Evo.

Evo

Rendimi ancora la nuda parola. Dimmi, infinito silenzio, la nota più sola. La sorella dell’ora incantata che tace e che vola. Rendi tutte le cose più belle che  ai confini del tempo ho sognato, più vicino alle stelle.  Sai, quando il primo mattino d’inverno, camminavo sognando il presente e cantando l’eterno. Ero, dentro il muto confine, una traccia del dono sublime. Mi chiamasti dondolando fiorita quasi in cima allo stelo. I colori dell’infanzia dorata sospesi dietro la tua quieta bellezza, il tuo velo. Dimmi, fosti tu l’innocenza che smarrita ora tenta la redenta pazienza? Dentro l’orma silente di tutti i miei passi, ora vedo i ricordi sbocciare e li sento un po’ scossi. Forse è stata la storia che ha piegato nell’imo del giorno la mia lenta memoria? Forse è stato un fratello cui negasti la gioia del suo giorno più bello?

Ti levasti nell’alba nel profumo dei tempi. La fragranza di cose smarrite mi posasti, davanti. Lenta e dolce mi staccasti dal seno dell’origine strana. Come fanno le madri, con le mani più ferme nella grazia sovrana. Sospingesti i miei passi dentro il nuovo cammino. Fosti il bimbo che ero nell’ignoto destino. Quanto costa alla vita il mio canto, quanto vale, o parola, la sua nuda passione?

Sì, o poeti, dolce stigma del nulla infinito. Testimoni silenti del rischio patito. La salita alla soglia dell’estremo mistero dove danza ai confini solo l’orma del vero.

Dimmi, quanti secoli dura la sua gioia più pura?

Dimmi, sai tu forse dove ancora risuona la parola sovrana?

Io, che porto nel grembo il mio canto mendico, chiedo a Te o mio invitto Signore: sai quale terra conforta il disperso mio ardore?

Tu che posi la luce e la pace nel cuore dormiente di ogni tua creatura, mi sai dire dove, in quale radura, si è smarrita l’arcana sostanza, la parola, la vera, la mia sola speranza?

Non rispondi, lo so, sotto il cielo d’inverno di questo estremo mio tempo. Io non temo il mio ultimo inferno.

La Storia che ho amata era al colmo di grazia e di boria. Ho cercato di tenere nella libera mano senza stringere il pugno la promessa soltanto di un domani senza volto né tempo. Ho cercato come un monaco strano, senza credo né velo, la dimora più chiara dell’ardito Silenzio. Ho cercato nell’abisso di Luce il segreto al mio tempo.

Vedo polvere qui ai miei piedi caduta.

Forse il sangue di te, mia parola ferita?

Forse il pegno, la mia dura condanna…

Io lo so. Già lo sento che tu intoni nell’alba a me ignota di un ignoto destino il mirabile canto del tuo nuovo Osanna.

Me ne vado, con passo leggero.

Cerco il varco. Il pertugio. Il sentiero.

La tua nota confitta nel cuore mi sostiene e risuona luce azzurra di senso che si accende come un faro lontano, al naufragio scampata nell’Europa che ho vista morire. Alla soglia di un evo nascituro e remoto nella piccola mano. 

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