Giornalista per sempre. [3]

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Febbraio 2005/Settembre 2008

Confesso che ho un poco accantonato, negli anni successivi, la comunicazione pubblica ed istituzionale quale argomento di impegno civile, di studio, di eventuale lavoro. Ho fatto solo sporadici tentativi, riproponendo il progetto di comunicazione in una sua versione succinta. Senza nulla ottenere. Ho mantenuto però vivo il contatto con il COMPA, il salone della Comunicazione della Pubblica Amministrazione, che si tiene ogni anno a Bologna dal 1994 (ed al quale ho partecipato sino all’edizione del 2007). Ne sono stato un fedele ed assiduo frequentatore. Per qualche anno, anche entusiasta. Ho visto crescere la bozza Frattini nell’agone, talvolta caldo, del dibattito bolognese. Lì ho visto nascere i prodromi della Legge 150. Lì ho ascoltato i primi commenti, e in qualche modo la presentazione al pubblico esperto, del testo tanto atteso poco tempo dopo la sua promulgazione. Lì ho sentito discutere del regolamento applicativo e, poi, della contrattazione con l’Aran. Lì, mi è sembrato di capire che la Legge 150 stessa, potesse costituire un’opportunità per i giornalisti.

In 10 anni di partecipazione al COMPA ho raccolto una documentazione sterminata. Facendo il pendolare, la spola tra Ospitaletto e Bologna nei giorni del salone, per i tre giorni consecutivi di apertura. Con levate antelucane, tornando ogni sera con un’infinità di borse in carta (e talvolta in tela) griffate dalle varie istituzioni. Per anni, nei periodi successivi, ho spostato dall’una all’altra precarietà la consistente documentazione stipata in casa. Poi, un’estate di qualche tempo fa, verso la metà degli Anni 2000, preso da un raptus salutare, ho smobilitato il castello di cassette della frutta, in legno, che mia moglie aveva amorevolmente dipinte per dare qualche dignità a quell’ineffabile quanto precario archivio. Simbolo e riflesso vivo e fedele della mia vita professionale, nomade e vagabonda, senza approdo e senza fissa dimora: per anni, senza destino. Con la lucidità e con la determinazione che ci prendono talvolta e per fortuna con accenti esagerati, ho portato gran parte del tutto ai cassonetti. Una serie interminabile di viaggi durata più di una settimana. Ho conservato i volumi, le raccolte di riviste, gli atti di qualche seminario e convegno ai quali avevo scelto di partecipare, fra quelli offerti dallo sconfinato catalogo di volta in volta proposto dall’organizzazione. Qualche tempo fa (2013), ho perfezionato l’opera di smobilitazione. Al termine della quale, mi sono chiesto, pervaso da un diffuso e screziato sentimento di malinconia, di delusione, di amarezza e, sì, malgrado gli anni trascorsi, con qualche residua traccia di sordo e profondo dolore: “qui prodest?”. O, meglio ancora, a chi è giovato? A chi è servita quella sterminata produzione? E questa volta, ancor più che nella precedente occasione, ho sentito che l’orizzonte della mia curiosità era più ampio di quello del semplice cittadino qual sono ed anche di quello del professionista fallito.

Ho trascorso gli ultimi anni, per lunghi tratti, professionalmente in sonno, colpito e ferito. Mea culpa. Ho taciuto. Ho cercato di servire, questo sì, lo spirito della professione come ho creduto dovesse essere servito. Certo, non mi illudevo che anche il solo lasciar intuire che si volesse entrare a schiena dritta nella Pubblica Amministrazione mi offrisse rosse stuoie e lasciapassare. Qualcuno mi ha chiesto con sprezzo se volessi fare il sindaco: no, ho risposto, io non voglio fare null’altro che ciò che credo di essere, un giornalista. Come tale, pur consapevole dei diversi ruoli e poteri, collaborare nel costruire l’informazione per i cittadini. Un programma troppo ambizioso, l’illusa utopia di una presunzione? Non so, non so più. Mi era parso di comprendere che la Legge 150 avesse delineato due profili, quello della comunicazione pubblica, che aveva nell’URP il proprio presidio professionale, e quello dell’informazione istituzionale, che trovava compimento nell’Ufficio stampa. E che il primo fosse il luogo della PA, mentre al secondo si applicassero, con il proprio impegno e la specifica professionalità, i giornalisti. Non ho capito nulla, forse?

C’è un ultimo aneddoto che vorrei ricordare. Un giorno, quasi al termine di un lungo incontro svolto nell’ambito del percorso di costruzione di Progetto Anthropos, redatto mentre frequentavo a Milano un corso annuale organizzato da Formaper, un amministratore pubblico prese dal tavolo la bozza della mia proposta e, dopo avere rigirato le pagine un’ultima volta tra le mani, in precedenza brevemente sfogliate, alzò lo sguardo e disse: “Il progetto si può certamente migliorare”. Il suo tono celava a malapena disprezzo ostentato. Si era alzato da dietro la scrivania e aveva proseguito: “Tu – era passato all’improvviso da un lei impegnato durante tutta la conversazione, cordiale, alla seconda persona singolare, assumendo un tono duro e tagliente – devi solo fare una cosa. Torni a casa e questa sera mi telefoni. Mi chiedi di presentarti a Tizio e Caio perché vuoi lavorare. Non serve alcun progetto”. Rimasi di sale, umiliato e confuso. Come sempre mi accade nei momenti più drammatici, opposi unicamente la resistenza del silenzio. La difesa interiore raccolta su se stessa, disarmata e fiera, quella che non cede un millimetro interiore di sé per non lasciare che si contamini con l’infimità di chi alza anche solo metaforicamente la mano, è il distintivo di un indole personale che sempre mi ha assistito. Raccolsi in silenzio, con lenta compostezza, le mie carte. Non ascoltai più nulla. Non risposi più. Non so nemmeno se il mio interlocutore stesse parlando ancora. Non so se balbettasse scuse o se più infierisse. Dall’istante dell’offesa non seppi più nulla di lui. Salutai, questo sì perché la serietà non formale è la sorella più nobile della fierezza, così mi è stato insegnato, ed uscii. Inutile dire che non telefonai, né quella sera, né mai più.

 

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