Giornalista per sempre. [2]

Giornalista per sempre. 2.

Iniziai a scrivere la Lettera al silenzio che comincerò a pubblicare oggi nel mese di febbraio del 2005. In calce, trovo ora anche la data dell’ultima revisione, settembre 2008. L’epistola aveva un suo preciso destinatario ed era stata ispirata da una specifica circostanza professionale. Un evento che non mi riguardava personalmente e del quale ero venuto a conoscenza in modo fortuito e tardivo. A cose fatte, insomma. La missiva, alla quale avrei voluto allegare un CV, non è mai stata spedita. Piano piano, nel tempo, è divenuta altro da sé. Sempre più consapevole come tanta altra mia scrittura, e non solo quella poetica che è secondo la mia convinzione per statuto ed ontologicamente tale, inutile in senso proprio (e non in quello della poetica cui sono sempre stato fedele) nel Paese che si esercita nella retorica pubblica della virtù e frequenta una prassi feriale persuasa scorretta, quando non anche apertamente corrotta. Celebrando il merito nei documenti scritti e nei convegni per poi irriderlo ad ogni sua minima invocazione vissuta in una quotidianità indifesa. La lettera è stata spesso riletta, in parte riscritta ed in parte adattata ed adottata per un diverso destino. Un intervento da compiere di persona, un diario autobiografico. Fino a divenire lo scritto che oggi è, ricco ogni volta che vi ho posto mano di un nuovo aneddoto e di una diversa destinazione. Riposto però sempre a riposo sull’HD. Come tale, come una pagina di autobiografia professionale, inizio a pubblicarlo oggi. E’ una decisione che ho maturato da tempo, rifinendola ogni volta a partire dal giorno in cui ho capito che Giornalista per sempre sarebbe diventato, presto, un post del mio blog. Il primo, ora lo so, di una più ampia narrazione.

 

Febbraio 2005/Settembre 2008

Ho 55 anni. Non cerco attestati d’onore: so che c’è stato chi ha pagato più duramente di me, e a maggior prezzo, la propria testimonianza. Non posso però nemmeno negare l’evidenza di una scelta che, nel mio piccolo, mi è costata anni di disoccupazione e non so quante umiliazioni. Davanti alle quali mai ho mutato, sebbene abbia talvolta vacillato, il mio intendimento di stare “a schiena dritta nella professione”. La stessa fedeltà a tale proposito, ha guidato la mia esperienza professionale durante l’ultimo decennio, ispirandomi un impegno di impronta civica, se non civile, che auspicavo di poter compiere quale servizio nell’ambito della comunicazione pubblica e istituzionale. A tale scopo ho cercato fin da subito di prepararmi, dopo la conclusione del mio rapporto di lavoro con il giornale, con grande sacrificio e con mezzi sempre più scarsi. Nel 1997, quando ancora la Legge 150 era bozza Frattini, ho frequentato a Milano un corso “Lavorare per se stessi mettendosi in proprio”, della durata di 600 ore, organizzato da Formaper. In quell’ambito, ho svolto uno stage presso l’URP del comune di Venezia. Stage che io stesso mi sono procurato, senza alcuna personale conoscenza nell’ambiente, e che ho frequentato con notevole dispendio di energie e di mezzi, pendolare per la sia pur breve durata dello stage tra il paese in cui abito e Venezia. Al termine del corso, ho redatto Progetto Anthropos, business plan per un progetto di comunicazione rivolto ad Enti locali (pp. 250, circa) che ho fatto riprodurre in 30 copie. L’anno successivo, al termine di due diversi corsi, uno frequentato a Firenze (Hypercampo), l’altro di nuovo a Milano (Elea), ho svolto altri due stage, entrambi da me stesso procurati ed organizzati, presso la Rete civica di Cremona. Al termine del primo, ho redatto uno studio dal titolo Comunicare la rete, progetto di comunicazione per la Rete civica di Cremona. 1997. A conclusione del secondo, ho presentato tra l’altro in sede d’esame un progetto sul tema La lingua in rete. Lingua e linguaggi della comunicazione pubblica e istituzionale attuata con strumenti informatici evoluti. Firenze 1998.

So che l’Ordine dei Giornalisti della Lombardia, attraverso l’Istituto “Carlo De Martino” per la formazione al giornalismo, ha organizzato corsi di Comunicazione pubblica, rivolti, mi sembra in un primo tempo, a soli giornalisti disoccupati nel tentativo di favorirne, offrendo loro una possibilità di aggiornamento, un eventuale reinserimento nel mondo del lavoro, o una nuova opportunità professionale. Lo so per avere partecipato due volte alla selezione di ammissione, superandola in entrambi i casi. Una prima volta nel 1998. Ho evitato, in questa sede, il racconto di molti altri aneddoti relativi al cammino di quegli anni, che, pur nel loro esito professionalmente negativo, non ho trovato lavoro, avrebbero potuto lasciar supporre una flessione autocelebrativa di me, nella resistenza. Ho sempre creduto che il merito fosse l’unica qualità necessaria a superare la soglia di accesso alla professione, soprattutto e ancor più nell’ambito di una sua particolare declinazione, quella appunto civica, istituzionale. Se ne scrivo, se ancora trovo in me la forza residua di farlo, è perché voglio tuttora sperare che sia possibile crederlo, anche con qualche fondamento nel vero della realtà. Sul piede di tale convinzione, per tre anni ho cercato di mettere a frutto tutto quanto avevo imparato in termini di autoimprenditorialità. Conservo tutto il materiale relativo alle iniziative prese: la cartella che contiene le risposte degli Amministratori ai quali mi sono rivolto con la mia proposta è piuttosto esile. Eppure, più volte mi è stato chiesto quale fosse la soglia di accesso. Devo dire che con sconfortante puntualità, qualche volta in modo per me anche drammatico, mi è stato fatto comprendere, o esplicitamente detto, che essa è nell’appartenenza politica. Forse sono, sono stato, solo un illuso, o peggio, ma in piena buona fede ho creduto che agire come ho agito, cercando cioè di anteporre la qualità professionale alle convinzioni personali, significasse stare a schiena dritta. Posso aggiungere ora con esperta competenza che così agendo si sta anche a pancia vuota.

Quando partecipai al colloquio dell’IFG per la prima volta, nel 1998, ricordo chiaramente che uno tra i colleghi della commissione giudicante, il presidente (ne ricordo bene il volto ed il nome), sfogliò per qualche istante e lesse Progetto Anthropos, che avevo con me quale documentazione. La copia potrebbe essere ancora da qualche parte, nella sede della scuola, perché alla fine egli mi chiese: possiamo tenere il tuo lavoro? Risposi di sì. Poco prima, alzando lo sguardo da una attenta (o tale a me parve) lettura del testo, mi disse: “Collega, se fossimo in un Paese serio, uno come te avrebbe non uno, ma dieci posti di lavoro”. Confesso che mi commossi: quando si soffre a lungo e profondamente, si è facili alla commozione, forse. Lo ringraziai per la stima. Egli mi chiese: “Ti aiuta qualcuno?”. “Mia moglie, risposi”. Se ho resistito, dunque, nella speranza che il merito potesse un giorno valere, lo devo a mia moglie, che mi sostiene con la sua sola fatica, e non altro, mentre io sempre più e sempre più spesso mi dedico ai lavori di casa. E lo devo anche un poco al collega, le cui parole non ho mai dimenticate, sebbene non le abbia mai menzionate in pubblico, prima d’ora, qui, in questa lettera. Superai la soglia di ammissione. Purtroppo non ne conservo traccia, perché la comunicazione mi venne insolitamente data con il semplice avviso telefonico di un incaricato. Qualche giorno dopo, seppi che ero risultato idoneo anche a Firenze. Fui contento e insieme confuso: avevo sempre desiderato di poter entrare alla scuola fondata da Carlo De Martino e a lui poi intitolata. Da giovane, non mi fu possibile farlo: dovevo sfangare duramente, e con gioia, la vita di redazione, alla quale ero giunto, approdando ad un sogno. Ed ora che mi si prospettava, sia pure con modalità affatto diverse, la possibilità di entrare nel luogo sperato, mostravo esitazioni. Eppure, la vita è così. Cercai conforto per una scelta. Telefonai ad Alessandro Caporali. L’avevo conosciuto, e da subito stimato, durante il corso di preparazione per la prova di idoneità professionale. Non godevo di particolare confidenza, ma il fatto che mi avesse riconosciuto durante la fase di selezione, alla cui organizzazione egli stesso partecipava nella sua veste di vicedirettore dell’IFG (e a dire il vero di anima della scuola), mi aveva stimolato a farlo. Dunque, gli chiesi consiglio. “Vai a Firenze”, mi disse senza esitazioni. Lo ascoltai. Il tradimento delle attese giovanili rischiava di minare la mia lucidità nella scelta.

Tornai a Milano, all’IFG, già stanco e più deluso, nel 2000. La disoccupazione durava ormai da sei anni, ero molto più fragile nel mio proposito, la schiena dritta. Superai la selezione, partecipai, ma non conclusi. La mia meta era il lavoro. Formazione sulle spalle ne avevo, forse persino troppa.

 

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