“Filosofia e poesia”.

“Filosofia e Poesia”

«[…] Perché il poeta non può sapere chi è e neanche cosa cerca. Il filosofo, al­meno, sa ciò che cerca e per questo si autodefinisce filo-sofo. Il poeta, poiché non cerca ma trova, non sa come chiamarsi. Do­vrebbe adottare il nome di ciò che lo possiede, di ciò che lo pren­de colmando la dimora della sua anima, dell’impeto che lo tra­scina. Ma non sarebbe facile, perché solo a volte si sente rapito, indiato; altre volte si sente afferrato, irretito in sogni informi pri­vi perfino di impeto, si sente vivere nella carne quando la carne è ancora opaca e non è stata resa trasparente dalla luce della bellezza. Come potrebbe chiamarsi il poeta? Perso nella luce, erran­te nella bellezza, povero per eccesso, folle per troppa ragione, peccatore in stato di grazia.

Il filosofo cerca sentendosi incompleto e bisognoso di completamento, sentendo che la propria natura è stata alterata e volendo riconquistarla. II poeta nuota nell’abbondanza e nell’eccesso. Forse è proprio questa sovrabbondanza che gli impedisce di scegliere. Vivendo inondato di grazia non può raccogliersi in sé, cercare di essere se stesso e neanche sa di questo “se stesso” che è invece l’ossessione del filosofo. Perso nella ricchezza, cieco nella luce, peccatore in stato di grazia, egli vive secondo la carne e secondo la carità.

Il percorso platonico è ben differente. Se pare sfiorare i bor­di della parola peccato e della parola carità senza cadervi, signifi­ca che non poteva farlo. Questa lieve distanza non attraversata è essenziale per tutta la sua filosofia. Se una simile cosa fosse acca­duta, tutto avrebbe dovuto essere riconsiderato dalla radice.

Se Platone vuole salvare le apparenze, non può rinunciare a salvare l’amore che nasce dalla carne, ma per farlo deve separarlo da questa. Tutta la teoria platonica dell’amore si fonda sul di­stacco dal corpo, inserendo il corpo stesso nel processo della dialettica, della conoscenza che conduce all’essere – all’essere che è e ad essere “io” con ciò che è. Parallelamente alla dialettica, vi è l’ascendere della bellezza. La bellezza ha il privilegio di essere in­teramente visibile. L’essere vero è occulto, l’unità e il bene, il di­vino, non sono visibili. Solo la bellezza ha il privilegio di manife­starsi sensibilmente senza per questo cadere nel non-essere. Si potrebbe dire che essa è l’unica apparenza vera.[…]».

Maria Zambrano, Filosofia e Poesia, a.c. di P. De Luca, Bologna,  Edizioni Pendragon, 2010

 

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