…et lux perpetua luceat…

 

…et lux perpetua luceat…

 

Quando cediamo, di schianto a causa di un dolore o per stanchezza dopo una strenua resistenza, alla parte peggiore di noi, diveniamo spesso stranieri a Dio ed all’Umano che ci abitano ed ispirano.
Allora confondiamo nella notte che ci sfianca persino tutti i profili luminosi di coloro che abbiamo amato e seguito.
In un’unica desolata sintesi apriamo le braccia ad un cinismo altrimenti sconosciuto in noi.
Respingiamo la mano tesa.
Rispondiamo o non rispondiamo per nulla e con scetticismo alla bella voce amante che ci chiama e la sfidiamo, alteri vuoti di noi e presuntuosi, come se fosse una provocazione.
E l’Amore è forse sempre tale per i pavidi o per coloro che stanno pigramente cedendo alla disfatta di sé. Dell’Umano dal volto di Luce nella creatura.
L’oltranza della prova e della notte dentro e fuori di noi talvolta ci sfianca e piega.
La nostra notte interiore è un delirio muto in cui misconosciamo i profili più alti che pure ancora camminano al nostro fianco.
Siamo sordi al richiamo della Carità ed insensibili alla Pietas. Ogni gesto, anche l’eroicamente amante che si stende e si tende con levità e discrezione nella nostra vita, ci è straniero e nemico.
E talvolta è tanto più facile cedere all’evidenza delle cose in sé che alimentare con la nostra piccola fiammella interiore, un accento di Luce nel cosmo, la speranza. Una Speranza senza tempo. Il solo viatico dell’uomo compiuto in cammino.
Quando raccogliersi su se stessi sembra impossibile e strappare da sé la vanità è un urlo doloroso e senza apparente senso, quando la Bellezza interiore che salverà il mondo ci appare un’ipotesi vaga per sognatori persi e non l’ipostasi del Cielo che sempre è ed è per sempre, allora solo un Angelo può dischiudere al calor bianco della sua dolcezza la nostra corolla abbarbicata a sé e rivelarsi nei trasognati colori dei giorni di una vita possibile, ancora. Di una Vita. Solo se siamo vuoti di noi stessi, allora, disabitati anche e soprattutto da quella che riteniamo essere una invincibile corazza, possiamo accoglierne il viatico.
L’erta più dura inizia sempre con un passo d’orgoglio e di vanità. La perdonabilissima stanchezza dei cuori vinti, così cara ai santi di ogni religione e tempo, cede il passo solo se l’imperdonabile di noi abdica a se stesso. In noi stessi. La Luce si affida ad una religio che è antropologia esercitata della mitezza. Il passo rude ed armato non ha destino davanti alla grazia armonica che come un petalo d’Eterno si dischiude in noi e ci dischiude a corolla nella comunione della Speranza.

Comments are closed.