Giornalista per sempre. [1]

Quella che segue è una lettera mai spedita (priva di un intenzionale destinatario sin dal suo nascere), scritta nel mese di novembre del 1995. Scansionata e riprodotta in stampa per la prima volta l’11 Novembre 2006. Undici anni dopo che l’avevo battuta con la mia macchina per scrivere elettronica. E’ il solo testo che non ho mai ritoccato, nel corso delle riletture. E’ intatto: la stesura ultima e originale è uguale a se stessa. Da quella notte di novembre, non una sola virgola dello scritto è cambiata. Una sola volta, durante il tempo trascorso, l’ho riesumata per renderla pubblica, nel 1996, quando la feci leggere ad una collega. Spesso vi ho ripensato. Talvolta, tentato dalla speranza che potesse essere minimamente utile a qualcuno, subito vinta dal timore che fosse solo la lusinga della vanità a sospingermi nel mare aperto della testimonianza, o che fosse la presunzione di me e non la schiena dritta a sostenere la piccola storia, il suo racconto. Qualche giorno, e qualche notte più intensamente provata di altre nella fedeltà e nella resistenza al dettato della coscienza, l’ho sentita sussurrare sommessa, come una madre che si china sul dolore del figlio per consolarlo, per lenirne la pena, per dirgli, stringendogli la mano, che il domani sarà di nuovo Luce. Che lo stesso presente è Luce sempre per i sognatori senza appartenenza e fedeli alla verità della parola data. E’ Luce dentro e davanti. Che il tormento non è per sempre e che la vita, sì!, sa essere tremenda nella sua bellezza, in uno stesso tempo interiore senza remissione di sè. Per dirgli piano: non temere sono con te ora e per sempre, come tu sei nel grembo di te stesso l’uomo che hai visto nascere nella compiutezza di una coscienza messa alla prova. Spesso, si è alzata con la forza di un urlo ribelle, nella calma che mi ha abitato ed avvolto in certe giornate afflitte e vinte come un sudario d’ingiustizia.

Qualche volta l’ho dissepolta dal suo silenzio intonso ed ormai ora pacificato. Da anni la lascio riposare, credo finalmente assorbita in sé e compiuta in me, fra la mia corrispondenza e gli scritti. E’ una fra le tante Lettere al silenzio che, riflettendo tra me e me stesso, ho scritto durante questi lunghi anni di esilio dalla professione: qualcuna l’ho anche spedita, senza ricevere risposta. Le ho stese spesso nella speranza di suscitare una qualche eco umana. Senza mai indulgere nella contemplazione del mio ombelico o abdicare alla disperazione. Se mi sono commosso, è stato solo dopo, a distanza di anni, nelle rare, occasionali, sporadiche riletture avvenute sempre per necessità e per caso. Mai con l’intenzione primaria di rileggermi. Forse, un giorno, prima di morire, le pubblicherò tutte.

 

Giornalista per sempre.

Novembre 1995

Ho molto dubitato prima di decidere se scrivere o meno queste righe. So che nessuna testimonianza è veramente indispensabile e che poche sono intensamente necessarie. So che un “attacco” dello scritto così concepito mi costerebbe una bocciatura all’esame professionale. Non c’è, infatti, una virgola di notizia. Non saprò rispettare nemmeno il canone aureo della brevità: chiedo scusa, mentre ringrazio per l’ospitalità, ma trenta righe per sessanta battute non basteranno. So che esporre la propria storia in prima persona è già un indizio di indecenza professionale. La levità della mano nel porgere la notizia credo sia tuttora una qualità di chi svolge il lavoro di giornalista. La capacità di fare spazio al racconto dei fatti, reggendolo però al filo saldo di una limpida coscienza e scomparendo dal palcoscenico della comunicazione, mi pare tuttora una qualità. Considero che ci sia qualcosa di estremamente inelegante, di impudico nella autoreferenzialità. E’ l’errore più grande nel quale mi accingo ad incorrere e per il quale chiedo sin da ora scusa e perdono a chi avrà pazienza per leggermi.

Ho scelto di scrivere. Vorrei, ed è stato questo ultimo sussulto di dignità professionale a guidarmi nella scelta, che diciassette anni di impegno nel giornale non andassero dispersi come pula al vento, ma potessero essere, sia pur piccolo, seme. Forse sono ancora una volta un illuso e forse non so di ingannare me stesso pensando che sarà l’ultima.

Il mio orgoglio di professionista fallito vorrebbe andare in fuga, verso una solitaria radura in cui morire in pace e senza più vergogna. Ma la mia consapevolezza di uomo non vinto nella sua essenza più vera, la dignità della coscienza, l’identità inviolata, quasi mi impone di inviare un messaggio. Vorrei cullare i ricordi professionali più belli, e sono tanti, tenere per me la consolazione, nei momenti duri che vivo, e sono anch’essi numerosi, di un felice passato professionale. Eppure voglio credere che, sollevato il velo d’orgoglio della impudica vanità, qualcuno possa cogliere nella mia testimonianza un segno, una sia pure esile traccia che lo conforti, che lo possa confortare nella propria faticosa e coerente continuità d’impegno. Un fiato di speranza, come una borraccia d’acqua passata in cammino da un compagno di dura fatica. Non un insegnamento: proprio solo forse un testimone passato in corsa…

Ho 42 anni. Iniziai a lavorare in un periodico mensile, la cui sede è in provincia, nel 1978. Dopo due anni ero “già” pubblicista. Era il massimo che potessi chiedere allora all’azienda e, credo, anche all’Ordine professionale. Cercherò di mostrare perché. Ho sempre avuto responsabile consapevolezza del fatto che spesso la libertà di stampa passa attraverso realtà editoriali apparentemente marginali, forse, ma non approssimative. Luoghi che sono dignitose fucine di giornalisti, anche se non vivai dei grandi quotidiani e complessi editoriali. Il giornalismo professionistico istituzionalmente riconosciuto era per me una meta, che sapevo ancora lontana. Avevo 24 anni, i migliori della mia vita. Sono felice di averli spesi al giornale, dodici, quattordici ore al giorno. Il direttore mi disse che avrebbe fatto mettere una tenda in tipografia, così avrei perso meno tempo per dormire. Naturalmente scherzava. So che non rubavo stipendio e lavoro a nessuno: quello che io facevo, sarebbe stato sottratto, se io non lo avessi fatto, solo alla qualità aggiunta, per quanto modesta, recata al giornale dalla mia fatica. Non ho mai chiesto un’ora di straordinaria, né del resto il giornale avrebbe potuto pagarmela. Tanto meno sarebbe stato in condizione di assumere qualche altro collaboratore. Non agivo così perché fossi particolarmente ricco: ricordo che saltai molti pasti e a fine mese la mia busta mi veniva consegnata vuota, prosciugata dagli anticipi. Ma ero felice. Davo sfogo alla mia passione: mi rendeva malinconico pensare allo spreco di gioia vissuto da chi, suonata l’ora della pausa, posava il tipometro e scattava verso l’uscita. Chi ha avuto la fortuna di poter fare questo lavoro, pensavo, non può permettersi questo lusso. Non mi sentivo sfruttato, né ambivo salire su qualche gratificante palcoscenico. Mi bastava, eccome, la quinta laboriosa della redazione, la solerte fatica e il brivido delle partenze, quando, terminato ogni lavoro interno ricevevo il premio di fare un servizio. Mica un inviato di quelli sognati da generazioni, no: ma a me pareva un sogno. La Valle Camonica o Firenze, ma la mia stessa città, le mete da raggiungere e la ricerca da condurre per preparare il lavoro e le interviste. Tante volte ho rischiato, per poter tornare a casa, senza spendere una lira d’albergo. Tante volte ho viaggiato di notte e mi sono fatto la barba al mattino, dove giungevo, prima di un impegno. Non ho mai scritto queste cose né le ho mai raccontate. Le vedevano tutti. Alcune, forse, le conosce solo mia moglie. Eppure ero felice: stavo coronando, a mio modo di sentire nel migliore dei modi, un sogno.

Forse avevo una concezione romantica della professione: malgrado il mio fallimento, le sono rimasto fedele, lo sono tuttora, lieto di avere conosciuto la residuale pazienza di una scuola di giornalismo che stava, proprio in quegli anni, forse in quegli stessi mesi, scomparendo. La fretta avvolge e travolge: in un piccolo giornale la curiosità sopperisce molte lacune. Ma chi può sostituire, giuste o sbagliate che siano, le figure di riferimento? Tra tante cose che credo di avere capito, ne vorrei riportare due. La realtà del giornalismo è composita. In questo drammatico transito, che tutti vedono e riconoscono ormai come epocale, mi sono reso conto che si deve guardare, anche nella contrattazione, alle diverse stazze delle imbarcazioni. Si può considerare che la navigazione può essere più interessante a bordo di una piccola ma temprata imbarcazione dall’equipaggio tenace piuttosto che sul Titanic dove tutti ballano fino al compimento del naufragio. La seconda cosa che ho capito, più che una novità, è stata una conferma del mio sentimento d’allora. Il tesserino professionale è un approdo, è il frutto di un cammino sofferto e maturo, non la gratificante paillette da apporre sul proprio vacuo sfarfallio. Più chiaramente vorrei dire che un matrimonio riesce solo se c’è l’amore. Il resto, il suggello sacramentale, il patto civile, vengono dopo. Sono un traguardo ulteriore che rimane vivo solo se non si esaurisce l’amore. Nessun rito può avere un senso compiuto senza partecipazione viva, nessuna professione è vera senza la passione. E la passione è anche sacrificio. Il patto civile va comunque onorato con sincerità, non con stanco interesse.

Ma visto che mi sono assunto la responsabilità della indecenza, vorrei continuare con la testimonianza. Agli inizi degli opulenti anni Ottanta mi venne chiesto di scrivere una serie di articoli, il cui destino era quello di fungere da pubblicità redazionale più o meno mascherata. Committente, una grande casa produttrice, interfaccia una nota agenzia pubblicitaria. L’addetto alle pubbliche relazioni del nostro giornale venne a Milano per accompagnarmi ad incontrare i committenti. Ero giovane ed inesperto, il candidato naturale a tale impegno. Ero solo a bordo di un piccolo guscio di noce editoriale. Ma a Milano dissi no, rinunciando sono certo ad un cospicuo guadagno. Ricordo tuttora il grande tavolo ovale, la grande sala riunioni, la mia forte emozione. Quando uscimmo, il PR, un uomo navigato e dai capelli bianchi, che aveva lavorato per le più grandi società pubblicitarie, mi disse: – La stimo molto per questo suo gesto. Però, però…-. Il mio argomentare non poté essere altro che il mio no. Allora il problema della commistione fra pubblicità ed informazione non era ancora così dibattuto: c’erano regole chiare, ma anche molto silenzio. Comunque il PR non poté nascondere il suo disappunto. Come spesso mi accadeva, mi resi conto in quell’occasione che la mia strada in salita verso la professione, oltre a tanta felicità dava disagi. E talvolta mi pareva di intuire che il cammino si sarebbe concluso sul Golgota.

Oggi, come tutti sanno, c’è il Protocollo sulla trasparenza pubblicitaria. Ma ci sono anche, come qualcuno dice e scrive, tante sospette marchette. Proprio così vengono chiamate. Ci sono anche, l’ho appreso da poco, gli “educational”. Una sorpresa non irrilevante per uno come me cui è successo di pagarsi l’albergo di tasca propria per avere le mani e la testa il più possibile sgombre, per non gravare sul giornale, anche, oltre la misura ad esso possibile. Certo la realtà è più complessa e le semplificazioni non servono. Ci sono gli “house organ” e gli uffici stampa delle aziende produttrici e senza la confidenza con le fonti è difficile scrivere un articolo davvero ben informato. Allora, dove si collocano i confini? A me non pare utile continuare ad invocare l’esempio degli Stati Uniti e stendere, di conseguenza, nuove Carte etiche. A me sembra che ci sia piuttosto necessità di teste nuove e nuovi cuori, che sappiano onorare i principi fondamentali di un patto, a due a tre, fra mille appartenenti ad una comunità, ad una categoria professionale. Bastano poche regole: la legge sull’Ordinamento professionale, opportunamente aggiornata alla luce delle nuove realtà emerse od emergenti, sarebbe sufficiente. A persone civili sono sufficienti pochissimi fondamenti: il resto viene, nella lealtà, da sè.

Dico nulla della realtà politica di cui non ho avuto esperienza. Voglio solo dire che sono stato sempre, nella mia solitudine professionale, fedele al mio compito di redattore. Ero solo agli inizi, lo sono ancor più ora. Ammetto, con me stesso prima di tutto, che può darsi io sia stato il meno appetibile, usiamo questo eufemismo. Io non ho ammiccato a nessuno e nessuno mi ha mai cercato. Certo ho sempre sostenuto che è difficile accendere la passione in chi si è permesso di chiamare amici anche i semplici collaboratori, persone con cui non condivide spesso nemmeno la forza di un’idea, ma solo quella della convenienza. Per me le parole hanno un proprio nobile significato, che non va sprecato: contengono una propria verità, non un assoluto, ma una loro dignitosa verità. Ed è a sostegno di questa che, secondo me, prima di ogni altra cosa un professionista della parola quale il giornalista è dovrebbe impegnarsi.

Così, quando nel 1994 l’Azienda presso la quale ho lavorato per diciassette anni stava predisponendo un nuovo assetto per fare fronte alla sopraggiunta crisi dovuta al brusco calo dell’introito pubblicitario, io ho chiesto di licenziarmi. Nel corso degli incontri preliminari durati mesi, in una situazione tesa e difficile, avevo esposto in più occasioni il mio punto di vista. Avevo in particolare sostenuto che se si fosse verificata una certa ipotesi editoriale, io avrei lasciato il giornale. L’ipotesi si è verificata ed io ho scelto di onorare la mia coscienza con un salto nel buio. Il Direttore amministrativo, al quale avevo chiesto di aiutarmi licenziandomi, mi ha posto in cassa integrazione a zero ore. Era il settembre 1994. Inutile dire che sono stati diciotto mesi durissimi, in qualche momento drammatici. Non cerco compassione. E’ solo onorando la propria coscienza, infatti, che, se proprio non ci si rende aperti al mito professionale della obiettività, si pratica almeno la sincerità. Ogni scelta del resto chiede senso di responsabilità, ed io sapevo bene a che cosa sarei andato incontro. Voglio essere chiaro riguardo agli esiti ed ai costi. Dal 19 dicembre 1994 non ricevo un soldo. Anche ciò avevo calcolato. Mi basto di poco e mia moglie lavora, ma prima di tutto mi capisce. Più volte, durante questi giorni, mi sono sentito un incapace, un presuntuoso, un fallito. Mi ha accompagnato per mesi e confortato la determinazione a volere raggiungere anche sul piano istituzionale un’ortodossia completa. Dal gennaio 1988 sono un articolo 36 del CNLG, quindi perfettamente in regola. Però il mio lontano sogno dei vent’anni non si è compiuto ancora. Ho rimandato perché amo fare bene una cosa per volta: studiare e lavorare si possono conciliare, certo. Chi paghi il saldo del disimpegno, se non vuoi mancare, è presto detto: in questo caso il giornale. Non ce l’avrei fatta. Ma ora sì, ora in cassa integrazione avrei potuto. Mi sembrava giusto e dignitoso potere raggiungere il riconoscimento istituzionale del mio ruolo professionale. Indipendentemente da quello che mi accadrà alla fine di questo lungo tunnel.

Ho chiesto ed ottenuto l’iscrizione al praticantato. Mi è sembrato di giungere al coronamento di un lungo sogno, non alla ricerca di un privilegio come si sente dire. Ho frequentato il corso serale organizzato dall’IFG. La lezione, anche se questo scritto sembra smentire (ma è una licenza esistenziale che spero mi sarà perdonata), mi è servita. Mi ha restituito, almeno per la parte che le competeva, dignità e misura della professione. Mi ha ricordato che è inutile ergersi nel cielo di una presunta genialità professionale, quando si viene giudicati a causa ed in virtù dei fondamentali, che sono veramente indispensabili Anche e soprattutto per chi sogna di diventare inviato speciale. Mi ha stimolato a ritrovare, in questa tempesta, consapevolezza di me ed umiltà, un equilibrio difficilissimo ma tuttora indispensabile nel nostro lavoro. Per quel tanto di pratica che mi è stato possibile fare, rinnovando sedici anni di esperienza ed arricchendoli, mi è servita. La precisione, l’accuratezza sono il pane quotidiano in una redazione. L’approssimazione e la noncuranza sono l’indice di una scaltra furbizia che cerca scorciatoie. Il genio, contrariamente a quanto si crede, non è sregolatezza. Anche il genio professionale, cioè l’arte di saper fare bene il proprio mestiere, ha la lunga pazienza (chiedo scusa) dei culi di pietra. Che non valgono meno, anche in termini emotivi, se ci si appassiona, dell’ebbrezza di inviato (c’è tuttora? Dove va? Come vive?).

Il 6 settembre dello scorso anno ho sostenuto l’esame orale e superandolo ho coronato un sogno. Non so più se oltre ad esserlo istituzionalmente potrò tornare ad esserlo nella pratica quotidiana. Vorrei dire che per quel che mi riguarda “lo sarò per sempre”. La mia gioia è stata quel giorno troppo grande. Avevo iniziato il lavoro nel mese di marzo del 1978, quasi vent’anni dopo avevo ricevuto la legittimazione anche istituzionale. Soprattutto, avevo ricevuto la sincera ammirazione dei giovani sconosciuti colleghi che avevano seguito la prova. Non dimenticherò mai la loro stretta di mano, le loro parole, il loro abbraccio. Mi scalda ancora il cuore e mi invita alla speranza. E’ per loro, o meglio, pensando a loro che ho scritto questa lettera. “Il giornalismo- mi sono detto- non finisce con me. E chi continua saprà essere migliore, porterà a compimento l’opera iniziata”. Era questo che volevo scrivere fin dall’inizio: ho cominciato a lavorare in un’epoca di rapidissimo mutamento e a me pare, o così io volevo fosse, di avervi, sia pure nella misura esigua della mia forza, contribuito. Un cambiamento che ho cercato di attuare soprattutto a partire da me, dalla mia educazione, dal mio egoismo: dalla mia mentalità e da quella che avevo in parte ereditato. E’ per quei giovani compagni di viaggio che ho vinto l’incertezza ed il buio che tuttora vedo davanti a me.

Durante questi mesi, trascorsi in cassa integrazione, ho avuto modo di sperimentare e vedere come alle dichiarazioni pubbliche di principio, che sembrano dare vita ad un nuovo conformismo, questa volta detto etico, fanno riscontro gesti di disinvolto cinismo. Umiliano e feriscono, non solo sul piano personale, anche su quello della coscienza civile. Ho cancellato da questa testimonianza molti episodi che mi hanno coinvolto personalmente e che pure avrebbero suffragato bene ciò che ho scritto. Non voglio andare “contro” le persone che ne sono state protagoniste: vorrei andare “verso”. Almeno una però la voglio riportare. Mi è successa proprio durante i primi giorni di cassa integrazione. Raccontavo la mie vicende personali di lavoro, quando una collega mi chiese come mai mi trovassi in cassa integrazione. Al mio racconto in sedicesimo, mi definì senza perifrasi un coglione. Si professava ammiratrice di Fausto Bertinotti, diceva, parla come il più appassionato Pasolini. E poi, vissuta e convinta, mi disse: “Sì, ma quelli – e alludeva a titolati colleghi della sinistra- sono intelligenti. Danno le dimissioni, ma hanno il conforto di una più qualificata promozione”. Prosit! Sono fatti sporadici, ma non riesco a dimenticare. Povero Pasolini, povera, se mai l’avesse letta, tesi sull’antropologia del piccolo fascista che alligna in noi. Eppure non avrebbe potuto trovare maggior conforto nella propria trasversalità di questa immoralità opportunista.

Ci sono altri episodi, di eguale segno. Mi fermo qui.

Io non credo che si debba essere puri di cuore per fare i giornalisti, e nemmeno eroi. Però, se proprio amiamo ciascuno una nostra piccola o grande verità, dovremmo, per proporla con decenza, si spera non per imporla, cercare comportamenti che rispondano ai nostri pronunciamenti.

Nell’incertezza del momento che viviamo, ci chiediamo spesso quale possa essere il futuro di una categoria professionale, minacciata o sostenuta a seconda delle prospettive, dall’avvento delle nuove tecnologie, dei nuovi media. Credo che come sempre la vera minaccia non sia fuori di noi, nella inarrestabile avanzata degli strumenti (che l’uomo produce) o nella assenza di regole (che l’uomo scrive), ma sia dentro di noi, dove sola si può fondare una vera norma etica, quel fondo che noi vediamo al mattino riflesso nei nostri occhi quando ci specchiamo, e alla sera, quando sediamo alla tavola con coloro che amiamo nella forza e nella intensità di verità con cui ancora riusciamo a sostenere il loro sguardo. Credo che l’unica risorsa che abbiamo di fronte alla minaccia delle nuove tecnologie ed alla trasgressione che viene fatta delle (troppe) regole, siamo noi, con la passione del nostro lavoro e che non consente troppi calcoli e troppo cinismo, nemmeno quando il desco si impoverisce e la tavola si stringe. Solo così la professione si salverà e la categoria fiorirà.

Sono un giornalista professionista fallito: lo scrivo a ciglio asciutto. Ma sono un uomo realizzato nel mio fondamento etico perché ho rispettato i patti che avevo assunto con me stesso, la fedeltà alla sia pur piccola verità delle mie parole ed onorando o cercando di onorare in ciò il mondo in cui vivo e la professione che ho svolta. Forse sono stato un ingenuo. Avevo sognato e sperato che questa condotta, questo stile di vita avrebbe trovato riscontro nel patto sociale e professionale. Non mi aspettavo certo una corsa in discesa, né l’ho cercata lungo scorciatoie avventurose. Speravo però almeno che in cima alla salita non ci fossero la croce della disoccupazione e della solitudine professionale. Sono stato presuntuoso.

Come giornalista ho fallito. Nessuno, da più di un anno mi ha cercato. Le iniziative che ho preso si sono rivelate buchi nell’acqua. Ma sono sincero: non mi aspettavo di più. Ho coltivato troppo il terreno del mio impegno professionale e seminato poco quello delle relazioni, mi rendo conto ora, indispensabili. Del resto sono talmente goffo e poco incline a gesti di approssimazione interessata, da scoraggiare chiunque tentasse e da candidarmi io stesso al fallimento se ci provassi. Ma l’esito, sul piano professionale, non cambia. E’ nelle prime righe di questo capoverso.

Come uomo, però, poco prima di Natale ho avuto una bella, sebbene drammatica per me e per la mia famiglia, soddisfazione. Il Direttore Amministrativo del mio giornale mi ha proposto di rientrare per quattro ore dalla cassa integrazione. Gli ho chiesto cosa fosse cambiato al giornale dal tempo della mia uscita. Niente, è stata la sua risposta. Insieme alla gratitudine per il gesto di solidarietà compiuto, gli ho comunicato la mia volontà di rimanere fedele all’unica faccia che ho, quella cui rimanda la firma dei miei pezzi quando e se mai scrivessi ancora.

E’ la faccia che offro, non troppo spesso sorridente di questi tempi, a mia moglie, quando ogni sera torna dalla sua fatica. Nel Paese in cui è famoso il detto “tengo famiglia”, io sono orgoglioso di potere dire che la mia famiglia, mia moglie, cioè, mi tiene. E’ per lei che ho pianto di felicità nel sole del Lungotevere Cenci, dopo l’esame.

Mi scuso per la prolissità, mi scuso per i toni. Non ho conti da saldare, né risentimenti. Sono contento di me stesso anche se ogni giorno le difficoltà, e non solo quelle economiche, aumentano. Cerco di resistere anche alla nuova ondata di conformismo retorico di una nuova etica.

Mia madre, che fu staffetta partigiana, mi disse fugacemente e a malincuore cosa accadde dopo il 25 Aprile, quando all’improvviso tante camicie nere si fecero rosse. Io non vorrei che il conformismo furbo della immoralità che dilagava prima si trasformasse all’improvviso nella retorica di una nuova etica, poco praticata, ricca di pronunciamenti ma povera di testimonianze. Se è così, se questo accade, io vorrei dare il segno persistente di una continuità: coglione ero ritenuto dai conformisti quando correvo per pochi soldi, coglione sono ritenuto dai nuovi conformisti ora che non corro in omaggio alla coerenza.

C’è una cosa che un uomo non può perdere, qualsiasi lavoro faccia, il nostro in particolare, ed è la stima di se stesso. Questo avrei voluto dire, questa è la mia borraccia d’acqua che vorrei cedere come un testimone. So che si ascoltano più volentieri i messaggi che indicano la via del successo, le case history, si dice così, vero?, le voci dei personaggi: hanno una sorta di effetto placebo, intorpidiscono nell’ambizione la coscienza. Ma io, ed è questa l’ultima nota, ho imparato più dagli insuccessi delle persone morali che dai successi dei disinvolti.

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