«Eurékà de l’altérité»

«Eurékà de l’altérité».

Ho iniziato a leggere Huê Lan Lan qualche mese fa. E’ stato, come spesso mi succede quando la curiosità poggia su fondamenta intuite e non ancora pienamente date, un avvicinamento al testo discreto e continuo, progressivo e privo di asperità.

«[...] Et puis il y a ceux, pétris de cette matière impalpable, neuve parfois, pas toujours cependant. Façonnage numérique. Nouvel artefact. Sable dans les yeux qui scillent. Le monde est flou. Mais son noyau est dur. Toujours. Là. Et il aura fallu une vie pour en lever les squames.

Pas de réponse. Univoque. Totalitaire. Là non plus. Opportunité seulement, de la lettre en ses transits temporaires. Hic et nunc.

Fenêtres numériques

Espérances.

Peut-être.[...]».

L’afflato poetico che si genera quando uno sguardo consapevole si posa sulla consistenza del giorno, è un segno inequivocabile per me. I tranelli spazio temporali dell’assenza e della distanza, non possono nulla quando la cifra stilistica innerva una scrittura di un respiro altro. Quando lo stilo della ricerca traccia subito il suo segnale sulla dura pietra e incide la consapevolezza del cammino, della quête. L’oscura chiarità delle intuizioni, è già in agguato dentro di te, quando quella scaturigine si svela. C’è tempo. Non c’è fretta. Non urge appiattire sul presente l’orizzonte degli incontri in cui senti profondità.

«Ce sont des débris, à l’image de la vie, dispersés, disparates, disjoints, errant sur l’océan du temps.»

Il frammento, stigma della modernità, traccia l’affresco inconsapevole della sua deriva. La poetica, inizia a mostrare, prima come una fiammella, una coscienza ben lucida e accesa nella tempesta dei transiti. Le parole sono spie sublimi, incantesimi accesi dentro il cuore dell’uomo o impietose e carismatiche diagnosi scolpite nella pietra di un disagio vivente.

«[...] Une fois le grand passage, âmes errantes devenues, circule-t-on comme on voyage en avion? En surplomb. Observant de loin la vie. Sans jamais s’inscrire dans aucune. Mais se projetant dans toutes. Intimités-odyssées. Et Calypso et Circé. En transit temporaire. Dans leurs îles éphémères.[...]».

Huê Lan Lan vive il viaggio e pensa il Viaggio: quando saremo divenute anime erranti, ci muoveremo come in volo, su di un aereo? Poi il fulmine della parola, come l’autrice ama fare, che calcina l’interiorità sulla scena del paesaggio. Un bradisismo elegante, nel quieto paesaggio della narrazione. Siamo qui, ed anche qui solo proiettatati dentro un destino, solo sfiorato, solo osservando la vita da lontano, qui, proprio come di là… quando saremo divenute anime erranti. E Circe e Calipso, cosa possono più mai se la Vita è fuggita dalla vita vissuta, anche qui, ora, nel presente degli ulissidi che non sanno più nulla di sé, e nemmeno più godono di quella sapida avventura che insieme a tutto ha perduto senso, effimera di una stanchezza secolare che è più della caducità della cose terrene, è senza destino? E la morte, quell’ospite strano così bene rimosso nei suoi fondamenti di senso dal nostro tempo, ed esorcizzato, scacciato dal rito profondo, se ancora qualche rito resiste. Anche lui osservato da lontano, nella sua rappresentazione che quanto più e quanto più spesso esce dalla discrezione del dolore, tanto più sembra essere un tabù interiore. Quasi proibito nel totem di un’affollata solitudine.

«Ecrire dans les marges; entre les lignes; sous le point; flottant sur la virgule; en ce no man’s land; drone furtif.»

C’è ancora un posto qui, per la creatura, l’uomo, per la persona: qui dove tutte le qualità minime che fanno dell’atto feriale una forma di eroica resistenza, il poeta, colui che scrive, è vivo. Nel margine. Tra le righe. Un drone furtivo… ce no man’s land, forse la sola speranza di futuro: “Ecritures improbables./ Je vous cherche.».

Perché ho deciso ora di scrivere ispirandomi ad un suo testo, l’ultimo che ho letto?

C’è in “L’aventure de la lettrequalcosa che non so tuttora ben dire nemmeno a me stesso. Qualcosa di decisivo. Qualcosa che sembra, forse, ma può darsi che mi stia sbagliando, ad una forma di ricerca, appassionata e lieve. Come se in questo tratto del suo cammino creativo, Huê Lan Lan avesse incontrata una soglia e l’avesse al tempo stesso superata.

Ci sono talvolta, nei suoi scritti, lampi che conducono il lettore lontano dallo scenario che lei stessa ha creato e dentro il quale ha costruito la sua poetica narrazione. Quasi uno scarto straniante, che riconduce all’improvviso l’io, quello del lettore, al centro della scena. Una scena che non è però quella propria del racconto, ma è la sua di persona viva in un’epoca data e soprattutto dentro se stesso. Mi piace molto questo modo di procedere, e non solo nel testo. Huê Lan Lan compie questo strappo con estrema delicatezza e dunque la consapevolezza del lettore ricondotta a sé non ne esce scossa.

Dentro questo ultimo testo sembrano rivelarsi, almeno in parte, l’origine e il destino della ricerca [un'origine possibile ed un possibile destino...]. Huê Lan Lan svela qualcosa più del suo cammino. Se posso dirlo, rivela qualcosa della sua poetica. Amo ed ho sempre amato i transiti, i margini, le soglie e i confini: non perché essi dividano. Segnino una distanza. Siano o divengano baluardo a difesa di sé e dell’ego. Delle cose e del possesso. Inciampo all’incontro, ed in esso la Speranza che lo anima e lo invita a nascere. Al contrario. Le ho amate perché ho imparato dalla vita che tutte e tutti coloro che compiono la propria ricerca nei pressi di un passaggio, che stanno sulla soglia o sul confine, sono spesso coloro che nutrono più speranza nei confronti dello stato nascente. Dunque, amo ancor più coloro che, compiendo la propria ricerca nei pressi di un margine o di un confine, vanno oltre se stessi. Hanno sete del compimento. Non di rado di un sogno, che nei pressi di quel confine ha incontrato nuovi cieli e nuove terre, promessa mantenuta di un domani che nasce. Coloro che muovono verso, e non contro. Con la mano della conoscenza aperta e tesa. Come, mi sembra, faccia Huê Lan Lan stessa.

«“L’écriture commence où finit la psychanalyse”1. J’ai su au moment où j’ai lu cette phrase, qu’il ne s’agissait pas tant de l’impuissance de la psychanalyse à traiter de certaines choses. Ce qui n’excluait pas le fait que certaines choses lui étaient impossibles. Mais j’ai su qu’elle avait cette capacité à laisser ouverte l’aventure de la lettre [...]». E’ qui, precisamente, in questo punto di risonanza interiore, o di coincidenza del senso, che si è posato il mio sguardo di poeta, quando ho capito che avrei scritto di Huê Lan Lan, che avrei cercato di dialogare con lei nello spirito dell’«Agapé». Il dialogo con se stessi e con Dio [scrivo di me, ora], o con l’Infinito e l’Eterno, che dell’Assoluto sono volti sublimi e, credo, l’eco stessa del Dio di tutti e di ciascuno, senza etichette e senza nome, nel cuore dell’uomo e delle cose. Del Cosmo. Allo stesso modo, e non è nemmeno una parafrasi, posso dire che accade al poeta. Quando il dialogo con se stesso e con Dio finisce, la scrittura inizia. O avanza, procede dentro il Silenzio fino alla parola nascente… Al Senso delle cose e della Vita tutta.

«La lettre féminise. Et c’est en tant qu’analysante que j’écrivais. Dans cette grammaire au féminin. Et ce rapport proximal avec la langue de l’inconscient, dégagée de la gangue qui rendait inaudible sa voix.», prosegue Huê Lan Lan. Ed io mi chiedo [forse retoricamente] se non vi sia qualche relazione possibile fra «[...] la grammaire au féminin. Et ce rapport proximal avec la langue de l’inconscient, dégagée de la gangue [...]»? Se non si possa tentare l’azzardo di stabilire, in punto di una convinzione coerente, un rapporto di causa/effetto, fra le due evidenze. Ricordo allora, con dolorosa memoria e con infinita, aperta gratitudine verso Huê Lan Lan, che pone qui una traccia che mi interroga, quante volte, e spesso a quale prezzo, abbiamo saputo, e sperimentato, che quelle qualità che vengono considerate, credo a torto anche se la pratica della vita testimonia del contrario, squisitamente femminili, sono le sole che tengono viva la vita nel canto e che danno vita alla parola nel canto? Quante volte abbiamo dovuto sapere che la pena da scontare affinché la lingua limpida [dell'incoscienza o dell'innocenza?] che rende inudibile la voce [la Voce?] ha quello stesso volto? Il volto di quella grammatica femminile. Quante volte la grammatica dell’innocenza ci è costata il margine dove solo abbiamo potuta ascoltare, limpida ed empatica, come una lingua originaria e materna, la voce inudibile, il canto del Cosmo, delle creature e delle cose?

E se il sublime non fosse, nemmeno nella storia feriale, né femminile né maschile, ma solo l’eccellenza dell’essere la creatura “Persona”? Forse l’inudibile voce non chiede, per essere interrogata ed accolta nel Silenzio, nemmeno una specificazione in tal senso, o forse ci chiede di andare oltre noi stessi, anche in tal senso, di renderci prossimi a “l’angelo necessario” del canto”?
«Mon écriture m’est alors devenue parfois étrangère à moi-même. Extimité qui me traversait de part en part. Eurékà de l’altérité.»

Ho ritrovato qui un [il?] diapason della ricerca, o, almeno, una profonda assonanza interiore. E proprio qui, dove più alta mi sembra risuonare l’eco di una risposta possibile, non trovo in me che domande. Che cosa potrebbe essere l’estimità? [Chi?] Quale significato assume qui, nel contesto, nell’esperienza di scrittura di Huê Lan Lan? E l’alterità [di nuovo: l'Alterità?]. Poi quella parola, che spazza il testo e l’ombra, anche se non cancella e non elude le domande. Eurékà è un segno ed un segnale di gioioso approdo. E’ il “ho trovata”. Dentro tutte quelle sperimentazioni [esperienze?] di scrittura [di solo scrittura?], fra derive, frammenti di senso, viaggi solo vissuti da lontano, con la prudenza che ci aliena il gusto e la prova, e noi stessi insieme, nell’anima e nel significato profondo, risuona alta la parola. Huê Lan Lan, aperta alla “lettera”, si è lasciata attraversare dall’esperienza della parola che è scaturigine d’incontro ed ha trovato, lungo il fiume a tratti silente dell’eterno divenire, in cui tutto scorre, un approdo. L’alterità che ci abita. L’altro siamo [anche] noi. Nel panta rei, forse qualcosa di parmenideo. L’essere eterno di tutte le cose. Una stabilità anche interiore. Che non ha la fissità risentita di chi si oppone, ma il gioioso dinamismo di chi accoglie.

Ho lasciato da parte la latenza di un confronto sempre in atto. La lettre. L’alfabeto della nominazione o una scrittura dell’anima che cerca sempre, e comunque spera in, un tu? La lettera o lo spirito del testo? Langue o parole? Credo che Huê Lan Lan sia viva nell’empatia del senso delle cose, pur conoscendo e stimando la lettera del testo. Il suo approdo, l’ “Eurékà de l’altérité”, lascia pochi dubbi. E Ulisse? Come va il suo viaggio interiore? L’odissea è forse oggi una narrazione dell’intimità? [“Intimités-odyssées.”, cit] E quale approdo, se la lettera non scuote il femminile in lui e non lo apre all’incontro, che forse è anche il sale ed il senso dell’estimità?

Noi possiamo avanzare nel cammino, mano nella mano con l’ironia. Può darsi. Lo possiamo sicuramente fare. Ma se noi crediamo davvero in ciò che crediamo di avere compreso, sbagliandoci, certamente, e qualcosa mi è parso di comprendere nei sapidi testi di Huê Lan Lan, dobbiamo tentare, almeno tentare, di proseguire.

C’è nei suoi scritti la traccia di una Luce che amo. E’ in nome di quella Luce che ho tentato di aprire una riflessione con Huê Lan Lan, invitandola in «Agapé». La ringrazio di avere accettato. E’ entrata, in sintonia profonda con lo spirito che anima il luogo, scegliendo la via di un dialogo che, di eco interiore in eco interiore, risuona nel testo dell’una mentre risponde all’altro. In una relazione di reciprocità, naturalmente. “C’est une forme brève qui, pour moi, pourrait contribuer à ce “flash lampe torche” sur les choses de l’intérieur…”, ha scritto suggerendo la forma di scambio da lei scelta e prediletta per questo inizio. Il suo orizzonte è ricco e profondo. Condividerlo aiuta il viandante ad andare oltre lo sguardo sul proprio ombelico. Verso l’ “Eurékà de l’altérité”

 

@ «Devenir terreau d’une autre langue».

 

 

 

 

1. S André, Flac, récit suivi de  ”l’écriture commence où finit la psychanalyse”, Que,  p 149.

 

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