Forme d’addio. [Memoria digitale].


Forme d’addio. [Memoria digitale].

Dopo il congedo, nella finestra che avevo previsto tra l’addio e la dead line dell’account Twitter, da me collocata, nemmeno troppo vagamente, al Primo di ottobre, cinque anni esatti dopo l’apertura del profilo, ho continuato ad interrogarmi riguardo alla forma in cui avrei dato corpo alla cessazione dell’attività.

Non mi riferisco ad una modalità di mera gestione della piattaforma o a qualche aspetto di legittimità da accreditare in punto di norma.
Penso invece ad un problema al quale ho già accennato, e solo accennato, nel lungo
post d’addio.

Perchè scegliere una modalità invece di un’altra per porre in atto una decisione, lasciare il SN, che è comunque presa ed è irrevocabile?

Non sembri una domanda oziosa o un alibi per mantenere aperta un’opzione praticabile all’insidia del dubbio, sempre in agguato.

Si tratta di questo. Per chiudere definitivamente il mio profilo, sarebbe stato sufficiente un click [mera gestione] su una delle voci relative alle Impostazioni ed il mio account sarebbe scomparso per sempre. Inaccessibile alla frequentazione di tutti ed anche alla mia.

Per me, personalmente, intendo, sarebbe stata la soluzione più praticabile, più facile, più comoda e definitiva.

Sin da quando però ho accarezzato tale ipotesi, mi sono posto alcune domande.

Non riguardano lo “storico” della mia presenza sul SN, della mia scrittura intendo: per quella, per quanto poco importi e poco essa possa valere, c’è l’archivio messo a disposizione da Twitter stesso.

Riguarda il profilo Twitter nel suo insieme, quella particolare, unica ed irripetibile storia, piccola, oh, certamente, piccola, marginale e feriale, eppur viva, che si è andata creando dentro ed intorno all’account da me aperto e curato. Una narrazione quotidiana di cui sono stato certamente artefice, come ciascuno lo è naturalmente del proprio account, ma che vive, è vissuta [e forse vivrà... questo è il punto] del corollario non insignificante di tutti coloro che l’hanno condivisa con me. A diverso titolo ed in modo differente, certamente. Dunque, mi sono chiesto sin da subito, che diritto ho di cancellare tutto, compresi gli istanti di condivisione persuasa, di attenzione [umanesimo digitale?] che altri con generosità mi hanno dedicato? Certo, ciascuno dà alle esperienze che vive il valore che crede, e ciascuno le vive dunque secondo un proprio universo di valori di riferimento. Poniamo che ora rinnovassi tale domanda alla luce di un assunto per me fondativo dell’esperienza vissuta sul SN, essere autore di quasi tutti i miei tweet in poesia o in prosa poetica [salvo naturalmente quelli citati e correttamente indicati come tali]. Anche secondo tale prospettiva, la domanda dovrebbe porsi, e forse lo dovrebbe ancor più. La mia scrittura in fieri ed in contesto è stata, è e sarà sempre anche la storia della condivisione da parte di chi ha letto ed interloquito, sia pur in modo e a titolo diverso. Che diritto ho, che diritto avrei avuto, in punto di giustizia interiore, di cancellare tutto? Non è tutto l’account con la sua modesta storia autoriale [la mia] e la sua piccola vicenda feriale [la mia], con le letture e le condivisioni di coloro che ne hanno lasciato segno, a modo suo un’opera data e compiuta [per quanto poco si possa considerare, nell'orizzonte non solo temporale che ci è dato, conclusa un'opera] e completa in sé e solo così compiuta e completa nel quadro delle relazioni vissute e rese esplicite? Testimoniate, potrei dire? O comunque narrate e certamente rappresentate per mezzo di quella particolare forma di comunicazione digitale ascritta all’universo dei SN e definita come microblogging.

Certo, il libro, ecco, potrei scrivere il libro… L’ho già quasi concluso e l’ho scritto, “Poesia in forma di tweet“. Sono però tra coloro che non credono alla possibilità di replicare la vicenda vissuta in Rete semplicemente facendone un’anastatica analogica. Un libro, per quanto fedele nella riproduzione, o meglio nella riproposizione complessiva di un senso e del possibile significato di un’avventura, non è e non sarà mai la copia conforme e identica del sito, del SN, dell’esperienza di scrittura in rete. Nemmeno se editato in forma digitale, sulla stessa Rete o come ebook. In punto funzionale ed esperienziale, questa l’evidenza ontologica fondativa, identico. Il libro, successivo all’esperienza vissuta in Rete come altrove, è un’altra opera, un’altra declinazione formale dell’ontologia spirituale, che ha ali ampie e forti, sostenute dal vento di inesauste metafore di senso. L’opera è ciò che è, data in se stessa, e che dura nel Tempo, alla luce del significato e del Senso fondativo. Quello che attinge la coscienza del poeta e che la rende, nello statuirla unitariamente, testo concluso [ma non conchiuso: quest’ultimo suo carattere nasce, ben prima e ben oltre l'elementare funzionalità dei mezzi, nel cuore del messaggio, nel profilo etico dell’autore, nella sua attenzione umana e nella sua intenzione creativa].

Certo, lasciare aperto così com’era il profilo, avrebbe comportato alcuni problemi. Non ultimo quello di una difficile comprensione di una scelta annunciata e poi sempre lasciata in qualche modo in sospeso [posto che qualcuno, dopo qualche settimana, incappasse ancora nel mio profilo ormai in sonno, per non dire della memoria, così come si manifesta quasi sempre nella sua declinazione digitale attiva...].

Sarebbero rimaste due alternative, che avrebbero lasciato salvi gli interrogativi di cui sopra [che ho solo abbozzato, naturalmente...].

Rendere privato il profilo. L’account con il lucchetto sarebbe rimasto integro ed intatto. Disponibile nella sua interezza, lo storico della scrittura e delle relazioni.

Rendere privato l’account o lasciarlo aperto modificando però il profilo: cambiando per esempio il nome, e dunque anche l’account stesso visibile, e la piccola icona [la fotografia] che lo presenta, pubblicando una PIC insignificante ed anonima. In tal modo, vi sarebbe sato almeno un segno di discontinuità percepita da tutti ed inoltre il profilo in sonno sarebbe andato ancor più e piano piano a scomparire da sé, almeno come profilo identitario riconosciuto. Rimanendo però vivo come segno storico, nell’accezione minima di cui ho scritto.

Qualche giorno fa ho preso una decisione: ho scelto di lasciar vivere il profilo nella sua forma privata. L’integrità dell’esperienza digitale, almeno nella sua forma data di rappresentazione di un tempo vissuto e condiviso in Rete, è in tal modo mantenuta. Lo stato dell’arte, per quel che riguarda le relazioni, è congelato nella fotografia dell’istante in cui ho scelto di abbandonare il SN. Almeno per quanto pertiene la mia volontà. Il rispetto dei tempi interiori di altri che fino a qui mi hanno seguito e/o che vorranno in futuro esercitarla diversamente è garantito, consentendo loro di agire sul corpo vivo di un’esperienza secondo il proprio ritmo esistenziale e non subendo passivamente l’arbitrio di una mia decisione. Rispetto, naturalmente, a quella minuscola parte di relazione condivisa, che è stata e che nella sua rappresentazione è rimasta fino al momento dell’addio in atto.

La memoria, invece, un accento squisitamente umano, qui non ha campo nè vanto. Essa è una declinazione dell’anima che non è in alcun modo derivata della forma in cui l’addio si è compiuto o si manifesta. Se non rimani nella mente e nel cuore di coloro con i quali hai condiviso un’esperienza, nessuna forma d’addio potrà rinfocolare la vita viva della relazione. Rimarrà, lo status, un retorico surrogato dell’esistenza che un giorno fu. Come un piccolo monumento in disfacimento sotto il peso dell’oblio. Che è la sostanza della nientità che può animare le relazioni nel presente storico loro contemporaneo ed il contrario del futuro che potrebbe essere loro donato.


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