesi estrema della durata e dell’estensione. Dell’eterno e dell’infinito nel tempo e nello spazio. La prosa poetica ne è la distillazione armonica. Un aprirsi del canto nella parola che, come una scaturigine ineluttabile, ne stilla. Nel silenzio della ruminazione interiore, quando (dopo che) la poesia è data.

Per quanto mi riguarda, è stato così. La poesia ha sempre preceduto la prosa, l’ha intuita e calcinata nella fissità relazionale, e dunque aperta, della sua potenziale attesa di un tu. Di un Tu.

Perciò, non mi sorprende il fatto che sempre più spesso, la mia TL, quella cui affido da quasi tre anni la sintesi estrema della poetica in forma di pensiero e della poesia in forma di twitt, chiami, quasi in un’eco di risonanze interiori irrevocabili, la prosa a compiersi qui, sul blog, dove da quattro mesi scrivo.

E’ successo così anche negli ultimi giorni, quando, con due miei diversi twitt, la soglia e l’esilio hanno fatto la propria comparsa. Quasi preludio alla scrittura di testi estesi, in prosa poetica, da pubblicare su extemporalitas. Testi che avrei voluto scrivere entrambi. L’ispirazione è però un angelo che incalza, un compagno di urgenze estreme, al quale non si possono concedere che pochi irresoluti attimi di attesa, senza che egli scompaia, inabissato nella luce di cui è viatico. Per l’uomo, rimangono le buone intenzioni. Del cui accento etico sappiamo (quasi) tutto. Per il poeta le occasioni mancate languono per sempre.

Se dunque la soglia è rimasta impigliata nella rete delle intenzioni di scrittura, e riposa in qualche recondito lembo di memoria e di me, l’esilio no. L’esilio mi ha preso per mano e mi ha tenuto stretto per tutto il tempo dell’attesa, fino a questo inizio di compimento nella scrittura, stamani.

Ieri sera ho frugato i lacerti di memoria. Ho letto e riletto. Ho ascoltato le parole crescere in me e comporsi nell’affresco di luce del silenzio. Sono andato ad attingere le sorgenti.

Il tema dell’esilio abita da più di vent’anni la mia poesia. Direi che, più che un tema, è un credo, un accento destinale. E’ stata (ed è) un’esperienza dura e lunga della mia vita. Un topos della coscienza e soggetto del canto.

Sulla TL è comparso qui e qui. Ha preparato la strada a questa scrittura. La poesia mi si è fatta avanti, per scriverne forse in modo diverso, ancora una volta.

Devo compiere ora una digressione. Ho scritto più volte ed in contesti diversi della mia poesia, del modo di pubblicarla e di diffonderla. Mi sono confrontato a lungo, in passato, su tale evidenza, sulle modalità della scelta. Ne ho accennato anche sul blog, qui.

Dunque, non infliggerò ai rari lettori di extemporalitas, che infinitamente ringrazio per la loro dedizione, l’attenzione e l’ascolto interiore che hanno riservato agli scritti pubblicati, un altro ripetuto lacerto dell’ autobiografia editoriale (?).

Qualcosa però devo scrivere, prima di introdurre alcune poche righe tratte da un libro pubblicato quasi vent’anni orsono.

Non so quali e quanti tra i pochissimi che hanno ricevuto una delle rare copie (quasi mai più di 100) dei miei volumi di poesia pubblicati, abbiano letto i miei testi. Non so quali e quanti altri, oltre i destinatari del dono, abbiano avuto occasione di leggere. Delle sorti della poesia che ho scritto, so poco o nulla più, oltre la consapevolezza del mondo in cui vivo, che è la mia vita stessa. Di relazione vera e profonda. Amante, amicale, sororale, fraterna.

Da tempo, forse da sempre, ho maturato la convinzione, e l’esperienza, che se il mio canto avrà mai un destino altro, oltre quello piuttosto discreto e marginale che ha conosciuto con me vivo, esso sarà oltre la mia vita stessa. Lo scrivo, e lo vivo, con dolorosa consapevolezza. A sessant’anni è più facile. Quando hai venti, trent’anni di meno, è un po’ più impegnativo. Non si tratta di un accento incline ad un romanticismo di maniera, d’avanspettacolo, che strizza l’occhio ad una boheme patinata. L’esperienza, assicuro, è un po’ diversa ed è abbastanza dura. Ha invece, credo, molto a che vedere con l’esilio. Con quella forma ontologica dell’esilio che ho sperimentato da poeta.

Nel 2005, con le stesse modalità di sempre, ho pubblicato il mio ultimo libro di poesia (e di prosa poetica), Canti primordiali.

Mentirei se dicessi che non sono stato tentato di pubblicare altro, dopo di allora. Sono giunto sempre ed in occasioni diverse fino alla stesura definitiva. Pronta. Ho indugiato. Ho riflettuto. Ho riposto. Ho ripreso. Ho immaginato ed ipotizzato un’edizione digitale. Ho ripensato alla vecchia linotype, con stampa in piana. Ho dimenticato i lavori pronti, più di uno, negli angoli più nascosti dello studio. Non so se per reticenza. Una sorta di estremo pudore mi prende davanti a tutti i miei scritti di un tempo, gli inediti, intendo.

I quaderni ed i taccuini sono i fratelli maggiori della mia TL e del blog. Non so in che rapporto stiano oggi fra loro. Non voglio saperlo. Quando inizio una ricerca, uno studio, una riflessione, cerco il campo lungo della durata, per una sintesi che abbia qualche dignità. Forse sono troppo vecchio ormai e qui, sul punto, sento che qualcosa della tenace volontà di un tempo, manca. Ma non sono state le sconfitte e le amarezze della vita ad intiepidire la passione per la sintesi della ricerca in azione, pur sovrabbondanti negli ultimi 15 anni. Forse, per la prima volta sento che tocca ad altri.

Dunque non so in che relazione stiano le mie scritture e le letture di chi mi fa il grande dono della sua attenzione. So che non pubblicherò mai in rete tutti i testi che ho scelto di stampare un tempo in linotype. Non sarò certamente io a farlo.

Però, di quando in quando, capisco che lacerti di un cammino di scrittura lungo ormai quarant’anni, sono convocati anche qui. Per una questione di senso. Di senso delle cose nel tempo. Di relazione. Tra io, opera e mondo. Perché se sono qui, se sono venuto anche qui, dapprima timidamente e poi in modo persino troppo invasivo per la mia indole, una relazione tra l’opera ed il mondo, fra testo e lettura, fra scrittura ed ascolto, fra silenzio creativo e l’attivo silenzio di chi crea risonanze interiori nel testo, c’è, ci deve essere anche qui.

E’ su quella traccia di senso e per quell’indizio di senso che ogni tanto, più spesso di quanto poi non si manifesti qui, riprendo in mano testi che ho già pubblicato.

E’ per rispetto dell’intensità dello sguardo interiore di chi legge, che, talvolta, tento di minimamente ricomporre, anche qui, l’unità del cammino poetico compiuto.

 

«La Parola Estrema

Dante Alighieri in esilio, lontano dalla propria terra, in nome e per conto della sete di giustizia, vive nel conforto della Visione. Giacomo Leopardi, in esilio nella terra del proprio io, la finitudine della creatura umana significata nel corpo, trova dolce consolazione nella memoria, o nella nostalgia, o nella speranza d’Infinito.

Paul Celan in esilio nella terra della propria impotenza di significare la comunione, o la testimonianza, delle parole nel canto, trova risposta procurandosi, senza attenderla, la Risposta, la Morte.

Sono veri esilii o non piuttosto cammini di ricerca compiuti dall’essere alla ricerca dell’Essere di cui l’umana creatura trova in sé indizio? Ricerca dentro e fuori di sé, dentro di Sé verso la Vita, dentro la vita verso la Vita? Cammini compiuti dentro la parola estrema, realizzati o attesi nella poesia? Io credo che si tratti di cammini Realizzati di parole venute, o dettate, nella Luce attraverso la vita dei poeti. E allora perché esiliati, e verso Dove? La poesia rende estreme le parole che impiega nel suo scriversi proprio perché, pur essendo esse le stesse del linguaggio feriale, rispondono nella vita del poeta e nella vita del tempo che egli vive alle sollecitazioni estreme della Nostalgia ed alla necessità della Speranza. E la testimonianza che essi, i poeti, ne danno nella vita e nella poesia è sempre tanto drammatica da suscitare l’ineluttabile esilio, fisico, metafisico, radicale perché tutto il cammino si svolge in presenza dell’estrema Assenza, dove solamente attinge il sublime del canto. L’esilio si compie sempre per il poeta rispetto al topos antropologico del proprio tempo (oggi diciamo all’immaginario collettivo o, più banalmente, ai luoghi comuni) perché in esso alligna la stabilizzazione dogmatica della vita (teologica: Alighieri), si radica la consuetudine accettata del proprio limite eletto nella forma (borghese: Leopardi), si fissa e s’inabissa nel mare grande del nichilismo, silenzio delle cose e fungibilità del silenzio pieno di cose, in cui la parola, tradita, dal volto muto del vuoto, muore (esistenziale: Celan).

Oggi, il tenero virgulto di un nuovo, poetico esilio convoca il poeta a contemplare con l’occhio straniero della coscienza del deserto che, da una insistita distanza dal tempo delle cose e dei muti volti, vede e di nuovo nomina: la Relazione, la conciliazione, prossima la comunione. Un occhio puro, un tenero e minacciato virgulto di canto: detto, sussurrato, gioito, come si potrebbe gioire su macerie fumanti, su rovine, davanti all’alba estrema d’un tempo che muore e prossimi ormai alla Linea del tempo che nasce. Gioire mentre commossi di nuovo si osa cantare: sperare.»

Giordano Mariani, “La parola estrema”, in «Deserti incanti», Brescia, 1994.

Quando pubblicai Deserti incanti, 19 anni fa, avevo 41 anni. La stagione più bella della vita (della mia, almeno). Il capitolo successivo a quello da cui ho tratto l’ampia citazione, è intitolato «L’esilio dei testimoni». Due anni dopo, nel 1996, avrei pubblicato «Vigilie in esilio». Un atto di speranza, fin dal titolo. La convinzione radicata e coltivata che quel lungo tratto di cammino percorso in solitudine ed ai margini, fosse vigilia di un ritorno a casa. Ora so ancor meglio ciò già che scrissi. Con ancor più esperta e dolente certezza: il solo nostos infinitamente compiuto, come è nelle attese di ogni poeta, è quello che conduce alla casa del Padre. La Terra è l’esilio dei poeti, di ogni tempo ed in ogni luogo. La salita non è e non è stata mai un inno alla gioia. Ma è l’unico sentiero che non allontana dal canto. Mai, se gli sei fedele.

Quello citato è un testo memoria dell’esilio. Esperienza. Poesia e vita. Vita e poesia. Il twitt che ho dedicato all’esilio nei giorni scorsi, recava forse in sè un accento nuovo rispetto alla declinazione di sempre. L’esilio e la frontiera. La soglia? Qui, dove memoria e speranza, passato e futuro, di nuovo si incontrano, o forse solo si sfiorano, nella forma lieve di un’emergenza nel twitt, inizia, avrebbe dovuto iniziare, la mia scrittura (una mia nuova?) sull’Esilio. Preceduta da un testo dedicato alla Soglia (la Frontiera? Il Limen? Il Confine?).

Sono ricorrenze forti, anche nella mia TL, in questi giorni. Una spia interiore? Forse tornerò con un altro testo sull’Esilio e sulla Soglia. Per confrontare lo statuto ontologico di un irrevocabile esilio con la sua declinazione storica, in un presente che è anche mio. Per capire se, sulla Soglia, l’esperienza stacca l’io dall’ego nel volo o se l’uomo è inciampato nel limite della Frontiera. Se libero o prigioniero. Anche di sé. Soprattutto di se stesso.

Ringrazio i lettori del blog ed alcuni tra coloro che seguono il profilo Twitter. Essi sanno di esistere ed anch’io credo di capire chi essi siano. Chi tra loro tiene il filo nemmeno tanto nascosto di un dialogo nel canto che è per me promessa di domani e per tutti speranza di uscita dall’Esilio. Nella vita e nella parola. Risorte a se stesse.

 

 

 

 

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